Due morti hanno i popoli: l'_anarchia_ e l'_indifferenza_. Conseguenza
l'una e l'altra del materialismo che sopprime ogni vincolo di fede
comune, conducono ambe infallibilmente alla negazione di ogni iniziativa
e alla schiavitù. Della prima e dei suoi risultati ci porge tale esempio
la Francia, che dovrebbe, se pensassero, far rinsavire quanti imprudenti
giovani s'affaticano oggi tra noi a risuscitare le vecchie ammirazioni e
le vecchie speranze che ci indugiarono mezzo secolo sulla via. La
seconda minaccia di soffocare, in Italia, sul nascere della Nazione,
ogni coscienza di missione nel mondo, ogni virtù d'idea collettiva, ogni
culto di tradizione d'avvenire e ridurci alla condizione d'una gente che
produce e consuma, e vive di vita puramente materiale, senza
individualità morale, senza _fine_ comune da raggiungere, senza
comunione di vita operosa spirituale colle altre Nazioni di Europa.
Indifferenza negli elettori provata, generalmente parlando, dalla cifra
dei votanti nei collegi: indifferenza nei deputati provata ogni giorno
dalla difficoltà di raccogliere il numero voluto per le sedute, dalla
frequenza dei congedi chiesti e concessi, dall'affrettarsi dei
rappresentanti alle loro città sull'accostarsi dalla menoma solennità
che dia pretesto di vacanza prolungata sempre oltre i limiti voluti, dai
voti dati senza discussione o quasi intorno a questioni di grave
importanza: indifferenza negli uomini di governo che vivono
d'espedienti, senza disegno premeditato, senza tradizioni politiche,
senza quella tranquilla, tenace persistenza di concetti che dà in oggi
lento ma continuo progressivo incremento alla Russia e agli Stati Uniti,
e son paghi di superare le difficoltà della giornata senza guardare al
futuro: indifferenza nei governati che biasimano e non combattono,
presentano mali e non preparano i rimedî, pensano e non dichiarano ad
alta voce il pensiero, e sembra accettino, regnante un sistema di
semi-libertà, la vecchia formula dei tempi dispotici: _non tocca a noi_:
indifferenza nei capitalisti che hanno innanzi, in Sicilia, nel
mezzogiorno continentale, in Sardegna, nell'Agro Romano, nelle terre
incolte d'Italia, una serie di nobili imprese da compiersi con
giovamento proprio e del paese e le lasciano intentate o preda di
speculatori stranieri. I lagni contro l'esagerazione e il pessimo
assetto dei tributi prorompono da ogni lato e ad ogni ora; ma nessuno
tenta contro un intero sistema una di quelle potenti agitazioni che in
Inghilterra sorgono ordinate, pertinaci, sicure in ultima analisi di
trionfo contro ogni atto o progetto economico non consentito
dall'opinione. Le ire contro le giornaliere violazioni delle libertà
individuali, gli arbitrî degli impiegati subalterni, la tristissima
amministrazione delle leggi buone o cattive esistenti sono, più che
frequenti, continui e suonano minacciose; ma da queste ire non è mai
escito l'impianto d'una Associazione che, fornita di mezzi, s'assuma di
rivendicare l'esercizio del diritto violato chiamando davanti ai
tribunali i violatori, dall'addetto alla questura fino al ministro. Gli
assennati si stringono nelle spalle come pensando: _non gioverebbe_; e i
più frementi fra i giovani accennano a un giorno nel quale s'avrà da
rifare l'intero edifizio: perchè affronterebbero noje e pericoli per
correggere questo o quest'altro particolare?
Indifferenza alle cose dell'oggi e inerte presentimento d'inevitabili
mutamenti; è questa la condizione generale delle menti in Italia. Un non
so quale senso di _provvisorio_ in tutto ciò che è, svoglia gli animi
dal _fare_. Diresti che il paese, visitato da una grande, recente
delusione, avesse smarrito la coscienza della propria forza e dei proprî
fati e aspettasse rassegnato dai casi un incerto futuro.
Tristissima sempre, condizione siffatta di cose par quasi inesplicabile
in una gente che, come la nostra, sorgeva jeri appena a Nazione o che,
come la nostra, non visse mai nel passato di vita propria e spontanea
senza diffonderne il calore e la luce a tutta l'Europa: inesplicabile a
chi ricorda il levarsi ad impeto di marèa di questo nostro popolo, oggi
intorpidito di scetticismo, dapprima nel 1848, poi dal 1859 al 1861,
quando rifulse possibile la speranza d'unirsi in fratellanza d'azione, e
i Mille iniziavano un'epopea rotta a mezzo da un cenno di re. Non basta
a darne ragione il difetto d'educazione politica, nè il lungo servaggio,
nè l'influenza addormentatrice d'un pugno di raggiratori o d'inetti che
riuscirono a usurparsi i frutti delle opere altrui, e dai quali il
paese, se si svegliasse, si libererebbe in tre giorni. Un'altra più
profonda cagione signoreggia tutti i fatti secondarî e perpetua d'anno
in anno, anche modificate, le circostanze, la condizione di cose alla
quale accenniamo.
Abbiamo fin dal nostro programma indicato questa cagione; ma dacchè
stampa e partiti fanno a gara per obliarla, è pur forza a noi di
ripeterla e insistervi.
L'Italia non è costituita. La Nazione esiste di nome soltanto, senza
espressione ordinata della propria vita. La leva che crea e mantiene la
virtù _iniziatrice_ nei popoli non ha punto d'appoggio nel paese. Ogni
elemento è quindi _passivo_: soggiace: ripete fatalmente una serie
d'atti in una direzione circolare; non trova in sè potenza per
progredire.
Lasciamo da banda i vizî del nostro sorgere; l'azione straniera
accoppiata, con pensiero diverso, alla nostra, e le vergogne che ne
seguirono e pesano tuttora, a intorpidirla, sulla nostra coscienza di
popolo. Ma non è il carattere predominante del nostro moto radicalmente
falsato e in aperta, diretta contraddizione col metodo invariabilmente
additato dalla storia, dacchè storia fu, come condizione essenziale
d'ogni moto nazionale? Quando, dopo una impresa comune contro chi le
manteneva smembrate, popolazioni appartenenti alla stessa zona
geografica si levano coll'intento dichiarato di stringersi a vincolo di
_Nazione_, esse affermano col fatto la coscienza attinta dall'identica
origine, dalle tradizioni del passato, dalle conformi tendenze d'un
_fine_ comune, d'una via comune da corrersi, d'un metodo comune
d'associazione da ordinarsi per tutte. Ma quella _coscienza_ ha bisogno
d'essere definita. Ed è necessario definire pubblicamente, solennemente,
per tutti _quale_ sia il _fine nazionale_, quale la migliore forma di
associazione che può, salvi i perenni diritti del Progresso, guidare i
cittadini della nuova Nazione a raggiungerlo.
Bisogna, in altri termini, che la Nazione interroghi la propria vita e
le dia espressione di legge perchè sia norma alle opere nel paese e base
riconosciuta di contatto cogli altri popoli.
Questa pubblica, solenne espressione è il PATTO NAZIONALE. Senza esso
non esiste Nazione.
Quale autorità può dettarlo?
Una sola: la Nazione medesima.
È necessario a questo esame della propria vita comune e della propria
vocazione l'intervento di tutti gli elementi che compongono la Nazione.
L'esclusione di un solo elemento costituirebbe a suo danno ingiustizia e
tirannide.
Il paese che intende a formar Nazione elegge con voto universale i
migliori tra i suoi a rappresentarlo e dettare il Patto, l'insieme dei
_principî_ che ne costituiscono la vita comune e dei quali tutte le
leggi future dovranno essere progressivamente l'applicazione.
Assemblea siffatta, che noi chiameremmo volontieri Concilio nazionale,
ha nome universalmente adottato di COSTITUENTE.
Senza COSTITUENTE e PATTO NAZIONALE non esiste Nazione fuorchè di nome.
L'Italia non ebbe la prima e non ha il secondo.
Le popolazioni italiane, fatte libere per le armi altrui o per virtù
propria, furono interrogate se volessero unirsi o rimanersi divise, e la
risposta non poteva esser dubbia. Non fu chiesto ad esse in nome di che,
con quali principî, sotto quali forme d'associazione, con qual fine.
Alla Costituente fu sostituito un Parlamento di pochi privilegiati per
censo ed altro, continuazione di quello ch'era espressione incompiuta
delle provincie sabaude quando l'Italia non era. Al Patto nazionale fu
sostituito uno Statuto dato precipitosamente, per volontà regia e per
paura d'insurrezione, a quelle provincie, dodici anni prima che l'Italia
fosse. La Nazione non fu mai convocata a dichiarare la propria fede, le
proprie volontà, le proprie tendenze. I suoi deputati giurano alla
monarchia e al vecchio Statuto. L'Italia vive oggi come nel 1848 di vita
_piemontese_, se buona o cattiva, sviata, perpetuata o migliorata non
monta. La storia non offre un solo esempio d'una rivoluzione nazionale
compita, tradita a quel modo.
E nondimeno, il principio d'una Costituente e d'un Patto fu affermato,
sin dal 1848, dagli istinti dei popoli sollevati e da solenni promesse
regie.