Le prime e più importanti conseguenze del moto slavo saranno il
disfacimento dell'Impero d'Austria e dell'Impero Turco in Europa. Chi
non antivede inevitabili quei due fatti e non sente la necessità di
promoverne lo sviluppo, tanto che giovi al progresso generale della
civiltà e all'avvenire d'Italia, non usurpi alla sua il nome di politica
internazionale: viva, come i ministri della monarchia, d'espedienti,
ottenga un giorno un apparente vantaggio scontandolo il dì dopo col
disonore e la soggezione del paese, passi senza norma e pegno securo
d'alleanza in alleanza per trovarle perdute tutte quando più importerà
di non essere soli, tremi davanti alla Francia, davanti alle vittorie
prussiane, davanti alle stolide minacce papali e condanni--finchè il
paese lo tollera--una Nazione di ventisei milioni d'uomini e che fu due
volte iniziatrice nel mondo a nullità assoluta in Europa. Sgoverni e
taccia. Senza norma morale, senza intelletto del futuro, senza coscienza
d'un _fine_ determinato e un _metodo_ costantemente e arditamente
seguìto a raggiungerlo, non esiste vita internazionale possibile.
Rotta appena a occidente dalla stretta zona che si stende da Vienna a
Innsprück, a oriente dalla Moldavia non germanica, e avversa essa pure
per le sue genti smembrate all'Austria, la circonferenza dell'Impero
Habsburghese è slava e da quella larga zona di circonferenza partono
raggi che solcano in ogni direzione l'interno. Cifra di popolazione
straniera alla razza che governa cedendo, e progresso regolarmente
crescente delle agitazioni nazionali condannano l'Impero a dissolversi.
Cominciato da noi, seguìto timidamente finora dall'Ungheria, il moto
disintegrante non può oggimai più arrestarsi.
A mezzogiorno, le popolazioni slave predominano sulla Turchia. L'Impero
Turco è condannato a dissolversi, prima forse dell'Austriaco; ma la
caduta dell'uno segnerà prossima quella dell'altro. Le popolazioni che
insorgeranno in Turchia per farsi Nazioni sono quasi tutte ripartite fra
i due Imperi e non possono agglomerarsi senza emanciparsi dall'uno e
dall'altro. L'Impero Austriaco è un'Amministrazione, non uno Stato; ma
l'Impero Turco in Europa è un accampamento straniero isolato in terre
non sue, senza comunione di fede, di tradizioni, di tendenze,
d'attività, senza agricoltura propria, senza capacità d'amministrazione,
invasa un tempo dai Greci, oggi dagli Armeni disseminati sul Bosforo,
ostili al Governo che servono: immobilizzata dal _fatalismo_ maomettano,
la razza conquistatrice, ricinta, affogata da popolazioni cristiane,
avvivate dall'alito della libertà occidentale, non ha dato da oltre a un
secolo un'idea, un canto, una scoperta industriale e conta meno di due
milioni d'uomini circondati da tredici o quattordici di razze europee,
slave, elleniche, daco-romane, assetate di vita, anelanti insurrezione.
E a questa insurrezione non manca per aver luogo a convertirsi
rapidamente in vittoria se non l'accordo fra quei tre elementi gelosi
anch'oggi per vecchî ricordi di guerre e oppressioni reciproche, l'uno
dell'altro.
Proporre e far prevalere le basi di questo accordo è missione italiana.
_Sorti in nome del Diritto Nazionale, noi crediamo nel vostro, e vi
profferiamo ajuto per conquistarlo. Ma la nostra missione ha per fine
l'assetto pacifico e permanente d'Europa. Noi non possiamo ammettere che
lo Tsarismo russo sottentri, minaccia perenne alla Libertà, ai vostri
padroni; e ogni vostro moto isolato, limitato a uno solo dei vostri
elementi inefficace a vincere, incapace s'anche vincesse di costituire
una forte barriera contro l'avidità dello Tsar, giova alle sue mire
d'ingrandimento. Unitevi: dimenticate gli antichi rancori: stringetevi
in una Confederazione e sia Costantinopoli la vostra Città Anfizionica,
la città dei vostri Poteri Centrali, aperta a tutti, serva a nessuno. Ci
avrete con voi._ È questo il linguaggio che dovrebbe tenere a quelle
popolazioni l'Italia. L'Italia repubblicana lo terrebbe. L'Italia
monarchica non lo terrà mai.
E mentre consigli e profferte siffatte spianerebbero la via a una
soluzione della tormentosa questione d'Oriente favorevole al principio
di _nazionalità_ e avversa un tempo all'ambizione russa, profferte
simili inoltrate alle popolazioni della Dalmazia, del Montenegro, della
Croazia e delle terre daco-romane, preparerebbero il disfacimento
dell'Impero d'Austria e compirebbero il concetto della nostra politica.
Suonata dai popoli sommossi l'ora suprema, la costa occidentale
dell'Adriatico diventerebbe la nostra base d'operazione per ajuti
efficaci ai nuovi alleati. Le nostre navi da guerra riscatterebbero
l'onore violato della bandiera conquistando agli slavi del Montenegro lo
sbocco del quale abbisognano, le Bocche di Cattaro, e agli slavi della
Dalmazia le città principali della costa Orientale. Lissa, chiamata
giustamente da altri la Malta dell'Adriatico e campo d'una nostra
immeritata disfatta che importa per l'onore del navilio di cancellare,
rimarrebbe stazione italiana.
Il moto slavo-meridionale si diffonderà naturalmente, quando avrà luogo,
lungo i Carpati, attraverso la Galizia e il gruppo Boemo-Moravo, alla
Polonia, santa, martirizzata, immortale Nazione colla quale noi abbiamo
già, dal periodo delle Legioni di Dombrowski in poi, vincoli di speciale
affetto fraterno e patti di futura alleanza.
Ajutatrice del sorgere degli slavi illirici e di quelli che
costituiscono gran parte della Turchia europea, l'Italia acquisterebbe,
prima fra tutte le Nazioni, diritto d'affetto, d'inspirazione, di
stipulazioni economiche coll'intera famiglia slava.
I vantaggi, all'Europa e all'Italia, del concetto politico al quale
rapidamente accenniamo e del quale la nostra Nazione potrebbe, volendo,
farsi iniziatrice, sono innegabili e di una importanza vitale.
Al nord la Federazione slava, frapposta fra la Russia e la Germania e
alla quale, svelta dall'Impero d'Austria, potrebbe aggiungersi
l'Ungheria, sarebbe a un tempo tutela alla Germania contro il predominio
russo, tutela alla Francia e all'Italia contro il minacciato predominio
teutonico: alleata agli Slavi non amici della Germania, l'Italia
minaccierebbe, occorrendo, con essi l'invasore alle spalle.
A mezzogiorno e a oriente, data per sempre Costantinopoli alla Libertà
occidentale e inalzata contro lo Tsarismo una barriera di giovani popoli
federati a difendere la propria indipendenza, la Russia sarebbe
consegnata ai suoi limiti naturali, la civiltà e la produzione europea
conquisterebbero un immenso e singolarmente fecondo terreno, due delle
tre grandi vie al mondo asiatico sarebbero schiuse e normalmente
assicurate al commercio d'Europa e segnatamente, mercè la nostra
iniziativa slavo-ellenica-daco-romana, a quello d'Italia.
Abbiamo nominato il mondo asiatico. Ed è infatti verso quello, se
guardiamo nel futuro e oltre ai nostri confini, che convergono oggi le
grandi linee del moto europeo. Popolata un tempo dalle emigrazioni
asiatiche che ci recarono i primi germi di civiltà e le prime tendenze
nazionali, l'Europa tende oggi provvidenzialmente a riportare all'Asia
la civiltà sviluppata da quei germi sulle proprie terre privilegiate.
Figli delle razze vèdiche, noi, dopo un lungo e faticoso pellegrinaggio,
ci sentiamo quasi da mano ignota sospinti a cercar nei luoghi che ci
furono cuna un vasto campo alla nostra missione morale trasformatrice
dell'idea religiosa, un vasto terreno alla nostra attività industriale e
agricola trasformatrice del mondo esterno. L'Europa preme sull'Asia e la
invade nelle sue varie regioni colla conquista inglese nell'India, col
lento inoltrarsi della Russia al nord, colle concessioni periodicamente
strappate alla China, colle mosse americane attraverso le Montagne
Rocciose, colle colonizzazioni, col contrabbando. Prima un tempo e più
potente colonizzatrice nel mondo, vorrà l'Italia rimanere ultima in
questo splendido moto?
Schiudere all'Italia, compiendo a un tempo la missione d'incivilimento
additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è
questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi
colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la
Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza
cogli Slavi meridionali e coll'elemento ellenico fin dove si stende,
nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in
Alessandria e in una invasione colonizzatrice da compirsi, quando che
sia e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile
che chiama l'Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco
spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave
del Mediterraneo centrale, connessa al sistema sardo-siculo e lontana un
venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi,
Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la contiguità
coll'Egitto e per esso e la Siria coll'Asia, di quella zona africana che
appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime
dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine,
il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo,
di tutta quella regione. Oggi i Francesi l'adocchiano e l'avranno tra
non molto se noi non l'abbiamo.
Sono i disegni, ai quali accenniamo e che andremo via via svolgendo,
utopie? Gli uomini della monarchia lo diranno e schernendo: sono uomini
_pratici_. Ma la storia più _pratica_ d'essi ha registrato e dirà che,
scherniti dagli uomini _pratici_, noi predicavamo trentanove anni
addietro l'Unità d'Italia ed è, materialmente almeno, quasi compita;
che, scherniti, annunziavamo fin da quel tempo l'Unità Germanica, e si
sta compiendo; scherniti, affermavamo perduta in Francia ogni potenza
d'_iniziativa_ e i fatti d'oggi provano che soli avevamo veduto il vero.
I _pratici_ dicevano nel 1848 impossibili le Cinque Giornate, ed ebbero
luogo: ci predicevano nel 1849 che non avremmo potuto difendere Roma
contro i Francesi due giorni, e la difendemmo due mesi: dicevano ai
Veneti che si affrettassero a calare la bandiera repubblicana perchè
senza l'ajuto dinastico sarebbero stati incapaci di resistere
all'Austria tre settimane, e Venezia si dava alla monarchia, non
riceveva ajuto alcuno da essa e nondimeno durava diciotto mesi. I
_pratici_ non seppero finora che movere quando s'avvidero che
inoltravano davvero, sull'orme nostre, usurpare guastandoli i nostri
disegni, porsi indosso a tempo e insozzandolo di codardie, imprevedute
da tutti fuorchè da noi, il manto tessuto dalle nostre mani. I _pratici_
cedevano tremanti Nizza e Savoja a un uomo del quale i poveri _utopisti_
repubblicani del Messico iniziavano, resistendo trionfalmente, la
rovina. I _pratici_ si vincolarono a rispettare il territorio del Papa,
diedero in pegno la scelta di Firenze a metropoli e s'arretrerebbero
anch'oggi davanti a Roma, se gli _utopisti_ non minavano il trono a
Luigi Napoleone e la parola _repubblica_ non si proferiva dagli
_utopisti_ in Parigi. Meschina parodia dei _dottrinarî_ francesi, i
_pratici moderati_ non hanno dato un'idea, un precetto morale, un giorno
di vera vita all'Italia. Tra le angustie di un disavanzo che promettono
cancellar d'anno in anno e che ricompare d'anno in anno ostinato, tra
gli espedienti di nuove tasse aggiunte alle antiche non pagate o
incompiutamente pagate, tra disegni d'alleanze contraddittorie colla
Francia un giorno, colla Prussia un altro, coll'Austria un terzo, i
vinti di Lissa e Custoza trascinano un'esistenza che poggia sul trionfo
rimpicciolito d'alcune idee nostre, d'alcune formule usurpate a noi,
guaste da essi come le vivande imbandite da altri erano guaste dalle
Arpìe irruenti; ma pur potenti abbastanza per sedurre gl'Italiani a
rispetto. Governano alla giornata ajutandosi delle forze passive che
trovano, senza virtù per creare un solo nuovo elemento o per infondere
uno spirito di progresso negli esistenti. Irridono alle idee perchè
hanno l'_amaurosi_ dell'anima e non possono intendere ciò che non
vedono.
Le grandi idee, noi lo abbiamo detto più volte, fanno i grandi popoli. E
le idee non sono grandi pei popoli se non in quanto travalicano i loro
confini. Un popolo non è grande se non a patto di compire una grande e
santa missione nel mondo, come appunto l'importanza e il valore d'un
individuo si misurano da ciò ch'ei compie a pro della società nella
quale ei vive. L'ordinamento interno rappresenta la somma dei mezzi e
delle forze raccolte pel compimento dell'opera assegnata al di fuori.
Come la circolazione e lo scambio danno valore alla produzione e
l'avvivano, la vita internazionale dà valore e moto alla vita interna
d'un popolo. La vita _nazionale_ è lo stromento; la vita
_internazionale_ è il _fine_. La prima è opera d'uomini; la seconda è
prescritta e additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di
una Nazione sono in ragione del suo accostarsi al _fine_ assegnato.