II.

Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede

in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato

a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione

Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nel _presente_, senza

intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'_avvenire_,

prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi

scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica

politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a

Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre

divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli,

senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza

iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo

elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio

lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita:

ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo

potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel

consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce,

perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle

tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui

primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri

popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento

europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa,

volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e

fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle

Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della

vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e

scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente

tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per

impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa,

dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa

si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima--abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità

della _coscienza_ umana e sostituzione del dogma del PROGRESSO a quello

della _caduta_ e della _redenzione_ per _grazia_--è missione religiosa

della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima

che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col

pacifico apostolato. Ma la seconda--sviluppo del principio di

NAZIONALITÀ come regolatore supremo delle relazioni internazionali e

pegno sicuro di pace nell'avvenire--è missione politica, connessa

intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu

sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una

trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale,

appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

_Nazionalità_ è infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere.

Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a

noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli

rivolti a conquistarsi _nazionalità_ o a proteggerla dagli assalti

altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di moti

_nazionali_ antiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli

chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita

normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono

oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi ha

_fine_ diverso, separati per opera di violenza da rami della stessa

famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime

aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici

non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle

grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de'

suoi abitanti. E finchè nol sia, la _pace_ che tutti cerchiamo è sogno

di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia

i suoi frutti. Le _Nazioni_ rappresentano le diverse facoltà umane

chiamate a raggiungere _associate_, non confuse e sommerse l'una

nell'altra, il _fine_ comune e hanno eterno il diritto di vivere di vita

propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la

propria _individualità_. I panteisti della politica che sconoscono quel

diritto e paventano nel principio di _nazionalità_ un germe di gare e

guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai

nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita

politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro

ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle

configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono i _mezzi_

che fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza

avvedersene, il concetto di _monarchia universale_ che accarezzò nel

passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue

sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. Le _Nazioni_ sono unico

argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degli _individui_ al

dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si

compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che

si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del

moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoli

_iniziatrice_ di progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee,

sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve

inspirarsi nella scelta delle sue _alleanze_. Il suo luogo è a capo

delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono

e accennano a declinare.

L'ITALIA è un fatto nuovo, un Popolo nuovo, una _vita_ che jeri non era:

non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le

Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici

anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non

consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo

altamente e operare liberamente a seconda. La _tradizione_ è santa e

dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella

d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le

abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è

tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la

Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è la _tradizione_

nel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a

perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere

di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendida opportunità per

compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del

fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve

incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle

tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare

risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli:

LIBERTÀ, NAZIONALITÀ, e informare a quel _fine_ ogni atto della sua vita

internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla

Repubblica il concetto dell'Unità _politica_, e quanto e dove era allora

possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei

Papi tentò il concetto dell'Unità _morale_ e riescì in parte colla

_parola_ de' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non

riconobbero--nè lo potevano allora--il moto collettivo provvidenziale

delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gli

_individui_ umani che dovevano subirla non ebbero intermediarî

cooperatori tra sè e il _fine_ proposto e non trovarono quindi stromento

a raggiungerlo fuorchè quello dell'_autorità_ assoluta dispotica sui

corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente

nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del

lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e

soccorritrice.

E alla doppia missione che diciamo prefissa all'Italia accennano le

necessità prime del nostro risorgere, che non potè iniziarsi se non

intimando guerra al Papato, custode della vecchia _autorità_ illimitata,

e all'Impero d'Austria, negazione, potente oltre ogni altra in Europa,

della _nazionalità_; nè potrà compirsi se non procedendo innanzi e fino

alle ultime conseguenze su quella via. Ciò che per altri può essere

semplicemente dovere morale, è legge di vita per noi.

Le migliori alleanze, anche per popoli già costituiti, viventi di vita

normale e senza missione speciale, son quelle che si stringono con chi è

abbastanza potente e abbastanza vicino per giovare all'intento, ma non

lo è tanto da potere, sotto pretesto di servizî resi o tentazione

d'operazioni miste e comuni, imporre la propria volontà e varcare per

egoismo d'ingrandimento i limiti apertamente stipulati nei patti

dell'alleanza; e di quali danni possa essere feconda la violazione di

questa norma ha fatto recente e dolorosissima prova l'Italia. Per noi,

popolo nuovo e che non può entrare degnamente e con securità d'avvenire

nella comunione delle Nazioni se non aggiungendo agli elementi esistenti

un nuovo e utile elemento di vita, le alleanze durevoli non possono

fondarsi che sulla conformità della fede politica e dell'intento. I

nostri alleati naturali sono tra i popoli che tendono con diritto ad

assodare la loro unità nazionale o a conquistarsela con probabilità di

successo. Le Nazioni costituite da lungo, e potenti per tradizione,

guarderanno per lungo tempo, con istinti di gelosia e di sospetto, a una

Nazione che sorge e il cui progresso le minaccia di nuove influenze e di

concorrenza economica. Tra i popoli nuovi soltanto noi troveremmo

amicizia sincera fondata sull'importanza della nostra per essi,

riconoscenza degli ajuti negati da altri e prestati da noi, incremento

ai nostri già avviati commerci, nuovi mercati crescenti col crescere

della vita suscitata in quelle terre risorte, giovamenti d'ogni sorta

senza pericoli.

La politica internazionale d'Italia dovrebbe anzi tutto, e per

acquistarsi potenza agli ulteriori sviluppi, tendere a costituirsi anima

e centro d'una Lega degli Stati minori europei stretta a un patto comune

di difesa contro le possibili usurpazioni d'una o d'altra grande

Potenza. La Spagna, il Portogallo, la Scandinavia, il Belgio, l'Olanda,

la Svizzera, la Grecia, i Principati Romano-danubiani costituirebbero

così coll'Italia una forza materiale di più che 64 milioni d'uomini

stretti a un patto d'indipendenza e di libertà al quale non sarebbe

difficile d'acquistare l'adesione dell'Inghilterra e che potrebbe

efficacemente resistere a ogni tentativo d'usurpazione meditato, com'è

generalmente, da una sola Potenza e guardato con diffidenza dall'altre.

L'influenza morale dell'Italia s'eserciterebbe intanto, ingrandita da

questa Lega, nella direzione del futuro riordinamento europeo: _Unità

Nazionali frammezzate possibilmente di libere confederazioni_ protette

nella loro indipendenza e barriera alle collisioni. La costituzione

definitiva della Penisola Iberica per mezzo dell'unione del Portogallo e

della Spagna, la trasformazione della Confederazione Elvetica in

confederazione delle Alpi coll'unione ad essa della Savoja e del Tirolo

tedesco, l'Unione Scandinava, la Confederazione repubblicana dell'Olanda

e del Belgio, sarebbero intento e tèma perenne di predicazione gli

agenti italiani.

Ma il vero objettivo della vita internazionale d'Italia, la via più

diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove s'agita in

oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto,

potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella comunione

delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza

a sviarsi, di lunghe guerre e di gravi pericoli: nell'alleanza colla

famiglia SLAVA.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 197 / 227 题