Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere
libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni,
razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e
consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con
un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle
frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi;
con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro
terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio
europeo--e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro
e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se
voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio,
ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste
potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra
le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di
Carlo Alberto--la fede di Carlo Alberto suona ironia--ma dell'Italia;
che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede,
non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'_Unità
Nazionale_, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a
beneplacito altrui: che _Unità_ e _Libertà Nazionale_ non si fondano se
non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli
elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo;
che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia,
quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al
grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di
levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea
fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi
simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con
esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra
missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni
vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo
passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî
che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una
nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un
nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già
fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno
contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota
segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato
definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la
vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste
mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi
presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo
di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti
esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate
alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava
ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia,
interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione
straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con
l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse
trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello
dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state
coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America,
coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni
modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento
decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci,
con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza
nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste
accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta
d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro
linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa
evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la
voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione
come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni
opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere,
ma per farvi rappresentante del DIRITTO ITALIANO; per fare intendere a
tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar
sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che
quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento
propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi
che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie
per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte
offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana--questo non
potevate nè dovevate pretendere--ma d'affratellarci con voi sotto
bandiera comune, quella della _sovranità nazionale_. E a voi, s'anche
amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea
sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di
principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni
monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante
d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e
l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a
scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il
vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli
serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.
Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via
funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi.
Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o
indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi
finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare
agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri
quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare:
tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse
il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la
pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da
poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di
battaglia--io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e
affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare:
impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle
al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi
Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede
l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di
politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e
cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto
altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu--profanerei,
citandoli, i nomi di Washington e Bolivar--ma d'un ultimo allievo di
Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella
casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia,
tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel
passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi,
giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una
frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete
collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a
sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e
travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.