QUESTIONE SOCIALE[169]

Torniamo e torneremo sovente sulla questione sociale, perchè essa è la

più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo e

non vediamo finora che i più ne intendano i pericoli o la santità.

Abbiamo da un lato, diffusi su quasi tutta l'Europa, agitatori volgari

trascinati dalle misere condizioni in cui giaciono da secoli gli uomini

del Lavoro a concetti d'odio e vendetta, di sostituzione d'una classe a

un'altra, di disegni negativi d'ogni progressiva convivenza sociale, ai

quali non può riescire se non di nuocere e di fare per lungo tempo

indietreggiare la soluzione del problema: agitatori di seconda mano i

quali, incapaci nell'anima d'odio e di basso spirito di vendetta, ma

affascinati per mobilità di fantasia dall'_azione_ qualunque siasi,

impazienti d'esame purchè le proposte suonino libertà e ribellione,

accolgono senza studio dei fatti le affermazioni dei primi: uomini

buoni, ma corrivi a credere ciecamente e tentennanti ancora nella

coscienza della propria forza, ai quali le false o esagerate asserzioni

dei primi e il rapido assenso dei secondi persuadono che esiste al di

fuori d'essi un'arcana gigantesca potenza presta a far l'opera loro e

salvarli dal dovere della lenta fatica e del sacrificio. Abbiamo

dall'altro individui collocati dal caso o dall'arbitrio di pochi al

sommo dell'edificio sociale e che dovrebbero appunto per questo sentir

più forte il dovere di _dirigere_ le Nazioni sulle vie del progresso,

condannati dall'assenza d'una fede, dal vuoto di ogni dottrina, dal

presentimento d'ineluttabili fati a non conoscere via se non quella

della _resistenza_ dove anche l'intravedono disperata, e a vivere di

giorno in giorno come possono e finchè possono: poi, materialisti

pratici, servi per interesse d'ogni potenza che può dare ricchezza o

dominazione, presti sempre ad accarezzare d'illusioni sulla debolezza

del moto temuto i padroni o a rafforzare la tendenza alla repressione. E

abbiamo tra i due una numerosa classe d'uomini tiepidamente buoni,

tormentati di paura, di scetticismo, di fiacchezza e d'inerzia, che

intravedono talora il dovere, ma non sanno evocare in sè l'energia

necessaria a compirlo, che presentono a ora a ora i pericoli

dell'indifferenza, ma s'arretrano davanti a quel lampo invece

d'inoltrare d'un passo e giovarsi dell'incerto bagliore a collocarsi

risolutamente sulla via diretta.

Gli uomini della prima classe--lasciando da banda gli agitatori volgari

che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di

agire--rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si

avvedano presto o tardi che l'_azione_ è colpa quando ha un intento non

giusto, follìa quando la riuscita non è possibile--che se il problema

dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei

popoli fanno diversi i modi, che a _ciascun_ popolo appartiene

essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che

l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la

prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella

coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di

compier doveri e di conquistare diritti--finalmente che non è potente ad

un _fine_ se non l'_unità_ di forze omogenee, e che l'illudersi a cercar

potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una

sezione crede nella giustizia della proprietà _collettiva_, un'altra in

quella della proprietà _individuale_, una terza nell'onnipotenza dello

Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata

autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e

dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi

vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar

vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre

un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda

sotto capi non intesi fra loro.

La seconda classe d'uomini--lasciando da banda Governi che si affaticano

a vivere di _negazioni_--è composta d'incorreggibili. La bassezza

dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza

d'un _fatto_. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù

di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in

essi; e quando, curati quei vizî, il _fatto_ nuovo s'affaccierà,

sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il

diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.

Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente

per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la

farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono

latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di

speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie

abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini

delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il

valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni

tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a un _fine_

comune, non rimane a norma di vita che l'_io_, hanno ringrettito affetti

e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e

inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la

facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e

intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono

coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più

recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori

stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità

nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa

emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo

sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili

per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari,

rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e

occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi

s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare il

_povero popolo_ contro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali

essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e

suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una

moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della

Nazione.

Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i

buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e

gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non

al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più

frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose

tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli

amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro

ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in

oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non

conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che

nacque, sostituisce al problema _umano_ un semplice problema di

_produzione_. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi

fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati

dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani,

sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il

tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a

tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura

coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'_errore_

che minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono

premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.

L'_errore_, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini

alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e

tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto

artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a

frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto

governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti

dileguerebbero.

Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.

Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione

politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna

trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni

politiche corrispondenti al _principio_ che le dà vita e potenza: chi

tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e

inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può

d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi

gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini

fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la

necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e

una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la

questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente

dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per

cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della

Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste--ciò

che non è--ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla

retrocedere: il suffragio universale stesso--ed è, senza rivoluzione

politica, utopìa inverificabile--non basterebbe a sopirla e diverrebbe

un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme

potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in

pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento

di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in

Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto

sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma,

dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è

prova che se le grandi questioni politiche o di _principî_ non fossero,

il moto _sociale_ vivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto

più sempre nei limiti della questione puramente materiale e aperta

quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La

politica--come deve intendersi--è consecrazione, non cagione, del moto

ascendente operajo.

Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre

parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato--se quella

credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda

nell'anima--alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno

pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua

creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita

dell'individuo e dell'Umanità un _fine_? ch'esiste per noi tutti,

individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a

raggiungerlo? che un _fine_, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha

essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di

tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità

stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione

l'_Unità morale della famiglia umana_ è indispensabile scala a quel

fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le

distinzioni artificiali e--nei limiti del possibile--di tutte le

ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione

e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa

serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta il

_principio_, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità,

vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti,

cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in

Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono

alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente,

alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi

tutti: _adorate e operate a pro d'esse_.

Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del

Vero e l'_azione_. È quel grado di progresso da salirsi appartenente

all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente

desta e operosa nella classe che deve salirlo?

Alla prima interrogazione risponde affermativamente il _passato_: alla

seconda, con eguale affermazione, il _presente_. Storia e fatti

dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più

imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la

sventura di non credere in Dio.

Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi

vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine

immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la

serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati

dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche

primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo

sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le

conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il

nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le

Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri

padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa

e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una,

il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò

successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di

nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla

condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o di _cose_ in

mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero--da

quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo--poi a quella

d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dalla cieca

legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di

strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che

avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto

raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della

produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni

ordinati a governo e i milioni mutati di _servi_ in _artigiani_ e furono

detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei

risultati _pratici_, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di

privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, come

_principio_, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il

popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla

predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le

facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale,

rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti,

doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di

tradurre in _fatto_ un _principio_ teoricamente accettato. La

progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il

problema si sciolga.

Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza

del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un

migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne

manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in

un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma

il _fine_ è unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi

di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo

affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad

essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi,

tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio

certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito

dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è

sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso

provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto il

_fine_.

Si raggiungerà _con_ voi o _contro_ voi, uomini delle classi emancipate?

La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad

affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma

badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio

d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa

politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa

s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato

irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le

popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza,

in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto

artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori

che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi.

Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto

repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete

oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani

forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere: _è tardi_.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 214 / 227 题