VII.

Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere

libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni,

razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e

consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con

un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle

frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi;

con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro

terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio

europeo--e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro

e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se

voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio,

ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste

potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra

le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di

Carlo Alberto--la fede di Carlo Alberto suona ironia--ma dell'Italia;

che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede,

non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'_Unità

Nazionale_, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a

beneplacito altrui: che _Unità_ e _Libertà Nazionale_ non si fondano se

non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli

elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo;

che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia,

quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al

grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di

levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea

fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi

simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con

esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra

missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni

vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo

passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî

che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una

nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un

nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già

fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno

contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota

segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato

definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la

vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste

mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi

presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo

di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti

esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate

alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava

ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia,

interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione

straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con

l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse

trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello

dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state

coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America,

coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni

modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento

decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci,

con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza

nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste

accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta

d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro

linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa

evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la

voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione

come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni

opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere,

ma per farvi rappresentante del DIRITTO ITALIANO; per fare intendere a

tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar

sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che

quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento

propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi

che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie

per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte

offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana--questo non

potevate nè dovevate pretendere--ma d'affratellarci con voi sotto

bandiera comune, quella della _sovranità nazionale_. E a voi, s'anche

amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea

sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di

principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni

monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante

d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e

l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a

scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il

vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli

serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via

funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi.

Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o

indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi

finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare

agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri

quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare:

tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse

il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la

pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da

poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di

battaglia--io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e

affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare:

impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle

al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi

Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede

l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di

politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e

cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto

altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu--profanerei,

citandoli, i nomi di Washington e Bolivar--ma d'un ultimo allievo di

Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella

casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia,

tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel

passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi,

giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una

frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete

collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a

sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e

travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 119 / 227 题