III.

Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie

all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia

che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta

preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i

lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola

anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi,

volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo di

raccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli

operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di

cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed

offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la

proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le

prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora

intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi

sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del

paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne

accenneremo due o tre in via d'esempio.

Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o

gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi

sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza

negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti

l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo

inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti

per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente

dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace

appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe

sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i

lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli

siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento

sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni

pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può

soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.

Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori

che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro

deputati:--fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza

raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione

pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino

Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità

d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo

un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che

un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari

e colle abitudini prevalenti, non darà mai--e una serie di fatti

anteriori lo prova--risultati pratici.

L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le

società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che

ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla

Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base,

darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma

parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali

delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a

quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere

verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia

officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e

additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi

sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di

produzione--che per produrre bisogna vivere--che quindi il _necessario_

alla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto

prelevamento--le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle

condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del

sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non

operare se non dove comincia il _superfluo_ alla vita. E convinti come

sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si

sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo

soddisfacimento a tutte le loro più determinate e giuste esigenze,

dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale,

intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale

rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale

obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a

mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane

industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei

Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun

dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione

rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di

concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe

dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei

miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o

l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il

problema.

Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'_associazione_

sostituito all'attuale del _salario_, sarà, noi crediamo, la base del

mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile

all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba

raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie

diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una

che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo

di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori

artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.

Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono;

provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la

somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare

nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo

d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione

diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il

lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali

l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati

della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di

lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla

compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di

ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi

dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî.

D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega

Aurelio Saffi nel n. 35 della _Roma del Popolo_, ed esortiamo a

meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo

furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di

merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:

«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in

Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere

alle pretese dell'_Unione degli artigiani_, stanco dei dissensi

continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.

«Egli divise la proprietà delle sue miniere di carbon fossile, valutate

a 2 250 000 franchi, in 9000 azioni di circa 250 franchi cadauna e

costituì una società in accomandita. Serbò 6000 azioni per sè ed offerse

agli operaî ed ai clienti delle miniere le altre 3000.

«Trattavasi ora di persuadere gli operaî--cosa del resto che, pel prezzo

elevato, non riusciva facile--a far acquisto di queste azioni; però a

raggiungere l'intento non si vide mezzo migliore che associare gli

operai stessi ai beneficî delle miniere.

«Il fondo sociale venne diviso in due parti: da una parte un capitale

fittizio rappresentante il lavoro degli operaî, dall'altra il danaro

degli azionisti. I salarî quotidiani, mantenuti al corso ordinario,

furono assicurati agli operaî delle miniere quale interesse del primo di

questi due capitali; pel secondo, gli azionisti acquistarono diritto a

un interesse del 10 per cento. Si considerò poi il superfluo dei

beneficî come un utile comune a tutta la società, quindi da ripartirsi

proporzionatamente tra tutti i membri cooperatori.

«Se, a cagion d'esempio, il beneficio annuale risulta del 14 per cento

del capitale in azioni, compete a questo capitale il 10 per cento a

titolo d'interesse e il 2 per cento a titolo di profitto;--il 2 per

cento restante poi viene assegnato agli operaî, quale parte dei

beneficî, e ripartito in proporzione dei salarî di ciascuno.

«A incoraggiarli sul principio a rendersi possessori di azioni, fu

concesso agli operaî azionisti, in questo riparto di beneficî, il 10 per

cento sul totale annuo dei loro salarî, mentre che agli altri non toccò

se non il 5 per cento. Questo metodo di ripartizione fu modificato solo

nel 1867.

«Il dividendo degli operaî azionisti fu eguale al _dodici per cento_ dei

loro salarî, e all'_otto per cento_ per gli altri.

«Temendo come sempre, un'insidia, gli operaî titubarono sui primi tempi

ad approfittare dei vantaggi loro offerti; ma le loro diffidenze caddero

ben presto davanti alla realtà del dividendo.

«Nel 1867 i beneficî netti furono di 510 425 fr., dei quali 200 000

furono messi da parte onde assicurare agli operaî una ripartizione di

utili nell'eventualità di cattive annate.

«Nella deposizione da essi fatta davanti la Commissione reale di Londra,

dalla quale noi togliamo questi dettagli, i signori Briggs dichiarano

che _giammai l'antico sistema avrebbe loro dato, nelle medesime

circostanze, simili benefizî_.

«Ma ciò che è particolarmente da osservarsi si è che grazie a

quest'organizzazione essi non ebbero quasi a risentire gli effetti della

crisi toccata in seguito a quel ramo d'industria. Tutte le difficoltà

procedenti dall'antagonismo tra capitale e lavoro sparirono come per

incanto per dar luogo, da quell'epoca, all'accordo più perfetto.

«I lavoranti stessi s'assumono spontanei la sorveglianza dei mille

dettagli che assicurano l'economia e il buon andamento di qualsiasi

industria.--Allorchè noi scorgiamo, dice uno d'essi, nelle gallerie un

chiodo dimenticato per terra, lo raccogliamo ripetendo il motto passato

in proverbio: _tanto di più di guadagnato per la fin d'anno_.

«Un gran numero d'operaî, estranei sino allora ad ogni idea d'economia,

sono divenuti azionisti. Convien aggiungere che le maggiori agevolezze

sono accordate per facilitar loro la via al possesso di questo titolo:

ogni qual volta siano in grado di versare un acconto di 75 franchi viene

loro anticipatamente assicurato il possesso d'un'azione.

«Nel 1868 le azioni erano già a un premio di 112 franchi 50 cent. Perciò

a ciascuna emissione si ha cura di mettere in riserva per gli operaî un

dato numero di titoli ch'essi possono acquistare al di sotto del corso.

«L'esito di questa intrapresa era già assicurato sino dal 1866.»

Perchè non troverebbero esempî siffatti imitatori in Italia?

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 216 / 227 题