Quando voi, capo di repubblica nel 1848, e caro a noi tutti pei ricordi
della gran difesa e per dignità di condotta negli anni d'esilio,
gittaste, rompendo a un tratto il lungo silenzio, la bandiera--non dirò
della repubblica--ma della nazione, ai piedi d'un re, io vi compiansi e
mi dolsi per l'Italia, tacendo.
Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua
corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più
urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di
azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via
dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando
concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da
otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle
circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le
libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della
causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici,
ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che
l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito,
e che dall'aver detto alla monarchia: _Fate, e saremo con voi_,
trarreste vigore novello per gridare al paese: _La nazione salvi la
nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia,
paurosa e impotente, ricusa_.
Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni
speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani,
dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana:
parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui
martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido di _viva l'Italia!_ e
sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato
a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la
fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra
un equivoco, sulla parola _unificazione_ sostituita alla parola _unità_,
senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che
uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse
insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il
dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria
l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni
straniere; a fronte d'un _memorandum_[110] che insegna ai governi il
come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il
proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la
monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito,
gridare al partito: _Agitate, agitatevi_, come se la parola di O'Connel
potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è
delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente
ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo.
E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito
delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre
lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al
partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però
vi scrivo.
In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà
nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dalla _teoria
del pugnale_.
Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nel _Times_, giornale
ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di
alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu
sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in
ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò
sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò
sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili
tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti,
inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per
suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile
nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri
punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli
onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a
governi liberi non guasti da licenza e anarchia.
In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto
alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste
a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni
accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al
nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?
Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi
inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o
dispererà di raggiungerlo--quando i padroni del _Times_, ch'oggi tentano
di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la
libera UNITÀ NAZIONALE, crederanno giunto il momento di por fine al mal
gioco e di mutare linguaggio--essi commenteranno la vostra lettera, e ne
dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, la
_teoria del pugnale_; che il partito o frazione importante del partito
l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole,
v'eravate sentito in obbligo di protestare contro la _teoria_; ma che il
partito--e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta
individuale che si commetterà in un angolo della penisola--non avendo
accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce,
irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.
E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri
creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi
parlate a più riprese di _coraggio_ che v'è necessario per dettar quella
lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il
pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di
moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombra
della loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti
da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi,
i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza
speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che
ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.
Da taluni mi fu detto che, denunziando la _teoria del pugnale_, voi
accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini
affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso;
e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte
da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri
potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste
che i governi e i giornali dei _moderati_ piemontesi e lombardi, e il
_Times_, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere
contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne
in mente che, inalzandovi contro la _teoria del pugnale_, soccorrevate,
scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei
nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali
segreti e tendenze a vendette illegali?
E non di meno, non è in nome mio--a me oggimai poco importa di ciò che
l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano,
sentenziò a mio danno o a mio pro--ma in nome di tutto un partito, ch'io
vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia la _teorica del
pugnale_? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?
Se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi grida a una
gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e
la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma
arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma
razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete
Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non
battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e
Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre
gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo,
unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia
da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chi _è_: _sorgete_
dunque e _siate_; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome
della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete
sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create
l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre
croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i
pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle
sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze,
libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al
coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può
distruggere il nemico ed emanciparvi.»--Quel linguaggio è il mio, e
dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro
arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in
Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in
Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.
Ma se per _teorica del pugnale_ intendete il linguaggio di chi dicesse
ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel
solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere:
ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei
quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta,
che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale, prima di
essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o
discolpe:»--Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce
teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.
Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da
qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani,
rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore,
mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi
per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La
repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato,
tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.
D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della
servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a
lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore
d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano
un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli
inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un
Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come
applicazioni pratiche d'una _teorica_ che non esiste. Errano tuttavia,
tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per
infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la
mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.--e
cito un solo nome ad esempio--ebbe in Mantova venti colpi di bastone al
giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al
colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo
debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito,
ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di
Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di
piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in
cui si fosse abbattuto, direste voi frutto di _teorica_ quella
uccisione?
In questo--nell'insana, incessante, efferata persecuzione contro il
pensiero, contro i menomi atti sospetti, contro le sostanze, contro la
vita di quanti sono rei o creduti rei d'affetti al paese--nel bastone
fatto legge di mezza Italia--nell'insolenza perenne di padroni
stranieri--nell'irritazione febbrile generata dai _precetti_ e da uno
spionaggio sfrontato--negli odî educati dalle denunzie pagate--nelle
prepotenze consumate sotto l'egida d'un governo aborrito come il papale,
da tirannucci subalterni, noti a ogni individuo delle nostre non vaste
città--nell'assenza d'ogni educazione popolare--nel disprezzo forzato
d'ogni instituzione esistente--nell'impossibilità di trovar giustizia
contro i sorprusi degli oppressori--nello spregio della vita,
conseguenza inevitabile d'ogni incertezza del domani--in una condizione
di cose, che non poggia se non sull'arbitrio del potente--nella
colpevole indifferenza dell'Europa governativa a un pensiero di Patria
comune, ad una immensa aspirazione nudrita e inesorabilmente repressa da
mezzo secolo--vive la _teorica del pugnale_.
Il partito, collettivamente, ha respinto sempre e respinge la tentazione
tremenda che i nostri padroni ci porgono: se pochi individui, organi di
non altro che della propria inspirazione, soccombono, è _fatto_ e
conseguenza delle cagioni che accenno, e che non cesserà se non col
cessare di quelle. Bisognava dirlo. Bisognava ricordare all'Europa come,
sopra ogni punto d'Italia, il nostro popolo fu sublime--ogni qual volta
ebbe un lampo di viver libero--di perdono e di oblio. Bisognava
ricordarle, ciò che pur jeri un ministro inglese dichiarava,
contradicendosi, a proposito di Roma, davanti ai Comuni[111] che le
nostre città non furono mai sì bene governate e così pure di delitti e
violenze, come quando una bandiera di Patria sventolò sulle loro torri.
Bisognava ritessere il quadro delle nostre misere condizioni, e gridare:
_il governo austriaco, che s'ostina, contro il voto unanime della
popolazione, a conservare ciò che non è suo; il governo di Francia, che
tolse a Roma ogni via di miglioramento; il protestante governo inglese
che dichiarò nei suoi dispacci di volere il ritorno del papa; i governi
tutti d'Europa, che vietano all'Italia di essere nazione stanno
mallevadori davanti agli uomini e a Dio pei pugnali che lampeggiano, tra
l'ombra, sulle nostre terre. Essi cospirano tutti a contrastare il
nostro libero sviluppo, a mantenere sul nostro suolo una grande
Ingiustizia: incolpino sè stessi s'esce talora, di mezzo a una gente
schiava, ineducata, abbandonata da tutti, una protesta anormale,
violenta_.
Era questa, parmi, la parte vostra. Gridare ad uomini che agonizzano
ingiustamente sotto il coltello del boja: «_non usate il coltello che vi
vien tra le mani_» è tutt'uno col gridare a chi muore in una atmosfera
appestata: _corra regolare il sangue nelle vostre vene; guarite_: è lo
stesso errore che quello dei valentuomini i quali aspettano per iniziare
l'instituzione repubblicana, che i nati e educati sotto il dispotismo
monarchico, abbiano virtù di repubblicani.
La _teorica del pugnale_ non ha mai esistito in Italia; il _fatto_ del
pugnale sparirà quando l'Italia avrà vita propria, diritti riconosciuti
e giustizia.
Oggi io non approvo, deploro, ma non mi dà il core di maledire. Quando
un uomo, Vandoni, accerchia d'artificî in Milano il suo vecchio amico,
per far ch'egli accetti da lui un biglietto dell'Imprestito Nazionale,
poi corre a denunciarlo alla polizia dello straniero--se un popolano si
leva il dì dopo e trafigge il Giuda a mezzo il giorno sulla pubblica
via--io non mi sento coraggio di gettar la pietra a quel popolano, che
s'assume di rappresentare la giustizia sociale aborrita alla tirannide.
Io aborro anche da una sola goccia di sangue, quando non richiesta
imperiosamente pel trionfo e per la consecrazione d'un santo principio.
Credo colpa la pena di morte applicata dalla Società che può difendersi,
e vagheggio, primo decreto della repubblica trionfante l'abolizione del
patibolo. Gemo sulle vendette individuali, anche se contro gl'iniqui,
anche se manchi, ove si compiono, ogni rappresentanza di giustizia
legale. Ricusai, affrontando la taccia di debole, di apporre in Roma la
mia firma a una condanna nel capo pronunziata da un tribunale di guerra
contro un soldato colpevole. Non temo dunque dagli onesti,
interpretazione sinistra alle mie parole, se aggiungo che sono, nella
vita e nella storia delle nazioni, momenti eccezionali ai quali il
giudicio normale umano non può adattarsi, e che non ammettono
inspirazioni fuorchè dalla coscienza e da Dio.
Santa è nelle mani di Giuditta la spada che troncò la vita ad Oloferne;
santo il pugnale che Armodio incoronava di rose; santo il pugnale di
Bruto; santo lo stile del siciliano che iniziò i vespri; santo il dardo
di Tell. Quando, dove ogni giustizia è morta e un tiranno nega e
cancella col terrore la coscienza d'una nazione e Dio che la volle
libera, un uomo, puro d'odio e d'ogni bassa passione e per sola
religione di Patria e dell'eterno diritto incarnato in lui, si leva di
faccia al tiranno e gli grida: _tu tormenti i milioni dei miei fratelli:
tu contendi loro ciò che Dio decretava per essi: tu spegni i corpi e
corrompi le anime: per te la mia patria agonizza ogni giorno, in te fa
capo tutto un edifizio di servitù, di disonore e di colpe: io rovescio
quell'edifizio, spegnendoti_--io riconosco, in quella manifestazione di
tremenda eguaglianza tra il padrone dei milioni e un solo individuo, il
dito di Dio. I più sentono in core come io sento: io lo dico.
Io dunque non gitterei, come voi, Manin, l'anatema su quei feritori: non
direi loro, con ingiustizia patente: _siete codardi_; non direi al
Partito, che non incuora quei fatti: _fallirete allo scopo se non fate
che cessino_--ma direi: «perchè ferite, o miseri? che sperate? se mai
l'uomo ha diritto sulla vita dell'uomo, io so che la spia, il traditore,
l'italiano, che accetta, per danaro, dall'oppressore straniero la infame
missione di torturare o consegnare al patibolo i suoi fratelli
intolleranti della servitù della Patria, son tristi e degni di morte; ma
importa spegnerli? e potete spegnerli tutti? E potete esser giudici voi
soli di ciò che s'agiti nella coscienza delle vostre vittime? Sapete voi
se non saranno pentiti e migliori domani? e a ogni modo, volete esser
tristi come essi sono? A vincere, noi dobbiamo esser migliori; a meritar
la vittoria, noi dobbiamo cancellare dal nostro core ira, ferocia,
vendetta. Noi siamo gli apostoli della Patria futura: vogliamo fondar la
Nazione. In quella sacra idea, e nel dovere di far che trionfi, sta la
sorgente dei nostri diritti. Or potete fondar la Nazione, conquistar la
Patria a quel modo?
«A voi è mestieri di spegnere, non pochi satelliti dei vostri tiranni,
ma la tirannide. E finchè vivrà--finchè avrete corruttori in seggio,
bajonette straniere e patiboli, avrete corrotti, schiavi traditori per
codardia, e tormentatori e carnefici; e ripulluleranno pur sempre,
perchè il vostro pugnale lampeggia raro ed incerto e la bajonetta degli
oppressori splende sugli occhî loro continua, inesorabile, onnipotente.
Concentrate adunque la vostra energia in un pensiero d'insurrezione
collettiva, che liberi a un tratto il vostro suolo dalle cagioni che
creano i vili ed i tristi. Volgete, intesi fra voi, contro gl'invasori
stranieri quei ferri, che oggi adoprate, assumendovi una tremenda
missione di giudici, senza esame e senza difesa, contro uomini, che non
sono se non arnesi della tirannide che vi sta sopra. Liberi, non avrete
da temere o da punire traditori o giudici iniqui. Il diritto di
conquistarvi una Patria è diritto che Dio vi dà: quello che vi date da
per voi contro gl'individui, agenti ciechi del dispotismo, si libra tra
la giustizia e il delitto.»
Se non che, a me, quegli uomini concederebbero il diritto di tener loro
questo linguaggio, però che io grido _insorgete_ e addito la via unica,
semplice, razionale, e m'adopro, per quanto io so, perchè possano
insorgere, e accetto e invoco la cooperazione fraterna di tutti, e
chiamo gl'Italiani ad unirsi tutti in opre concordi ed attive intorno a
un programma che nessuno, senza intolleranza o tradimento alla Patria
comune, può rifiutare: LA NAZIONE SALVI LA NAZIONE: LA NAZIONE DECIDA,
LIBERA ED UNA, DEI SUOI DESTINI. Ma voi?
Ponetevi la mano sul core, e rispondetemi: se un di quegli uomini sui
quali voi chiamate l'anatema, sorgesse a dirvi: «Voi ci avete, Daniele
Manin, predicato, con altri, l'odio alla dominazione straniera, l'idea
nazionale, l'aborrimento agl'Italiani che rinnegano la nostra fede. Voi,
con altri, avete messo nell'anima nostra la febbre di Patria. Perchè,
cogli altri, non ci guidate alla conquista di quell'ideale? Perchè ci
lasciate soli? Perchè, invece di volgervi a noi, fratelli vostri, vi
volgete alla diplomazia, alle corti straniere, a una monarchia che non
vuole e non può salvarci? Noi siamo milioni; v'abbiamo, nel 1848 e nel
1849, provato che siamo capaci di emancipare il nostro terreno: siamo
oggi più forti d'allora, e ve lo provano i fatti stessi che biasimate:
perchè non ci ajutate nell'opera del riscatto comune che di certo
preferiremmo? perchè voi cogli altri, che salutammo, e siam pronti a
salutare oggi ancora nostri capi, non v'unite a chi lavora per noi? Voi
non amate i nostri pugnali, perchè non ci date fucili? Voi lo potete:
voi e dieci altri nomi cari a tutti, unendovi a dire, palesemente,
arditamente: _è giunta l'ora!_ unendovi a chiedere ai facoltosi una
parte del loro oro per noi che poniamo il nostro sangue sulla bilancia,
riescireste, convincereste, indurreste a sacrificî quei che oggi,
nell'anarchia del partito, tentennano irresoluti. Perchè nol fate?
Perchè ci trascinate d'illusione in illusione, finchè scenda sull'anime
nostre la disperazione? volete che i potenti d'Europa scendano a
scannarsi per noi? volete che l'emancipazione d'Italia si compia con
forze straniere? No; venite apertamente, francamente con noi. Aggiungete
la vostra mente alle nostre braccia. Allora soltanto avrete diritto di
consigliarci.»--Che potreste voi rispondere a linguaggio siffatto?
_Londra 8 giugno._