A GUERRA VINTA, UN'ASSEMBLEA ITALIANA DECIDERÀ DEI DESTINI DI ITALIA.

Il paese, comunque deluso, si rassegnò negli anni passati. Mancava Roma

all'edifizio; e un'antica profetica riverenza alla città dalla quale si

svolsero non solamente i fati storici italiani, ma quelli d'Europa,

persuadeva alle menti che di là soltanto potessero, come dal Sinai,

scendere le tavole della legge. Oggi, abbiamo Roma e invece di

Costituente e di Patto, i reggitori d'Italia vi agitano paurosi il

problema del come possa perpetuarvisi, a patto di concessioni avverse ai

tempi, il _dualismo_ che fu l'anima e il tormento del medio evo.

In questo, dica altri a suo senno, sta la cagione suprema delle

condizioni morali che lamentiamo e che minacciano di spegnere in culla

la nuova vita. Gli Italiani sentono, consci o inconsci, l'assurdo,

diremmo quasi, se la venerazione alla patria non lo vietasse, il

ridicolo d'una situazione che vorrebbe aggiungere alle Nazioni una

Nazione muta e senza espressione della propria vita. Un intenso senso

potente benchè mal definito dice ad essi che quanto è in oggi è

fantasma, e che i fantasmi non durano. Quindi il dubbio, l'irresolutezza

sopra ogni cosa e l'inerzia: colpevoli senz'altro, ma intelligibili in

un popolo che esce da un sepolcro di trecento anni.

Le idee, bisogna ripeterlo, governano il mondo. Manca all'Italia una

_iniziativa_, e questa iniziativa di moto e progresso non sorgerà se non

per la via che additiamo. Come in tutte le grandi questioni, è

necessario che nella questione _nazionale_ s'accerti il punto d'onde

moviamo, il punto verso il quale moviamo, la via migliore per andare da

un punto all'altro. E questo non può farsi se non colla Costituente e

col Patto.

Non è qui parte nostra dire come gli Italiani debbano e possano tradurre

in atto questi due termini del programma nazionale. Ma non s'illudano a

credere di conquistare incremento, progresso continuo interno e vita fra

le Nazioni d'Europa se non a patto di riescirvi. Noi guardiamo

commiserando in silenzio la ruota d'Issione intorno alla quale sono

legati i nostri amici parlamentari: i loro tentativi, le loro evoluzioni

per escire dal cerchio fatale riesciranno inutili finchè la posizione

del problema non sarà radicalmente mutata: come trarrebbero essi dal

concetto dell'Italia smembrata del 1848 inspirazioni e iniziativa a

dirigere innanzi l'Italia _una_ del 1872? E commiserando leggiamo

programmi di vaste riforme economiche e di nuova vita industriale

italiana come quello di un uomo che stimiamo[171] e che da qualche anno

rotola, nella Camera e fuori, il sasso di Sisifo delle proposte tendenti

a ricreare una condizione di progresso normale materiale all'Italia. Le

più tra quelle proposte son buone; ma _come_ attuarle? Può una

Instituzione, la cui vita ha le sue radici nel passato e in un

determinato tradizionale ordinamento economico amministrativo, mutare a

un tratto e accogliere in sè un alito di libera vita nazionale senza

paventarne rovina?

Poteva Turgot compire nella Francia della monarchia aristocratica ciò

che la rivoluzione compì in brevi giorni? Le grandi riforme esigono, ad

essere afferrate nel concetto e tradotte in realtà, un sovra eccitamento

nella vitalità popolare, un senso d'audace fiducia in sè e nel futuro

che sorge appunto dal fermento di tutte le forze condannate a giacersi

latenti in una condizione come la nostra. Suscitatele e otterrete: non

prima. Fate che la Nazione _viva_, e avrete da quella vita trasfusa

negli intelletti e nelle volontà miracoli di rinnovamento. Non può

darveli una Camera inceppata da un falso programma: nol può un popolo

intorpidito nello sconforto e nel dubbio.

Il problema politico predomina su tutti gli altri. E il problema

politico non può risolversi se non come abbiamo accennato. Manca nel

caos che ci si stende d'intorno il _fiat_ della Nazione. E quel _fiat_

non può essere proferito che da una COSTITUENTE: non può incarnarsi che

in un PATTO NAZIONALE. Tutto il resto è menzogna o, per ora,

impossibilità.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 218 / 227 题