Non so se i vostri s'illudano, ma voi di certo non v'illudete. L'Italia,
checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell'organismo
nazionale non può trasferirsi all'estremità. Il core d'Italia è in Roma,
non in Torino. Un _monarca_ piemontese non conquisterà Napoli mai:
Napoli si darà alla Nazione, non mai a un principe d'altra provincia
italiana. Il principio regio non può rovesciare il papato, e aggiungere
ai proprî i dominî del papa. Un ministro di re non potrà mai lacerare i
trattati, rompere i vincoli che lo legano all'equilibrio attuale
d'Europa, e invadere il terreno tenuto a conquista dall'Austria. Voi,
uomini della monarchia, non potete iniziare la lotta, non potete fare
l'Italia. Il popolo solo lo può. E chi non vede, o non confessa il vero
che io scrivo, è stolto, o cerca, ingannando i creduli, pretesti alla
propria inerzia. Io dunque non vi accuso perchè non vi cacciate a
imprese impossibili; non v'accuso perchè non liberate coll'armi il
paese. V'accuso perchè, pur sapendo di non potere e di non volere fare
l'Italia, andate millantando che la farete. V'accuso perchè spargete per
ogni dove voci di disegni che non avete in animo di ridurre in atto,
sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V'accuso
perchè, congiurando col tiranno di Francia, e cedendo Napoli, per quanto
è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi della veste
di emancipatore. Vi accuso perchè, fomentando segretamente odî inutili
all'Austria ed al papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a
impedire di far noi, che soli vogliamo davvero rovesciare l'una e
l'altro. V'accuso d'aver fatto quanto era in voi per travisare
all'estero il nostro problema e persuadere col vostro linguaggio segreto
e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativi e
d'ordini civili men rei, da introdursi nei diversi Stati d'Italia,
quando la prima, la vitale questione, l'_unum necessarium_ per noi, è
l'essere Nazione UNA dall'ALPI al MARE. V'accuso di combattere noi colle
armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi
possiamo essere ogni cosa fuorchè colpevoli; che adoriamo una santa
idea; che possiamo essere ostinati, non ambiziosi; utopisti, non
ingannatori; rivoluzionarî, non demagoghi o sovvertitori pazzi e feroci.
E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'avere impiantato un
dualismo fatale di Piemonte e d'Italia dov'era, prima del 1848,
concordia assoluta di voti e d'opere; e d'avere corrotto, per quanto è
in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica
di artificî e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole
risorgere.
Era vostra missione d'_italianizzare_ il Piemonte e prepararlo a
confondersi nella patria comune, della quale esso avrebbe potuto essere
la prima provincia, come il re vostro avrebbe potuto esserne il primo
cittadino. Voi, guardando al Piemonte come a Stato destinato a vivere di
vita propria, lo avete educato a rinegare la madre comune; a considerare
una libertà, figlia del moto nazionale del 1848, siccome conquista
propria, a mutare i diritti di libera azione, che dovevano essergli arma
ad emancipare i venti milioni di fratelli schiavi, in egoismo che
calcola se il tentativo a pro dei fratelli non possa per avventura
fruttargli la perdita d'un godimento. Avete inaugurato la politica
dell'esempio, come se, a chi vive in ricchezza splendida, non incombesse
debito alcuno verso il congiunto che geme nella miseria, fuorchè
l'insegnargli il perchè della sua condizione diversa. Prima di voi, si
cospirava per l'unità d'Italia, in Piemonte, nell'esercito e nelle
classi cittadinesche; una tradizione di martiri per la Nazione, da
GARELLI e LANERI a TOLA e GAVOTTI, da SANTA ROSA a RUFFINI, s'inanellava
colla lunga tradizione sulla quale poggia la FEDE ITALIANA: oggi, si
condannano tra voi alla galera uomini che, come Savi, promovono colla
penna la causa dell'unità, e si caccia raminga da Genova la vedova di
PISACANE, senza che un deputato alla vostra Camera levi una voce di
generosa protesta.
Era vostra missione promovere l'educazione _morale_ d'un popolo che
s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto oltre ogni altro
d'istinti buoni, ma facile a traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete
dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli
nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l'adorazione
della forza e del delitto che riesce, l'artificio de' vecchi Stati,
retti a monarchia costituzionale, l'ipocrisia che travolse la Francia
ove or giace. Gli avete insegnato a mentire al proprio fine, ed allearsi
con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso.
Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un
impero nel quale, come nell'impero d'Austria, le popolazioni indigene
s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice, diversa per
razza, lingua, religione, abitudini. L'avete educato alla tattica dei
partiti scettici, che hanno per bandiera nome di uomini e non principî:
a decidere delle questioni politiche, non dalla nozione del giusto e
dell'ingiusto, ma dall'utile fugace di un giorno; a votare in favore di
leggi che credete triste, per evitare il possibile ritorno di certi
uomini al Ministero. Avete innestato sulla giovinezza di un popolo, che
non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con una
_fede_ rappresentata in tutti i suoi atti, la _dottrina_ materialistica
dell'_espediente_, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che
uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.
E tutto questo a qual pro?
Che otteneste voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete in
dieci anni di _concessioni_, di guerra fatta, per accarezzare i Governi,
a noi, e di silenzio obbrobrioso sulla perenne occupazione di Roma,
conquistato un solo palmo di terra italiana a libere instituzioni?
strappato un solo miglioramento alle condizioni, non dirò politiche, ma
amministrative, degli altri Stati? rotto i ceppi a un solo dei miseri
che gemono nelle cento prigioni d'Italia? fortificato, ordinato, armato,
educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato--lo
confessate voi stesso nel vostro discorso del 16 aprile--_un solo
risultato materiale_:--non ha fruttato--questo possiamo arditamente
aggiungerlo noi--un solo grado di progresso _morale_ alla causa della
nostra Nazione.
_S'è proclamato_, voi dite, _in faccia all'Europa che le condizioni
d'Italia abbisognano d'energici rimedî_. Signore! Il _proclama_ che voi
attribuite alla politica del marchese d'Azeglio e alla vostra, s'è
scritto e si scrive, da oltre mezzo secolo, col sangue dei mille
martiri, che dai Napoletani del 1799, a PISACANE ed ORSINI, spesero la
vita combattendo, o sul palco; e non uno è vostro: la spesero, i più, in
nome della FEDE REPUBBLICANA, tutti in nome della grande Idea Nazionale.
Voi, spronato, costretto dal loro sagrificio a balbettare qualche
timido, incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il
grido potente, che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda
preghiera; avete, all'immensa aspirazione nazionale, al sacro e
veramente divino DIRITTO d'Italia, ch'essi rappresentarono in vita ed in
morte, sostituito l'immorale, disonorevole massima che anche dai nostri
tiranni noi possiamo, quasi mendicata elemosina, ottener libertà. Se
l'Europa guarda su noi con affetto e speranza, è dovuto, non alla vostra
incerta politica, ma alle cinque giornate lombarde, al giuramento
d'insorgere, dato e attenuto dai Siciliani, alla difesa di Venezia, ai
caduti di Curtatone, alle prodezze di Bologna e d'Ancona, ai fatti di
Roma. Se l'Europa ci crede capaci di libertà vera e non violatrice degli
ordini eterni sociali, è dovuto a ciò che essa vide di noi, per alcuni
mesi, in Roma e Venezia. Se l'Europa conosce i nostri dolori, le nostre
guerre, e i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa,
è dovuto a noi, al nostro apostolato di venticinque anni, alle continue
nostre pubblicazioni. E s'essa porge attento l'orecchio ad ogni suono
che muova dal vostro Piemonte, è perchè, malgrado vostro, il Piemonte è
Italia: perch'essa crede, illusa, che compirete il debito vostro, e
moverete, un dì o l'altro, alla conquista, non d'una povera zona dei
Ducati o della Toscana, ma dell'Italia. Non v'illudete. Il giorno in cui
l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della
vostra politica, essa torcerà il guardo da voi, e non ricorderà i vostri
nomi se non per accusarvi con me d'aver ritardato l'emancipazione
d'Italia, troncando il Partito in due, e sviandolo in direzioni diverse.
L'unico vitale decisivo progresso compito negli ultimi dieci anni in
Italia, è quello delle classi operaje; è la diffusione della fede
nazionale fra i popolani delle nostre città; è il loro tacito ordinarsi
all'azione. E quel progresso non è vostro: vi cresce ostile. La
tradizione nazionale e gl'istinti repubblicani fremono in seno a
quell'elemento, ch'è arbitro, checchè facciate, dell'avvenire.