II.

Io non vi rimprovero i subiti amori per casa Savoja. Se a voi, fautore

di repubblica jeri, piace il giogo d'un re, sia: meglio è dirlo che

tacerlo. Se alle nobili tradizioni, repubblicane tutte, del nostro

popolo, voi anteponete le tradizioni d'una famiglia, la cui storia si

libra perennemente fra le invasioni di due potenze straniere--se alla

libera, logica ed una espressione della coscienza nazionale parvi

preferibile il complesso, artificiale viluppo, che chiamano monarchia

costituzionale, un popolo imperfettamente rappresentato, una

aristocrazia _creata_--dacchè aristocrazia propriamente detta non esiste

in Italia--a incepparne sistematicamente la volontà, un sovrano che non

governa, ma oscilla fatalmente fra i due--giudichi il paese il vigore

del vostro intelletto: voi avete il diritto di predicare il concetto

politico inglese, che volete trapiantare in Italia. Io non parteggio per

casa alcuna: la mia casa è il Paese: il mio amore è riposto nella Patria

comune; la mia fede vive negli sforzi, nel sangue, nella suprema energia

del suo Popolo; la mia nozione del dritto posa sulla vita progressiva

della nazione guidata dai migliori per senno e virtù; ma non m'irrito se

altri dissente, e non credo che la discussione nuoccia alla mia fede

repubblicana. Veglia, arbitro su tutti noi, il Paese. Io fido in esso.

Ciò che io vi rimprovero è il _modo_ e il _tempo_ di quel programma; è

il mutare in formula di agitazione politica, _prima_ del moto, un

concetto che non può essere se non la _conclusione_ del moto stesso; è

l'oblìo assoluto, fatale dell'altra, della prima metà del programma,

l'insurrezione; è l'irritare, l'allontanare più sempre dal terreno

comune, indicato ripetutamente da noi, la parte repubblicana,

comandandole dittatoriamente di gittare, ai piedi della frazione

monarchica, la propria bandiera; è il sedurre a speranze addormentatrici

in disegni segreti del governo piemontese, la gioventù fremente delle

nostre terre, quando non esiste disegno alcuno, se non quello

d'accattarsi popolarità e prepararsi le vie per padroneggiare e sviare

un moto nazionale possibile; è il dire: _la rivoluzione è vicina_, come

se l'Italia dovesse riceverla compiuta da un motu-proprio di gabinetto,

invece di dire: _fate la rivoluzione e siate_; è il gridare: _Roma non

mova_, invece di gridare: _mova ogni angolo del paese_; è il dichiarare

che l'unificazione nazionale ha progredito d'un passo, perchè un

ministro di casa Savoja ha tentato insegnare ai nostri padroni come

s'eviti l'insurrezione unificatrice; è il travolgere--concedetemi

l'acerba, ma giusta parola--nel ridicolo voi stesso, e, se poteste, il

Partito, proclamando dall'esilio, e prima che un sol uomo sia desto a

combatter tra noi, _unificatore d'Italia_ un re, che non tenta, nè

vuole, nè può unificare, i cui cortigiani rifiutano le vostre parole, e

i cui ministri perseguitano, imprigionano e trasportano in America quei

che si adoprano a mover guerra allo straniero, dismembratore della

nostra Patria.

A chi giova la prematura, incauta proclamazione?

Al monarca che oggi servite?

No. La corona d'un popolo che sorge non s'ha in dono; si vince. Volerla,

prima di meritarla, è perderla. Se Carlo Alberto, invece d'attendarsi

nel quadrilatero, correva, per impedire i rinforzi, ai monti; se, invece

d'arrestarsi davanti ai pali della confederazione Germanica accampava in

Tirolo; se invece di volere che Venezia, la vostra Venezia, Manin,

scontasse la colpa della sua bandiera repubblicana, ei s'affrettava a

difenderla e a cingere i passi delle Alpi Friulane e Cadoriche; s'ei non

patteggiava col governo inglese la inviolabilità di Trieste; se, invece

di rifiutare gli ajuti d'un popolo prode e voglioso, invece di

sciogliere i volontarî, ei chiamava la libera guerra dei cittadini a

fiancheggiare la battaglia dell'armi regolari; s'ei voleva, insomma o

sapeva vincere, nessun partito valeva a contendergli la corona d'Italia.

La malaugurata fusione, affrettata appunto quando l'impresa volgeva in

peggio, perdè lui e il paese ad un tempo. Dite al vostro re d'assalire e

di vincere; quella è l'unica via per la quale ei possa sperare di

cingersi la corona che voi gli decretate, mentr'egli, in virtù dei

trattati, siede allato degli stranieri, occupatori di due terzi

d'Italia.

O giova al paese?

Il paese, Manin, vive anch'oggi inerte, immemore dei suoi doveri, tra il

capestro e il bastone. Bisogna insegnargli la fede in sè, colla fede in

esso, l'unità dei voleri, colla concordia degli uomini, ch'egli a torto

o a ragione saluta suoi capi, l'energia delle decisioni, colla

insistenza d'una parola vera, ardita, immutabile. Bisogna additargli uno

scopo determinato, i mezzi logici che ad esso conducono, i doveri che

deve compire a raggiungerlo. Bisogna rapirgli inesorabilmente tutte le

illusioni che lo disviano, poi rialzarlo colla conoscenza delle forze

onnipotenti ch'esso possiede e dimentica. Bisogna, sopra ogni cosa,

dargli coscienza di sè, della propria dignità, del diritto eterno che

vive in esso, della tradizione de' suoi padri, dell'alta missione alla

quale è chiamato nell'avvenire. Voi gli dite: _Agita le tue catene, e

scegliti un re_.

A fronte di quei che gli dicono: _Rompi le tue catene e sii re di te

stesso_, voi gli fate intravedere, nel nome di Vittorio Emanuele,

un'arcana potenza che deve emanciparlo ed unificarlo; gl'insegnate, con

un consiglio codardo, a disperare di vincere la gente straniera che

occupa la sua Roma; lo dichiarate, da un lato, colla negazione del dogma

repubblicano, incapace di guidarsi da sè; dall'altro, avviato già

pienamente, mercè le cure del re piemontese e dei gabinetti stranieri,

alla meta. Così, o Manin, non si destano: s'addormentano i popoli.

L'Italia aspettava ben altro linguaggio da voi.

È tempo di dire all'Italia, e senza riguardi, la verità. Gli uomini i

quali sagrificano, e ripetutamente, le loro convinzioni a un calcolo

d'opportunità momentanea--gli uomini che, a sciogliere il problema

italiano, guardano all'estero e non nelle viscere del paese--gli uomini

che, dopo aver maledetto alle delusioni del 1848, chiamano l'Italia a

rifar quella via di vergogna e sciagura--gli uomini che, dopo aver

veduto il popolo vincere su dieci punti d'Italia, e l'esercito regolare,

mal guidato e tradito, soccombere, insegnano al popolo che non può

vincere, se non mercè quell'esercito--gli uomini che credono l'opera di

alcune dichiarazioni sospette e d'alcune adulazioni mentite, bastevole a

conquistare ad un tempo esercito e governo che lo dirige--gli uomini che

susurrano possibile, prezzo d'apostasia, _l'iniziativa_ della monarchia

piemontese--gli uomini che, dopo tanto millantar di vulcani e ruine

presso ad esplodere, non gridano unanimi al paese: _vergognati e

sorgi_--tradiscono, consci o inconsci, per difetto di core o di senno,

la causa della Nazione. Qualunque sia il nome che portano, la nazione

deve rifiutarne i consigli.

Quell'esercito, pel quale voi siete presti a dimenticar la Nazione

intera, lo avremo: è esercito italiano, prode, memore, e sente con noi

l'aborrimento dello straniero; ma non lo avremo, fuorchè levandoci e

invocandone, armati, l'armi. Quel re, al quale in oggi piaggiate, come

piaggiaste, per poi maledirlo, al padre di lui, lo avrete--e piaccia a

Dio che non abbiate a pentirvene--purchè vogliate: è giovine,

coraggioso; l'onta di Novara e l'insulto austriaco devono da quando a

quando balenargli sugli occhî, ed è possibile ch'egli un giorno,

commosso a forti pensieri, cacci da sè i codardi uomini di gabinetto,

che lo circondano, e si faccia, di piemontese, italiano; ma non prima

che voi sorgiate, non prima che voi gli abbiate offerto, in azione, un

più potente alleato che non è la diplomazia, non prima che il grido di

un popolo sommosso gli abbia tuonato all'orecchio: _scendi o inalzati

con noi_. I re seguono talora, non iniziano mai. Chi tenta indugiar la

Nazione dietro al fantasma d'un'_iniziativa_ monarchica, o inganna, o ha

smarrito il senno.

Le tradizioni del governo piemontese son regie. La monarchia è

vincolata, da vecchî e nuovi trattati, alle altre monarchie, e alle

norme generali d'ordine e assetto territoriale europeo, prestabilite da

lungo. Può il governo piemontese rompere a un tratto, non provocato, non

costretto dalla prepotenza di fatti, spettanti ad un ordine nuovo, quei

vincoli e quei trattati? Tutta la politica degli uomini del gabinetto

sardo poggia sulla speranza di conquistarsi la simpatia e, occorrendo,

l'appoggio dei gabinetti inglese e francese; può il gabinetto sardo

provocarsi contro l'ira dei due alleati, i quali, col linguaggio

officiale e segreto, gl'intimano una politica di resistenza, e non

altro? Ogni idea di mutamenti territoriali fu solennemente, unanimemente

respinta, nelle Conferenze di Parigi: il diritto italiano vivente,

fremente nei Lombardo-Veneti, non ottenne dai plenipotenziarî sardi

neanche una sommessa, indiretta allusione: riconoscendo la legalità

dello statu-quo, essi s'accontentano d'accennare a una teorica possibile

di non intervento, che vietasse all'Austria d'allargarsi oltre agli

attuali confini[112]; e pretendereste che re Vittorio Emanuele scendesse

un giorno subitamente in campo, varcasse spontaneo il Ticino e la Magra,

intimasse ai re delle varie parti d'Italia di scendere; intimasse,

affrontando scomuniche e l'armi dell'Impero alleato, al Papa di

rassegnare la potestà temporale, e, fatto incitatore d'insurrezione,

sovvertitore dell'equilibrio territoriale e del diritto comune

governativo europeo, cacciasse il guanto a tutta quanta la lega dei re?

Voi, re, nol fareste. Io, re, scenderei dal trono, mi rifarei cittadino,

e il dì dopo, libero d'ogni vincolo coll'Europa monarchica, griderei a

soldati e a cittadini: seguitemi all'impresa. Sperate l'una o l'altra

decisione da re Vittorio Emanuele?

Voi dunque, ai quali par fede che una nazione non possa farsi e vivere

senza re, non potete avere il re che chiedete, se non aprendogli la via

con una insurrezione di popolo. L'INSURREZIONE è, per voi come per noi,

l'unica soluzione possibile del problema italiano. Per voi, come per

noi, l'_iniziativa_ dell'impresa spetta al nostro popolo: il _monarca

unificatore_ non può che _seguire_; l'esercito piemontese non può che

_rispondere_ alla chiamata de' suoi fratelli. Perchè dunque non vi unite

con noi a procacciare, a promovere, a persuadere l'insurrezione? Perchè,

invece di decretare, voi esule, a una terra schiava un re alleato in

oggi degli alleati dell'Austria, non vi adoprate con noi a scuotere i

giacenti, a rinfrancare gl'incerti, a raccogliere gli ajuti per chi vuol

movere, a diffondere concordi la parola che suscita, a cominciar contro

l'Austria quella guerra, che può sola presentare al re vostro

opportunità di snudare la spada e rivelare all'aperto le generose

intenzioni, susurrate oggi misteriosamente all'orecchio dei creduli, dai

faccendieri di corte?

Invertendo l'ordine logico dei fatti, che devono e possono costituire lo

sviluppo della nostra rigenerazione, voi, che pur vi dite _pratici e

positivi_, nuocete al popolo, smembrando il Partito Nazionale che deve

guidarlo, _disertando l'unico terreno comune, sul quale tutte le forze

potevano e possono tuttora raccogliersi_; nuocete al re, facendolo

apparire davanti all'Europa provocatore segreto d'agitazioni ostili ai

governi; aizzandogli contro le ammonizioni e le minaccie di quegli

stessi gabinetti che, disposti a salutare un fatto potente compiuto,

desiderano pur non di meno impedire che sorga, costringendolo, quand'ei

non abbia energia o ipocrisia sovrumana, a legarsi verso i governi

europei con nuove promesse di pace, d'ordine, d'immobilità, se non forse

di repressione. Siete a un tempo amici imprudenti, tiepidi e malsicuri

patrioti.

Perchè dunque ostinarvi su quella via? Perchè, uomini che amano

anch'essi sinceramente il paese, non si stringono in un accordo comune

di pensieri e d'azioni onde persuadere all'Italia che il momento per

levarsi è venuto, e ajutarla ad afferrarlo con celerità di mosse e

imponenza di forze?

S'arretrano essi forse impauriti davanti all'_esclusivismo_

repubblicano?

No: voi non proferirete quella parola, Manin; voi men ch'altri potreste

proferirla senza arrossire. La storia dei tentativi fatti da me, perchè

tutti ci unissimo sopra un terreno, che non è il _mio_, ad ajutare le

tendenze generose d'un popolo, che è migliore di noi letterati, v'è

nota. Ma, lasciando la banda gli sforzi inutili d'un individuo, il grido

unanime dei repubblicani d'Italia, convalidato da fatti innegabili,

sorgerebbe a smentire l'accusa.

_La Nazione salvi la Nazione: la Nazione, libera ed una, decida dei suoi

propri fati_--è programma esclusivo? Può intendersi, senza quella

formola, l'esistenza d'un Partito Nazionale? Non possono, non devono,

all'ombra di quella bandiera, abbracciarsi quanti cercano la Patria

comune, a qualunque frazione appartengano? Non rimane l'avvenire aperto

a ciascuno?

Noi, repubblicani oggi siccome jeri, non vogliamo imporre repubblica, e

confessiamo arbitro supremo il paese: voi, repubblicani jeri, volete in

oggi imporre la monarchia: chi è l'esclusivo tra noi?

_Giugno 30._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 88 / 227 题