........ A Pola presso del Carnaro
Ch'Italia chiude e i suoi termini bagna.
_Inf._, IX, 113.
L'Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la sponda orientale
dell'Adriatico, fino al fiume Bojano sui confini dell'Albania, scende
una zona sulla quale, tra le reliquie delle nostre colonie, predomina
l'elemento slavo. E questa zona che sulla riva Adriatica abbraccia,
oltrepassando Cattaro, la Dalmazia e la regione Montenegrina, si stende,
sui due lati della catena del Balkan, verso oriente fino al Mar Nero,
risalendo nella direzione settentrionale attraverso il Danubio e la
Drava, all'Ungheria ch'essa invade aumentando d'anno in anno in
proporzione più rapida di quella dell'elemento magyaro.
Tra questa zona, popolata d'un dodici milioni di slavi, e la zona
superiore e continua, slava anch'essa, che dalla Galizia s'espande da un
lato alla Moravia e alla Boemia, dall'altro alla Polonia per raggiungere
attraverso il Ducato di Posen e la Lituania il Mar Baltico,
s'interpongono, impedimento provvidenziale alla realizzazione della
sognata unità _panslavistica_, la Moldavia, la Valacchia, la
Transilvania; ma son terre Daco-Romane, legate a noi, da Trajano in poi,
per tradizioni storiche, affinità di lingua e affetti che non hanno
bisogno, ad assumere importanza, fuorchè d'essere da noi coltivati; e
mentre scemano il pericolo minacciato dallo Tsarismo, possono giovare a
noi come anello di congiungimento tra le due zone nelle nostre relazioni
colla famiglia slava. E questa sua seconda zona, popolata di 18 a 20
milioni di slavi, sembra disegnata, anch'essa provvidenzialmente, come
barriera futura tra la Russia e la Germania del nord.
Là, nell'alleanza colle popolazioni di queste due zone, stanno, lo
ripetiamo, la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra
futura potenza politica ed economica.
Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni,
che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi
Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del
fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria
costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul
perire del politeismo, diritto di _parola_, e di comunione coll'altre
famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno
studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano
successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di
dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le
conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto
delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale,
deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita
europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa
e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o
sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.
E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del
mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e
conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso
un gigantesco tentativo per far _cosacca_ l'Europa, una lunga e feroce
battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà
conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio di _nazionalità_
minacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave
del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano
allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi,
slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà,
l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini
liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il
dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e
tirannica volontà.
Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi
dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata
dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli
istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati
nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre
Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo,
dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta
nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni.
Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere
tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti
tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali
gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è
tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825
caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri
ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni
appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei
gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di
popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo
col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli
Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi
insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non
piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e
plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del
Bonaparte?
La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Freme
intorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel
pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia
e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe,
cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e
immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano
stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini
a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si
affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano
assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle
forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere
nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia.
La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile
e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo
di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazione
_iniziatrice_ e la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di
fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica
nuova fondata sul principio di _nazionalità_ ridesterebbe in un subito
le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata
d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare
concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è,
nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.
L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire.
La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E
l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.