ESIGENZE E CONSEGUENZE FUNESTE DELLA GUERRA REGIA.
I REPUBBLICANI
Nella genesi dei fatti, la logica è inesorabile; nè possono falsarla
utopie di _moderati_ o calcoli di politici obliqui. Nella politica come
in ogni altra cosa, un _principio_ trascina seco inevitabile un metodo,
una serie di conseguenze, una progressione d'applicazioni prevedibili da
qualunque ha senno. Ad ogni _teorica_ corrisponde una _pratica_. E
reciprocamente, se il principio generatore d'un _fatto_ è falsato,
tradito nelle applicazioni, quel fatto è irrevocabilmente condannato a
sparire, a perire senza sviluppo, programma inadempito, pagina isolata
nella tradizione d'un popolo, profetica d'avvenire ma sterile di
conseguenze immediate. Per aver posto in oblìo questo vero, il moto
italiano del 1848 dovea perire e perì.
Il moto italiano era moto _nazionale_ anzi tutto, moto di popolo che
tende a definire, a rappresentare, a costituire la propria vita
_collettiva_, dovea sostenersi e vincere con guerra di popolo, con
guerra potente di tutte le forze nazionali da un punto all'altro
d'Italia. Quanto tendeva a far convergere all'intento la più alta cifra
possibile di quelle forze, favoriva il moto: quanto tendeva a scemarla,
doveva riescirgli fatale.
Il gretto pensiero dinastico contraddiceva al pensiero generatore del
moto. La guerra regia aveva diverso fine, quindi norme diverse non
corrispondenti al fine, che l'insurrezione s'era proposto. Dovea
spegnere la guerra nazionale, la guerra di popolo, e con essa il trionfo
dell'insurrezione.
I poveri ingegni che, avversi alla parte nostra, pur sentendosi
impotenti a confutarci sul nostro terreno, hanno sistematicamente
adottato un travisamento perenne delle nostre idee e confondono
repubblica ed anarchia, pensiero sociale e comunismo, bisogno d'una fede
concorde attiva e negazione d'ogni credenza, hanno sovente mostrato di
intendere la guerra di popolo come guerra disordinata, scomposta,
d'elementi e di fazioni irregolari, senza concetto regolatore, senza
uniformità d'ordini e di materiali, finchè son giunti ad affermare che
noi vogliamo guerra senza cannoni e fucili: cose ridicole ma non nostre;
e i pochi fatti esciti, a guisa di prologo del dramma futuro, dal
principio repubblicano, l'hanno mostrato. I pochi uomini raccolti in due
città d'Italia intorno alla bandiera repubblicana hanno fatto guerra più
ostinata e più savia che non i molti legati a una bandiera di monarchia.
Per guerra di popolo noi intendiamo una guerra santificata da un intento
nazionale, nella quale si ponga in moto la massima cifra possibile delle
forze spettanti al paese, adoprandole a seconda della loro natura e
delle loro attitudini--nella quale gli elementi regolari e
gl'irregolari, distribuiti in terreno adatto alle fazioni degli uni e
degli altri, avvicendino la loro azione--nella quale si dica al popolo:
_la causa che qui si combatte è la tua; tuo sarà il premio della
vittoria: tuoi devono essere gli sforzi per ottenerla_; e un
_principio_, una grande idea altamente bandita, e lealmente applicata da
uomini puri, potenti di genio ed amati, desti, solleciti, susciti a
insolita vita, a furore, tutte le facoltà di lotta e di sagrificio che
sì facilmente si rivelano e s'addormentano nel core delle
moltitudini:--nella quale nè privilegio di nascita o di favore, nè
anzianità senza merito presieda alla formazione dell'esercito, ma il
diritto d'elezione possibilmente applicato, l'insegnamento morale
alternato col militare o i premî proposti dai compagni, approvati dai
capi e dati dalla nazione, facciano sentire al soldato ch'ei non è
macchina, ma parte di popolo e apostolo armato d'una causa santa--nella
quale non s'avvezzino gli animi a riporre esclusivamente salute in un
esercito, in un uomo, in una capitale, ma s'educhino a creare centro di
resistenza per ogni dove, a vedere tutta intera la causa della patria
dovunque un nucleo di prodi inalza una bandiera di vittoria o di
morte--nella quale, maturato e tenuto in serbo un prudente disegno pel
caso di gravi rovesci, le fazioni procedono audaci, rapide, imprevedute,
calcolate più che non s'usa sugli elementi e sugli effetti morali, non
inceppate da riguardi a diplomazie o da vecchie tradizioni regolatrici
di circostanze normali--nella quale si guardi più ai popoli che ai
governi, più ad allargare il cerchio dell'insurrezione che a paventare i
moti del nemico, e più a ferire il nemico nel core che non a risparmiare
un sagrificio al paese.
E a questa guerra--sola capace di salvare l'indipendenza e fondar
nazione--la guerra regia doveva, per necessità ineluttabile di
tradizioni e d'intento, contrapporre le abitudini freddamente
gerarchiche dei soldati del privilegio--il mero calcolo degli elementi
materiali e la noncuranza d'ogni elemento morale, d'ogni entusiasmo,
d'ogni fede che trasmuta il milite in eroe di vittoria e martirio--il
disprezzo o il sospetto dei volontarî--l'importanza esclusiva data alla
capitale--l'esercito quale era ordinato dal despotismo, co' suoi molti
uffiziali tristissimi, co' suoi capi inetti pressochè tutti e taluni
avversi alla guerra e peggio--la diffidenza d'ogni azione, d'ogni
concitamento di popolo, che avrebbe sviluppato più sempre tendenze
democratiche e coscienza di diritti fatali al regnante--l'avversione a
ogni consigliere che potesse, per influenza popolare, impor patti o
doveri--la riverenza alla diplomazia straniera, ai patti, ai trattati,
alle pretese governative risalenti all'epoca infausta del 1815, e quando
anche inceppassero operazioni che avrebbero potuto riescir decisive--la
ripugnanza a soccorrere Venezia repubblicana--il rifiuto d'ogni sussidio
dal di fuori che potesse accrescere simpatie alla parte avversa alla
monarchia--la vecchia tattica e la paura d'ogni fazione insolita,
ardita--l'idea insistente, dominatrice, di salvarsi, in caso di
rovescio, il Piemonte ed il trono--e segnatamente un germe, mortale
all'entusiasmo, di divisione tra i combattenti per la stessa causa, un
meschino progetto d'egoismo _politico_ sostituito alla grande idea
nazionale[62]. Nè io parlo, come ognun vede, di tradimento; e s'anche io
vi credessi, non consuonerebbe all'indole mia gittarne l'accusa sopra
una tomba. Accenno cagioni più che sufficienti di rovina a una
insurrezione di popolo; e ricordo agli Italiani che operarono due volte
in brevissimo giro di tempo e oprerebbero fatalmente una terza e sempre
ogni qual volta sorgesse una gente sì cieca e ostinata da volere
ritentare la prova.
Operarono potenti fin dai primi giorni della guerra, sì che bisognava
esser ciechi a non discoprirle e insensati a non piangerne. E ciechi e
insensati eran fatti dall'egoismo, dallo spirito di parte, dalla
servilità cortigianesca, dalle tradizioni aristocratiche e dalla paura
della repubblica, gli uomini del governo provvisorio di Milano e i
_moderati_ di Piemonte e di Lombardia. Ben lo videro i repubblicani; e
l'averlo detto, quantunque, come or ora vedremo, sommessamente, era
colpa da non perdonarsi. Quindi le accuse villane e le stolte minaccie e
le calunnie ch'essi allora sprezzarono e ch'oggi, compita la prova e
giacente, mercè gli accusatori, l'Italia, corre debito di confutare.
Io scrivo cenni e non storia; però non m'assumo in queste pagine di
seguire attraverso gli errori governativi e le fazioni della guerra
regia l'influenza dissolvente, rovinosa di quelle cagioni. Ma il libro
di Cattaneo; i documenti contenuti in un opuscolo pubblicato nel 1848 in
Venezia da Mattia Montecchi, segretario del generale Ferrari, e in uno
scritto recente del generale Allemandi; la relazione degli ultimi casi
di Milano stesa da due membri del comitato di difesa; gli atti officiali
contenuti nel giornale _Il 22 marzo_, e le relazioni stesse dettate a
difesa dagli avversarî raffrontati colla ineluttabile ragione dei FATTI;
racchiudono tutta intera la dolorosissima storia--e a rischiararla più
sempre gioverà il rapido esame della campagna, scritta da uno dei nostri
uomini di guerra, Carlo Pisacane[63]. A me importava di chiarire le
intenzioni e le necessità[64] che spinsero Carlo Alberto sulla terra
lombarda; e importa or di chiarire qual via tenessero i repubblicani fra
quelle vicende: punti finora non trattati o sfiorati appena.
L'insurrezione lombarda era vittoriosa su tutti i punti quando le truppe
regie inoltrarono sul territorio; e si stendeva sino al Tirolo. I
volontarî vi s'avviarono, dando la caccia al nemico. I passi che di là
conducono alle valli dell'Adda e dell'Oglio erano occupati dai nostri.
L'insurrezione del Veneto s'era compita con miracolosa rapidità e poneva
in mano dei montanari della Carnia e del Cadore i passi che guidano
dall'Austria in Italia. Nostre erano Palma ed Osopo. Il mare e le Alpi,
come scrive Cattaneo, erano chiusi al nemico. E lo erano per sempre, se
all'Alpi ed al mare, al Tirolo e a Venezia, non alle fortezze e al
Piemonte, avesse saputo o voluto, come a punti strategici d'operazione,
guardare la guerra regia.
L'entusiasmo nelle popolazioni era grande, quanto lo sconforto nel
nemico. Una sottoscrizione aperta in Milano il 1.º d'aprile per
sovvenire alle spese correnti governative aveva prodotto, il 3, la somma
di lire austriache 749 686; un imprestito di 24 milioni di lire proposto
dal governo provvisorio trovava, allora, presti ad offrirsi, e
senz'utili, i capitalisti[65]. Gli uomini correvano a dare il nome ai
CORPI FRANCHI o alle guardie nazionali; le donne gareggiavano,
superavano quasi in entusiasmo i giovani dell'altro sesso: preparavano
cartuccie, sollecitavan di casa in casa sovvenzioni al governo,
soccorrevano negli ospedali ai feriti[66]. Gli Austriaci si ritraevano
per ogni dove impauriti, disordinati, tormentati dai volontarî, mancanti
di viveri. I soldati italiani disertavano le loro file: in Cremona, il
reggimento Alberto, il terzo battaglione Ceccopieri, e tre squadroni di
lancieri, in Brescia parte del Haugwitz[67], altri altrove. Una fregata
austriaca stanziata in Napoli[68], due brick da guerra che incrociavano
nell'Adriatico[69] inalzavano bandiera italiana e si davano alla
repubblica veneta. All'Austria non rimanevano in Italia--ed è cifra
desunta da relazioni officiali--che 50 000 uomini[70], rotti,
sconfortati, spossati.
E fuori di Lombardia, per tutto dove suona lingua del _sì_, era
fermento, fremito di crociata. L'insurrezione di Milano avea suonato la
campana a stormo dell'insurrezione italiana. Alle prime nuove del moto
in Modena, s'affrettavano 2000 guardie civiche da Bologna, 1200 e 300
uomini della linea da Livorno, e guardie civiche e studenti armati da
Pisa, e civici e volontarî da Firenze[71]; e pochi dì dopo, a evitare
l'estrema rovina[72], il gran duca era costrette egli pure a intimar
guerra all'Austriaco. In Roma, date alle fiamme dal popolo, dai civici e
dai carabinieri commisti le insegne dell'Austria, e sostituita sulla
residenza dell'ambasciata la leggenda: PALAZZO DELLA DIETA ITALIANA[73],
s'adunavano, benedetti da sacerdoti, volontarî, s'aprivano
sottoscrizioni ad armarli e avviarli: il 24 marzo, molti avevano già
lasciato la città[74], e al finir del mese, 10 000 Romani e 7000 Toscani
erano al Po, presti a varcarlo dalla parte di Lagoscuro[75]. A Napoli,
arse parimente le insegne aborrite, erano già aperte il 26 marzo le
liste dei volontarî; era dall'universale concitamento forzato a cedere
il re[76]. Di Genova e del Piemonte non parlo: i volontarî di Genova--e
lo ricordo con orgoglio, non di municipio, ma d'affetto per la terra ove
dorme mio padre e nacque mia madre--segnarono primi in faccia al nemico
comune il patto di fratellanza italiana cogli uomini di Lombardia.
E fuori d'Italia, la buona novella, diffusa colla rapidità del pensiero,
ringiovaniva gl'incanutiti nell'esilio, benediceva di nuova vita le
anime morenti nel dubbio, cancellava i lunghi dolori e i ricordi delle
ripetute delusioni e le antiveggenze che dovevano pur troppo
verificarsi. Un solo pensiero balenava dal guardo, dall'accento
commosso, a noi tutti: ABBIAMO UNA PATRIA! ABBIAMO UNA PATRIA! POTREMO
OPERARE PER ESSA!--e traversavamo, accorrendo, colla fronte alta,
insuperbendo nell'anima d'orgoglio italiano, le terre che avevam corse
raminghi e sprezzati e sulle quali suonava allora un grido di sorpresa e
di plauso alla nostra Italia. Ah! Dio perdoni i calunniatori dell'anime
nostre in quei momenti di religione nazionale e d'amore. Essi, i
MODERATI, ricevevano in Genova colle bajonette appuntate e facevano
scortare disarmati al campo, a guisa di malfattori, gli operaî italiani
che da Parigi e da Londra, capitanati dal generale Antonini, accorrevan
a combattere la battaglia dell'indipendenza. Ci accusavano di congiure.
Noi non congiuravamo che per dimenticare. Io rammento la parola:
_Infelici! non possono amare!_ che santa Teresa proferiva pensando ai
dannati.
Ma tutto quel fremito, tutto quell'entusiasmo che sommoveva a grandi
cose l'Italia, parlava di POPOLO e non di PRINCIPE, di nazione e non di
misere speculazioni dinastiche. Urtarlo di fronte era cosa impossibile.
E comunque il Martini prima, il Passalacqua poi, avessero profferto gli
ajuti regî soltanto a patti di dedizione--comunque i più tra gli uomini
componenti il governo provvisorio di Milano fossero proclivi e alcuni
vincolati a quei patti--nessuno osò per allora stipulare patentemente il
prezzo dell'incerta vittoria. Il leone ruggiva ancora: bisognava prima
ammansarlo.
In un indirizzo a Carlo Alberto, il governo provvisorio di Milano aveva,
fin dal 23 marzo, invocando gli ajuti, lasciato intravvedere al re e
alla diplomazia quali fossero le sue intenzioni[77]. Ma le sue
dichiarazioni pubbliche posero un programma che differiva sino al giorno
della vittoria la decisione della questione politica e la fidava per
quel giorno al senno del popolo. LIBERI TUTTI, PARLERANNO TUTTI.--A
CAUSA VINTA, LA NAZIONE DECIDERÀ--così nei proclami del 29 marzo, dell'8
aprile ecc., e queste dichiarazioni fatte ai Lombardi, ai Veneti, a
Genova, al papa, erano pur fatte il 27 marzo alla Francia: IN SIFFATTA
CONDIZIONE DI COSE, NOI CI ASTENEMMO DA OGNI QUESTIONE POLITICA, NOI
ABBIAMO SOLENNEMENTE E RIPETUTAMENTE DICHIARATO CHE, DOPO LA LOTTA, ALLA
NAZIONE SPETTEREBBE DECIDERE INTORNO AI PROPRII DESTINI (Vedi
_Documenti_, pag. 354).
E Carlo Alberto annunziava, nel proclama del 23 marzo, che le armi
piemontesi _venivano a porgere nelle ulteriori prove ai popoli della
Lombardia e della Venezia quell'ajuto che il fratello aspetta dal
fratello, dall'amico l'amico_: annunziava poco dopo in Lodi, che le sue
armi, abbreviando la lotta, «ricondurrebbero fra i Lombardi quella
sicurezza che permetterebbe ad essi d'attendere con animo sereno e
tranquillo a riordinare il loro interno reggimento».
Era partito onesto; e i repubblicani lo accettarono, e vi s'attennero
lealmente: traditi; poi, al solito, calunniati.
Se di mezzo alle barricate del marzo fosse sorta, piantata dalla mano
del popolo, la bandiera repubblicana--se gli uomini che diressero
l'insurrezione, assumendosi una grande iniziativa rivoluzionaria, si
fossero collocati a interpreti del pensiero che fremeva nel core delle
moltitudini--l'indipendenza d'Italia era salva. Tutti sanno--e noi
meglio ch'altri sappiamo--come gli ajuti svizzeri negati dal governo
federale al RE fossero profferti dai cantoni all'insurrezione
_repubblicana_. Nè il governo francese, diffidentissimo allora delle
intenzioni di Carlo Alberto e incerto della sua via, avrebbe potuto
sottrarsi all'entusiasmo popolare e alla necessità della politica
repubblicana. E in Italia, non guardando pure a soccorsi stranieri, le
forze e l'ira unanime contro l'Austria eran tali da assicurare ai
nostri, sotto la guida d'uomini che sapessero e volessero, vittoria non
difficile e decisiva. Forse, il terrore di quel nome fatale e
l'impossibilità d'avversare all'impeto della crociata italiana avrebbero
cacciato alcuni fra i nostri prìncipi sulla via del dissenso e provocato
allora le fughe che vennero dopo. Nuova arra di salute per noi, dacchè
non avremmo avuto traditori nel campo. Ma fors'anche i tempi erano
tuttavia immaturi per l'unità repubblicana, tanto importante quanto
l'indipendenza, dacchè indipendenza senza unità non può stare, e l'arti
o le influenze straniere farebbero in pochi anni l'Italia divisa campo
di mortali guerre civili. Perchè l'_Italia del Popolo_ avesse
probabilità consentita d'esistenza, _Roma_ dovea mostrarsi degna
d'esserne la metropoli.
Comunque, la bandiera non era sorta: popolo e monarchia stavano uniti a
fronte dello straniero sulle terre lombarde; il popolo avea accettato il
programma di neutralità del governo provvisorio fra tutte parti
politiche, e i repubblicani decisero di rinunciare ad ogni iniziativa
politica, di aspettare pazienti che la volontà del popolo, vinta la
guerra, si palesasse, e di consacrare ogni loro sforzo alla conquista
dell'indipendenza.
Ed anche questo ci fu turpemente conteso dagli uomini del provvisorio e
dai MODERATI, faccendieri del pensiero dinastico.
La vita errante, anzi che no tempestosa, che i credenti nella fede
repubblicana durano da parecchî anni, ci contende di poter documentare
con lettere, date, giornali, i fatti ai quali accenniamo. Ma io affermo
la verità d'ogni sillaba mia sull'onore. Gli accusatori vivono: neghino
se possono ed osano. Duolmi ch'io debba frammettere in questi cenni il
mio nome; ma dacchè fui scelto--meritamente o no poco monta--da amici e
nemici a rappresentare in parte il pensiero repubblicano, debbo
all'onore della bandiera ciò che per me non farei. Trattai con silenzio
sdegnoso, che volea dire _disprezzo_, le false accuse di aver nociuto
per ostinazione di fini politici all'esito della guerra, che ci
s'avventarono addosso da tutte parti, quand'io aveva stanza in Milano.
Avrebbero detto allora ch'io scendeva a discolpe per paura o desiderio
di rimovere il turbine che s'addensava. Ma importa oggi che gl'Italiani
sappiano il vero intorno agli uomini che li chiamano all'opra.