I.

L'orgia d'ira, di vendetta e di sangue della quale Parigi da molti

giorni dà spettacolo al mondo, c'inchioderebbe la disperazione

nell'anima se la nostra fosse _opinione_, non fede. Un popolo che si

volge briaco, furente in sè stesso coi denti e lacera le proprie membra

urlando vittoria, che danza una ridda infernale intorno alla fossa

scavata dalle sue mani, che uccide, tormenta, incendia, alterna delitti

senza una idea, senza scopo, senza speranza, col grido del pazzo che

pone fuoco alla propria pira e sotto gli occhî dell'invasore straniero

contro il quale non ha saputo combattere, ricorda alcune fra le più

orrende visioni dell'Inferno Dantesco. Il _terrore_ e i patiboli del

1793 avevano non foss'altro a scopo, nella realtà o nell'imaginazione,

la difesa dell'unità della Francia. Le proscrizioni romane, da Mario e

Silla al Triumvirato, sorgevano, non giustificate ma spiegate, da una

contesa di secoli tra una aristocrazia, che voleva perpetuarsi quando i

tempi e l'impotenza la dichiaravano decaduta, ed una democrazia, che

preparava mal diretta le vie alle dittature militari e all'Impero, ma

che generalmente tendeva ad allargare agli Italiani la cittadinanza

romana. Perchè scorre a torrenti il sangue in Parigi? Perchè i

combattenti delle due parti hanno pugnato o reprimono con ferocia

irochese, con insana sete di strage, propria di belve e non d'uomini? Il

Comune, sorto non per un _principio_ di Patria o d'Umanità, ma per un

_interesse_ parigino, scannava deliberatamente gli _ostaggi_ quando la

loro morte non giovava menomamente la sua causa e deliberatamente

commetteva alle fiamme gli edifizî e le glorie storiche della Città

quando abbandonava via via le località dove erano posti. L'Assemblea,

eletta per decidere della guerra e della pace e senza titolo in oggi

d'esistenza legale, indice atroci carneficine non di combattenti ma di

prigionieri e irrita al sangue con infami lodi e panegirici trionfali

una soldatesca sfrenata che cerca soffocare, trucidando fratelli, il

senso di vergogna, vivo in essa, per le disfatte patite nella guerra

contro le milizie germaniche, quando fin l'ombra del pericolo è svanita

e gli uomini del Comune sono spenti, imprigionati e fuggiaschi. Il

sangue fu versato e si versa senza intento fuorchè di vendetta contro i

vincitori da un lato, di vendetta contro i vinti dall'altro, per odio o

crudele paura; basse passioni colpevoli sempre e indegne d'ogni buona

causa, infami quando ricordano il delitto di Caino e infieriscono tra

figli della stessa terra. La Francia intera assiste impassibile, senza

aver tentato di trattenere con un unanime grido di orrore gli uomini del

Comune da fatti ai quali negli ultimi giorni accennavano, senza coraggio

di gridare oggi al Dittatore dell'Assemblea il SURGE CARNIFEX di

Mecenate ad Augusto.

Ma noi? L'Europa? L'Italia? Non abbiamo doveri? Ci adopriamo a compirli?

Davanti all'agonia convulsiva d'un popolo suicida, dobbiamo abbandonarci

a uno scettico sconforto ch'è codardia, o raccogliere, a seconda delle

nostre tendenze, un legato d'ira o d'insana paura da quel letto di morte

a rischio di preparare fra noi la ripetizione degli orrori compiti

altrove?

Primo nostro dovere è quello di separarci apertamente, dichiaratamente,

dalle due parti e provvedere a che non si smarrisca in Italia il senso

_morale_ perduto pur troppo in Francia. Guai a noi se non sentiamo

nell'anima che ogni nostro progresso futuro è a quel patto! Guai se la

santa battaglia tra il Bene e il Male, tra la Giustizia e l'Arbitrio,

tra la Verità e la Menzogna, combattuta nella piena luce del cielo e

sotto l'occhio di Dio in Europa, si converte in guerra condotta nelle

tenebre senza norma determinata, senza un faro che guidi i combattenti,

senz'altra inspirazione che d'impulsi d'un'ora e delle misere passioni

d'ogni individuo!

Noi non alludiamo segnatamente ad alcuno, ma deploriamo un fatto

innegabile: il campo dell'opinione s'è generalmente diviso in due, il

campo di quei che più o meno apertamente parteggiano pel Comune e il

campo di quei che parteggiano più o meno esageratamente per l'Assemblea:

gli uni e gli altri tendenti a velare, tacere o magnificare i fatti e

ingigantirne o dissimularne i caratteri e le conseguenze a seconda della

parte adottata.

Abbiamo udito da un lato attenuare la strage degli ostaggi come di

_provati_ colpevoli di segreto contatto con Versailles e profanare a

proposito degli incendî i sacri nomi di Sagunto, di Saragozza, di

Missolungi. Gli ostaggi erano tali e non altro: non avevano subito

processo nè un solo interrogatorio. E quanto alle città nominate,

combattevano contro un invasore straniero e i prodi che avevano giurato

difenderle fino all'ultimo alito di vita si sotterrarono sotto le loro

rovine lasciandoci esempio che noi dovremmo, occorrendo, imitare: gli

uomini del Comune davano moto agli incendî partendo, e commettevano a

rovina la loro città e a morte cittadini abbandonati e indifesi

quand'essi speravano di salvarsi. Pugnarono da forti, chi il nega? Ma il

combatter da forti non merita il nome di eroismo: lo merita il

combattere santamente per una santa bandiera: dove no, l'Italia conta

difese di masnadieri che dovrebbero ottenere quel nome. Oggi pur troppo

le tendenze instillate dai sistemi materialisti travolgono molti dei

nostri giovani in una cieca adorazione del coraggio fisico, del fatto

_esterno_, senza nesso coll'origine e col _fine_ cercato, che minaccia

di sostituire un nuovo _militarismo_ all'antico.

Abbiamo udito dall'altro lato acclamare all'Assemblea come a tutrice

dell'_ordine_ e della _libertà_, e il nome incontaminato di Washington

dato, senza arrossire, a Thiers. L'Assemblea e Thiers passeranno,

checchè oggi si dica, ai posteri con una nota d'infamia. Firmarono

tremanti una pace vergognosa, che smembrava la loro Patria, con lo

straniero, quando dovevano mandare un grido solenne di resistenza

collettiva alla Francia e disperdersi poi nelle provincie per

capitanarla: non osarono recarsi in Parigi quando raccogliendosi intorno

la popolazione più ragionevole potevano tentare conciliazione e

riuscire: potevano, con una franca dichiarazione repubblicana richiesta

dalla parte intelligente della nazione e con una legge di largo e libero

ordinamento municipale, sopprimere ogni ragione di contesa, e nol

vollero: spinsero contro gli insorti irritandoli col nome di

_malfattori_, e quasi a impedire ogni possibilità d'accordo, i generali

del Bonaparte: parlavano jeri d'abolire ogni legge di proscrizione,

lasciando col fatto la facoltà di proscrizione alla soldatesca, e

preparano oggi, pur sapendo di commettere a nuova guerra civile

immediata o in breve periodo di tempo il paese, la via del trono alla

dinastia Borbonica. Quei che inneggiano all'Assemblea o non guardano ai

fatti o sono corrotti com'essa.

Noi dobbiamo, lo ripetiamo, separarci solennemente dagli uni e dagli

altri. Nè cogli uni nè cogli altri stanno la Giustizia e l'eterno

Diritto; e noi non dobbiamo avere altra norma ai nostri giudizî. Siamo

repubblicani; e siamo convinti che se v'è modo perchè la Francia

lentamente risorga, si rieduchi al culto del Vero e della Legge Morale e

si sottragga alla tristissima necessità di violenti rivoluzioni

periodiche e frequenti, sta nell'instituzione su giuste basi d'una

repubblica. La corruzione francese è frutto delle due monarchie

borboniche e dei due imperi: crescerebbe e diventerebbe cancrena durando

la monarchia; nè la Storia ci ricorda esempio di popoli rigenerati pel

ritorno di dinastie due volte cadute. L'argomento continuamente ripetuto

che per fondare repubblica si richiedono anzi tratto repubblicani e

virtù repubblicane, somma a dire che l'educazione repubblicana deve

darsi dalla monarchia o in altri termini che la fede in un principio

deve insegnarsi dal principio contrario. Le repubbliche si fondano

appunto per creare, coll'educazione repubblicana, repubblicani. Esiste

in Francia, sorgente di tutte le interne contese, un profondo squilibrio

tra le città che sono repubblicane e le campagne che, ineducate e

impaurite tuttora dai ricordi del _terrore_ e delle carneficine del

1793, nol sono. Una educazione nazionale uniforme[163] può sola vincere

quello squilibrio; e quell'educazione non può darsi se non dalla

Repubblica. Le monarchie, minacciate, condannate a vivere per un tempo

soltanto e sapendolo, non possono dare ciò che presentono dover presto o

tardi convertirsi in arme nelle mani dei suoi nemici. Ma perchè siamo

repubblicani e ci assumiamo un'opera d'apostolato con chi non è tale,

dobbiamo sapere e dire apertamente e senza riguardi tattici con amici o

nemici, quale è, quale non è la Repubblica da noi invocata. L'appagarsi

del nudo nome e dichiararsi campioni d'ogni uomo che scelga di

proferirlo, è peggio che arrendevolezza puerile, è tradimento d'un

dovere verso chi dobbiamo cercare di convincere: l'irritarsi della

caduta di chi svisò il concetto repubblicano o intese a proteggerlo con

fatti immorali o feroci, soltanto perchè chi determinò la caduta

appartiene al campo nemico, è peggio che inutile: è oblio d'ogni

missione educatrice sagrificata a un impulso d'odio che non dovrebbe

allignare in noi. Poco importa inveire contro lo strumento immediato

della caduta--quello strumento si romperà alla sua volta--ciò che

importa è l'additare _perchè_ quel travisato concetto fosse dal nascere

condannato, per mano di chicchessia, a perire, e come non debba trarsene

argomento alcuno a danno del vero e giusto concetto e della forza

contenuta in esso per vincere. Ed è questo che la stampa repubblicana

davvero dovrebbe fare. L'Instituzione che combattiamo non è oggimai più

forte, tra noi, in Francia e altrove, di forza vitale propria: la

sorreggono i nostri errori. Ogni incertezza lasciata dal nostro

linguaggio o dal nostro silenzio su ciò che dovrà sottentrare, ogni

vecchia paura rinvigorita da fatti come quei compiti a Parigi, ogni

stolta minaccia di vendetta avventata nell'ira e dimenticata il momento

dopo, è più potente puntello a un sistema cadente che non un esercito

agitato da vergogne subìte e dal senso dell'onor nazionale o una

moltitudine d'impiegati mal retribuiti, mal fidi e tentennanti fra le

due parti o l'illusione mantenuta fiaccamente da una opposizione che

accenna sempre a colpire, incapace di farlo, e alla quale il paese

guardava un tempo sperando, oggi guarda a deplorarne le condizioni.

È tempo or più che mai pei repubblicani di mostrarsi _partito_ e non

_fazione_: collettività d'uomini raccolti intorno ad un _principio_, non

nucleo d'individui collegati a tempo per l'_interesse_ d'uno o di più. E

questo _principio_--concetto della Vita fondato sopra una Legge di

Progresso morale, intellettuale, economico, da svolgersi per mezzo

dell'associazione di tutti gli elementi che formano Nazione e tra un

popolo e l'altro--è sola sorgente d'_autorità_ per noi, solo criterio

per giudicare dei programmi e degli atti che via via si succedono in

questo periodo di transizione: la forma repubblicana non è che un

mezzo--unico a senso nostro--per tradurre in rapida realtà

l'_associazione_ alla quale accenniamo. Nei termini di questo

_principio_ sta la nostra solidarietà con quanti si dicono repubblicani.

Ogni tentativo di rinnovamento politico e sociale che non muove da quel

_principio_ o lo viola col predominio dato alla sovranità dell'_io_, o

chiude il varco all'_Associazione_ smembrando l'unità della più alta

forma d'Associazione, la PATRIA, o contamina la bandiera con atti

d'ingiusta e non necessaria violenza funesti al progresso _morale_ del

popolo, non è nostro e lo respingiamo. La sua vittoria--se potesse

averla--non sarebbe vittoria nostra, nè c'inorgoglirebbe di forza o

speranze. La sua disfatta non è nostra disfatta, non c'infiacchisce per

subiti irragionevoli sconforti, non scema probabilità di successo alla

nostra fede.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 204 / 227 题