V.

Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri di

ORSINI e di PIERI argomento a un artificio oratorio contro me e contro

gli uomini del PARTITO D'AZIONE Italiano, abbiate dalle sciagure, alle

quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto

argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei

repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto

contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese;

rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che:

_le repubbliche ebbero sempre una politica egoista_, e che voi dovete

allearvi all'impero.

Ogni membro della vostra Camera, che--pur corrivo ad accettare come

verità di fatto le vostre dichiarazioni--avesse semplicemente serbato

lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese

ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campo _per_

l'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campo _contro_

l'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano

impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati

mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete

biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio

dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al

primo e adulate al secondo?»

Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta

al vostro: _mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di

Roma_--son le sole che ricordate--_per cui si possa dire che esse

portarono civiltà_, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i

repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e

respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;--come si

sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo

latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di

Roma repubblicana:--poi, se il programma delle nostre lotte contro il

dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani

lombardi:--se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del

medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le

oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di

convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;--se non

escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle

spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse

la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana

Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi della fine

dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà

e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.

Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra

affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma

noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale

la gretta ambizione d'una dinastia; alla ITALIA UNA dall'Alpi al mare,

il meschino concettuccio d'una _Italia del Nord_; all'emancipazione

d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella,

perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva

l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri

principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future

della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al

re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere

e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare

colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il

sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco

amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non

tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse

voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni

dell'imprudente soccorritrice? Voi _non chiedeste mai_ per l'Italia. E a

chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica

francese diritto di rispondere queste parole:--ove si tratti di

soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco

delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi

del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di

casa Savoja, la repubblica non può farlo--?»

Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile

che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia

richiamato ai documenti officiali.

Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la

politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per

difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la

missione del _principio_ repubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze

rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione

esecutiva--tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio

determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma,

voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare--non erano secondate

abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francese

_voleva_ ajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il

Governo Sardo _non volle_. È questione di fatto e non altro per me. Io

credeva allora--e pubblicai la mia opinione sull'_Italia del Popolo_ in

Milano--che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le

forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della

guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a

patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a

Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per

l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva

emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore--e dicendo _voi_

accenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale

gittate l'accusa ai repubblicani di Francia--voi che, per terrore

dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi

all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che

la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento

intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.

L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva: _Se nazionalità

conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse

sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella

famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro

diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre,

la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria,

ma il soldato democratico dell'avvenire_.

Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione

italiana, ripeteva più esplicita:

_Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli--se questa indipendenza,

questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le

pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta;

appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici,

che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano

liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle

potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che

ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito

appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro

che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è

tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo,

malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido

avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto

compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia._

La Commissione esecutiva parlava all'Assemblea Nazionale, e l'Assemblea

Nazionale rispondeva il 24 con un decreto, nel quale ingiungeva alla

Commissione di mantenere, a norma della sua condotta, il voto unanime

dell'Assemblea, l'emancipazione dell'Italia.

Qual era intanto il vostro linguaggio?

Io non noterò come il 13 marzo il vostro ambasciatore in Parigi non

avesse ancora col Governo della repubblica relazioni _officiali_. Non

dirò i rimproveri fatti al Governo provvisorio lombardo per un timido

indirizzo alla Francia. Non parlerò delle istruzioni date agli agenti

vostri perchè esagerassero in Parigi le diffidenze italiane, e

spegnessero, calunniando colla stampa, ogni simpatia coi Lombardi. Ma il

6 aprile protestavate formalmente contro l'assembrarsi dall'esercito

alle Alpi.--«Non posso intendere»--scriveva il vostro ambasciatore

Brignole--«quali siano i motivi che hanno potuto spingere a credere la

sicurezza e la gloria della repubblica esigere l'avvicinarsi dei suoi

soldati alla frontiera delle Alpi. Non è quella una frontiera amica?...

Perchè parlare di guerra, d'entrare in campagna?... L'agglomerazione di

un corpo considerevole presso ai dominî del re potrebbe suscitare

inconvenienti gravissimi». Ed il 7 aprile insisteva in nome vostro

l'ambasciatore: «È necessario che la Francia intenda ben questo: se mai

l'esercito della repubblica varcasse l'Alpi senz'essere chiamato...

l'influenza della Francia e delle idee francesi in Italia sarebbe per

lungo tempo perduta. Non si vuole l'appoggio militare della Francia, se

non il giorno in cui una strepitosa disfatta avrà provato che l'Italia

sola è impotente a cacciar l'Austria al di là dell'Alpi... Ove la

Francia intervenga prima dell'ora segnata dallo spavento pubblico, si

griderà da un punto all'altro d'Italia: _la Francia, della quale non

avevamo bisogno, viene unicamente per dare sfogo alle tendenze che

l'animano e che minacciano di trasarginare: essa non viene per conto

nostro, ma per proprio conto. Essa aveva detto, nel suo programma, che

rinunziava ad ogni conquista; e mentiva. Essa intende sostituirsi

all'Austria..._ E si desterà in tutti i cuori un odio implacabile, un

odio italiano...».

E poco dopo l'ambasciatore diceva: «Io sono espressamente incaricato dal

mio Governo d'esprimervi il suo desiderio che le truppe francesi siano

tenute lontane dalla frontiera».

Il 22 maggio, il ministro Parete gridava alla Camera Torinese:

«L'esercito Francese non entrerà se non chiamato da noi: e siccome noi

non lo chiameremo, non entrerà».

E il 30 maggio, l'agente del Governo Provvisorio Lombardo, udendo che un

buon numero di _volontarî_ francesi s'ordinava per movere alla volta

d'Italia e rassegnarsi al comando supremo--che era il vostro--della

vostra guerra, s'affrettava ad interporre proteste: «La formazione di

legioni di volontarî per la guerra lombarda potrebbe cagionare

disturbi.... Il Governo di Lombardia non vede con piacere

l'organizzazione di corpi ausiliarî siffatti»[141].

Tale fu, fin verso il finire di luglio, il linguaggio tenuto al Governo

Francese dai vostri. Nè credo che, da quando il trattato di Vestfalia

inaugurò quel congegno di menzogne e d'inezie che nominano diplomazia,

si tenesse mai da un Governo linguaggio più imprudente e più stolto.

Alla Francia, della quale si pronunciava potersi un dì o l'altro

richiedere l'ajuto, il Governo Sardo diceva: «Non vi stimiamo leali:

diffidiamo altamente di voi. Non vogliamo gli ajuti che ci profferite,

oggi che le vostre armi congiunte alle nostre vincerebbero senz'altro la

guerra; ma, se un giorno cadremo, allora, cadendo, vi chiameremo. Non

potremo più allora secondarvi. I danni, i pericoli della guerra saranno

tutti vostri. Nondimeno, dopo avere ricambiato le vostre offerte con

orgoglio e disprezzo, v'invocheremo, giacendo, a fare per noi, senza

vostro pro, ciò che noi non potemmo; e se non vorrete, vi accuseremo di

tradimento al principio, aborrito da noi, che rappresentate.» E

all'Italia, pur predicando: _fate, da voi, temete gli ajuti di Francia_,

il Governo liberatore diceva: «tenete le baionette di Francia in serbo

pel giorno nel quale dovrete invocarle nel terrore e nella vergogna

della disfatta: rifiutatele oggi che potete averle onorevolmente

alleate; le accetterete quando avrete perduto ogni diritto a moderarle e

giovarvene senza pericolo. Sdegnate, irritate col sospetto lo straniero

che vi si offre fratello, e che voi, forti e rispettati, potete contener

nei limiti della fratellanza; ma preparatevi fin d'ora a chiamarlo

supplici, quando nulla gl'impedirà d'esservi padrone; quando, trovandovi

inermi ed impotenti, ei potrà rivendicare, senza ostacolo da parte

vostra, i diritti del benefattore insolente, e sarà tanto più allettato

ad esercitarli quanto più ei ricorderà d'essere stato offeso da ingiusti

sospetti da voi.» Son queste le avvedutezze politiche della monarchia

piemontese.

Dopo gl'infausti moti del giugno, la Repubblica perdeva intanto, per

terrore d'una anarchia che avrebbe potuto e non seppe padroneggiare,

coscienza di sè; si sviava affidandosi a una dittatura militare, a

tendenze illiberali di resistenza. Il 24, Cavaignac, uomo d'anguste

vedute, per difetto d'ingegno e per abitudini soldatesche, repubblicano

solamente di nome, assumeva il potere. Allora la Francia, che aveva

sinceramente desiderato combattere con noi per lacerare gli aborriti

trattati di Vienna, cominciava a riconcentrarsi nell'egoismo di paese, e

desiderava astenersi da imprese più di _principio_ che non

d'_interesse_. Pur, se voi volevate, cedeva: cedeva, vincolata dalle

solenni profferte anteriori e dall'ingenito orgoglio. Non volevate. Al

vostro Governo pareva meglio fin d'allora perder la guerra con un titolo

monarchico in portafoglio per le contingenze future, che non vincerla

con l'aiuto di soldati repubblicani e a rischio di risuscitare nel

nostro popolo le idee che gli avevano procacciato l'ardire della

vittoria sulle barricate. Quel titolo, quel documento, l'atto della

fusione, era fin dal 13 giugno nelle mani di Carlo Alberto. Che

importava dell'Italia al re e agli uomini della Monarchia? Non l'amavano

come l'amiamo noi; e non avevano genio nè audacia per tentare di

conquistarne il dominio.

Il giugno e il luglio passarono fra positive sconfitte e bandi di

vittorie ideali, senza che si fiatasse sillaba d'intervento. Il ministro

Pareto parlava, se ben ricordo, sul finire del luglio, di resistere

apertamente ai Francesi, ove si attentassero di varcare le Alpi. Il 31

bensì, sotto il fremito delle popolazioni, che incominciavano a

indovinare la disfatta e a sentirsi tradite, si mutava linguaggio, e si

annunziava officialmente ai Lombardi che il Ministero piemontese

chiedeva formalmente l'intervento di Francia. Non era vero. S'era, tra

per deludere il popolo e sviarlo dall'ordinarsi a difesa, tra per

contrabilanciare presso il Governo francese l'influenza dei lombardi

Guerrieri, Trivulzi e Mora, accorsi in Parigi a sollecitare ajuti,

spedito da Torino Alberto Ricci; ma non richiedeva, impediva; e ne

abbiamo la prova in un documento indirizzato in quel torno al Cavaignac

da Felice Foresti, Tommaso Gar, Aleardi, colonnello Frapolli, Giulio

Carcano, segretario del Governo provvisorio, ed altri. Anche su quegli

estremi, e benchè a malincuore, Cavaignac si dichiarava pronto a operare

purchè le domande lombarde venissero appoggiate dal Governo piemontese,

sulle cui terre bisognava por piede. Ma il 2 agosto, quando gli

Austriaci erano a qualche lega da Milano, il vostro ambasciatore era

muto: muto il 3, il 4, il 5 e il 6. Non fu che sul mattino del 7 agosto,

_due giorni dopo la dedizione di Milano_, quando non un solo milite

piemontese rimaneva sul territorio lombardo, che il Brignole richiese

intervento. Era derisione o stoltezza? E fu stoltezza o impudenza di chi

sa che la maggioranza della Camera accetta ciecamente ogni affermazione

ministeriale, quella che v'indusse a muovere accuse ai repubblicani

francesi? Le date v'uccidono, e lo sapevate. Che importa il dispaccio

spedito il 23 luglio dal marchese Brignole, sul quale la vostra stampa

ha menato tanto romore? Opporrete, voi ministro, ai documenti ufficiali

il ragguaglio essenzialmente incerto d'una discussione _segreta_ del

Comitato degli affari esteri? E se anche il ragguaglio fosse esattamente

conforme al vero, come poteva darvi diritto di assalire, per compiacere

all'Impero, quei che, nel vostro discorso del 16, voi chiamate _gli

amici i più spinti della rivoluzione, i Ledru-Rollin e i Bastide_? Il

nome di Ledru-Rollin non è nel dispaccio, e Bastide dichiara, a detta

dell'ambasciatore, non curarsi della Savoja o di Nizza; la Francia

dovere, lietamente o no, concedere ajuto, se chiesto. Ben risplende in

quel dispaccio l'arte solita di voi e dei vostri di attribuire senza

cagione alcuna agli uomini che vi sono avversi i disegni men buoni.

Ricordo Balbo, che, mentre io fondava la più unitaria di tutte le nostre

associazioni politiche, stampava che io voleva ricostituire le

repubblichette del medio evo. Così il vostro Brignole accusa il Bastide,

perchè avverso a un ingrandimento territoriale di casa Savoja, di voler

favorire _la divisione dell'Alta Italia_ in piccoli Stati. Al patrizio

Brignole non si affacciava la semplice idea che un repubblicano potesse

vagheggiare nell'animo _la Italia Una fatta repubblica_.

Voi rifiutaste gli ajuti della Repubblica Francese, quand'essa li

offriva. Li invocaste, quando, disfatti, impotenti--e lo provò più tardi

Novara--a rifar la guerra, e mutato già, in Francia, l'andamento delle

cose, sapevate che avreste rifiuto: e lo accertaste più sempre,

aggiungendo alla domanda, per _tutelare le istituzioni contro i pericoli

di una propaganda politica_[142], condizioni indecorose, inaccettabili

dalla Francia. Questo è ciò che la storia dirà. E dirà, come, respinti

anche i semplici _volontarî francesi_, disarmati siccome masnadieri i

militi della Legione Antonini appena scesero sul vostro suolo, ricusaste

pure il soccorso offertovi da un colonnello del Canton di Vaud, di 2000

carabinieri svizzeri. Più assai che non gli Austriaci, il vostro Governo

temeva l'apparire in Italia di soldati repubblicani.

Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza

citar date, anzi travolgendole,--dacchè il nome di Ledru-Rollin come

membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione

fosse anteriore all'agosto,--gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a

un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio,

che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi,

avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel

1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento.

Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge

Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno,

e le persecuzioni alla libera stampa.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 117 / 227 题