I fatti son questi.

Noi non avevamo fiducia che il governo provvisorio, giudicato

collettivamente, potesse mai riescire eguale all'impresa. Ma dacchè

avevamo, per amor di concordia, accettato il programma di neutralità fra

i due principî politici, non potevamo spingere uomini dichiaratamente

repubblicani al potere e cacciare il guanto ai sospetti e alle

irritazioni della parte avversa alla nostra. Però, gl'influenti fra noi

si strinsero intorno ai membri di quel governo, sperando da un lato che

i consigli giovassero, dall'altro che il paese vedendoci uniti non

rimetterebbe del suo entusiasmo--e finalmente, che il nostro frequente

contatto suggerirebbe, per pudore non foss'altro, a quegli uomini di

mantenersi sulla via solennemente adottata. Le prime mie parole in

Milano furono di conforto al governo; le seconde, chiestemi da persona

fautrice di monarchia, furono una preghiera a Brescia perchè in certe

sue vertenze con Milano sagrificasse ogni diritto locale all'unione e al

concentramento fatto allora indispensabile dalla guerra.

Noi non avevamo fiducia in Carlo Alberto o nei suoi consiglieri. Ma

Carlo Alberto _era_ in Lombardia e capitanava l'impresa che più di tutte

ci stava a core! Noi non potevamo fare che il fatto non fosse; bisognava

dunque giovar quel fatto tanto che n'escisse l'intento. Dietro al re

stava un esercito italiano e prode; e dietro all'esercito un popolo, il

piemontese, di natura lenta forse ma virile e tenace, popolo cancellato

nella capitale da una guasta aristocrazia, ma vivo e vergine nelle

provincie e depositario di molta parte dei fati italiani. Esercito e

popolo ci eran fratelli; e il vociferare, come molti fecero, di

propaganda anti-piemontese da parte nostra era calunnia pazza e

ridicola. Bensì, perchè le varie famiglie italiane imparassero a

stimarsi, amarsi e confondersi fraternamente davvero sul campo--perchè

al popolo rimanesse colla coscienza di sagrificî compiuti, coscienza de'

proprî diritti--e da ultimo perchè diffidavamo dei capi e antivedevamo,

quand'altri urlava vittoria prima della battaglia, possibile, probabile

forse, una rotta--volevamo che il paese s'armasse per potersi in ogni

caso difendere: volevamo che a fianco delle forze regolari alleate si

mantenesse, si rinvigorisse, rappresentante armato di questo popolo,

l'elemento dei volontarî: volevamo che l'esercito lombardo si formasse

rapidamente, su buone norme e con buoni uffiziali.

Il governo provvisorio voleva appunto il contrario.

Ignari di guerra e d'altro; fermissimi in credere che l'esercito regio

bastasse a ogni cosa; vincolati, i più almeno, al patto della fusione

monarchica e pensando stoltamente ch'unica via per condurre il disegno a

buon porto fosse, che il re vincesse solo e il popolo fosse ridotto a

scegliere tra gli Austriaci e lui; poco leali e quindi poco credenti

nell'altrui lealtà, proclivi al raggiro politico perchè poveri di

concetto, d'amore e d'ingegno--gli influenti tra i membri posero ogni

studio nel preparare l'opinione alla monarchia piemontese e nel

suscitare nemici alla parte nostra: nessuno nelle cose della guerra,

nessuno nell'armare, nell'ordinare, nel mantenere infiammato e militante

il paese; i pochi buoni tra loro non partecipavano al disegno,

partecipavano al fare e al non fare per debolezza di tempra o per

vincoli d'amistà individuale.

La condotta dei repubblicani fu semplice e chiara.

Un'associazione democratica, pubblica e con basi di statuti comunicati

al governo, fu impiantata dai giovani delle barricate nei giorni che

seguirono la vittoria del popolo, e prima ch'io giungessi in Milano:

avendo il governo annunziato[78] ch'ei convocherebbe nel più breve

termine possibile una _rappresentanza nazionale, affinchè un voto

libero, che fosse la vera espressione del poter popolare_, potesse

decidere i futuri destini della patria, era naturale e giovevole che

l'elemento repubblicano manifestasse con un atto legale la propria

esistenza. Ma compito una volta questo dovere e adottata la linea di

condotta accennata più sopra, l'associazione, messa da banda ogni

questione politica, non s'occupò, nelle rare e pubbliche adunanze

tenute, che di proposte di guerra. Io non v'intervenni, prima del 12

maggio, che una volta sola per atto d'adesione a' miei fratelli di fede

e vi proposi che si spronasse e s'appoggiasse il governo.

La _Voce del Popolo_, giornale diretto dai più influenti tra i

repubblicani, s'uniformava. Scriveva consigli eccellenti di guerra e

finanze. Cercava infonder vita di popolo nel governo. La questione

politica v'era toccata rare volte e di volo: la parola _repubblica_

studiosamente evitata[79].

Se non che il governo era pur troppo, nato appena, incadaverito; nè

galvanismo di consigli repubblicani poteva infondergli vita.

Il governo, stretto fin prima del nascere ad un patto di servitù,

diffidava di noi, diffidava del popolo, dei volontarî, di sè stesso e

d'ogni cosa, fuorchè del _magnanimo principe_. E il _magnanimo principe_

campeggiava nei proclami, nei discorsi, nei bollettini grandiloqui, sì

che ogni uomo s'avvezzasse a non vedere che in lui e nell'esercito che

lo seguiva l'àncora di salute. Magnificava, in quel primo periodo, ogni

scaramuccia che si combattesse intorno al Mincio fatale in battaglia

quasi napoleonica; e stando a' suoi computi, gli Austriaci avrebbero

dovuto essere, sul mezzo della campagna e quando appunto cominciavano a

farsi minacciosi davvero, spenti pressochè tutti.

Il moto di tutta Italia verso i piani lombardi e le lagune della Venezia

riusciva pei politici della _fusione_ tardo ed inutile. La vittoria era

certa, infallibile. I nostri consigli s'ascoltavano cortesemente, si

provocavan talora: non s'eseguivano mai. Il popolo s'addormentava nella

fiducia.

E v'era peggio. Mentre da noi si diceva: _soccorrete ai volontarî;

animateli: cacciateli all'Alpi_, la perdita dei volontarî, repubblicani

i più, era giurata: giurata fin dagli ultimi giorni di marzo quando

Teodoro Lecchi fu assunto al comando del futuro esercito. Erano lasciati

senz'armi, senza vestiario, senza danaro; fortemente accusati ogni qual

volta la necessità li traeva a provvedersi da sè; sospinti al Tirolo, ai

passi dell'Alpi, poi impediti dal combattere, forzati ad abbandonare

quei luoghi e le insurrezioni nascenti: finalmente richiamati, feriti,

essi i vincitori delle cinque giornate, nel più vivo del core, e

disciolti[80]. Mentre da noi s'insisteva sulla rapida formazione d'un

esercito lombardo e s'indicavan le norme; s'indugiava, s'inceppava

l'armamento, si sbandavano le migliaja di soldati italiani che

abbandonavano il vessillo d'Austria, si commetteva l'istruzione degli

accorrenti a ufficiali piemontesi fuor di servigio, taluni cacciati per

colpe dai ranghi. Ricordo che alle mie richieste insistenti perchè a

render più sempre nazionale la guerra e a prefiggere al giovane esercito

uomini già esperti delle guerre d'insurrezione, si chiamassero i nostri

esuli ufficiali in Grecia, in Ispagna, ed altrove, m'ebbi risposta che

_non si sapeva ove fossero_. Non mi stancai, e ottenni, dacch'io lo

sapeva, facoltà di chiamarli e firma, a convalidare il mio invito, del

segretario Correnti. Ma quando giunsero, il ministro Collegno, allegando

mutate le circostanze, da pochi in fuori, li ricusò[81]. E mentre da noi

s'offrivano, ad affratellare colla nostra guerra il libero pensiero

europeo e creare un senso d'emulazione nei nostri giovani, legioni di

volontarî francesi e svizzeri, giungevano divieti dal campo, e il

governo, obbedendo, rompeva le pratiche imprese in Berna e nel cantone

di Vaud. Ma--e non era Garibaldi, reduce da Montevideo, accolto

freddamente e con piglio quasi di scherno al campo monarchico, e

rimandato a Torino a vedere se e come il ministero di guerra potesse

giovarsi dell'opera sua?

Intanto, mentre queste cose accadevano in Milano, la guerra regia,

rifiutate l'Alpi, si confinava oziosamente tra le fortezze. Intanto

l'esercito austriaco, raggranellato, riconfortato, vettovagliato,

aspettava, riceveva rinforzi. Il Tirolo era vietato a Carlo Alberto

dalla diplomazia del 1815: la difesa del Veneto vietata in parte da

segrete mene di governi stranieri e da speranze di lontani accordi

coll'Austria, in parte e più assai dall'aborrimento, rivelato senza

pudore, al vessillo repubblicano[82]. I principi italiani coglievano, a

ritrarsi o raffreddare gli spiriti, pretesto dalle mire ambiziose che i

fautori dell'_Italia del nord_ manifestavano imprudentemente,

sconciamente, per ogni dove. Pio IX vietava ai Romani passassero il Po.

Il Cardinal Soglia corrispondeva in cifra con Innspruck. Corboli-Bussi

si recava al campo del re esortatore di defezione[83] e cospiratore. I

fati d'Italia erano segnati.

Sorgevano momenti ne' quali sembrava che il governo si destasse al senso

della condizione delle cose de' proprî doveri, e allora--come chi per

istinto sente dov'è l'energia--ricorreva ai repubblicani; ma tradiva le

sue promesse e ricadeva nel sonno il dì dopo. Un messo segreto dal

campo, una parola di faccendiere cortigiano, bastavano a mutare le

intenzioni. Il povero popolo, già avviluppato in mille modi dai

raggiratori, traeva forse da quel contatto inefficace tra noi e il

governo nuova illusione di securità. E citerò un solo esempio.

La nuova della caduta d'Udine avea colpito gli animi di terrore. Fui

chiamato a mezzanotte al governo, e trovai convocati parecchî altri

influenti repubblicani. Bisognava, dicevano i governanti, suscitare il

paese, avviarlo a sforzi tremendi, chiamarlo a salvarsi con forze

proprie--e chiedevano additassimo il come. Scrissi sopra un brano di

carta parecchie tra le cose ch'io credeva opportune a raggiunger

l'intento, ma dichiarando che riescirebbero inefficaci tutte se il

governo ne assumesse l'esecuzione. «Dio solo, dissi, può spegnere e

risuscitare. Il vostro governo è screditato, e meritatamente. Il vostro

governo ha oprato sinora a sopir l'entusiasmo, a creare colla menzogna

una fiducia fatale. E _voi_ non potete sorgere a un tratto predicatori

di crociata e guerra di popolo senza diffondere nelle moltitudini il

grido funesto di _tradimento_. A cose nuove uomini nuovi. Io non vi

chiedo dimissioni che oggi parrebbero fuga. Scegliete tre uomini,

monarchici o repubblicani non monta, che sappiano e vogliano e siano, se

non amati, non disprezzati dal popolo. Commettete ad essi, sotto

pretesto delle soverchie vostre faccende o d'altro, ogni cura, ogni

autorità per le cose di guerra. Da essi emanino domani gli atti ch'io vi

propongo. Intorno ad essi noi tutti ci stringeremo e staremo mallevadori

del popolo». Tra le cose che si proponevano era la leva della totalità

delle cinque classi quando al governo pareva soverchia la leva delle

prime tre, e ne indugiava la convocazione al finire d'agosto, _perchè i

contadini potessero attendere pacificamente al ricolto_. E rispondevano

la bestemmia che i _contadini erano austriaci_ d'animo e di tendenze: i

poveri contadini delle prime due classi tumultuavano intanto contro i

chirurghi che ne respingevano alcuni siccome inetti al servizio. Io

insisteva perchè almeno si rifacesse una chiamata ai volontarî e mi

poneva mallevadore, certo che l'esempio sarebbe seguito in ogni città

per la formazione d'una legione di mille volontarî in Milano, purchè mi

fosse concesso d'affiggere un invito e sottoscrivere prima il mio nome.

E partiva applaudito e con promessa d'assenso.

Due giorni dopo, l'assenso all'arruolamento dei volontarî era rivocato.

E quanto al comitato di guerra, fu trasformato in comitato di difesa pel

Veneto e subito dopo in commissione di soccorsi al Veneto composta di

membri del governo, e finalmente in nulla. Il segretario faccendiere di

Carlo Alberto, Castagneto, aveva detto: «Che al re non piaceva di

trovarsi un esercito di nemici alle spalle».

D'esempî siffatti, io potrei citarne, se lo spazio concedesse, parecchî.

Così si consumò il primo periodo della guerra. Nel secondo, il governo

mutò di tattica. I _moderati_ cominciavano, credo, ad antiveder la

rovina; e a stabilire non foss'altro pel futuro incertissimo un

PRECEDENTE, diventavano frenetici di FUSIONE monarchica. Farneticavano

per le piazze promettendo a Milano che sarebbe capitale del nuovo regno;

infanatichivano, con ogni sorta di menzogne, le moltitudini ignare

contro ai repubblicani collegati coll'Austria e provocatori di leve[84]:

tormentavano il governo provvisorio, perchè non s'affrettava abbastanza.

E i membri del governo, creduli o increduli alle stolte loro promesse,

ridicevano, per mezzo dei loro agenti, al popolo--a quel popolo ch'essi

avevano fino a quel giorno intorpidito, addormentato nella fiducia--che

i pericoli diventavano gravi, che a difendere il paese mancavano gli

uomini, mancava il danaro, mancava ogni cosa; ma che, al solo patto

d'una prova di fiducia nel re, al solo patto della FUSIONE, verrebbero

milioni da Genova, migliaja d'armati dal Piemonte, benedizioni dal

cielo, e senza leve, senza gravi sagrifici, la Lombardia vedrebbe

compiuta l'impresa: coi repubblicani ch'essi avevan fermo in animo di

tradire mutavano l'amicizia menzognera in freddezza, e affettavano

sospetti di congiure che non avevano. Congiure a che? Se rovesciando

quel meschino fantasma che s'intitolava governo, le sorti della guerra

avessero potuto mutarsi, i repubblicani l'avrebbero rovesciato in due

ore.

Sul cominciare di quel secondo periodo, quando la violazione del

programma governativo era già decisa, e mentre io era già assalito, pel

mio tacermi, di calunnie e minaccie da tutte parti, mi giunse inviato

dal campo, e messaggiero di strane proposte, un antico amico, patriota

caldo e leale. Parlava a nome del Castagneto già nominato, segretario

del re, e proponeva: CH'IO MI FACESSI PATROCINATORE DELLA FUSIONE

MONARCHICA, M'ADOPRASSI A TRARRE ALLA PARTE REGIA I REPUBLICANI, E

M'AVESSI IN RICAMBIO INFLUENZA DEMOCRATICA QUANTA PIÙ VOLESSI NEGLI

ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE CHE SI DAREBBE; COLLOQUIO COL RE e non so

che altro.

Primo nostro intento e sospiro antico dell'anime nostre era--ed

è--l'INDIPENDENZA dallo straniero: secondo, l'UNITÀ della patria, senza

la quale l'indipendenza è menzogna: terzo, la REPUBBLICA--e intorno a

questa, indifferenti a ciò che riguarda noi individui, e certi, quanto

al paese, dell'avvenire, noi non avevamo bisogno d'essere intolleranti.

A chi dunque m'avesse assicurato l'indipendenza, e agevolato l'unità

dell'Italia, io avrei sagrificato, non la fede, ch'era impossibile, ma

il lavoro attivo pel trionfo rapido della fede: a me la solitudine e la

facoltà, che nessuno avrebbe potuto mai tormi, di versare in un libro,

da stamparsi quando che fosse, quel tanto d'idee ch'io credessi utili al

mio paese, bastava, e per amor dell'indipendenza, i repubblicani non

avevano aspettato, a tacer di repubblica, gli inviti d'un re. Ma la

questione era allora tutta di guerra. E fatale all'esito della guerra

noi ritenevamo il concetto _federalistico_, troppo ambizioso pei nostri

principi e per la diplomazia, troppo poco per le popolazioni d'Italia,

dell'Italia del nord. L'entusiasmo popolare era, mercè quel concetto,

già spento; e i governi erano ostili e i mezzi che il paese

somministrava condannati all'inerzia e le probabilità della guerra

cresciute pur troppo a' danni nostri. A volgerlo in favor nostro, a

ricreare lo spirito che vince ogni ostacolo, era solo una via: far

guerra, non di PRINCIPI, ma di NAZIONE. E per questo, bisognava un UOMO

che osasse e si vincolasse a non retrocedere per egoismo e codardia

nell'impresa. Voleva Carlo Alberto esser l'uomo? Ei doveva dimenticare

la povera sua corona sabauda e farsi davvero SPADA D'ITALIA: doveva,

poichè i governi tutti gli eran nemici, rompere dichiaratamente,

irrevocabilmente, con essi e raccogliersi intorno, congiunti, ravvivati

in un grande pensiero, i buoni, quanti erano tra l'Alpi e gli estremi

confini della Sicilia, in Italia. Così avremmo saputo ch'ei parlava o

voleva operare da senno, e noi avremmo potuto tentare ogni nostro modo

per sommovere a pro del suo intento tutti gli elementi rivoluzionarî

italiani. Dove no, meglio era lasciarci in pace. Noi potevamo e dovevamo

sagrificare per un tempo alla salute d'Italia anche la nostra bandiera;

ma nè potevamo nè dovevamo sagrificarla--e con essa quel tanto

d'influenza sulle sorti del paese che la nostra costanza in una fede ci

dava--ad un re che non volendo avventurar cosa alcuna del suo, nè

affratellarsi col pensiero italiano, nè cangiare in meglio le condizioni

della guerra, avrebbe potuto ritrarsi dall'arena a suo piacimento e

dirci: VOI, CREDENTI, ACCETTAVATE TRANSIGERE.

Queste cose a un dipresso io risposi a quell'inviato. Richiesto del come

il re potesse farsi mallevadore delle sue intenzioni a pro della unità

del paese, risposi: _Firmando alcune linee, che le rivelino_; e

richiesto s'io scriverei quelle linee, presi la penna e le scrissi.

Erano, con mutazioni di forma ch'or non ricordo, le stesse ch'io, con

intento, inserii più dopo nel programma dell'_Italia del Popolo_

pubblicato in Milano; e le trascrivo:

IO SENTO MATURI I TEMPI PER L'UNITÀ DELLA PATRIA: INTENDO, O ITALIANI IL

FREMITO CHE AFFATICA L'ANIME VOSTRE. SU, SORGETE! IO PRECEDO. ECCO: IO

VI DO, PEGNO DELLA MIA FEDE, SPETTACOLO IGNOTO AL MONDO D'UN RE

SACERDOTE DELL'EPOCA NUOVA, APOSTOLO ARMATO DELL'IDEA-POPOLO,

EDIFICATORE DEL TEMPIO DELLA NAZIONE. IO LACERO NEL NOME DI DIO E

DELL'ITALIA I VECCHI PATTI CHE VI TENGONO SMEMBRATI E GRONDANO DEL

VOSTRO SANGUE: IO VI CHIAMO A ROVESCIARE LE BARRIERE CHE ANCH'OGGI VI

TENGON DIVISI E AD ACCENTRARVI IN LEGIONE DI FRATELLI LIBERI EMANCIPATI

INTORNO A ME, VOSTRO DUCE, PRONTO A CADERE O VINCER CON VOI.

L'amico partì. Pochi dì dopo mi fu fatto leggere un biglietto del

Castagneto, che diceva: VEDO PUR TROPPO CHE DA QUESTO LATO NON V'È DA

FAR NULLA. Quando mai può un'idea generosa, potente d'amore e d'avvenire

per una nazione, allignare nel cuore d'un re?

Noi seguimmo a tacer di politica[85] e a giovare come meglio potevamo,

d'opera e di consiglio, la guerra. Ma la guerra non era più italiana,

non era lombarda; era piemontese e d'una fazione. Ministero,

organizzazione, amministrazione, tutto era in mano d'uomini devoti ad

essa. Il governo non aveva missione da quella infuori di ricevere i

bollettini dal campo e magnificarli e preparare il funesto decreto del

12 maggio.

Ed escì. Il programma di neutralità fu violato, quando pei sinistri

eventi, che facevano presagire la catastrofe non lontana, importava più

che mai attenervisi, per non gittar nuovi semi di discordia nel campo,

per non togliere apertamente il suo carattere nazionale alla guerra, e

per lasciar non foss'altro eredità d'un principio alla insurrezione

futura. Noi perorammo, scongiurammo il governo, ma inutilmente. Volevan

servire.

E allora--allora soltanto--noi sentimmo necessità di protestare in

faccia all'Italia. Quei che erano a quei giorni in Milano sanno che il

farlo non era senza pericolo. E dovrebb'essere nuovo indizio a tutti,

avversi o propizî, che noi non avevamo lungamente taciuto se non per

amor di patria e per non rompere quella concordia, che, anche apparente,

poteva giovare alla guerra.

Il dì seguente al decreto, pubblicammo il documento seguente:

AL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE

DELLA LOMBARDIA.

«SIGNORI,

«Quando, compiti i prodigi delle cinque giornate, sublimi di vittoria e

di fiducia nei risultati della vittoria, il popolo, solo sovrano su

questa terra redenta col suo sangue, v'accettò capi, esso vi commetteva

un doppio mandato: provvedere all'intera emancipazione del paese; e

preparargli un terreno libero sul quale l'espressione del suo voto

intorno ai futuri destini potesse sorgere spontanea, illuminata dalla

discussione fraterna, accettata da tutti i partiti, solennemente legale,

in faccia all'Europa, pura di basse speranze e di bassi timori, degna

dell'Italia e di noi.

«E i popoli d'Italia, che tutti si sapevano fratelli a noi, tutti

mandavano, come concedevano le distanze e le circostanze particolari,

uomini loro a combattere la santa guerra, vi confermavano tacitamente lo

stesso mandato. Sentivano che qui, su questa terra lombarda dove moto e

trionfo erano cose di popolo, si agitavano le sorti di tutta Italia: che

qui in una importantissima parte d'Italia, da parecchî milioni d'uomini

generosi, doveva compiersi, con voto libero e meditato, un esperimento

forse decisivo sulle vere tendenze, sugli istinti, sui desiderî che

fermentano in core alle moltitudini, e ne decideranno la nuova vita.

«Voi intendeste allora, signori, quel mandato, o mostraste d'intenderlo.

E poichè non trovavate in voi potenza o diritto d'iniziativa,

dichiaraste solennemente più volte che l'iniziativa spettava tutta

intera al popolo, e che il popolo solo, emancipato il territorio e

finita la guerra, avrebbe discusso e deciso, raccolto in assemblea

costituente, intorno alle forme che dovrebbero reggerne la vita

politica.

«E dichiarandolo, voi di certo non intendevate, cosa impossibile,

ingiusta, che un popolo intero si rimanesse muto, per un tempo

indefinito, sulle questioni più gravi e più vitali per lui: voi non

potevate ragionevolmente pretendere ch'ei combattesse senza sapere il

perchè; ch'ei conquistasse vittoria senza interrogarsi quali sarebbero i

frutti della vittoria, ch'ei si facesse soldato della libertà

cominciando dal rinnegarla e dal contendersi ogni diritto di pacifica e

fraterna parola.

«Le opinioni a poco a poco si rivelarono. Era cosa buona, era la

educazione preparatoria, che voi non davate al popolo, offertagli dai

migliori fra' suoi fratelli perchè il giorno dell'assemblea avesse il

suo voto illuminato e pensato; era prova data all'attenta Europa che le

popolazioni lombarde non s'erano mosse per solo e cieco spirito di

riazione, ma perchè sentono i tempi maturi per entrare con coscienza di

diritti e doveri nel grande consorzio delle nazioni. Voi non dovevate

atterrirvi, ma rallegrarvene; e solamente avevate debito di usare di

tutta la vostra influenza perchè il campo fosse aperto a tutti

egualmente, perchè la discussione si mantenesse scevra di raggiri e

d'intolleranze, nei termini d'una pacifica e fraterna polemica.

«Voi sapete, o signori, quale fra le diverse opinioni fosse prima ad

uscire da quei limiti consentiti di discussione. Voi sapete che mentre

la opinione alla quale si onorano di appartenere i segnati qui sotto si

manteneva tranquilla e pacata sull'arena della persuasione--mentre

insisteva essa sola sul terreno legale assicurato da voi e v'appoggiava

in ogni occasione e con ogni sforzo--mentre esagerava, a proprio danno,

la virtù di moderazione, altri più impaziente, perchè men sicuro di

giusti argomenti, infervorava nella questione tanto da mutare quasi in

lotta la discussione, in minaccia la parola amica. A voi toccava, amati

siccome eravate, inframmettere una parola conciliatrice; e non lo

faceste. Più dopo, uomini d'alcune provincie, traviati a partiti

illegali, pericolosi, tentarono apertamente lo smembramento dell'unità

collettiva dello Stato, parlarono di dedizioni immediate senza il

consenso dei loro fratelli, aprirono il varco, violando la debita

soggezione al vostro governo centrale, all'anarchia del paese;

iniziarono liste, le presentarono rivestite del prestigio d'autorità

secondarie a popolani illusi, agli ignari abitatori delle campagne;

raccolsero in un subito firme, le raccolsero in più luoghi con arti

subdole, con abuso di nomi. Questi abusi, questi artificî vi furono

noti, o signori! voi riceveste lagnanze e prove; alcuni tra noi

ricordano parole vostre in proposito, e le ridiranno, s'altro non giova,

alla storia. Era obbligo vostro santissimo punire quei tentativi,

illuminare colla vostra parola pubblica le illuse popolazioni; ridire ad

esse, ridire a tutti il vostro programma e le ragioni che militavano a

mantenerlo, diffonderlo con tutti i mezzi che stavano in mano vostra per

ogni dove; invocare l'amore al paese e il senso diritto de' vostri

concittadini. Voi nol faceste, e mentre l'agitazione prodotta da mene

siffatte nel popolo inconscio domandava a sedarsi una vostra parola, e

molti fra gli onesti d'ogni partito vi traducevano questa dimanda, voi

ricusaste; voi vi ravvolgeste in un silenzio funestissimo,

inesplicabile; voi lasciaste procedere, immobili, quella condizione di

cose; ed oggi voi l'invocate, esagerandola, a scolparvi della violazione

al programma accettato dalla nazione; oggi, mentre l'amore al paese e il

senso diritto de' Lombardi cominciano a diminuire, per opera propria, i

pericoli--oggi che da talune delle città traviate cominciano a

giungervi, non provocate da voi, prove di ritorno a più giusto sentire e

proteste di adesione all'antico programma--il vostro decreto del 12 lo

sacrifica, sanziona quei procedimenti funesti e chiama i cittadini non

preparati a decidere in un subito le sorti del paese con un metodo

illegale, illiberale, indecoroso, architettato al trionfo esclusivo

d'un'opinione sull'altra.

«Il metodo dei registri è illegale, perchè viola per autorità vostra il

programma ch'era condizione della vostra esistenza politica in faccia al

paese; perchè invola la più vitale, la più decisiva fra le questioni

all'_Assemblea costituente_.

«Illiberale perchè sopprime la discussione, base indispensabile al voto;

cancella un diritto inalienabile del cittadino, e sostituisce

all'espressione pubblica e motivata della coscienza del paese il mutismo

e la servilità dell'impero.

«Indecoroso perchè affrettato; perchè tende a trasmutare ciò che

potrebbe esser prova d'affetto sentito e di maturato convincimento in

dedizione di codardi impauriti; perchè la guerra pendente e la presenza

d'un esercito che rappresenta una opinione rapisce alla decisione ogni

dignità; perchè in faccia all'Italia e all'Europa noi appariremo a torto

in sembianza d'uomini condotti da interessi immediati e paure, e i

generosi che ci sono fratelli e che ci salutarono, combattendo,

fratelli, appariranno a torto conquistatori.

«Architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra, perchè

coglie a imporsi il momento in cui quell'opinione ha preparato in tutti

i modi e con tutti gli artificî il terreno; e perchè voi non vi limitate

neppure a chiedere al popolo se intende o no procedere immediatamente a

una decisione, ma escludete dai vostri registri una delle soluzioni al

problema, e ne sopprimete qualunque espressione.

«Signori, voi avete violato il vostro mandato.

«Noi crediamo debito nostro dolorosissimo il dirvelo: dolorosissimo non

per ciò che spetta alle future sorti d'Italia; le sorti d'Italia stanno

in più alta sfera che non è quella in che i governi provvisorî

s'aggirano; ma perchè noi v'abbiamo lungamente difesi ed amati: e

perchè, noi lo crediamo, il decreto del 12 maggio turberà lungamente la

pace della vostra coscienza.

«Signori; le conseguenze immediate di quel decreto potrebbero riescire

sommamente pericolose alla pace domestica e alla libertà del paese. Voi

somministrate con esso un pretesto all'intervento straniero che tutti

lamenteremo. Voi, rompendo la vostra neutralità per farvi a un tratto

settatori d'un'opinione esclusiva, cacciate un guanto di sfida

imprudente alle opinioni sagrificate.

«Dio ajuti l'Italia e rimova il pericolo, che voi le suscitate, degli

stranieri! Quanto a noi, amiamo la patria comune più che noi stessi. Noi

non raccoglieremo quel guanto. Noi non resisteremo pei nostri diritti

perchè la resistenza sarebbe cominciamento di guerra civile, e la guerra

civile, colpevole sempre, lo sarebbe doppiamente oggi che lo straniero

invade tuttora le nostre contrade. Ma i nostri concittadini ci terranno,

noi lo sappiamo, conto del sacrificio.

«A noi basta per ora, o signori, protestare solennemente in faccia

all'Italia e all'Europa e a quiete della nostra coscienza. Il buon senso

della nazione e l'avvenire faranno il resto».

* * * * *

Così, la parte repubblicana, ingannata con false promesse, aggirata per

lunga pezza dal contegno gesuiticamente amichevole del governo

provvisorio, poi perseguitata d'accuse villane, di stolte minaccie e di

perfide insinuazioni diffuse tra il popolo, e tradita a un tratto nelle

sue più care speranze da un decreto che alla libera, solenne, pacifica

_discussione_ d'una Costituente _dopo_ la vittoria sostituiva una muta

votazione su registri e, pendente la spada di Damocle sulla testa ai

votanti, rispondeva parole di dignitosa e severa mestizia ai violatori

della pubblica fede, pur dichiarando di non volere, per amore di quella

concordia che essi soli avevano, tacendo, serbata sino al 12 maggio,

_raccogliere il guanto_--la plebe dei _moderati_, irritata, arse in

Genova quella protesta. Noi potevamo rispondere, in modo non dissimile

da Cremuzio Cordo: _ardete anche i buoni tutti d'Italia in quel rogo,

perch'essi sanno la verità che noi diciamo a memoria_.

Pochi dì dopo, pubblicavamo il programma dell'_Italia del Popolo_. Ed

anche allora, il nostro era linguaggio di conciliazione. «La nostra è

missione di pace. Fratelli tra fratelli, noi concediamo e rivendichiamo

il diritto di libera parola, senza la quale non è fratellanza possibile.

Chi vorrebbe, chi potrebbe contenderlo? Non è santo, in Italia, il

pensiero? Non prorompe dal conflitto delle opinioni la verità? Ov'è chi

già la possieda infallibile, intera? Ah, se i fratelli potessero mai

impor silenzio ai fratelli, se un diverso convincimento intorno ai modi

di far questa nostra patria una, libera, grande, potesse mai farci

nemici gli uni degli altri, i presentimenti d'un'Italia futura sarebbero

menzogna e ironia. Il problema dei nostri fati è problema di educazione.

Educhiamo. Noi rinunziammo, da quando albeggiò sulla nostra terra la

libertà di parola, al lavoro segreto, alle vie, sante nel passato,

d'insurrezione. Pieghiamo noi tutti riverenti il capo davanti al

giudizio sovrano, legalmente manifestato, del popolo. Accettiamo i fatti

che, consentiti dal popolo, si producono successivi fra il presente e

l'ideale che splende, come una stella dell'anima, davanti a noi. Ma chi

fra' nostri oserebbe dirci: _rinnegate quell'ideale?_ Lasciate, in nome

di Dio, in nome dell'inviolabilità del pensiero, che questa nostra

bandiera, bandiera, voi tutti lo dite, dei dì che verranno, sventoli

sorretta da mani pure, nella sfera dell'idea, quasi presagio aleggiante

intorno alla culla d'un popolo che sorge a nazione! Noi sappiamo che

dov'anche moveste in oggi per altre vie, voi verrete un giorno a

raccoglierla sui nostri sepolcri. Ma la raccoglierete illuminati, mercè

nostra, sul suo potente significato, sul valore delle sacre parole _Dio

e il popolo_ che vi splendono sopra: la raccoglierete, non per subito

impulso di concitate passioni o di riazioni contro le tirannidi spente,

ma come legato de' nostri padri, purificato, discusso dagli studî, e

dalla meditata esperienza dei vostri fratelli. E intanto noi ci

abbracceremo sul terreno comune che le circostanze c'insegnano:

l'emancipazione della patria, l'indipendenza dello straniero che la

minaccia. Studieremo insieme i modi più attivi, più efficaci di guerra

contro l'Austriaco; susciteremo insieme il nostro popolo all'opera;

indicheremo ai governi la via da tenersi per vincere; moveremo su quella

con essi. Primo nostro pensiero sarà la guerra; secondo, l'unità della

patria; terzo, la forma, l'istituzione che deve assicurarne la libertà e

la missione. Ora i nostri lettori sanno chi siamo e l'inspirazione che

ci dirigerà nel nostro lavoro. Spetta ad essi il giudizio: ai giovani,

consacrati dall'amore e dall'intelletto, sacerdoti del progresso

italiano, l'ajutarci fraternamente all'impresa. Noi seguiremo, avvenga

che può, come le leggi future e gli eventi concederanno. E s'anche,

fraintesi dagli uni, tiepidamente soccorsi dagli altri, cadessimo a

mezzo la via, noi diremo, sereni e assicurati dalla pura coscienza:

perisca il nostro nome; si sperda la memoria del molto affetto, dei

molti dolori patiti, e del poco che noi facemmo; ma rimanga, santo,

immortale, il pensiero, e Dio gli susciti migliori e più avventurosi

apostoli negli anni futuri».

Siffatte erano le nostre parole. E nondimeno, noi fummo per ogni dove

accusati d'avere, sostituendo un'idea _politica_ alla questione di

indipendenza, nociuto alla guerra e seminato dissidî tra le forze che

dovevano combatterla unite! E tanto fu diffusa e ripetuta la falsa

accusa, ch'oggi ancora serpeggia all'estero e in patria per opera di

uomini illusi o tristi. _I repubblicani dovevano combattere e

discussero._ La storia intanto dei fatti documentati dice e dirà: _che i

repubblicani furono i primi a combattere, gli ultimi a discutere_. Dirà

che i repubblicani combattevano sulle barricate mentre i _moderati_

congiuravano con Torino--che repubblicani erano pressochè tutti coloro i

quali, inseguendo gli Austriaci fuor di Milano, o uscendo da Como, si

spingevano fino al Tirolo, mentre il governo provvisorio moveva i primi

passi a render possibile più tardi la dedizione--repubblicani i

volontarî che l'undici aprile s'impossessavano della polveriera di

Peschiera--repubblicani i più tra gli uomini che pugnarono per Treviso,

e sostennero per diciotto ore, il 23 maggio, in Vicenza l'urto di

diciottomila uomini e di quaranta cannoni--repubblicani gli studenti che

riuniti in corpo chiedevano, scongiuravano d'essere condotti al

nemico--repubblicani gli uomini che sul finire del maggio formarono il

così detto _battaglione lombardo_, e mossero a difesa del Veneto

abbandonato, tradito dalla guerra regia. Dirà che repubblicano e

fondatore della _Società democratica_ era Giuseppe Sirtori, salito più

tardi a meritata fama di guerra in Venezia--repubblicano il Maestri,

membro del comitato di difesa negli ultimi giorni della

guerra--repubblicano, egli e chi lo seguiva, il Garibaldi che lasciò

ultimo senza codardie di patti o armistizî il suolo lombardo. E dirà che

di guerra furono tutte le proposte escite dalla fratellanza

repubblicana; per la guerra unicamente e contro l'inerzia del governo

tutte le agitazioni che dopo il 12 maggio si rivelarono in piazza San

Fedele. Il protagonista, dell'unica manifestazione che assumesse per un

istante colore politico--quella del 29 maggio--l'Urbino, era giunto da

poco di Francia, ignoto ai repubblicani, non veduto fuorchè una sola

volta da me.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 17 / 227 题