Come hanno potuto aver luogo nel secolo XIX, in una città sede
d'incivilimento com'è Parigi, gli eccessi dai quali prendemmo le mosse
nel numero precedente? Perchè un popolo generalmente gentile, lieto,
affettuoso come il francese, ha smarrito a poco a poco ogni senso
morale? Come mai in una Nazione nella quale l'Unità e l'orgoglio di
Patria sembravano più che altrove incarnati in ogni cittadino,
assalitori e assaliti dimenticarono l'una e l'altro a un tratto, gli uni
proponendosi un programma di smembramento affermato in ultimo con una
insensata distinzione d'uomini e cose, gli altri combattendo i nati
com'essi di Francia con una indegna ferocia, con un accanimento di
selvaggi briachi, che aspettò, a rivelarsi, la vittoria dello straniero
pacatamente e vergognosamente subìta? Non dovrebbero gli
Italiani--invece di dividersi in fanciulli irritati che strepitano
vendetta per opinioni e fatti non loro e machiavellisti senza cuore che
non vedono nella rovina d'un popolo se non un'arme per ferire
ingiustamente gli avversi al loro sistema--meditare severamente sulle
cagioni dei tristi fatti e tentare di sviarle da noi? Non sanno i nostri
che in Francia il nemico più potente della Repubblica è tuttora, nella
popolazione rurale, il ricordo del settembre 1792 e dei patiboli del
1793--che l'uccisione degli ostaggi e gli incendî hanno triplicato le
probabilità d'un vicino successo alla monarchia--che in Italia ogni
imprudente avventata manifestazione di favore ai colpevoli di quegli
atti basta a suscitare nella classe media sospetti e paure propizie al
Governo? Non sanno gli avversi che le loro esagerazioni, le loro
condanne a una parte sola, i loro calcolati terrori che qui s'imitino
dai repubblicani e dalle classi inferiori eccessi ripugnanti a tutte le
tendenze italiane, irritano gli animi stanchi ormai di calunnie,
suscitano spiriti di riazione pericolosi e possono trascinare le classi
che hanno più ragione di lagnarsi del sistema attuale a dire: _ci
accusano ad ogni modo: facciamo_?
Abbiamo detto e diremo senza ritegno e senza calcolo di conseguenze
immediate possibili ciò che ci sembra vero agli uni e agli altri. Taluni
dei nostri amici ci consigliano di tacere su certe questioni e di
modificare il nostro linguaggio sovr'altre: _correte rischio_, dicono,
_d'allontanare da voi giovani nemici accaniti del sistema che voi
combattete e che sarebbero forse primi, occorrendo, all'azione_. Non
possiamo accogliere quel consiglio. Se, perchè siamo repubblicani,
dobbiamo far nostra la massima: _la bandiera copre la merce_, e
accettare l'assurdo, retrogrado, politicamente immorale concetto di
repubblica trovato novellamente in Parigi e sul quale dovremo tornare,
meglio è gettare la penna e tacere. Se, perchè ad alcuni giovani piace
di rinnegare la tradizione intera dell'Umanità, di chiamare Scienza la
più o meno accurata descrizione dei fenomeni organici e la negazione
della causa di quei fenomeni, di dirsi atei e nemici d'_ogni_ religione
soltanto perchè non credono nell'attuale, dobbiamo tacere di filosofia
religiosa e desumere la missione e i fati della nostra patria dal
concorso fortuito degli atomi o da un numero determinato di combinazioni
passive d'una data quantità di materia, meglio è lasciare che caso e
materia operino a senno loro e limitarci a registrare--e a
rispettare--gli eventi. Le idee sono per noi una cosa santa. Non
possiamo velarle o distribuirle a dosi omeopatiche per piacere ad altri
e nella speranza che una parte infinitesima sia inavvertitamente
assorbita. Le tattiche parlamentari non sono da noi, nè valgono a mutar
gli Stati e collocarli sotto l'egida d'un nuovo principio. Noi amiamo
sovra ogni altra cosa l'Italia; ma la vogliamo connessa colla vita e col
progresso dell'Umanità, faro tra i popoli di moralità e di virtù.
Vogliamo repubblica, ma pura d'errori, di menzogne e di colpe: a che
varrebbe l'averla, se dovesse nudrirsi delle passioni, delle ire,
dell'egoismo che combattiamo? Diversi dai sognatori che predicano pace a
ogni patto, anche di disonore per le nazioni, e non s'adoprano a fondar
la Giustizia unica base di pace perenne, noi crediamo, in dati momenti,
sacra la guerra; ma questa guerra deve combattersi nei limiti della
necessità, quando non è via, se non quella, al bene, diretta da un
principio religioso di Dovere, leale, solenne, coll'altare della
Clemenza eretto di fronte all'altare del Coraggio, non contaminata di
vendetta, di brutale ferocia, di sfrenato orgoglio dell'_io_: se la
nostra guerra diventasse quella delle soldatesche educate in Africa alle
stragi del 2 dicembre o la combattuta recentemente in Parigi, non
meriteremmo di vincere. Ignoriamo se dicendo questo noi siamo
_inferiori_ o _superiori_ alla situazione: sappiamo che la Repubblica ha
preso obbligo col mondo d'essere migliore dell'Instituzione avversa e ci
dorrebbe che i repubblicani lo dimenticassero.
Il senso morale s'è smarrito in Francia sotto la lenta dissolvente opera
del materialismo sociale _pratico_ sceso negli animi dal materialismo
filosofico. Non crediamo che, dalla China in poi dove la separazione
della Morale da una credenza religiosa impietrì l'intelletto e vieta da
duemila anni ogni progresso, prova più solenne di questa sia mai stata
data a noi tutti delle fatali conseguenze che il materialismo trascina
dietro a sè quando invade, non come momentanea protesta contro una fede
spenta, ma come dottrina inviscerata nelle abitudini, le membra d'una
Nazione. Gli ingegni superficiali e irriverenti alle severe lezioni dei
grandi fatti e all'importanza delle questioni che trattano possono
sfogarsi in maledizioni impotenti a Thiers, a un generale bonapartista,
a una o ad altra congrega d'uomini, come cagioni determinanti delle
tristi cose che accadono. Ma dicano, se possono, perchè dal 1815 in poi
la Francia s'aggiri in un cerchio fatale, senza escita, d'esperimento in
esperimento, di delusione in delusione: dicano perchè la parte
repubblicana, potente di verità, di giustizia, d'intelletto, d'energia e
di favore--non fosse che per patimenti durati e sete di mutamento di
popolo--non possa finora vincere, sorga, trionfi e invariabilmente
ricada: dicano perchè poteri invecchiati e consunti, perchè Instituzioni
impotenti a inspirare amore e incapaci d'ogni virtù iniziatrice durano
tuttavia scimiottando la vita e chiudono, fantasmi temuti, la via che
guida al futuro. Uomini come Thiers, Assemblee di gente mediocre come
quella di Versailles sono strumenti di cagioni, non cagioni. Davanti a
un moto repubblicano fondato sopra un concetto di Vero e sull'amore
sincero del Bene, sfumerebbero come sfumerebbe il Papato davanti a un
popolo forte non di semplici negazioni, ma d'una fede religiosa
migliore.
In Francia, il materialismo, insinuato prima dai tristi esempî di
corruzione dati dai principi e dalle corti monarchiche, suggerito dal
freddo incerto mentito deismo di Voltaire e d'altri fra i così detti
filosofi che volevano, in nome di non sappiamo quale aristocrazia
dell'intelletto, libertà assoluta per sè e un vincolo qualunque di
religione pel popolo, si rivelò apertamente sul finire del secolo XVIII
con Volney, Cabanis e più giù con d'Holbach, Lametrie, l'autore del
_Sistema della Natura_, e altri siffatti. Per questi atei, i più tra i
quali--ed era logica--furono poi, tra i _muti_ del Senato conservatore o
altrove, servi sommessi di Napoleone, il _pensiero_ non era che una
secrezione del cervello, definizione della _Vita_ era la _ricerca del
ben essere_, la sovranità era _diritto_ di _ciascun_ individuo,
vincolato soltanto a non violare il diritto altrui. Là,
nell'accettazione teorica o pratica, conscia o inconscia, di quelle
stolte esose dottrine, sta il germe della rovina di Francia--e della
nostra, se mai per la loro predicazione, impresa da giovani
inconsiderati, migliori per ventura del loro linguaggio, prevalessero
anche fra noi.
Cancellata così ogni idea d'adorazione a un _ideale_ superiore comune di
vita collettiva dell'Umanità, di _fine_ assegnato all'esistenza
terrestre, di Dovere comandato a raggiungerlo, di sovranità di una Legge
Morale preordinata, non rimase a norma degli atti se non la nuda idea
del _diritto_, della sovranità _individuale_, idea senza base per sè,
inefficace in ogni modo a risolvere i grandi problemi che cominciavano
ad agitarsi nell'anime. Quell'idea non può--se pure--guidare che alla
_libertà_; e a risolvere quei problemi bisognava risolvere prima quello
dell'_associazione_. E le conseguenze alle quali accenniamo, sono
inevitabili, fatali. Noi sappiamo che, come s'incontrano in oggi uomini
credenti a un tempo nel dogma cristiano e nella Legge del Progresso,
molti fra gli attuali materialisti si professano credenti nel Dovere,
nella vita collettiva e progressiva dell'Umanità, nell'Associazione, in
ogni idea promulgata dal nostro campo; ma la patente contradizione non
prova, se non che in molti uomini gl'impulsi del cuore sono, per
ventura, migliori delle loro facoltà intellettuali e della loro potenza
di logica. Nessuno può presumere d'_educare_ altri--e la questione è per
tutti noi di trovare un principio d'Educazione--a contradirsi ed essere
illogici perennemente! nessuno può dire ad un popolo: «tu crederai nella
_caduta_ e nella _redenzione_ e ad un tempo nel Progresso come in Legge
data da Dio alla Vita»: nessuno può dirgli: _tu crederai nel Dovere e
nel Sacrificio, ma non crederai in una Legge Morale prefissa da un
Intelletto supremo su tutti, nè in cosa alcuna fuorchè nella sovranità
di ciascuno degli uomini che s'agitano nel tuo seno_. Gli individui
possono rinnegare per un tempo la logica e spassionare l'orgoglio a
parlare di quello che non intendono: un popolo intero nol può. Togliete
ad esso Dio, cielo, ideale, immortalità di progresso, nozione d'una
Legge Provvidenziale prestabilita e il vincolo comune d'un _fine_
assegnato; e lo vedrete guardare esclusivamente a' suoi _interessi_
materiali, combattere, ma unicamente per essi, sperare per soddisfarli
nella sola forza, soggiacere volonteroso a ogni potente che prometta
curarli, sostituire alla sovranità dell'intelletto fecondato dall'amore
quella dei proprî appetiti e delle proprie passioni. In questa
ineluttabile necessità sta, lo ripetiamo, la sorgente di tutti gli
errori, di tutte le colpe francesi.
La falsa teoria della sovranità dell'_io_, la falsa dottrina che ogni
popolo, ogni individuo appartiene a sè stesso e non al _fine_ che gli è
prescritto, che deve a ogni patto cercar di raggiungere e che solo dà
valore e consecrazione alla vita, trascinarono, nella Rivoluzione
Francese, non dirò Hebert, Chaumette e altri siffatti alle orgie di
terrore e di sangue che spaventarono e spaventano tuttora i popoli, ma
uomini come Brissot e Isnard alla negazione d'ogni Sovranità Nazionale,
al predominio delle più piccole località sull'insieme, al federalismo
logicamente spinto fino alla sovranità del campanile di ogni comune che,
ingiustamente attribuiti ad altri, costarono al paese il miglior sangue
della Gironda e, riprodotti in oggi dagli insorti di Parigi, costano un
nuovo grado di decadimento alla Francia. Poi sottentrò, accolto da un
popolo stanco di stragi cittadine e al quale il terrore avea già
insegnato a prostrarsi davanti alla vittoria e alla Forza, Napoleone; e
nel secondo periodo della sua dominazione, quando il senso d'una
missione perì in lui sotto l'orgoglio del Potere e la tendenza a
sprezzare i popoli che lo adulavano, egli scavò più profondo il solco
del materialismo pratico nell'anima della Francia, rinnovando, per
calcolo errato, una larva di potenza a un Cattolicesimo incadaverito e
nel quale ei non credeva: ponendo in luogo della Nazione sè stesso e un
esercito, creando in quell'esercito l'idolatria della _bandiera_ senza
riguardo al _principio_ che solo può santificarla, e nella Nazione
l'idolatria della Gloria e della Conquista senza riguardo al _fine_ pel
quale è mietuta la prima, e alla missione d'incivilimento che sola può
far talvolta legittima la seconda; aborrendo, perchè ne temeva, le
_idee_ e accarezzando soltanto una scienza collettrice di fatti;
avvezzando i Francesi a credere che quanto la Francia voleva e poteva
era _diritto_. Poi vennero le due Ristaurazioni Borboniche--il
materialismo superstizioso della prima combattuto dal Voltairianismo
borghese--il culto degli interessi materiali promosso sistematicamente
dalla seconda a sviare il popolo dal culto dei grandi principî--la
menzogna perenne degli uomini dell'Opposizione tendenti come i nostri
d'oggi a minare una Instituzione e nondimeno giurandole fedeltà e
acclamando al monarca pur congiurando contro la monarchia--una politica
internazionale destituita d'ogni principio e fondata sfacciatamente
sull'egoismo--una corruzione nelle alte sfere che coll'esempio e collo
spettacolo dei conforti ottenuti allettava il popolo all'imitazione.
Sorgeva intanto dai tempi maturi, dalla pessima distribuzione della
ricchezza, dai bisogni e dall'intelletto più sviluppato degli artigiani
la così detta questione _sociale_; questione santa e religiosa, per chi
l'intende davvero, oltre ogni altra, dacchè mira a fondare l'Economia
sul dovere e sull'amore reciproco e ad avvicinarci d'un grado
all'_unità_ umana ch'è nostro _fine_; ma che, immiserita e sviata
anch'essa dal materialismo dei capi-scuola, si concentrò sull'unico
problema dei godimenti fisici, propose come _fine_ ciò che non doveva
essere se non _mezzo_ al progresso intellettuale e _morale_, scisse in
due il campo repubblicano, allontanò più sempre una moltitudine d'operaî
dalle grandi idee e dai grandi doveri che soli fanno o promovono un
popolo, intiepidì in essi l'amore e il culto della Patria fomentando
l'odio tra chi aveva già raccolto i frutti del lavoro e chi voleva
raccoglierli e sostituendo all'ideale della Nazione il Falanstero, il
compartimento Icariano o l'Opificio ordinato in un dato modo. Allora,
mentre Saint-Simon e Fourier petizionavano per danaro, a pro della
trasformazione sociale, ad ogni Autorità o frazione d'Autorità, e
Proudhon aboliva Dio per sostituirgli logicamente la Forza, s'insinuò
negli animi l'immorale concetto che le questioni politiche a nulla
giovavano, che la questione economica era la sola da contemplarsi, che
da qualunque parte o in nome di qualunque principio venisse tentativo o
promessa di risolverla, doveva accettarsi. E vedemmo da un lato
insurrezioni senza programma determinato attizzare tremenda la guerra
civile e rovinare la Repubblica del 1848 tiepida nella fede e inferiore
al mandato, ma che avrebbe avuto miglioramento dall'unione e dal tempo;
dall'altro, gli artigiani di Parigi a incrociare le braccia davanti
all'usurpazione del secondo impero per la incerta e triste speranza che
da esso potesse scendere il mutamento sociale invocato. Intanto, mentre
l'esclusivo intento dei vantaggi materiali da conquistarsi in ogni modo
e per qualunque via pervertiva il senso morale del popolo, l'Esercito,
travolto dietro al materialismo della _bandiera_, del _simbolo_
sostituito all'_idea_, combatteva con animo eguale contro la Repubblica
Romana, contro lo Tsar, contro il Messico, contro i proprî concittadini.
Per l'Esercito, pel Popolo, pe' suoi nemici la _vita_--sacra per noi
nell'origine e nell'avvenire, escita da Dio e destinata
all'immortalità--ha perduto ogni santità; quale santità può mai avere un
frammento di materia animata da una forza destinata a morire per sempre?
Così è caduta la Francia. Così cadrà ogni popolo al quale il
materialismo insegni che _gioire_ e _vincer_ gli ostacoli ai godimenti
son norma alla vita. Così non cada, appena nata, l'Italia!
La nostra bandiera, o giovani, è santa come se ci fosse affidata da Dio
pel compimento del suo disegno sull'Umanità, o non è che misera insegna
di risse civili e di passioni suscitate nell'anima nostra dall'egoismo
sotto qualunque nome si celi. Custoditela santamente, come custodireste
l'onore della madre vostra. Circondatela, incontaminati, incontaminata,
di forti e pure opere, di forti e puri pensieri, tanto che il mondo
vegga la virtù moralizzatrice ch'è in essa. Non la macchiate d'un solo
pensiero di vendetta, non l'appannate d'un solo alito d'egoismo. Voi
dovete esser migliori di quei che v'avversano e, dove nol siate, credete
a me e all'insegnamento dei fatti, non vincerete. Non adorate la forza,
il coraggio, l'orgoglio della vittoria per ciò che hanno di splendido in
sè: adorate l'idea, della quale forza, coraggio, vittoria hanno ad
essere strumenti e senza la quale la forza si trasforma in violenza
brutale, il coraggio è dote sterile d'organismo, la vittoria è
supremazia inefficace di fratelli sopra fratelli. Non rievocate dagli
esempî stranieri ricordi d'un terrore che ha infamato la libertà, o nomi
d'uomini che mutarono in concetto d'odio un concetto d'amore e
spianarono con quel mutamento le vie a nuove tirannidi: la vostra storia
vi porge ricordi e nomi migliori, e in verità la memoria dell'ultimo fra
gli artigiani che posero nel 1530, senza ira e basse passioni, sostanza
e vita per la libertà repubblicana di Firenze, è miglior auspicio
all'impresa futura che non i nomi di Robespierre e Marat. Lasciate la
Francia e le sue false dottrine: non vedete a quali termini dottrine e
uomini l'hanno ridotta? Inspiratevi alle vostre tradizioni fecondate
dalla grande tradizione dell'Umanità: raccoglietene la perenne voce,
riveritene le costanti idee trasformate sempre, non mai cancellate. Voi
non potete, in nome d'un istinto passeggero di ribellione, rinnegare il
Genio dell'Umanità e de' suoi Grandi che vi grida di secolo in secolo,
d'epoca in epoca, Dio, Legge, Dovere, Patria, Amore, Progresso,
Immortalità. Come gli uomini della Compagnia della morte nelle battaglie
lombarde, prostratevi all'eterno Vero e sorgete per vincere.
Ricordo una preghiera d'un poeta slavo-polacco che ama la patria come
pochi l'amano: «Noi non vi chiediamo, o Dio, la speranza; essa scende,
come pioggia di fiori, sulle nostre teste--non la morte dei nostri
oppressori: la loro fine è scritta sulla nuvola di domani:--non di
varcare la soglia della morte: è varcata, o Signore:--non corredo d'armi
potenti: le avremo dalla tempesta:--nè ajuti: il campo dell'azione è
aperto oggi davanti a noi. Ma oggi, mentre è cominciato il vostro
giudizio nei cieli sui duemila anni vissuti dal Cristianesimo,
concedeteci, o Signore, una volontà pura, concedeteci una volontà
santa.»
Quando le vostre anime, o giovani, saranno capaci di proferire unite
quella preghiera, voi sarete ciò ch'oggi non siete, forti di virtù
iniziatrice e d'assenso di popolo; e l'Italia, come la invochiamo, sarà.