XXI.

Dio dei Popoli oppressi! Dio dell'anime afflitte! Posa sui poveri sviati

figli d'Italia uno sguardo di clemenza e d'amore. Il solco segnato da

trecento anni di schiavitù e la lunga idolatra predicazione dei falsi

profeti che usurpano in terra il tuo santo nome non si cancella in un

giorno; e la loro mente è spesso ingombra d'errore. Ma in fondo del loro

core vive, come lampa velata, il culto del tuo Vero, e della Patria alla

quale tu li chiamasti: ed hanno molto patito per essa.

Tu, davanti al cui occhio l'Umanità intera appare come un Essere solo,

volesti che il sacrificio d'un Giusto lavasse ogni fatalità di colpa e

d'errore da tutte l'anime de' suoi fratelli. Pesa nella tua mano il

sacrificio di tutti i Giusti che morirono per richiamarci a vita, e

accoglilo siccome espiazione dei nostri traviamenti. Scenda sui poveri

ingannati figli d'Italia il tuo Spirito di Verità! Manda, dove

s'accolgono, l'Angiolo dei forti pensieri, e fa ch'essi diventino degni

dei loro Martiri e non contristino l'anime sante coll'oblio o colla

fiacchezza delle opere!

Per la parte che adempiemmo de' tuoi disegni nel passato--per la parola

d'Unità che due volte diemmo alla terra--per l'intelletto della divina

bellezza che i nostri profeti diffusero, inspirati da te, sulle

genti--pei Santi che vissero e morirono sul nostro suolo nella tua

fede--per la promessa che ci venne data da te, quando stendesti più

splendido che non altrove su noi l'arco dei cieli e il sorriso infinito

della tua Creazione--noi ti preghiamo, o Signore: levaci alla terza

Vita! Infondi nelle nostre madri l'adorazione della Patria e l'amore

all'anima, non alle sole membra, dei figli! Spira nei padri i virili

concetti e l'ardita virtù che sola può far nostra la nostra terra!

Benedici le spade dei nostri giovani, finch'essi possano scioglierti

dalla tua Roma un cantico degno di te, il cantico dell'Italia redenta.

E salvaci, oh salvaci dalla morte dell'anima! Sperdi da noi, checchè

avvenga nel tempo di prova che ancor ci avanza, l'ateismo della

disperazione, il soffio gelato del dubbio. Come il ferro s'affina sotto

i colpi che par minaccino di spezzarlo, così s'affinino i nostri cori

sotto il martello della sventura. Come il forte licore diffonde il suo

profumo all'intorno quand'è infranto il vaso che l'accoglieva, così si

diffonda, tra le ferite dell'ingratitudine, da noi sui nostri fratelli

l'amore, ch'è il profumo dell'anime.

E quando nel freddo della solitudine, ch'è il peggiore dei mali, saranno

presso a spegnersi le sorgenti della tua vita, suscita, o Padre, a

ravvivarle, il pensiero dei morti che amammo e che ci amano. E scenda a

lambirci la fronte riarsa il bacio delle madri e delle sorelle perdute,

e c'insegni i segreti dell'immortalità, tanto che vivi e morti siamo

tutti uno in te nella fede e nella speranza.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 153 / 227 题