Abbiamo, fin dalle prime pagine di questa pubblicazione, detto, e
insisteremo a ripetere, che la Legge Morale è il criterio sul quale deve
giudicarsi il valore degli atti sociali e politici che costituiscono la
vita delle Nazioni e delle diverse dottrine che s'assumono di dirigerle:
e lo spettacolo che abbiamo innanzi d'una grande Nazione caduta in fondo
per essersi sviata da quella Legge dovrebbe essere oggi luminosa
conferma al nostro principio. Ciò ch'è vero per tutte le Nazioni, lo è
doppiamente per le Nazioni che sorgono. Nella moralità dei loro ordini
sociali e delle norme che ne dirigono la condotta politica sta non
solamente il compimento del Dovere, ma il pegno del loro avvenire. Come
la vita del commercio ed ogni vasto sviluppo economico posano sul
credito, la vita complessiva d'un popolo e l'incremento nazionale posano
sulla fiducia che gli altri popoli pongono in esso; e quella fiducia ha
bisogno d'un programma definito accettato e invariabilmente mantenuto
nelle transazioni interne e segnatamente internazionali del nuovo
popolo. Dai mercati economici alle alleanze politiche, tutto si schiude
agevolmente a una Nazione che vive d'una vita normale fondata sopra un
principio morale la cui sorgente è nota e le cui conseguenze sono
logicamente e praticamente dedotte negli atti: dove manca, dove non
esiste norma dall'arbitrio infuori degli individui e dei capi, i popoli
guardano diffidenti, sospettosi, gelosi. Un trionfo carpito al delitto o
all'altrui codardìa può affascinarli o impaurirli a concessioni e a
riverenza apparente, ma per breve tempo, e il primo indizio di
decadimento o fiacchezza li muterà. Par avere negato l'idea di
Nazionalità, anima dell'Epoca nuova e sostituito alla potenza d'un
_principio_ la propria, genio, forza e prestigio del primo Napoleone
sparirono davanti al subito inaspettato fremito dell'Europa rifatta
ostile non sì tosto parve interrompersi per lui il corso delle vittorie.
E la Francia dell'ultimo Napoleone, orgogliosa pochi anni addietro della
sommissione abjetta di tutti i Governi Europei non trovò, nella prima
ora di crisi, un solo alleato. Gli stessi fati s'apprestano
all'Inghilterra, s'essa persiste a cancellare nella sua politica esterna
quel culto al _principio_ di Libertà che la fece potente e inspira
tuttavia la sua vita interna.
Per noi--ed è la dottrina dei nostri Grandi da Dante in poi--ogni
_essere_, individuale o collettivo, ha un _fine_, e il _fine_ ch'è parte
del Disegno divino regna sovrano: l'esistenza di quel _fine_ genera il
_dovere_ di raggiungerlo, di tentarlo almeno. La vita è una missione. Il
compimento più o meno continuo, più o meno potente della missione
costituisce il merito e quindi il progresso della vita.
L'Umanità ha un _fine_: scoperta _progressiva_ della Legga Morale e
incarnazione di quella Legge nei _fatti_. Il mezzo, il metodo, per
raggiungere quel _fine_, è l'Associazione: l'associazione, progressiva
anch'essa, delle facoltà e delle forze umane, la comunione più e più
vasta, più e più intensa d'ogni vita coll'altre vite, l'_amore_ trasfuso
nella _realtà_. Quando tutti i figli di Dio saranno liberi, eguali e
affratellati in una fede comune di pensieri e d'opere, e la coscienza
della Legge splenderà in ogni vita come splende il sole in ogni goccia
di rugiada diffusa sui fiori dei campi, il _fine_ sarà raggiunto.
L'Umanità trasformata ne intravederà un altro.
Le Nazioni sono gli individui dell'Umanità: tutte devono lavorare alla
conquista del _fine_ comune: ciascuna a seconda della propria posizione
geografica, delle proprie singolari attitudini, dei mezzi che sono ad
essa naturalmente forniti. L'insieme di queste condizioni costituisce
per essa un _fine speciale_ da raggiungersi sulla direzione del _fine
comune_.
Dov'è _coscienza_ del fine speciale e speciale attitudine ad accostarsi
attraverso quel fine al fine comune ch'è l'ideale dell'Umanità, ivi è
Nazione: dove non è, è gente, frazione di popolo destinato presto o
tardi a confondersi con un altro.
Il PATTO NAZIONALE, ch'è battesimo e mallevadorìa di fraterno progresso
ad un popolo, riconosce, _nella Dichiarazione di principî_ che deve
essere preambolo al Patto, il fine _comune_ a tutti e addita nel proprio
insieme il fine _speciale_, la parte di lavoro che spetta, nel lavoro
generale, a quel popolo. Ogni qual volta un popolo rinnega il fine
comune o svia dal bene di tutti esclusivamente al proprio il frutto dei
progressi compiti verso il fine speciale, la Nazione retrocede.
Raggiunto il loro fine speciale, le Nazioni morivano un tempo per lungo
corso di secoli: oggi, la conoscenza del fine comune, della vita
_collettiva_ allora ignota dell'Umanità e della legge di Progresso che
la governa, lo impedisce; ma la Nazione colpevole smarrisce per un tempo
ogni virtù _iniziatrice_ e non si ritempra ad essa fuorchè espiando.
La dichiarazione del fine _speciale_ costituisce il vincolo di libera
associazione nel quale i milioni appartenenti a un gruppo determinato
riconoscono di far parte d'una Nazione e ordinano il loro lavoro
interno: l'analogia dei fini _speciali_ costituisce la baso di più
perenni e più intime relazioni tra popolo e popolo: la dichiarazione del
fine _comune_ determina le _alleanze_.
Santa è ogni guerra comandata dalla necessità d'un progresso vitale
verso il fine _comune_ assolutamente vietato per ogni altra via o contro
chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione: ogni
altra è delitto di fratricida; e le Nazioni affratellate nella
conoscenza accettata del fine _comune_ dovrebbero collegarsi contr'essa.
Come i membri d'una famiglia, i popoli sono, a seconda dei loro mezzi,
solidali e chiamati a combattere il Male ovunque s'accampa, e a
promuovere il Bene ovunque può compiersi. Le Nazioni che rimangono
spettatrici inerti di guerre ingiuste e inspirate da egoismo dinastico o
nazionale, non avranno, il giorno in cui saranno alla volta loro
assalite, che spettatori.
Son queste per noi le norme regolatrici d'ogni politica internazionale e
le abbiam fin d'ora affermate perchè giudicheremo a seconda gli eventi
europei: norme semplici e piane come tutte quelle che derivano da un
concetto morale; ma la loro prova sta nella Storia che, interrogata a
dovere, dimostra ogni violazione di esse aver generato conseguenze
funeste ai violatori e ai popoli che, potendo, non impedirono. La
scienza del come dirigere le cose umane è più semplice e men difficile
ch'altri non pensa, se mova da pochi principî derivati tutti da una idea
di religione e di Dovere: non diventa complessa e oscura e raddensata di
semi-diritti storici cozzanti gli uni cogli altri e sorgente
inesauribile di piati e dissidî, se non quando, cancellata ogni fede
comune e illanguidito ogni senso collettivo di religione, la vita
politica delle Nazioni è data agli arbitrî d'un materialismo che ha
l'_io_ per principio e la _forza_, il fatto transitorio, per prova. In
quel materialismo ebbe nascita la Diplomazia, scienza intricatissima e
incerta di transazioni fra i molteplici fatti, di concessioni disegnate
per un tempo alla menzogna e alla corruzione per un tempo dominatrici, e
di formole destinate a coprir le intenzioni: scienza funesta
all'educazione dei popoli e sterile sempre quanto ai fini da
raggiungersi, che l'Instituzione repubblicana abolirebbe, decretando
pubblicità per le relazioni tra popolo e popolo.
Oggi e da tre secoli in poi non esiste principio comune nè quindi norma
determinata alle relazioni internazionali. Vivo e fecondo il concetto
Cristiano, una influenza direttrice morale si manifestava tratto tratto
modificando, per quanto era allora possibile, in un senso uniforme, gli
eventi creati dalle circostanze e dalle passioni. La predicazione che
aveva lentamente tramutato le tremende invasioni degli uomini del nord
in Italia e altrove in colonizzazioni territoriali e aveva più dopo,
promovendo a un tempo l'emancipazione dei servi di gleba, gettato colle
Crociate in nome dell'Europa un guanto di sfida al fatalismo d'Oriente,
proferiva di tempo in tempo, coi Concilî e colle epistole pontificie,
parole di pace, d'unità morale, di fede comune. I tempi erano
semi-barbari: il Feudalismo smembrava popoli che tendevano a
conglomerarsi, a unificarsi: il _dualismo_, impiantato nel Cristianesimo
stesso, tra il mondo delle anime e quello dei corpi, erano cagioni
insuperabili e perenni di discordie e di guerre: pur nondimeno, una
tendenza generale, frutto d'alcuni principî morali davanti ai quali
s'incurvavano tutte le fronti, signoreggiava talora quella tempesta,
accorciava le guerre o ne traeva un avviamento alla caduta degli ordini
feudali e all'avvicinarsi dei popoli. Ma, cominciato nel XVI secolo il
lento dissolversi del Cristianesimo, si schiuse un vuoto, non colmato
finora in Europa: vuoto d'una fede morale comune, d'un patto
solennemente o tacitamente riconosciuto, movendo dal quale i popoli
potessero intendersi e fidare l'uno nell'altro; e sull'orlo di quel
vuoto alternarono sistemi dettati da inspirazioni isolate o da cupidigie
dinastiche; sterili, inefficaci tutti. Taluni fra gli scrittori
accettati come maestri di diritto internazionale si richiamarono
all'antichità come se norme dettate per popoli politeisti potessero mai
dirigere le relazioni di popoli sui quali era passato l'alito del
Cristianesimo: poi venne, promossa dall'Inghilterra, la dottrina
d'_equilibrio europeo_ che conchiuse in Vestfalia un patto d'eguaglianza
fra due credenze irreconciliabilmente nemiche e con altri trattati una
sospensione d'ostilità tra Francia, Austria e Spagna che doveva durare
perpetua e cessò con Luigi XIV: poi nuovi tentativi in Utrecht e altrove
che sfumarono davanti al lampo della spada di Federico II e conchiusero
col sorgere del militarismo Prussiano e coll'iniquo smembramento della
Polonia. L'_equilibrio_ diede da circa settanta anni di guerra
all'Europa; la _ponderazione_ si tradusse in un sistema d'armi e
d'armati sempre crescenti a impedire le guerre e nel _principio_ che
decretò in Campoformio la vendita di Venezia a compenso degli
ingrandimenti francesi sul Reno: _la conquista operata da una Potenza
deve controbilanciarsi_ da conquiste dell'altre. Tutti quei sistemi,
figli del concetto materialista, erano condannati a perire
nell'impotenza, nell'anarchia, nel delitto. Mancava ad essi la sanzione
di Dio.
Oggi, quasi disperando di trovare rimedio ai conflitti, le Nazioni
inchinano, duce l'Inghilterra, alla teorica del _non intervento_;
teorica che non ha _principio_ sul quale si fondi, ma è negazione di
tutti i principî conquistati fino a noi intellettualmente dall'Umanità:
unità di Dio e della Legge Morale, unità dell'umana famiglia, unità
d'intento assegnato a noi tutti, fratellanza e associazione dei popoli,
dovere di combattere il Male e di promovere il trionfo del Bene. Ateismo
trasportato nella vita internazionale o deificazione, se vuolsi,
dall'egoismo, quella teorica, la cui suprema formola fu data in Francia
da un uomo di stato monarchico colle parole: _chacun chez soi, chacun
pour soi_, tocca gli estremi dell'immoralità e dell'assurdo: se
accettata da tutti, sottrarrebbe una delle più potenti leve al Progresso
che la Storia ci addita compìto quasi sempre con atti d'intervento; se
praticata, com'è attualmente, dagli uni e non dagli altri, schiude
l'adito a chi vuol fare trionfare inique pretese e sa di non dover
temere che alcuno, in nome dell'eterna Giustizia, gli contenda la via.
La Nazione che s'assumesse di costituirla norma generalmente regolatrice
delle relazioni internazionali si condannerebbe a guerra perpetuamente
rinascente con quanti ricuserebbero d'accettarla: limitandosi a
proclamarla per sè, abdicherebbe la metà della propria vita, perderebbe
la stima e l'amore dei popoli e non si sottrarrebbe alla necessità della
guerra. Il grido di _pace a ogni patto_ inalzato in Inghilterra da tutta
una scuola influente, alla quale erano capi Cobden e Bright, confortò la
Russia ad osare e determinò in gran parte la guerra della Crimea.
Il sangue di tutti i martiri, popoli o individui, che intervennero
santamente e santamente morirono a pro del Giusto e del Vero al di là
della loro terra nativa, solleva una eterna protesta contro questa
fredda, abjetta, codarda dottrina, che per noi credenti è bestemmia
contro il DOVERE e indizio innegabile dell'assenza e della necessità
d'una fede.
Quanto alla vita internazionale dell'Italia d'oggi, non occorre
spendervi lunghe parole: non esiste. Gli uomini della monarchia non
hanno coscienza di missione Italiana nel mondo, nè concetto o disegno
politico da uno infuori: trascinare di giorno in giorno, attraverso
brevi espedienti e sempre seguendo chi sembra momentaneamente potente,
una incerta e fiacca esistenza. Le rare frasi, rubate a un dispaccio
russo o britannico e proferite con sussiego di chi ha una dottrina, da
chi regge per le faccende Estere, farebbero sorridere se non facessero
arrossire. Guerre e paci ci furono sempre dettate. L'avvenire d'Italia e
la moralità non ebbero parte nelle nostre alleanze. Invocammo, sorgendo,
dicendolo almeno, per la libertà, l'ajuto d'un regnatore tiranno;
sorgendo, dicendolo almeno, per l'unità della Nazione, l'ajuto di chi la
vietava col possesso iniquamente ottenuto e serbato di Roma e ci
richiedeva d'uno smembramento di terre nostre che gli fu senza indugio
concesso: ci collegammo colla Prussia contro l'Austria: ci collegavamo
pochi anni dopo colla Francia Imperiale contro la Prussia e
l'unificazione Germanica, se le precipiti disfatte francesi e il nostro
accennare, agitando, a fatti--altri ha recentemente _scoperto_ una
potente agitazione della Sinistra--non lo impedivano: ci collegheremo
domani--e i gazzettieri di parte monarchica, impauriti del trovarsi
senza padrone, cominciano a preparare il terreno--nuovamente
coll'Austria. La nostra Diplomazia ha detto ai Greci, unita coi
difensori del Turco: _non rivendicate le vostre terre_: ha promesso,
richiesta, all'Inghilterra di non mover piede nella recente guerra senza
avvertirla: ha corteggiato insistente il proscrittore della Polonia. La
Storia dovrà indicare i primi dodici anni dell'Italia risorta, nella sua
_vita_ internazionale, con un segno di negazione.