Terribili presentimenti.
Il giorno appresso scontrai di molti corrieri, che pareano venire da
Magdeburgo o dall'esercito, difilandosi a Berlino a spron battuto. Il
diplomatico silenzio di questi messaggieri non mi pronosticava niente di
consolante, perchè la consolazione è naturalmente espansiva.
In non mi ricordo qual villaggio fra Ziesar e Burg un subisso di gente
stava raccolto; e quando io m'avvicinai, non s'insognavano di farsi da
banda. Allora solo distinsi, innanzi ad un gran casamento, de' cavalli
sellati, e alle finestre della casa molti ussari prussiani.
— Ohe, cosa c'è di nuovo?» chiesi a quelli che m'erano intorno, fermando
il calessino.
— Ah, cara lei! ah, Signor benedetto!» esclamò una vecchia paesana. —
Come, non sa? se non si discorre d'altro. Il re ha perduto tutto: e non
son ancora boccie ferme: i Francesi arrivano a gambe: fra un'ora forse
saranno qui.»
Naturalmente io non le aggiustava piena fede; pure volli informarmi
meglio, e fattomi verso il casamento, saltai di calesso, e v'entrai. Le
camere formicolavano di gente; ussari, paesani, impiegati alla rinfusa,
pipando, bevendo, narrando, ciaramellando: ma tutti col viso lungo,
buzzo buzzo. Ora parlavasi della disfatta de' Prussiani e
dell'avvicinare de' Francesi; ora d'un Maggiore che in grazia d'una
ferita non potea continuare la strada a cavallo, ed avea bisogno d'una
vettura: ne volevano una, e s'erano spediti messaggieri da tutte le
bande a cercarne.
Non sapendo quanto n'avessi in tasca dalla paura, più di là che di qua,
io mi sedetti ad un cantuccio della tavola, e feci portar una fiaschetta
di birra per aver comodo di sentire più giusto l'occorso, e a norma di
quello regolarmi.
Un dieci minuti dopo, gli ussari sgombrarono e salirono a cavallo: ed io
mi feci alla finestra a vederli partire. E li vidi in fatto sfumare, ma
che? nel bel mezzo di loro vidi andarsene il calessino mio, cioè
prestato a me dall'amico di Berlino. Ebbi un bel gridare dalla finestra
— Ohe! Alto là! Fermatevi! cotesta carrozza è mia di me;» fra un minuto
ogni cosa era ita in dileguo. A furia di spintoni m'apersi un varco tra
il pigio della folla, e uscii di là entro: ma il posto era vuoto; il mio
biroccino andato a Dio lo rivedi.
— Non la si sperpetui: la stia pure di buon animo,» mi disse uno
smingherlino; che davasi tutta l'importanza di un impiegato. — Il signor
Maggiore non ci andrà gran pezzo che rimanderà il calesso. E' non lo
prese che per condursi fino alla città più vicina. Quel povero signore
sdolorava delle sue ferite, e ha pigliato il miglior partito per
calmarle.
— Ma chi è questo Maggiore!» chies'io.
Nessuno lo conosceva.
— E dove diavolo va col mio biroccino?»
Nessuno lo sapeva.
Corsi al villaggio sulla direzione del calessino e della sua scorta;
prima d'arrivarvi, la strada si spartiva in tre o quattro altre, ma per
nessuna riuscii a trovare vestigia sicure de' fuggitivi: in nessuna
parte rinvenni chi me ne sapesse dire gallo nè gallina. Tornato, tutti
stavamo ancora dinanzi a quel casone, dove entrai anch'io scalmanato e
aggirandomi che parevo un terremoto: ma nessuno badava a me più che alla
terza gamba, tutti pensando all'avvicinarsi de' proprj malanni, al
sovrastare de' Francesi.
— La scriva; la rediga il processo verbale dell'ingiustizia fattami.»
diss'io all'impiegato. — Tutto il paese e lei stesso furone testimonj di
questo atto arbitrario. La scriva che, in conseguenza del sopruso del
signor Maggiore tal dei tali, io Giammaria mi vedo costretto a fermarmi
qua finchè torni il mio calessino, e che pretendo esser risarcito del
danno emergente e del lucro cessante.»
Lo scrivano fece il suo dovere a meraviglia; io ritirai copia del
processino, e la riposi coi canti trionfali. La notte passò; passò il
domani; l'impazienza mia era al colmo, ma il calesse non sapeva tornare.
Il 19 ottobre spuntò. Giusti Dei! e l'illustrissimo signor conte
dell'impero che mi aspettava a Magdeburgo? Chiesi a nome del Maggiore
una carrozza, o, almen che fosse, un cavallo per andarmene ai fatti
miei: ma il Maggiore innominato godea sì scarso credito, che nessuno
volle anticiparmi nulla a nome suo.
Che fare? Qui non c'è rimedio, e bisogna avere una buona pazienza.
Ringraziato Dio che io portava con me tutti i miei beni, e potevo
camparmela: ma la mia guardaroba se n'era andata col signor Maggiore. Ed
all'amico di Berlino cosa dare per la vettura ed il cavallo? come
comprare altri abiti, altra biancheria? dove prendere da far con
Giulietta il viaggio sino alla parocchia?
Certo la era una prova ben dura per la fede d'un capellano cristiano.
Tagliai dalla siepe un bravo bastone di spino, e, così col cavallo di
san Francesco, mi posi tra le gambe la strada per Magdeburgo. Il signor
conte verrà in soccorso mio, pensavo tra me e me; e canterellavo
traversando una landa non coperta che di macchie e di cespugli.