VI.

Uomini senza core e senza credenza, ultimi allievi d'una scuola che

incominciando dal predicare l'atea dottrina dell'arte per l'arte ha

conchiuso nella formula del _potere pel potere_, voi avete da molto

smarrito ogni intelletto di storia, ogni presentimento dell'avvenire. La

vostra mente è immiserita dall'egoismo e dal terrore d'un moto europeo

che nessuna potenza umana può arrestare, che consentito e diretto potea

svolgersi pacificamente e che la vostra colpevole resistenza muterà

forse pur troppo in elemento di guerra tremenda. Voi eravate oggimai

incapaci d'intender coll'anima la grandezza del risorgimento italiano

albeggiante da Roma, dalla Roma del Popolo. Ma quali erano le vostre

speranze quando decretaste la guerra fraterna? Spegnere, ferendola al

core, la rivoluzione nazionale? E non dovevate avvedervi che ogni

resistenza opposta all'armi vostre da Roma, e il solo fatto del vostro

movervi a lega con tre governi per comprimerne i moti, avrebbero dato

consecrazione incancellabile al dogma della nostra unità e fatto

religione di quella parola ROMA a tutta quanta l'Italia? Rifare un trono

al papa? Al _papa_ colle _bajonette_? Al _papa_ un trono

_costituzionale_? Ogni trono può rifarsi per un tempo colle bajonette,

non quello del capo dei _credenti_. E la più semplice logica v'insegnava

che il papa non _può_ essere se non monarca assoluto. Due mesi dal

giorno in cui scrivo v'insegneranno che avete, in tutti i sensi, fallito

all'intento.

Voi volevate, lo dite almeno, impedire che rinascessero negli Stati

romani gli antichi abusi; e gli antichi abusi rinasceranno inevitabili

l'un dopo l'altro, tanto più fieri quanto più cancellati per cinque mesi

dal governo repubblicano e minacciati nell'avvenire. Voi non potete

mutare le abitudini, le tendenze, i bisogni all'aristocrazia del clero;

non potete cancellare l'aborrimento che il popolo nutre per essa; e non

potete appoggiarvi sopra una parte _moderata_, intermedia, che in Roma

non esiste. Potrete dettare provvedimenti; ma l'inesecuzione delle leggi

fu sempre, è, e sarà la piaga mortale negli Stati romani. E questa

inesecuzione, dipendente dalla natura degli elementi che costituiscono

il potere escludente la severa responsabilità, crescerà di tanto quanto

più per opera vostra all'agitazione legale e pubblica si sostituirà di

bel nuovo la guerra extra-legale delle associazioni segrete, e Dio nol

voglia--alla condanna delle leggi il pugnale del popolano irritato e

disperato di giusta difesa. La miseria, la fatale rovina delle finanze e

l'anarchia, inseparabile dal disprezzo in che si tengono i reggitori,

aspreggieranno la contesa fra i diversi elementi che compongon lo Stato.

Intanto avete il vecchio governo ripristinato senza condizioni; le

commissioni per ispiare, retroagendo, i fatti politici; e gli uomini,

non di Pio IX, ma di papa Gregorio, padroni in Roma e nella provincia.

Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e

l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e

ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei

popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con

essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato,

perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a

nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè

possono ammettere senza scavarsi, rinnegando il _principio_ che li

sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle

speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella

spada di Damocle che tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete

sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri.

Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo

sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la

Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.

Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io

vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e

dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare

il _re_ e avete ucciso il _papa_, struggendone il prestigio morale

coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera

della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui

e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue.

Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla

pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla

sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime.

Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è

spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel

medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.

Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro

gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica

oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi

sentite le vendette di Roma.

La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale,

fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura

evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente

romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza,

senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione

legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente

come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta

non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e

liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale

nessuno può omai più sottrarsi.

Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad

attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di

quella che voi chiamate, imposturando, _fazione_, rimovendo, anche

nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà

delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.

Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre

radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di

Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le

speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il

vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.

Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una

tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe

e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi,

l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera

unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in

Italia!

Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.

E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita

religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che

l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi

fati.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 79 / 227 题