Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie
all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia
che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta
preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i
lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola
anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi,
volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo di
raccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli
operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di
cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed
offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la
proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le
prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora
intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi
sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del
paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne
accenneremo due o tre in via d'esempio.
Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o
gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi
sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza
negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti
l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo
inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti
per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente
dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace
appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe
sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i
lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli
siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento
sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni
pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può
soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.
Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori
che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro
deputati:--fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza
raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione
pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino
Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità
d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo
un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che
un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari
e colle abitudini prevalenti, non darà mai--e una serie di fatti
anteriori lo prova--risultati pratici.
L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le
società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che
ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla
Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base,
darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma
parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali
delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a
quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere
verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia
officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e
additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi
sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di
produzione--che per produrre bisogna vivere--che quindi il _necessario_
alla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto
prelevamento--le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle
condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del
sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non
operare se non dove comincia il _superfluo_ alla vita. E convinti come
sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si
sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo
soddisfacimento a tutte le loro più determinate e giuste esigenze,
dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale,
intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale
rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale
obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a
mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane
industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei
Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun
dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione
rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di
concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe
dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei
miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o
l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il
problema.
Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'_associazione_
sostituito all'attuale del _salario_, sarà, noi crediamo, la base del
mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile
all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba
raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie
diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una
che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo
di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori
artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.
Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono;
provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la
somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare
nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo
d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione
diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il
lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali
l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati
della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di
lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla
compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di
ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi
dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî.
D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega
Aurelio Saffi nel n. 35 della _Roma del Popolo_, ed esortiamo a
meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo
furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di
merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:
«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in
Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere
alle pretese dell'_Unione degli artigiani_, stanco dei dissensi
continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.
«Egli divise la proprietà delle sue miniere di carbon fossile, valutate
a 2 250 000 franchi, in 9000 azioni di circa 250 franchi cadauna e
costituì una società in accomandita. Serbò 6000 azioni per sè ed offerse
agli operaî ed ai clienti delle miniere le altre 3000.
«Trattavasi ora di persuadere gli operaî--cosa del resto che, pel prezzo
elevato, non riusciva facile--a far acquisto di queste azioni; però a
raggiungere l'intento non si vide mezzo migliore che associare gli
operai stessi ai beneficî delle miniere.
«Il fondo sociale venne diviso in due parti: da una parte un capitale
fittizio rappresentante il lavoro degli operaî, dall'altra il danaro
degli azionisti. I salarî quotidiani, mantenuti al corso ordinario,
furono assicurati agli operaî delle miniere quale interesse del primo di
questi due capitali; pel secondo, gli azionisti acquistarono diritto a
un interesse del 10 per cento. Si considerò poi il superfluo dei
beneficî come un utile comune a tutta la società, quindi da ripartirsi
proporzionatamente tra tutti i membri cooperatori.
«Se, a cagion d'esempio, il beneficio annuale risulta del 14 per cento
del capitale in azioni, compete a questo capitale il 10 per cento a
titolo d'interesse e il 2 per cento a titolo di profitto;--il 2 per
cento restante poi viene assegnato agli operaî, quale parte dei
beneficî, e ripartito in proporzione dei salarî di ciascuno.
«A incoraggiarli sul principio a rendersi possessori di azioni, fu
concesso agli operaî azionisti, in questo riparto di beneficî, il 10 per
cento sul totale annuo dei loro salarî, mentre che agli altri non toccò
se non il 5 per cento. Questo metodo di ripartizione fu modificato solo
nel 1867.
«Il dividendo degli operaî azionisti fu eguale al _dodici per cento_ dei
loro salarî, e all'_otto per cento_ per gli altri.
«Temendo come sempre, un'insidia, gli operaî titubarono sui primi tempi
ad approfittare dei vantaggi loro offerti; ma le loro diffidenze caddero
ben presto davanti alla realtà del dividendo.
«Nel 1867 i beneficî netti furono di 510 425 fr., dei quali 200 000
furono messi da parte onde assicurare agli operaî una ripartizione di
utili nell'eventualità di cattive annate.
«Nella deposizione da essi fatta davanti la Commissione reale di Londra,
dalla quale noi togliamo questi dettagli, i signori Briggs dichiarano
che _giammai l'antico sistema avrebbe loro dato, nelle medesime
circostanze, simili benefizî_.
«Ma ciò che è particolarmente da osservarsi si è che grazie a
quest'organizzazione essi non ebbero quasi a risentire gli effetti della
crisi toccata in seguito a quel ramo d'industria. Tutte le difficoltà
procedenti dall'antagonismo tra capitale e lavoro sparirono come per
incanto per dar luogo, da quell'epoca, all'accordo più perfetto.
«I lavoranti stessi s'assumono spontanei la sorveglianza dei mille
dettagli che assicurano l'economia e il buon andamento di qualsiasi
industria.--Allorchè noi scorgiamo, dice uno d'essi, nelle gallerie un
chiodo dimenticato per terra, lo raccogliamo ripetendo il motto passato
in proverbio: _tanto di più di guadagnato per la fin d'anno_.
«Un gran numero d'operaî, estranei sino allora ad ogni idea d'economia,
sono divenuti azionisti. Convien aggiungere che le maggiori agevolezze
sono accordate per facilitar loro la via al possesso di questo titolo:
ogni qual volta siano in grado di versare un acconto di 75 franchi viene
loro anticipatamente assicurato il possesso d'un'azione.
«Nel 1868 le azioni erano già a un premio di 112 franchi 50 cent. Perciò
a ciascuna emissione si ha cura di mettere in riserva per gli operaî un
dato numero di titoli ch'essi possono acquistare al di sotto del corso.
«L'esito di questa intrapresa era già assicurato sino dal 1866.»
Perchè non troverebbero esempî siffatti imitatori in Italia?