Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la
concordia invocata?
Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma
anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella
concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti,
senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie
quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e
intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramento
_morale_ in noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni
grande impresa.
E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più
rode l'anime nostre è l'_indifferenza_. La schiavitù di tre secoli ci ha
rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per
operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla
schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino
orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della
santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che
migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che
lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando
nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando
l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio
di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? I _fini_ eterni, le
lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le
generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e
incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è la _pratica_ del
materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di
meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli
successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che
non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere
ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte
queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione
del Dovere l'idolatria dell'_opportunità_, all'Ideale divino il piccolo
calcolo delle conseguenze _immediate_, alle norme d'una Legge suprema su
tutta quanta l'Umanità, la breve signoria del _fatto_ compito, alla
Verità che non muore la _realtà_ transitoria dell'oggi. Talora, gli
istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori
giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio
spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è
seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi,
ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma la
_costanza_ in essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî
dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo: _non è
da noi il raggiungerlo_: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze,
alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri
studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di
promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti a
_fare_ e indizî del _come_, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una
infeconda vanità di _sapere_, invece d'una attiva filosofia della vita.
Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'_azione_, ci ravvolgiamo in
un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è
codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della
nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che
incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste
cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente
combattuto per la propria _nazionalità_, scende con dignità nella
tomba--se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal
comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede
ammessione al banchetto del mondo civile--plaudiamo come spettatori a
sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra
politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel
moto ascendente d'una intera razza. È stato necessario che, pari alla
minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî
parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî,
perchè--scossi non dall'amore, ma dalla paura--volgessimo la nostra
attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per
chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro
i pericoli e risolvere per noi la questione.
I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire
onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali
resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo
adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e
vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà
scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini
delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra:
dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi
medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.
È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in
parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino
al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e
intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi
impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di
sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase
addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la
santa parola di Gesù: _eguaglianza delle anime_; è tempo che quella
parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro
dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti
a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne
Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio
chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a
quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che
«il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile
dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve
incarnarsi in _realtà_?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette
jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel
recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea
suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole
colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale. _La famiglia
umana accenna a salir d'un passo_ sulla via che guida alla meta
assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o
intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi
è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.
Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi
artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna
chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione
collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje--e il numero andrà
crescendo ogni giorno--hanno poche settimane addietro costituito in Roma
un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che
tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine:
bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere
quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni--sia lode ad essi--lo han fatto:
seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a
intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e
d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto
personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosi con essi nelle
radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente
con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al
solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia,
su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà
a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere
il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai
demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a
tornare illusioni.
Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il
darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe
gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune.
Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran
parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una
scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria,
elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della
fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può
avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o
pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento
morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si
trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si
comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a
considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la
costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E
in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola
biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur
troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i
coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro.
Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a
sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra
impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno
soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi
in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni
frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto
ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in
Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di
rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non
dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel,
soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser
migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei
giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora
devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie,
tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non
gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più
potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore
che non cento grida di rabbiosa vendetta?