Io non vi rimprovero i subiti amori per casa Savoja. Se a voi, fautore
di repubblica jeri, piace il giogo d'un re, sia: meglio è dirlo che
tacerlo. Se alle nobili tradizioni, repubblicane tutte, del nostro
popolo, voi anteponete le tradizioni d'una famiglia, la cui storia si
libra perennemente fra le invasioni di due potenze straniere--se alla
libera, logica ed una espressione della coscienza nazionale parvi
preferibile il complesso, artificiale viluppo, che chiamano monarchia
costituzionale, un popolo imperfettamente rappresentato, una
aristocrazia _creata_--dacchè aristocrazia propriamente detta non esiste
in Italia--a incepparne sistematicamente la volontà, un sovrano che non
governa, ma oscilla fatalmente fra i due--giudichi il paese il vigore
del vostro intelletto: voi avete il diritto di predicare il concetto
politico inglese, che volete trapiantare in Italia. Io non parteggio per
casa alcuna: la mia casa è il Paese: il mio amore è riposto nella Patria
comune; la mia fede vive negli sforzi, nel sangue, nella suprema energia
del suo Popolo; la mia nozione del dritto posa sulla vita progressiva
della nazione guidata dai migliori per senno e virtù; ma non m'irrito se
altri dissente, e non credo che la discussione nuoccia alla mia fede
repubblicana. Veglia, arbitro su tutti noi, il Paese. Io fido in esso.
Ciò che io vi rimprovero è il _modo_ e il _tempo_ di quel programma; è
il mutare in formula di agitazione politica, _prima_ del moto, un
concetto che non può essere se non la _conclusione_ del moto stesso; è
l'oblìo assoluto, fatale dell'altra, della prima metà del programma,
l'insurrezione; è l'irritare, l'allontanare più sempre dal terreno
comune, indicato ripetutamente da noi, la parte repubblicana,
comandandole dittatoriamente di gittare, ai piedi della frazione
monarchica, la propria bandiera; è il sedurre a speranze addormentatrici
in disegni segreti del governo piemontese, la gioventù fremente delle
nostre terre, quando non esiste disegno alcuno, se non quello
d'accattarsi popolarità e prepararsi le vie per padroneggiare e sviare
un moto nazionale possibile; è il dire: _la rivoluzione è vicina_, come
se l'Italia dovesse riceverla compiuta da un motu-proprio di gabinetto,
invece di dire: _fate la rivoluzione e siate_; è il gridare: _Roma non
mova_, invece di gridare: _mova ogni angolo del paese_; è il dichiarare
che l'unificazione nazionale ha progredito d'un passo, perchè un
ministro di casa Savoja ha tentato insegnare ai nostri padroni come
s'eviti l'insurrezione unificatrice; è il travolgere--concedetemi
l'acerba, ma giusta parola--nel ridicolo voi stesso, e, se poteste, il
Partito, proclamando dall'esilio, e prima che un sol uomo sia desto a
combatter tra noi, _unificatore d'Italia_ un re, che non tenta, nè
vuole, nè può unificare, i cui cortigiani rifiutano le vostre parole, e
i cui ministri perseguitano, imprigionano e trasportano in America quei
che si adoprano a mover guerra allo straniero, dismembratore della
nostra Patria.
A chi giova la prematura, incauta proclamazione?
Al monarca che oggi servite?
No. La corona d'un popolo che sorge non s'ha in dono; si vince. Volerla,
prima di meritarla, è perderla. Se Carlo Alberto, invece d'attendarsi
nel quadrilatero, correva, per impedire i rinforzi, ai monti; se, invece
d'arrestarsi davanti ai pali della confederazione Germanica accampava in
Tirolo; se invece di volere che Venezia, la vostra Venezia, Manin,
scontasse la colpa della sua bandiera repubblicana, ei s'affrettava a
difenderla e a cingere i passi delle Alpi Friulane e Cadoriche; s'ei non
patteggiava col governo inglese la inviolabilità di Trieste; se, invece
di rifiutare gli ajuti d'un popolo prode e voglioso, invece di
sciogliere i volontarî, ei chiamava la libera guerra dei cittadini a
fiancheggiare la battaglia dell'armi regolari; s'ei voleva, insomma o
sapeva vincere, nessun partito valeva a contendergli la corona d'Italia.
La malaugurata fusione, affrettata appunto quando l'impresa volgeva in
peggio, perdè lui e il paese ad un tempo. Dite al vostro re d'assalire e
di vincere; quella è l'unica via per la quale ei possa sperare di
cingersi la corona che voi gli decretate, mentr'egli, in virtù dei
trattati, siede allato degli stranieri, occupatori di due terzi
d'Italia.
O giova al paese?
Il paese, Manin, vive anch'oggi inerte, immemore dei suoi doveri, tra il
capestro e il bastone. Bisogna insegnargli la fede in sè, colla fede in
esso, l'unità dei voleri, colla concordia degli uomini, ch'egli a torto
o a ragione saluta suoi capi, l'energia delle decisioni, colla
insistenza d'una parola vera, ardita, immutabile. Bisogna additargli uno
scopo determinato, i mezzi logici che ad esso conducono, i doveri che
deve compire a raggiungerlo. Bisogna rapirgli inesorabilmente tutte le
illusioni che lo disviano, poi rialzarlo colla conoscenza delle forze
onnipotenti ch'esso possiede e dimentica. Bisogna, sopra ogni cosa,
dargli coscienza di sè, della propria dignità, del diritto eterno che
vive in esso, della tradizione de' suoi padri, dell'alta missione alla
quale è chiamato nell'avvenire. Voi gli dite: _Agita le tue catene, e
scegliti un re_.
A fronte di quei che gli dicono: _Rompi le tue catene e sii re di te
stesso_, voi gli fate intravedere, nel nome di Vittorio Emanuele,
un'arcana potenza che deve emanciparlo ed unificarlo; gl'insegnate, con
un consiglio codardo, a disperare di vincere la gente straniera che
occupa la sua Roma; lo dichiarate, da un lato, colla negazione del dogma
repubblicano, incapace di guidarsi da sè; dall'altro, avviato già
pienamente, mercè le cure del re piemontese e dei gabinetti stranieri,
alla meta. Così, o Manin, non si destano: s'addormentano i popoli.
L'Italia aspettava ben altro linguaggio da voi.
È tempo di dire all'Italia, e senza riguardi, la verità. Gli uomini i
quali sagrificano, e ripetutamente, le loro convinzioni a un calcolo
d'opportunità momentanea--gli uomini che, a sciogliere il problema
italiano, guardano all'estero e non nelle viscere del paese--gli uomini
che, dopo aver maledetto alle delusioni del 1848, chiamano l'Italia a
rifar quella via di vergogna e sciagura--gli uomini che, dopo aver
veduto il popolo vincere su dieci punti d'Italia, e l'esercito regolare,
mal guidato e tradito, soccombere, insegnano al popolo che non può
vincere, se non mercè quell'esercito--gli uomini che credono l'opera di
alcune dichiarazioni sospette e d'alcune adulazioni mentite, bastevole a
conquistare ad un tempo esercito e governo che lo dirige--gli uomini che
susurrano possibile, prezzo d'apostasia, _l'iniziativa_ della monarchia
piemontese--gli uomini che, dopo tanto millantar di vulcani e ruine
presso ad esplodere, non gridano unanimi al paese: _vergognati e
sorgi_--tradiscono, consci o inconsci, per difetto di core o di senno,
la causa della Nazione. Qualunque sia il nome che portano, la nazione
deve rifiutarne i consigli.
Quell'esercito, pel quale voi siete presti a dimenticar la Nazione
intera, lo avremo: è esercito italiano, prode, memore, e sente con noi
l'aborrimento dello straniero; ma non lo avremo, fuorchè levandoci e
invocandone, armati, l'armi. Quel re, al quale in oggi piaggiate, come
piaggiaste, per poi maledirlo, al padre di lui, lo avrete--e piaccia a
Dio che non abbiate a pentirvene--purchè vogliate: è giovine,
coraggioso; l'onta di Novara e l'insulto austriaco devono da quando a
quando balenargli sugli occhî, ed è possibile ch'egli un giorno,
commosso a forti pensieri, cacci da sè i codardi uomini di gabinetto,
che lo circondano, e si faccia, di piemontese, italiano; ma non prima
che voi sorgiate, non prima che voi gli abbiate offerto, in azione, un
più potente alleato che non è la diplomazia, non prima che il grido di
un popolo sommosso gli abbia tuonato all'orecchio: _scendi o inalzati
con noi_. I re seguono talora, non iniziano mai. Chi tenta indugiar la
Nazione dietro al fantasma d'un'_iniziativa_ monarchica, o inganna, o ha
smarrito il senno.
Le tradizioni del governo piemontese son regie. La monarchia è
vincolata, da vecchî e nuovi trattati, alle altre monarchie, e alle
norme generali d'ordine e assetto territoriale europeo, prestabilite da
lungo. Può il governo piemontese rompere a un tratto, non provocato, non
costretto dalla prepotenza di fatti, spettanti ad un ordine nuovo, quei
vincoli e quei trattati? Tutta la politica degli uomini del gabinetto
sardo poggia sulla speranza di conquistarsi la simpatia e, occorrendo,
l'appoggio dei gabinetti inglese e francese; può il gabinetto sardo
provocarsi contro l'ira dei due alleati, i quali, col linguaggio
officiale e segreto, gl'intimano una politica di resistenza, e non
altro? Ogni idea di mutamenti territoriali fu solennemente, unanimemente
respinta, nelle Conferenze di Parigi: il diritto italiano vivente,
fremente nei Lombardo-Veneti, non ottenne dai plenipotenziarî sardi
neanche una sommessa, indiretta allusione: riconoscendo la legalità
dello statu-quo, essi s'accontentano d'accennare a una teorica possibile
di non intervento, che vietasse all'Austria d'allargarsi oltre agli
attuali confini[112]; e pretendereste che re Vittorio Emanuele scendesse
un giorno subitamente in campo, varcasse spontaneo il Ticino e la Magra,
intimasse ai re delle varie parti d'Italia di scendere; intimasse,
affrontando scomuniche e l'armi dell'Impero alleato, al Papa di
rassegnare la potestà temporale, e, fatto incitatore d'insurrezione,
sovvertitore dell'equilibrio territoriale e del diritto comune
governativo europeo, cacciasse il guanto a tutta quanta la lega dei re?
Voi, re, nol fareste. Io, re, scenderei dal trono, mi rifarei cittadino,
e il dì dopo, libero d'ogni vincolo coll'Europa monarchica, griderei a
soldati e a cittadini: seguitemi all'impresa. Sperate l'una o l'altra
decisione da re Vittorio Emanuele?
Voi dunque, ai quali par fede che una nazione non possa farsi e vivere
senza re, non potete avere il re che chiedete, se non aprendogli la via
con una insurrezione di popolo. L'INSURREZIONE è, per voi come per noi,
l'unica soluzione possibile del problema italiano. Per voi, come per
noi, l'_iniziativa_ dell'impresa spetta al nostro popolo: il _monarca
unificatore_ non può che _seguire_; l'esercito piemontese non può che
_rispondere_ alla chiamata de' suoi fratelli. Perchè dunque non vi unite
con noi a procacciare, a promovere, a persuadere l'insurrezione? Perchè,
invece di decretare, voi esule, a una terra schiava un re alleato in
oggi degli alleati dell'Austria, non vi adoprate con noi a scuotere i
giacenti, a rinfrancare gl'incerti, a raccogliere gli ajuti per chi vuol
movere, a diffondere concordi la parola che suscita, a cominciar contro
l'Austria quella guerra, che può sola presentare al re vostro
opportunità di snudare la spada e rivelare all'aperto le generose
intenzioni, susurrate oggi misteriosamente all'orecchio dei creduli, dai
faccendieri di corte?
Invertendo l'ordine logico dei fatti, che devono e possono costituire lo
sviluppo della nostra rigenerazione, voi, che pur vi dite _pratici e
positivi_, nuocete al popolo, smembrando il Partito Nazionale che deve
guidarlo, _disertando l'unico terreno comune, sul quale tutte le forze
potevano e possono tuttora raccogliersi_; nuocete al re, facendolo
apparire davanti all'Europa provocatore segreto d'agitazioni ostili ai
governi; aizzandogli contro le ammonizioni e le minaccie di quegli
stessi gabinetti che, disposti a salutare un fatto potente compiuto,
desiderano pur non di meno impedire che sorga, costringendolo, quand'ei
non abbia energia o ipocrisia sovrumana, a legarsi verso i governi
europei con nuove promesse di pace, d'ordine, d'immobilità, se non forse
di repressione. Siete a un tempo amici imprudenti, tiepidi e malsicuri
patrioti.
Perchè dunque ostinarvi su quella via? Perchè, uomini che amano
anch'essi sinceramente il paese, non si stringono in un accordo comune
di pensieri e d'azioni onde persuadere all'Italia che il momento per
levarsi è venuto, e ajutarla ad afferrarlo con celerità di mosse e
imponenza di forze?
S'arretrano essi forse impauriti davanti all'_esclusivismo_
repubblicano?
No: voi non proferirete quella parola, Manin; voi men ch'altri potreste
proferirla senza arrossire. La storia dei tentativi fatti da me, perchè
tutti ci unissimo sopra un terreno, che non è il _mio_, ad ajutare le
tendenze generose d'un popolo, che è migliore di noi letterati, v'è
nota. Ma, lasciando la banda gli sforzi inutili d'un individuo, il grido
unanime dei repubblicani d'Italia, convalidato da fatti innegabili,
sorgerebbe a smentire l'accusa.
_La Nazione salvi la Nazione: la Nazione, libera ed una, decida dei suoi
propri fati_--è programma esclusivo? Può intendersi, senza quella
formola, l'esistenza d'un Partito Nazionale? Non possono, non devono,
all'ombra di quella bandiera, abbracciarsi quanti cercano la Patria
comune, a qualunque frazione appartengano? Non rimane l'avvenire aperto
a ciascuno?
Noi, repubblicani oggi siccome jeri, non vogliamo imporre repubblica, e
confessiamo arbitro supremo il paese: voi, repubblicani jeri, volete in
oggi imporre la monarchia: chi è l'esclusivo tra noi?
_Giugno 30._