II.

Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la

concordia invocata?

Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma

anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella

concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti,

senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie

quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e

intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramento

_morale_ in noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni

grande impresa.

E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più

rode l'anime nostre è l'_indifferenza_. La schiavitù di tre secoli ci ha

rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per

operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla

schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino

orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della

santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che

migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che

lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando

nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando

l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio

di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? I _fini_ eterni, le

lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le

generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e

incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è la _pratica_ del

materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di

meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli

successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che

non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere

ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte

queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione

del Dovere l'idolatria dell'_opportunità_, all'Ideale divino il piccolo

calcolo delle conseguenze _immediate_, alle norme d'una Legge suprema su

tutta quanta l'Umanità, la breve signoria del _fatto_ compito, alla

Verità che non muore la _realtà_ transitoria dell'oggi. Talora, gli

istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori

giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio

spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è

seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi,

ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma la

_costanza_ in essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî

dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo: _non è

da noi il raggiungerlo_: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze,

alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri

studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di

promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti a

_fare_ e indizî del _come_, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una

infeconda vanità di _sapere_, invece d'una attiva filosofia della vita.

Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'_azione_, ci ravvolgiamo in

un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è

codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della

nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che

incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste

cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente

combattuto per la propria _nazionalità_, scende con dignità nella

tomba--se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal

comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede

ammessione al banchetto del mondo civile--plaudiamo come spettatori a

sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra

politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel

moto ascendente d'una intera razza. È stato necessario che, pari alla

minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî

parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî,

perchè--scossi non dall'amore, ma dalla paura--volgessimo la nostra

attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per

chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro

i pericoli e risolvere per noi la questione.

I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire

onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali

resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo

adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e

vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà

scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini

delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra:

dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi

medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.

È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in

parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino

al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e

intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi

impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di

sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase

addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la

santa parola di Gesù: _eguaglianza delle anime_; è tempo che quella

parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro

dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti

a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne

Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio

chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a

quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che

«il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile

dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve

incarnarsi in _realtà_?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette

jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel

recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea

suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole

colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale. _La famiglia

umana accenna a salir d'un passo_ sulla via che guida alla meta

assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o

intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi

è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.

Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi

artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna

chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione

collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje--e il numero andrà

crescendo ogni giorno--hanno poche settimane addietro costituito in Roma

un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che

tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine:

bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere

quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni--sia lode ad essi--lo han fatto:

seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a

intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e

d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto

personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosi con essi nelle

radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente

con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al

solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia,

su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà

a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere

il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai

demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a

tornare illusioni.

Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il

darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe

gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune.

Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran

parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una

scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria,

elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della

fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può

avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o

pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento

morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si

trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si

comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a

considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la

costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E

in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola

biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur

troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i

coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro.

Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a

sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra

impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno

soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi

in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni

frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto

ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in

Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di

rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non

dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel,

soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser

migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei

giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora

devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie,

tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non

gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più

potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore

che non cento grida di rabbiosa vendetta?

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 215 / 227 题