III.

In una vostra lettera, s'io non erro, del 28 maggio, voi decretavate

Vittorio Emanuele re unificatore d'Italia.

Nella vostra del 26 giugno, voi professate d'insegnare, per mezzo della

stampa inglese, agl'Italiani di Napoli, il modo d'ottenere che

Ferdinando ridiventi monarca costituzionale delle Due Sicilie. Se

migliaja, anzi milioni d'uomini, schiavi d'una tirannide illimitata,

possano quetamente intendersi a praticare universalmente un rimedio più

che difficile e rare volte tentato là dove vivono libertà e diritti

custoditi da corpi deliberanti--se, dove potesse raggiungersi armonia di

voleri siffattamente miracolosa, non valga meglio scendere in piazza ed

emanciparsi a un tratto dall'esoso governo--è questione che gli uomini

del regno sciorranno, se giunge ad essi il vostro consiglio. Io scrivo a

chiedervi, a chiedere agli amici vostri, come si concilii la unità

d'Italia sotto Vittorio Emanuele col ristabilimento d'una monarchia

costituzionale in Napoli. L'Italia ha lungamente deplorato, Manin, il

vostro silenzio; temo che voi dovrete deplorare tra non molto l'ora, in

cui i suggerimenti di falsi o d'incauti amici v'indussero a romperlo.

Che cosa è che volete? In chi credete? qual via pratica di risurrezione

additate voi all'Italia? Qual è il principio, il metodo che vi guida?

Ogni uomo che s'arroga il diritto di consigliare un Popolo, ha debito di

dirlo chiaro. Voi accarezzate il _linguaggio_ reciso, laconico,

dittatoriale, dell'uomo che si sente capo, e domanda d'esser seguito;

non potreste avere aperto, logico, definito il _pensiero_? Volete

l'unità d'Italia sotto un solo monarca, o volete sette principi che, di

fronte a minaccie interne o straniere, giurino oggi e sgiurino domani

costituzioni? Volete un'insurrezione nazionale che ci conquisti colla

forza delle armi la PATRIA comune, o volete riforme locali, che ci diano

una dose omeopatica di libertà, concessioni che ci addormentino,

amnistie che ci disonorino? Quando chiedete al Popolo agitazione,

intendete agitazione di petizioni, dimostrazioni pacifiche, come quelle

che precedettero nel 1848 le cinque giornate, e che oggi sarebbero

accolte dalla mitraglia, o le sommosse parziali, che annunziano e talora

affrettano l'insurrezione? Quando dite che la rivoluzione è forse

_vicina_, accennate a un levarsi di moltitudini o ad una mossa spontanea

del monarca unificatore? Quando scongiurate che Roma non mova, insegnate

codardia all'insurrezione o fidate in arcani disegni dell'uomo del 2

dicembre?

A voi, ai vostri, incombe rispondere; e nol farete. Nol farete,

atteggiandovi a sprezzatori di richieste che chiamerete imprudenti, a

diplomatici che non possono, senza grave danno, rivelare il loro

segreto. Ma il vero è che non _potete_ rispondere. Voi non avete

segreto; non avete programma; non avete principio che vi guidi. Voi non

vivete di vita italiana, ma d'inspirazioni straniere. Voi cercate

l'Italia, non nelle aspirazioni e nella potenza, provata pochi anni

addietro, delle sue moltitudini, ma nei suggerimenti, nelle instigazioni

di gabinetti, che ci hanno sempre traditi. Io ne conosco gli agenti, e

potrei nominarli.

I governi europei tremano dell'Italia. Questa povera Italia, Cristo

delle nazioni pei patimenti, ha pure fidata a sè dalla Provvidenza la

parola della grande universale risurrezione; e lo sanno. Sanno che il

giorno in cui, inspirata da un momento di fede suprema, essa oserà

proferirla, la sepoltura, nella quale son posti a giacere i popoli, si

aprirà in un subito a dar varco alla nuova vita. Sanno che noi teniamo

in pugno la questione delle nazionalità, il nuovo assetto d'Europa.

Sanno che un grido potente di redenzione non può sorgere da questa

terra, che ha dato due volte la parola d'Unità alle razze europee, senza

suscitare UNGHERIA, POLONIA, GERMANIA, FRANCIA, GRECIA, e SLAVI

meridionali. E quando, frutto dei casi europei, delle nuove delusioni,

della rinfierita tirannide, ed opera del partito al quale io mi onoro

d'appartenere, sorse il fermento confessato dai _memorandum_, dai

discorsi ministeriali e dalla stampa europea, essi, i governi,

s'affrettarono impauriti a cercare, poichè non potevano spegnerlo, il

come sviarlo, e s'appigliarono al vecchio artificio del 1831 e del 1848,

dividere in due correnti la piena che minaccia sommergerli, smembrare in

due campi il campo della nazione, incitar gli uni, i più lenti, sì che,

non movendo mai, accennino pur sempre di movere, frenar gli altri, i più

fervidi, colle speranze di eventi prossimi e d'una unione generale di

forze, che non verrà mai, se non da un audace fatto compiuto. A questo

concetto, sorgente in oggi di quanto s'opra o si mormora nelle sfere

governative, era necessaria una bandiera, un'autorità di nome italiano,

noto e caro all'Italia, che impiantasse il dualismo nelle nostre file: e

scelsero voi. Voi siete, inconscio, il Gioberti del 1856.

Tornate a noi, Manin; tornate al campo della nazione; tornate agli

uomini che difendevano l'onore d'Italia in Roma, mentre voi lo

difendevate in Venezia; tornate al Popolo, al Popolo che combatte e

muore, al popolo che non tradisce, al Popolo delle cinque giornate, al

Popolo dei grandi fatti di Sicilia, di Bologna, di Brescia, della città

che v'ha dato vita. Siete in tempo. Lacerate tutte le vostre lettere, e

serbate unicamente il SE NO, NO della prima: un anno d'ambagi, di

codarde dubbiezze, e d'inadempite speranze, ha ormai cancellato quel

_se_. Vi rassegnaste a un'ultima prova; dichiaratela or consumata, e

venite a noi. Dite agli Italiani: _accoglietemi: io non ho più fede che

in voi_. V'accoglieranno plaudenti; e risponderanno, credete a me,

all'accordo unanime degli uomini di tutte le frazioni, con fatti, che

saranno ai bei fatti del 1848, ciò che l'incendio è alle annunziatrici

scintille.

L'Italia versa oggi in uno di quei momenti supremi nei quali il Partito

deve decidere tra il fare ed _essere_ domani, o soggiacere a un decennio

di schiavitù. Nella guerra delle nazioni oppresse, le circostanze

geografico-politiche, in consenso noto degli animi dall'Alpi al mare, e

l'opinione europea, hanno decretato che l'iniziativa spetta all'Italia:

bisogna accettarla, o abdicare e aspettar salute dalla lentissima,

incerta modificazione delle cose europee.

Da un lato, le insurrezioni antivedute, prenunziate inevitabili

dall'opinione, sono appoggiate dall'opinione; la nostra proromperebbe

come incarnazione, rappresentanza materiale d'una idea, d'un principio,

che ha già ricevuto la cittadinanza europea. Le confessioni della

diplomazia, l'attenzione rivolta da tutti i governi alle cose nostre

l'agitazione seminata dagli uomini della monarchia piemontese, le

previsioni della stampa di tutti i paesi, l'ordinamento spontaneo, o

provocato dagli uomini di parte nostra tra il popolo delle città tutte

quante, dentro e fuori d'Italia, hanno a gara preparato il terreno a chi

vorrà impossessarsene. Ogni _fatto_, splendido d'ardire e di volontà,

compito in nome della Nazione e delle Nazioni, apparirà come segnale

inaspettato, invocato dagli oppressi di tutti i paesi. Dieci bandiere di

popoli risponderanno, sorgendo a guerra, a quel _fatto_.

Dall'altro, non giova dissimularlo, l'opinione delusa rovescierebbe su

noi giudicio severo; il terreno conquistato dalle prove del 1848 e del

1849 sarebbe perduto. Il core dell'Europa batteva, concitato di speranza

e di fede, per la Polonia molti anni dopo l'insurrezione del 1830;

l'inerzia sistematicamente adottata, per calcoli d'opportunità

menzognere, dagli uomini di quella nazione nel 1848 e negli anni che

vennero dietro, ha spento quel palpito d'affetto; e l'opinione, ch'io so

mal fondata, pure universalmente diffusa, che la Polonia sia morta,

russa, impotente, fu una delle principali cagioni che trattennero il

popolo inglese dal comandare al proprio governo di mutare le tendenze

dell'ultima guerra. Lo stesso avverrebbe di noi, s'or tradissimo le

speranze vive per ogni dove. Abbiamo tanto snudato le nostre piaghe

all'Europa, abbiamo svelato con tanta insistenza la storia dei nostri

dolori e a un tempo stesso del nostro fremito e delle nostre minaccie,

che non dovremmo lagnarci fuorchè di noi, se l'Europa, stanca e

vedendoci pur sempre fallire al momento opportuno, gittasse su noi la

condanna: _sono millantatori codardi; meritano pietà, non favore ed

ajuto_.

Bisogna fare, o scadere.

E fare e riescire si può, se--lasciate da banda le vie oblique,

rinunziando, non a giovarsi della diplomazia, ma ad accettarne le

inspirazioni, rassegnando alla nazione emancipata i programmi

dell'avvenire, accettando, fin dove importa, la cooperazione d'ogni

elemento, ma non sottomettendo la propria azione ad alcuno--gli uomini

che amano il paese più che sè stessi, vogliano unirsi tutti ad azione

incessante, ardita, virile, nelle norme seguenti:

Vogliamo una Patria, vogliamo la Nazione; vogliamo che una Italia sia.

Possiamo _accettare_, a giovarcene, non _chiedere_, riforme o

miglioramenti amministrativi e civili. Sappia l'Europa che venticinque

milioni d'uomini, figli d'una terra che ha dato all'Europa incivilimento

e unità morale, non chiedono elemosina di condizioni più miti, ma

chiedono d'essere ammessi, Nazione, tra le Nazioni.

La libertà e l'unità d'Italia non possono conquistarsi che colle nostre

forze, col nostro sangue, colla battaglia di tutti per tutti. I nostri

più potenti alleati devono essere i popoli oppressi come noi siamo. Li

avremo a seconda dell'energia che riveleremo sorgendo. I forti son certi

di essere seguiti.

Qualunque sia l'intenzione, qualunque il disegno della monarchia

piemontese, l'_iniziativa_ del moto spetta necessariamente al popolo.

L'insurrezione popolare può sola preparare freno e rimedio ai disegni,

se tristi; sola porgere opportunità al loro sviluppo, se buoni.

Qualunque sia quindi l'opinione in proposito di ogni italiano che ami

davvero l'Italia, egli deve rivolgere tutti i suoi sforzi a promovere

l'iniziativa insurrezionale.

L'Italia è matura per sorgere e vincere, più assai che non era nel 1848,

quando eravamo incerti del popolo, oggi deliberatamente nostro in tutte

provincie, in tutte città. Non bisogna consecrarsi a lavori già fatti.

Non bisogna smarrir tempo e cure in vasti preordinati disegni, scoperti,

traditi sempre, prima di tradursi in fatti: bisogna chiamare gli audaci

all'azione aperta, coll'azione aperta:

Spirar fiducia negli irresoluti, provando ad essi col fatto, che

sorgere, trascinarsi dietro le moltitudini e vincere, è cosa possibile;

provare, come il filosofo antico, la possibilità del moto, movendo:

Diffondere per ogni dove il fermento, l'aspettazione, l'ansia del

segnale; e concentrare il lavoro pratico, definito, sopra un punto dato

d'onde abbia a sorgere quel segnale, è questo il segreto della vittoria

per noi.

Ogni provincia, ogni città importante d'Italia può essere quel punto;

ogni provincia, ogni città d'Italia deve lavorare ed essere quel punto.

Ogni terra d'Italia ha in deposito il Diritto e il Dovere della Nazione;

ogni terra d'Italia può assumersi l'iniziativa del moto, e formare

l'antiguardo del grande esercito nazionale.

La prima che sorge deve sorgere in nome di tutte: tutte devono senza

indugio seguirne il segnale:

_Fuori gli stranieri; giù le tirannidi quali esse siano: la Nazione è

una e sovrana; in essa sola vive eterno, incancellabile, il diritto di

prescriver forma ai proprî destini_: chi non accetta programma siffatto

non appartiene al Partito Nazionale; è uomo di setta o di fazione; chi

lo accetta, lo dica, lo diffonda a un nucleo d'uomini intorno a sè,

raccolga sollecito danaro e materiale da guerra quanto più può, e

comunichi direttamente, o attraverso il nucleo che gli è vicino, col

centro della sua provincia o città.

Un Governo d'Insurrezione, uscito e approvato dall'insurrezione stessa,

ne regga le parti. Quei che scendono in campo ad appoggiare il moto

iniziato, siano accolti, quali essi siano, come alleati e fratelli, non

come padroni.

Fatti e non parole; sagrifici e non frasi pompose di retori o

discussioni interminabili su programmi; cartuccie e non libri; ogni cosa

è concessa a un Popolo schiavo fuorchè il cader nel ridicolo; e noi,

schiavi di stranieri, di papi, di preti, di re, di gendarmi, di tutti e

di tutto, ciarlando sempre di sorgere, e non sorgendo mai, vi camminiamo

a passi veloci.

Venite a noi, Manin; date il nome vostro a norme siffatte; la Nazione

dimenticherà le vostre lettere, per non ricordar che Venezia. E se no,

no. La Nazione, temo, dimenticherà che foste capo, grande talora, d'un

Popolo di prodi, per ricordarsi soltanto dell'uomo, che, acclamato capo

d'una Repubblica, sagrificava ripetutamente alla monarchia il principio

giurato, vietava alla futura Capitale d'Italia di cacciar lo straniero,

e decretava ad un tempo, il Borbone re costituzionale di Napoli, e

Vittorio Emanuele monarca unificatore d'Italia.

_2 luglio._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 89 / 227 题