Torniamo e torneremo sovente sulla questione sociale, perchè essa è la
più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo e
non vediamo finora che i più ne intendano i pericoli o la santità.
Abbiamo da un lato, diffusi su quasi tutta l'Europa, agitatori volgari
trascinati dalle misere condizioni in cui giaciono da secoli gli uomini
del Lavoro a concetti d'odio e vendetta, di sostituzione d'una classe a
un'altra, di disegni negativi d'ogni progressiva convivenza sociale, ai
quali non può riescire se non di nuocere e di fare per lungo tempo
indietreggiare la soluzione del problema: agitatori di seconda mano i
quali, incapaci nell'anima d'odio e di basso spirito di vendetta, ma
affascinati per mobilità di fantasia dall'_azione_ qualunque siasi,
impazienti d'esame purchè le proposte suonino libertà e ribellione,
accolgono senza studio dei fatti le affermazioni dei primi: uomini
buoni, ma corrivi a credere ciecamente e tentennanti ancora nella
coscienza della propria forza, ai quali le false o esagerate asserzioni
dei primi e il rapido assenso dei secondi persuadono che esiste al di
fuori d'essi un'arcana gigantesca potenza presta a far l'opera loro e
salvarli dal dovere della lenta fatica e del sacrificio. Abbiamo
dall'altro individui collocati dal caso o dall'arbitrio di pochi al
sommo dell'edificio sociale e che dovrebbero appunto per questo sentir
più forte il dovere di _dirigere_ le Nazioni sulle vie del progresso,
condannati dall'assenza d'una fede, dal vuoto di ogni dottrina, dal
presentimento d'ineluttabili fati a non conoscere via se non quella
della _resistenza_ dove anche l'intravedono disperata, e a vivere di
giorno in giorno come possono e finchè possono: poi, materialisti
pratici, servi per interesse d'ogni potenza che può dare ricchezza o
dominazione, presti sempre ad accarezzare d'illusioni sulla debolezza
del moto temuto i padroni o a rafforzare la tendenza alla repressione. E
abbiamo tra i due una numerosa classe d'uomini tiepidamente buoni,
tormentati di paura, di scetticismo, di fiacchezza e d'inerzia, che
intravedono talora il dovere, ma non sanno evocare in sè l'energia
necessaria a compirlo, che presentono a ora a ora i pericoli
dell'indifferenza, ma s'arretrano davanti a quel lampo invece
d'inoltrare d'un passo e giovarsi dell'incerto bagliore a collocarsi
risolutamente sulla via diretta.
Gli uomini della prima classe--lasciando da banda gli agitatori volgari
che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di
agire--rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si
avvedano presto o tardi che l'_azione_ è colpa quando ha un intento non
giusto, follìa quando la riuscita non è possibile--che se il problema
dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei
popoli fanno diversi i modi, che a _ciascun_ popolo appartiene
essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che
l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la
prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella
coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di
compier doveri e di conquistare diritti--finalmente che non è potente ad
un _fine_ se non l'_unità_ di forze omogenee, e che l'illudersi a cercar
potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una
sezione crede nella giustizia della proprietà _collettiva_, un'altra in
quella della proprietà _individuale_, una terza nell'onnipotenza dello
Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata
autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e
dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi
vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar
vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre
un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda
sotto capi non intesi fra loro.
La seconda classe d'uomini--lasciando da banda Governi che si affaticano
a vivere di _negazioni_--è composta d'incorreggibili. La bassezza
dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza
d'un _fatto_. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù
di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in
essi; e quando, curati quei vizî, il _fatto_ nuovo s'affaccierà,
sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il
diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.
Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente
per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la
farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono
latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di
speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie
abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini
delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il
valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni
tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a un _fine_
comune, non rimane a norma di vita che l'_io_, hanno ringrettito affetti
e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e
inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la
facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e
intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono
coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più
recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori
stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità
nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa
emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo
sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili
per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari,
rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e
occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi
s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare il
_povero popolo_ contro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali
essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e
suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una
moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della
Nazione.
Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i
buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e
gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non
al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più
frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose
tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli
amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro
ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in
oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non
conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che
nacque, sostituisce al problema _umano_ un semplice problema di
_produzione_. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi
fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati
dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani,
sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il
tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a
tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura
coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'_errore_
che minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono
premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.
L'_errore_, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini
alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e
tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto
artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a
frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto
governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti
dileguerebbero.
Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.
Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione
politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna
trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni
politiche corrispondenti al _principio_ che le dà vita e potenza: chi
tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e
inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può
d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi
gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini
fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la
necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e
una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la
questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente
dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per
cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della
Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste--ciò
che non è--ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla
retrocedere: il suffragio universale stesso--ed è, senza rivoluzione
politica, utopìa inverificabile--non basterebbe a sopirla e diverrebbe
un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme
potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in
pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento
di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in
Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto
sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma,
dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è
prova che se le grandi questioni politiche o di _principî_ non fossero,
il moto _sociale_ vivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto
più sempre nei limiti della questione puramente materiale e aperta
quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La
politica--come deve intendersi--è consecrazione, non cagione, del moto
ascendente operajo.
Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre
parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato--se quella
credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda
nell'anima--alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno
pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua
creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita
dell'individuo e dell'Umanità un _fine_? ch'esiste per noi tutti,
individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a
raggiungerlo? che un _fine_, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha
essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di
tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità
stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione
l'_Unità morale della famiglia umana_ è indispensabile scala a quel
fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le
distinzioni artificiali e--nei limiti del possibile--di tutte le
ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione
e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa
serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta il
_principio_, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità,
vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti,
cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in
Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono
alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente,
alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi
tutti: _adorate e operate a pro d'esse_.
Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del
Vero e l'_azione_. È quel grado di progresso da salirsi appartenente
all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente
desta e operosa nella classe che deve salirlo?
Alla prima interrogazione risponde affermativamente il _passato_: alla
seconda, con eguale affermazione, il _presente_. Storia e fatti
dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più
imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la
sventura di non credere in Dio.
Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi
vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine
immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la
serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati
dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche
primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo
sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le
conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il
nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le
Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri
padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa
e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una,
il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò
successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di
nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla
condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o di _cose_ in
mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero--da
quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo--poi a quella
d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dalla cieca
legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di
strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che
avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto
raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della
produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni
ordinati a governo e i milioni mutati di _servi_ in _artigiani_ e furono
detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei
risultati _pratici_, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di
privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, come
_principio_, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il
popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla
predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le
facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale,
rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti,
doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di
tradurre in _fatto_ un _principio_ teoricamente accettato. La
progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il
problema si sciolga.
Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza
del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un
migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne
manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in
un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma
il _fine_ è unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi
di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo
affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad
essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi,
tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio
certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito
dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è
sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso
provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto il
_fine_.
Si raggiungerà _con_ voi o _contro_ voi, uomini delle classi emancipate?
La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad
affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma
badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio
d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa
politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa
s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato
irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le
popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza,
in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto
artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori
che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi.
Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto
repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete
oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani
forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere: _è tardi_.