II.

L'accusa di violenza, di terrore eretto in sistema, gittata contro il

governo repubblicano, è accusa oggimai smentita solennemente dai fatti

della difesa. Non si comanda col terrore l'entusiasmo a tutto un popolo

armato[99]; e voi siete, signori, nel bivio di calunniare il valore

dell'armi francesi o di confutarvi da per voi stessi--di dichiarare che

_pochi_ faziosi, costretti a comprimere una popolazione di 160 000

anime, valsero per due mesi a combattere, a vincer sovente l'esercito

vostro, o di confessare, a salvarvi dalla taccia d'imbecillità e

codardia, che governo, popolo, guardia nazionale ed esercito, erano in

Roma affratellati in un solo pensiero di libertà e di guerra ai nemici

della repubblica. Pur giova parlarne, tanto almeno che voi non possiate

ripetere la stolta accusa senza ch'altri possa dirvi: la _vostra

menzogna è premeditata_.

Lasciate da banda l'assassinio tante volte ipocritamente citato di

Rossi. La repubblica decretata il 9 febbrajo 1849 non deve scolparsi

d'un fatto accaduto il 16 novembre 1848, quando la parte principesca, la

parte dei _moderati_ settatori di Carlo Alberto, teneva il campo e

cacciava o condannava ad assoluto silenzio gli uomini di fede

repubblicana; nè alcuno in Italia accusa le vostre rivoluzioni di

procedere dall'assassinio perchè il duca di Berry cadea di pugnale e

cinque o sei tentativi di regicidio si succedevano nel volger di due

anni in Parigi. Attenetevi ai fatti generali che contrassegnano in ogni

tempo e in ogni luogo i sistemi che s'appoggiano sulla violenza. Potete,

signori, citare, pei cinque mesi a un dipresso di governo repubblicano,

_una sola_ condanna a morte per cagione politica? _un solo_ esilio

intimato per sospetto politico? _un solo_ tribunale eccezionale

instituito in Roma per giudicare colpe politiche? _un solo_ giornale

sospeso per ordine governativo? _un solo_ decreto diretto a vincolare la

libertà della stampa anteriore all'assedio? Citate. Citate le leggi

ordinatrici del terrore: citate i bandi feroci; citate le vittime--o

rassegnatevi al marchio dei mentitori.

«La bandiera repubblicana inalzata in Roma dai deputati del popolo»--noi

dicevamo in una delle nostre dichiarazioni--«non rappresenta il trionfo

d'una frazione di cittadini sopra un'altra: rappresenta un trionfo

comune, una vittoria riportata da molti, consentita dalla immensa

maggiorità del principio del bene su quello del male, del diritto comune

sull'arbitrio dei pochi, della santa eguaglianza che Dio decretava a

tutte l'anime sul privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere

repubblicani senza essere e dimostrarci migliori dei poteri

rovesciati... Noi non siamo governo d'un partito, ma governo della

nazione... Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice

ed energica. _Il governo della repubblica è forte; quindi non teme._» In

queste linee stava il programma repubblicano; nè fu mai violato, siccome

i vostri, o ministri di Francia, dagli uomini che amministrarono tra noi

la repubblica.

Ed eravamo forti: forti dell'amore dei buoni--e i tristi fra noi son

pochissimi--forti del consenso dei cittadini ben altrimenti che voi non

siete, signori. Noi non avevamo per mantenerci bisogno di porre lo stato

d'assedio alla capitale: di sciogliere guardie nazionali; di riempir le

prigioni; di cacciarvi, misti agli altri, i rappresentanti del popolo;

di condannare a deportazione centinaja d'uomini di lavoro; di

ricingerci, a comprimer gli altri, di cannoni e soldati. La nostra

capitale era lieta, festosa sotto il peso dei sacrifici che ogni

mutamento di stato impone, tranquilla, serena, quando la presenza del

vostro esercito sotto le mura provocava alle audacie i malcontenti, se

malcontenti fossero mai stati in Roma. La nostra guardia nazionale dava

oltre a 7000 uomini al servizio attivo per entro la città e sulle mura.

Le nostre prigioni erano pressochè vuote d'accusati politici: due o tre

individui fondatamente sospetti di contatto col vostro campo: due o tre

cardinali côlti in delitto flagrante di cospirazione, e un ufficiale,

Zamboni, reo di diserzione, stavano soli sotto processo quando il signor

de Corcelles si recò a visitar le prigioni; i cinque o sei detenuti,

Freddi, Alai, e siffatti, da lui trovati in Castel Sant'Angiolo, v'erano

per ordine di Pio IX e per trame contro il _suo_ governo. Gli uomini più

avversi alla repubblica, un Mamiani, un Pantaleoni, passeggiavano liberi

le vie di Roma: al popolo, che ne sospettava, noi ricordavamo che la

repubblica, migliore del principato, teneva inviolabili le opinioni

quando non si traducevano in fatti pericolosi; e il popolo, generoso per

indole e per coscienza di forza, intendeva e rispettava; nè cominciarono

per taluno fra quegli uomini i pericoli se non quando noi non potevamo

più interporre la nostra parola e lo spettacolo della vostra forza

brutale irritava a riazione la moltitudine. Parecchî fra i nostri

cannoni rimasero sovente, per impossibilità di custodia a tutto quanto

il cerchio della città, accessibili a ogni uomo senza un solo soldato

che li guardasse. E fu tal giorno--il 16 maggio quando le nostre truppe

mossero alla volta di Velletri contro l'esercito del re di Napoli--in

cui dalle cinque fino alla mezzanotte la città rimase sprovveduta d'ogni

milizia e affidata al popolo unicamente. La truppe francesi erano a poca

distanza dalle nostre mura. Noi facemmo ritrarre dalle porte del palazzo

le poche guardie, richieste altrove. L'amore del popolo ci custodiva. E

nè allora nè mai--tra i disagi d'una crisi finanziaria inevitabile, in

mezzo a privazioni materiali inseparabili dal semi-blocco che le vostre

forze ci stendevano intorno, sotto le vostre bombe come sotto

l'influenza di corruttela che i vostri agenti e quei di Gaeta

s'affaccendavano a esercitare--non un tentativo d'insurrezione fu

operato da quei che il signor Drouyn de Lhuys chiama sfrontatamente gli

_onesti_, non una voce di popolano sorse a dirci: _scendete_. Fazione!

Terrore! Ah! se l'anima vostra, ministri di Francia, serbasse un'ombra

pur di pudore, voi, guardandovi attorno o pensando alle paure e alle

violenze tra le quali vi reggete in Parigi, avreste fuggito

studiosamente quelle parole per temenza ch'altri vi leggesse la _vostra_

condanna.

E se l'Assemblea davanti alla quale parlaste non fosse irreparabilmente

guasta e inaccessibile ad ogni amore di verità--se invece di trascinarsi

servilmente sull'orme del potere qual ch'ei si sia, i membri che

sostengono col voto la vostra politica esterna, avessero, e sia pure

avverso al nostro, un sistema nella mente, un concetto di credenza nel

core--cento voci si sarebbero levate a tumulto in udirvi e v'avrebbero

gridato: «Tacete. Non disonorate le nostre tendenze coll'aperta

menzogna. Che! il vostro primo decreto in Roma instituisce pei fatti

politici tribunali militari, scioglie circoli, governo, assemblea--il 5

luglio vietate ogni anche pacifico assembramento, intimate castighi

_esemplari_, a proteggere le persone aventi relazioni amichevoli colle

vostre truppe--il 6, sciogliete la guardia civica--il 7, ordinate il

disarmamento totale dei cittadini--il 14, sopprimete tutti i

giornali--il 18, fulminate minaccie contro ogni radunanza d'oltre a

cinque persone;--tutti i vostri atti in mezzo a una popolazione che ci

affermate favorevole a voi, e che ci vengono officialmente nel vostro

giornale, son quelli appunto che noi, sulla vostra parola, credevamo

ordinatori di terrore in Roma sotto il governo repubblicano e dei quali

or non troviamo vestigio nella collezione de' suoi decreti; e voi

persistete imprudentemente a gittargli contro un'accusa che ricade su

voi, e a vantarvi restauratori della libertà nella pace e nell'ordine!»

E quei fatti durano tuttavia; durano dopo due mesi dal vostro trionfo. E

le prigioni sono piene zeppe di uomini, i più, rei non d'altro che

d'avere obbedito a chi reggeva, segnati dal dito d'alcune spie alle

vendette sacerdotali. Oltre a cinquanta preti stanno in Castel

Sant'Angiolo, colpevoli d'avere prestato i loro servigi alle ambulanze

repubblicane. In Roma, condanne feroci, condanne di lavori forzosi a

vita, feriscono vilmente ufficiali _subalterni_ di pubblica

sicurezza[100]. In Terni, in Bologna, in Ancona, in Rimini, si fucilano

giovani, perchè detentori di un'arme. Non è forse oggi, nello stato

romano, una famiglia su cinque che non conti uno dei suoi membri

fuggiasco o prigione. Gli uomini della parte che intitolavasi

_moderata_, gli uomini ai quali voi affermate d'esservi diretti ponendo

piede in Roma, sono, per opera vostra, in esilio. Esuli sono Mamiani,

Galeotti, il padre Ventura. Il vostro è lavoro di distruzione: lavoro

eguale a quello che la monarchia compiva in Ispagna nel 1823. Aveste

almeno il coraggio brutale della monarchia! Ma, mandatarî infedeli d'una

idea che non è la vostra, avversi nel segreto alla bandiera nel nome

della quale pubblicamente giurate, cospiratori anzichè ministri, voi

siete condannati a ravvolgervi ipocritamente, premeditatamente, nella

menzogna.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 75 / 227 题