Il 29 maggio furono chiusi, esaurita la votazione, i registri. Come se
ad ogni trionfo dei _moderati_ dovesse corrispondere una sciagura
nazionale, il fiore della gioventù toscana cadeva in quel giorno,
sagrificato, per inscienza di guerra o peggio[86], sui ridutti di
Montanara e di Curtatone.
L'8 giugno fu pubblicata la cifra dei voti. Il 13, due giorni dopo
caduta Vicenza, una deputazione recava, duce il Casati, al campo del re
l'atto solenne della _fusione_. La vittoria era della fazione; l'intento
della guerra regia era finalmente raggiunto: _svanita per allora ogni
possibilità di repubblica e un_ PRECEDENTE, come lo chiamano i
diplomatici, _conquistato alla dinastia di Savoja_. I regî a quel tempo
diffidavano già di vincere, e un _precedente_, un titolo da tenersi in
serbo a giovarsene nei futuri rivolgimenti e nei futuri congressi, era
per molti fra loro la somma speranza. Quindi la fusione affrettata, in
onta alle promesse e all'utile della causa, nella Lombardia; e peggio
nella santa eroica Venezia, dove il 6 agosto, _segnate già da due giorni
le basi della turpe cessione all'Austria_, giungevano a prender
possesso, in nome di re Carlo Alberto, della città i due commissarî
Colli e Cibrario. Ah! duri l'esilio per noi, duri per voi, fratelli
miei, l'oppressione, anzi che debba un'altra volta vedersi profanato per
siffatte oscene miserie il grande concetto italiano e dato ai traffichi
di un'ambizione dinastica l'entusiasmo e il sangue dei prodi! Perchè,
come nelle lagrime si santifica la virtù, così nei patimenti inflitti
dalla tirannide si purificano le nazioni; ma per arti di menzogna e
calcoli d'egoismo non si sollevano popoli alla libertà: si sfibrano
nell'inerzia della diffidenza e si condannano a tale una lenta agonia
d'ogni facoltà potente e d'ogni palpito generoso da far lungamente
piangere le madri in terra e gli angioli in cielo.
Ed era agonia!--noi più miseri di tutti gli altri che senza illusioni
interrogavamo i segni crescenti del male e numeravamo i battiti del
polso alla grande morente, nè potevamo sclamare: _la libertà d'Italia
perisce_, senza ch'altri ci gridasse terrificatori e alleati
dell'Austria!
Fin dall'aprile, per odio ai volontarî e obbedienza alla diplomazia,
l'impresa del Tirolo s'era abbandonata. Il Friuli era perduto e aperto
al nemico. E perduta era la provincia veneta, dove Padova, Vicenza,
Treviso, Rovigo, l'una dopo l'altra cadevano senza che un soldato del re
movesse a soccorrerle: ai regi importava, non di salvare il Veneto, ma
di strappare, col terrore della rovina e con false speranze di
redenzione, a Venezia il voto del 5 luglio. Promesse date a governi
stranieri contendevano ogni operazione--e poteva riescir
decisiva--contro Trieste. La flotta sarda, in virtù d'obblighi
reiteratamente e inesplicabilmente contratti, si rimaneva inattiva: l'11
giugno, ad ajutare in Venezia i raggiratori della fusione, s'era
annunciato che in un coi Veneti i legni sardi avrebbero tentato una
impresa; ma, raggiunto l'intento, l'ordine di mossa si rivocava. Gli
Austriaci, rinforzati a lor senno, maturavano gli estremi disegni. Poco
dopo il decreto del 12 maggio, il re di Napoli aveva richiamato le sue
truppe. Le dichiarazioni del papa a Durando avevano reso pressochè
inutili gli ajuti romani. L'atto di fusione aveva, rivelando nuovi
pericoli ai governi italiani dall'ambizione della casa di Savoja, tolta
ogni speranza di cooperazione da parte loro; aveva, col fantasma d'una
costituente sardo-lombarda, irritati più sempre i timori, gli odî e
maneggi segreti dell'aristocrazia torinese. Le tristi necessità, che
accennammo più sopra, della guerra regia avevano creato il vuoto e
l'isolamento intorno al campo di Carlo Alberto.
E a isolarsi in Europa, a privarsi d'ogni speranza di soccorso
dall'estero, sommavano le necessità della regia diplomazia: tortuosa del
resto come fu sempre la politica di casa Savoja, e incerta e tentennante
come il pensiero del re.
La storia diplomatica di quel periodo è tuttavia arcana e rimarrà tale
per qualche tempo. Vivono, e pressochè tutti in potere, gli uomini che
la maneggiarono; e importa ad essi sottrarne i documenti alle povere
aggirate popolazioni. Però, anche la collezione inglese, citata più
volte, è visibilmente manchevole nella parte che più rileva. Ma le linee
principali trapelano di sotto al velo e giova, a compimento di questo
lavoro, accennarle.
La guerra fra i due principî era generale in Europa: l'entusiasmo
suscitato dai moti italiani, e segnatamente dall'insurrezione lombarda e
dai prodigi delle cinque giornate, era immenso; e l'Italia poteva,
sapendo e volendo, trarne quanta forza era necessaria a controbilanciare
ogni forza di riazione nemica. Ma per questo bisognava, checchè
temessero i meschini politici _moderati_, dar carattere apertamente,
audacemente nazionale, a quei moti, tanto da spaventare i nemici e
offrire un elemento potente d'ajuto agli amici. Gli uni e gli altri
presentivano maturi i tempi, e cominciavano a credere che l'Italia
sarebbe; ma l'_Italia_, non il _regno del nord_. Ricordo le
confortatrici parole a me rivolte nelle sue stanze, due giorni prima
ch'io rimpatriassi, da Lamartine in presenza, fra gli altri, d'Alfred de
Vigny e di quel Forbin Janson ch'io doveva più tardi ritrovarmi davanti
predicatore di restaurazione papale e cospiratoruccio raggiratore in
Roma. «L'ora ha battuto per voi--diceva il ministro--ed io ne sono
siffattamente convinto, che le prime parole da me commesse al signor
d'Harcourt pel papa a cui l'ho spedito sono queste: _Santo padre, voi
sapete che dovete essere presidente della repubblica italiana_». Il
d'Harcourt aveva ben altro che dire al papa per conto della fazione che
avvolgeva Lamartine nelle sue spire mentr'ei s'illudeva di
padroneggiarla. Nè io dava importanza più che di sintomo alle parole di
Lamartine, uomo d'impulsi e di nobili istinti, ma fiacco di fede, senza
energia di disegno determinato, e senza conoscenza vera degli uomini e
delle cose. Bensì, egli era l'eco d'una tendenza prepotente, in quei
momenti di concitamento, sulle menti francesi; e una bandiera di nazione
risorta, un programma, se non risolutamente repubblicano, come quello
almeno della costituente italiana, avrebbe, in Francia, fatto forza ad
ogni più esitante governo. Da cose grandi nascono cose grandi. Il
concetto pigmeo dei _moderati_ agghiacciò gli animi per ogni dove e
comandò politica diversa alla Francia. Il POPOLO ITALIANO era alleato
più che forte a salvare la repubblica da ogni pericolo di guerra
straniera; un regno del nord, in mano di principi mal fidi e avversi per
lunga tradizione ai repubblicani di Francia, aggiungeva un elemento
pericoloso alla lega dei re. La nazione da quel giorno ammutiva e
lasciava libero il suo governo di commettere i fati della repubblica
all'ignoto avvenire e non aver politica alcuna per l'estero.
L'Inghilterra, comechè l'idea d'una Italia possa ingelosirne il governo,
non era tale da contrastare a una solenne manifestazione nazionale:
politica perpetua inglese è quella di creare ostacoli al sorgere d'ogni
fatto che introduca un nuovo elemento nell'assetto europeo, e di
riconoscere prima quel fatto, sorto che sia e potentemente iniziato. E
le due cagioni che rendevano meno avversa l'Inghilterra alla formazione
del nuovo regno--l'impianto d'una barriera alla Francia conquistatrice e
la necessità creata all'Austria di cercare un compenso nelle provincie
turche e costituirsi ostacolo alle mire russe--militavano con più vigore
per l'ipotesi nazionale. L'Austria sentiva il nembo, e non intravvedeva
possibilità di difesa. _Se domani_--scriveva a Londra a lord Palmerston
il barone Hummelauer[87]--_se domani i Francesi varcassero l'Alpi e
scendessero in Lombardia, noi non moveremmo a incontrarli. Noi
rimarremmo a principio nella posizione di Verona e sull'Adige; e se i
Francesi venissero in cerca di noi, noi retrocederemmo verso le nostre
Alpi e l'Isonzo; ma non accetteremmo battaglia. Noi non ci opporremo
all'ingresso e alla marcia dei Francesi in Italia. Quei che ve li
avranno chiamati potranno a lor posta sperimentare anche una volta la
loro dominazione. Nessuno verrà a cercarci dietro le nostre Alpi; e
rimarremo spettatori delle lotte che avranno sviluppo in Italia_.
Io non dico che si dovesse o non si dovesse chiamare gli eserciti
francesi in Italia. Io credeva allora e scrissi più volte sull'_Italia
del Popolo_--comechè a noi repubblicani venisse dalla stessa gentaglia,
che ci chiamava alleati dell'Austria, gettata continuamente in viso
l'accusa di volere far decidere le nostre liti dallo straniero--che noi
Italiani avevamo, purchè uniti e volenti, forze nostre a dovizia per
emanciparci: e lo credo anch'oggi. Ma dico che a sciogliere il nodo
bisognava o giovarsi degli ajuti stranieri o chiamar sul campo tutte le
forze vive della nazione; e dico che gli ajuti di Francia in quei giorni
erano, per chi li avesse voluti, certi, immancabili. I _moderati_
respinsero gli uni e non vollero, anzi addormentarono e soffocarono
l'altre. Era stoltezza e tradimento ad un tempo. A noi, che di certo
sentivamo italianamente quant'essi e volevamo liberarci con armi nostre
suscitando a crociata il paese, pareva utile e giusto che la fratellanza
dei popoli ricevesse pure consecrazione sui campi delle prime nostre
battaglie e s'accettasse con riconoscenza l'offerta d'una numerosa
legione di volontarî francesi, che avrebbe coi primi fatti bastato a
cimentar l'alleanza morale tra le due nazioni e a mostrar da lungi come
probabile l'ajuto governativo. Ma che sperare da uomini, ai quali non
era rossore il condannare--per terrore d'un rimprovero da
Pietroburgo--all'ozio increscioso d'una caserma in Milano Mickiewicz e i
suoi Polacchi sino al giorno in cui la determinazione di sottrarli a
Venezia, che per mio suggerimento li aveva accettati, fe' sì che fossero
chiamati al campo?
Carlo Alberto e i suoi non volevano gli ajuti di Francia, non per
orgoglio nazionale nè per coscienza di secura vittoria, ma come non
volevano gli Svizzeri e i volontarî, per paura dell'idea, della bandiera
repubblicana. Un timido indirizzo fatto sul cominciar della guerra, e
senza chiedere ajuti, al governo di Francia, meritò rimproveri severi
dai regî al governo provvisorio. E le istruzioni date agli agenti sardi
imponevano di chiudere possibilmente ogni via all'intervento francese.
_L'esercito francese_--diceva orgogliosamente, il 12 maggio, Pareto alla
Camera torinese--_non entrerà se non chiamato da noi; e siccome noi non
lo chiameremo, non entrerà_. E si minacciava sul finir di luglio
resistenza aperta a ogni tentativo d'intervento che venisse di Francia.
A tenersi intanto diplomaticamente amico il governo francese e a carpire
promessa d'approvazione al _regno del nord_ quando sarebbe giunto il
tempo di farlo accettare dalle potenze europee, i _moderati_ assumevano
segretamente l'obbligo di cedere la Savoja. Di questo ho certezza. E la
Savoja era eliminata da una carta del futuro regno fatta disegnare a
quel tempo in Torino a norma segreta d'alcuni fra gli agenti sardi, e un
esemplare della quale sta in nostre mani. Mercè quel pattuito mercato,
Lamartine dimenticava le sue prime aspirazioni repubblicane; e mentre il
segretario degli esteri, Bastide, dichiarava a me e a qualunque altro
volesse udirlo che la Francia era inesorabilmente ostile alle mire
ambiziose di Carlo Alberto, l'inviato francese in Torino, signor Bixio,
perorava indefesso per la fusione e mi spediva a Milano, per tentar di
convincermi, il suo segretario. Di siffatte vergogne diplomatiche e del
continuo oblio del principio scritto sulla sua bandiera, la Francia paga
oggi il fio col decadimento del suo nome all'estero e coll'anarchia che
la rode.
Dei maneggi politici che i faccendieri del re millantavano
coll'Inghilterra, i _documenti_ non hanno indizio. Ma l'Austria, forse
da principio, sinceramente atterrita com'era dalle proprie condizioni
interne ed esterne, più dopo con intenzione visibile di guadagnar tempo,
tentò più volte il gabinetto inglese perchè si facesse mediatore e
paciere fra l'insurrezione e l'impero.
Fin dal 5 aprile, Ficquelmont annunziava da Vienna al conte
Dietrichstein, ambasciatore austriaco in Londra, l'invio d'un
commissario imperiale in Italia incaricato di negoziare per una
riconciliazione _sulle più larghe basi possibili_[88], e pregava perchè
lord Palmerston appoggiasse le sue proposte. Non so se il commissario
giungesse in Italia o con chi favellasse; ma le _larghe basi_ non
eccedevano allora i limiti dell'indipendenza amministrativa. Se non che
da un altro dispaccio spedito lo stesso giorno al Ficquelmont dal barone
di Brenner, incaricato d'Austria in Monaco[89], appare un primo indizio
o tentativo o desiderio di non foss'altro scambievoli cortesie fra i due
nemici per iniziativa di Torino: e merita attenzione. Era una
comunicazione scritta delle intenzioni di S. M. Sarda risguardanti le
relazioni pacifiche da mantenersi sul mare; ma i modi della
comunicazione e parecchî accessorî, e l'interpretazione data al buon
ufficio dall'Austria, moverebbero sospetto d'altro. Il marchese
Pallavicini, incaricato della comunicazione, s'indirizzava al Severine,
ministro di Russia in Monaco, perchè manifestasse come intermediario
all'Austria il desiderio della corte di Torino, e gli ottenesse un
colloquio col Brenner. L'abboccamento aveva luogo il 5--non già, come
parea naturale, nella residenza del Severine _dacchè non bisognava
risvegliar l'attenzione degli sfaccendati curiosi in Monaco_--ma in casa
d'un Voillier, consigliere della legazione di RUSSIA; e fu scelta come
_il luogo più adatto perchè situato in una parte più remota, poco
osservata della città_: il Pallavicini insisteva perchè non si
ritardasse di un'ora. La nota fu trasmessa da quest'ultimo al Brenner,
coll'aggiunta da leggersi nel dispaccio, «che con quella comunicazione
il governo sardo desiderava allontanare per quanto era in esso le
conseguenze _funeste_ che il conflitto nel quale il Piemonte si trovava
_sventuratamente_ impegnato coll'Austria, potrebbe avere per gli
interessi del commercio marittimo ne' due paesi»--forse con altre
aggiunte da non leggersi nel dispaccio: e la nota stessa consegnata dal
Pallavicini, mandata al Ficquelmont, e da lui, per copia, al
Dietrichstein in Londra, non è da trovarsi fra i _documenti_. Comunque,
i due conversavano sulle faccende correnti, e il Brenner nota che il
marchese «non sembrava affatto rassicurato sull'ultime conseguenze
dell'impresa nella quale re Carlo Alberto s'era indotto ad entrare», ma
credendo che «in caso di collisione fra i due eserciti il vantaggio
rimarrebbe al maresciallo Radetzky, ei pareva fondare le sue speranze
sulle interne difficoltà dell'impero». _Non ho creduto_--scrive il
Brenner al suo padrone--_dovere respingere una iniziativa che potrebbe
forse, nelle intenzioni del governo sardo, aver valore d'un primo
tentativo per condurre un accordo col gabinetto imperiale_. Il
Pallavicini, pare, fu poi redarguito dal suo governo per avere
oltrepassato i termini del mandato. Tutto quel maneggio a ogni modo ha
sembianza di congiura più assai che non di franca e leale comunicazione
governativa. E se si raffronti colla dichiarazione, non provocata, del
Ficquelmont a lord Palmerston «che se l'Austria riescisse a respingere i
Piemontesi sul loro territorio.... _noi possiamo porgere anticipatamente
all'Inghilterra che noi non seguiremmo al di là delle nostre provincie
il successo ottenuto_[90]»--cresce il sospetto nell'animo. Certezza
siffatta data innanzi tratto a un fiacco nemico poteva riescire--e
riescì forse--fatale.
D'allora in poi, le richieste di buoni uffici e i progetti di pace e le
comunicazioni austriache al gabinetto inglese spesseggiavano nei
_Documenti_.
Un primo progetto, steso da chi non si nomina nella collezione--e credo
sia Colloredo--fu discusso l'11 maggio nel consiglio dei ministri in
Vienna e mandato il 12 da Ponsonby a Palmerston. È l'unico savio che
potesse escire da Vienna; e cominciando dal confessare la onnipotenza
dell'idea nazionale in Italia[91], propone che, accettata la mediazione
dell'Inghilterra e del papa, e sancito un armistizio in virtù del quale
gli Austriaci terrebbero la linea dell'Adige, si convochino i consigli
comunali del Lombardo-Veneto e si chieda se vogliano entrare nella
confederazione italiana, della quale l'Austria si farebbe promovitrice,
sotto la sovranità di quest'ultima con un arciduca a vicerè,
rappresentanza nazionale, costituzione e codice proprio--o se
preferiscano indipendenza assoluta con compensi finanziarî e commerciali
da stabilirsi. Dichiarando prima il grande principio della nazionalità
italiana e ponendosi a un tratto quasi fondatrice d'una confederazione
italica a patto che questa dichiarasse stretta e permanente neutralità
europea, e l'Europa se ne facesse, come per la Svizzera, mallevadrice,
l'Austria serbava, secondo l'estensore del progetto, una possibilità di
successo nella votazione, costituiva a ogni modo la propria influenza
sulla confederazione, staccava l'Italia dalla temuta influenza francese
e la condannava alla debolezza inerente ad ogni paese, per volontà di
potenze, neutrale. Ed era infatti sola via di salute e di nuova
attitudine in Europa per l'Austria, alla quale lo scrittore dimostrava
sin d'allora l'impotenza della vittoria con parole che meritano d'essere
qui registrate, come confessione preziosa strappata dall'ingegno e
dall'esame dei fatti ad uomo non nostro. «Vinceste anche--egli dice--che
ne risulterebbe per l'Austria? Il possedimento di provincie impoverite,
che per lunghi anni non darebbero le spese dell'occupazione militare
indispensabile per contenerle; l'indebolimento della monarchia in tutte
le questioni concernenti la Francia e la Russia, per la necessità di
mantenere un esercito di 100 000 uomini nel regno Lombardo-Veneto, e
guardare contro gli assalti dei nemici esterni ed interni le provincie
del Tirolo, del Litorale e della Carniola. E quindi, politicamente,
finanziariamente, militarmente, e sovra tutto moralmente, diminuzione
delle forze reali, intralcio d'interessi e lotta, talora celata, talora
aperta, ma incessante, contro una nazione di più di 20 000 000 d'uomini
riuniti dalla stessa lingua, dalla stessa religione dalle stesse
speranze».
Il progetto, per ciò appunto ch'era l'unico ragionevole da proporsi, non
andò oltre la discussione. Altri, meno plausibili, furono
successivamente comunicati al gabinetto inglese dall'Austria, il 12
maggio, il 23 maggio, il 9 giugno[92]: tutti fondati sulla separazione
del Lombardo e del Veneto: il primo da emanciparsi, or con un vicerè
ereditario--e proponevano il secondo fratello del duca di
Modena--indipendente dal governo viennese, pur sotto l'alta signoria
dell'imperatore, or con un luogotenente dell'imperatore e con un
ministero italiano, ma risiedente in Vienna--il secondo, dotato di più o
meno libere leggi, ma sempre provincia dell'Austria: la difesa del
Tirolo e la tutela delle comunicazioni tra Vienna e Trieste esigevano la
servitù di Venezia. L'emancipazione della Lombardia doveva intanto
comprarsi col tributo annuo di quattro milioni di fiorini all'impero,
col pagamento annuo d'una rendita di circa dieci milioni di fiorini,
trasportata sul monte Lombardo-Veneto, come parte nostra del debito
pubblico dell'impero, e coll'obbligo di combattere colle nostre truppe
le battaglie dell'Austria. Senza il Veneto e col nemico in Verona e
sulla linea dell'Adige, la Lombardia avrebbe, nel primo momento
favorevole ai re, trovato illusorî codesti patti. Pur non vedo che
fossero mai seriamente proposti; e diresti che tanta espansione
d'intenzioni pacifiche dall'Austria al ministero inglese non avesse
intento, passati i primi terrori, da quello in fuori di allettare, senza
compromettersi con comunicazioni dirette, il Piemonte. Soltanto il 13
giugno un armistizio fu proposto da Wessemberg al conte Casati, con basi
di pace risguardanti il solo Lombardo; ma non tendeva che a dare un po'
di tempo ai rinforzi; e il 18 un dispaccio di Ponsomby avvertiva
Palmerston che Radetzky, al quale era stato commesso dal Wessemberg non
di _conchiudere_ ma di _proporre_ armistizio, dissentiva,
ripromettendosi meglio dall'armi[93].
E a questo somma la storia, nota fin qui, della diplomazia di quel
tempo: volpina al solito per parte dell'Austria, nulla per parte del
Piemonte, se non in quanto appajono qua e là indizî d'un mistero che
forse il tempo sciorrà. Il solo incidente che conforti l'animo e
splenda, come gemma nel fango, di mezzo a questa abbietta prosa di
cancellerie, è il subito generoso commoversi della popolazione lombarda
ogni qual volta serpeggiavano rumori d'abbandono di Venezia e di pace
all'Adige. Balzava e ruggiva, come lione addormentato al quale un ferro
rovente marchi a un tratto la fronte. _Guerra per tutti, libertà per
tutti o per nessuno_, era in que' momenti il grido universale, e
proferito con tale energia da far retrocedere ogni governo provvisorio o
regio che avesse in animo di patteggiare. L'idea nazionale si ridestava
potente come ai primi giorni dell'insurrezione. Quei giornalisti
francesi che menarono, non ha molto, romore di parecchî fra i dispacci
citati, e rimproverarono i Lombardi perchè non afferrassero allora
l'áncora di salute d'una pace all'Adige, provarono a un tempo la loro
profonda ignoranza della politica austriaca e il silenzio d'ogni senso
generoso nell'anima loro. Quel rifiuto vale più assai per l'avvenire del
nostro popolo che non dieci regni costituzionali da fondarsi a
beneplacito dell'Austria tra l'Adige e il Po.
Non so se la pace all'Adige entrasse mai positivamente nei disegni del
re o--dacchè, com'oggi in Torino son due governi, così erano allora nel
campo--d'altri per lui. Ma credo certo che quel fantasma, evocato sin da
principio astutamente dall'Austria, operasse quasi fascino sull'animo
suo, e contribuisse alle lentezze e al mal esito della guerra. A
qualunque guardi, con occhio quanto più vuolsi indulgente, all'insieme e
alle fazioni di quella malaugurata campagna--all'abbandono deliberato
d'ogni impresa in Tirolo e agli sbocchi dell'Alpi--al sagrificio del
Veneto--alla decisione di non muover guerra a Trieste e sul mare--alla
negligenza d'ogni tentativo per sommover l'Illirico e per collegare la
causa d'Italia coll'altre cause nazionali che s'agitavano
nell'impero--all'inazione sistematica dell'esercito prima della resa di
Peschiera, unico trionfo dei regi, e dopo, fino a quasi la metà del
luglio--e ai modi più che cavallereschi e cortesi usati in tutte
occasioni coll'Austria--parrà non foss'altro probabile che Carlo Alberto
tendesse, anche inconscio, a serbarsi per ogni rovescio aperto il
rifugio d'un trattato che, senza infliggergli la vergogna d'abbandonare
un terreno già conquistato, gli avrebbe pur procacciato un ingrandimento
di territorio nella Lombardia. Tristissima e inevitabile conseguenza
anche questa d'una guerra d'indipendenza affidata ad un re. Guerre
siffatte, quando non trovino uomini apostolicamente credenti a guidarle,
vogliono almeno duci che abbiano tutto da conquistare nella vittoria,
tutto da perdere nella disfatta. Carlo Alberto non poteva riuscire a
vittoria assoluta senza giovarsi d'un elemento--l'elemento popolare--che
gli minacciava da lungi il trono; e cadendo, era certo, come ho detto
poc'anzi, di serbarsi la sua corona.
Se non che per ridurre il popolo ad accettare una pace all'Adige non era
forse che un'unica via: porgli il pugnale del nemico alla gola,
conchiuderla coll'Austriaco alle porte di Milano. E giunto una volta
alle porte di Milano, l'Austriaco avrebbe, schernendo, lacerato ogni
patto segreto in viso al patteggiatore.
Intanto, la guerra era irremissibilmente perduta; e il decreto della
fusione non fece che affrettar la catastrofe. Il popolo incominciò poco
dopo a destarsi dal sonno delle illusioni e a sentire l'inganno.
Gli avevano detto che, segnato il contratto, Genova avrebbe dato danaro,
e il Piemonte soldati--e il governo invece andava or più che mai
stimolandolo a sagrificî, e assumendo per la prima volta linguaggio
inquieto. Gli avevano parlato di capitale, e di altro che il Piemonte,
commosso dall'atto fraterno, gli avrebbe consentito con entusiasmo--e
ascoltava invece discussioni esose d'ostilità e di mal celata diffidenza
nella Camera torinese. Gli avevano promesso che, sicuri una volta del
premio, Carlo Alberto e l'esercito avrebbero operato prodigî--e Carlo
Alberto e l'esercito si stavano, dopo resa Peschiera, inerti, immobili
sino al 13 luglio. E le moltitudini cominciarono ad agitarsi, siccome
persona inferma che si desta in accesso di febbre, a tender l'orecchio
sospettoso ai romori che venivan dal campo, alle accuse che i
chiaroveggenti movevano da molto tempo al governo, al gemito dei traditi
del Veneto, e all'_hurrah_ del croato che si spingeva a corsa non
molestata fino ad Asola e a Castel Goffredo. Quasi ogni sera, la piazza
san Fedele, dov'era il palazzo del governo, s'empieva di popolo
chiedente nuove del campo, e quasi ogni sera il Casati ripeteva dalle
finestre le solite frasi «non dubitassero: si vincerebbe: la prossima
resa di Verona ridarebbe le città cadute del Veneto: la bandiera
tricolore sventolerebbe presto sulle mura di Mantova per opera del
magnanimo re e del prode esercito piemontese». Poi, si schermivano
dall'agitazione crescente con decreti di leve, armamenti, ed imprestiti
e con turpi vessazioni di polizia: dannose queste e semenza
d'irritazione; buoni i primi, ma tardi, e mercè la pessima costituzione
del ministero di guerra, inefficaci: mancavano armi, ufficiali,
uniformi, e i primi battaglioni che s'affrettarono al campo sembravano,
per difetto di tutto quel materiale che costituisce ai proprî occhî e
agli altrui il soldato, un'accozzaglia di gente cacciata in guerra
perchè il popolo non tumultuasse. Il popolo che in quella nudità d'ogni
forma guerresca, in quelle vesti e giberne di tela--coperti di tela si
mandavano perfino i destinati alle nevi del Tonale e dello
Stelvio--ravvisava una dimostrazione innegabile della inerzia colpevole
di tre mesi, tumultuava più forte. E allora, alle cento cagioni che
avevano oprato a spegnere l'entusiasmo e le forze popolari
dell'insurrezione, s'aggiunge la diffidenza di tutto e di tutti, e la
parola _tradimento_, fatale a ogni impresa, serpeggiò tra le
moltitudini. A me fu più volte proposto, e da forze ordinate, di
rovesciare il governo e tentar con altri uomini qualche via di salute.
Ed era facile impresa; ma a qual pro? Un subito mutamento di governo in
Milano avrebbe acceso la guerra civile e messo una macchia, agli occhi
dei moltissimi illusi tuttavia nel resto d'Italia, sulla bandiera
repubblicana senza salvare il paese. La fusione pronunciata dava diritto
al re di spedir truppe a _protegger l'ordine_ e il _suo governo_. Noi ci
saremmo trovati a fronte bajonette di fratelli. L'Austriaco, che
s'addensava vigilante, avrebbe profittato dello smembramento delle forze
e delle nostre discordie. E coll'oscillazione inevitabile delle
provincie, sparivano, nei momenti di maggior bisogno, danaro, credito,
armi e materiale di azione al governo che si sarebbe inalzato. Ricusai
dunque sempre e impedii.
Per noi i fati della guerra erano da lungo segnati. Sapevamo che
l'esercito regio sarebbe rotto e il paese lasciato indifeso; e stanno
nell'_Italia del Popolo_ articoli che pronunziavano, senza grande sforzo
di genio, le cose che accaddero, nè potevano per forza umana impedirsi.
Bensì vagheggiavamo un'ultima speranza; ed era: che da Milano, assalita
dall'armi austriache, risorgesse per impeto di popolo concitato la
guerra lombarda. Milano era ed è città di prodigi. Gli estremi pericoli,
la disperazione d'ogni altro ajuto per la probabile ritirata delle forze
regie al di là delle proprio frontiere e il tuonare del cannone
austriaco alle porte, avrebbero forse rifatto gigante il popolo delle
barricate di marzo. Liberi d'ogni impaccio di governo inetto che sarebbe
stato, da taluno fra' suoi membri infuori, primo alla fuga, liberi
d'ogni terrore di tradimento, liberi sovra tutto della taccia aborrita
di suscitare colla nostra azione risse civili, i repubblicani, che erano
negli ultimi tempi risaliti in influenza tra le moltitudini, avrebbero
ordinato e condotto una tremenda battaglia di popolo nella città. Per
battaglia siffatta abbondavano l'armi, le munizioni ed i viveri. E
l'esercito austriaco avea nemiche alle spalle le popolazioni, e forze
nostre tenevano tutta l'alta Lombardia, l'eroica Brescia, Bergamo, la
Valtellina; e Venezia durava, e le Romagne fremevano, emancipate d'ogni
illusione principesca, sull'altra riva del Po. Una resistenza ostinata
in Milano poteva far riarder l'incendio. E a prepararla si dirigevano
tutti i nostri pensieri, e i legami che stendevamo per le provincie, tra
i corpi lombardi e noi, argomento di continue paure e calunnie a chi
s'ostinava a sconoscerci. Ma tutto questo disegno si fondava sopra una
condizione: _Che Milano fosse lasciata a sè stessa_. E questa condizione
ci fu anch'essa rapita. Il re che aveva perduto il Lombardo-Veneto,
dichiarò, fatalmente, che avrebbe difeso Milano.
Lo stesso giorno in cui l'esercito piemontese, vittima dell'inscienza
dei capi e di peggio, dopo miracoli di valore inutilmente operati, duce
il Sonnaz, intorno al posto di Volta, entrava in una rotta che dal
Mincio non s'arrestava se non al Ticino, quel Fava, mezzo-letterato,
mezzo-poliziotto, che citammo più sopra in nota, urlava imperterrito per
le vie di Milano vittoria del re magnanimo e migliaja di prigionieri e
trofeo di non so quante bandiere; ond'io, ch'era informato del vero,
ebbi a inviare un amico agli uomini del governo, non più veduti da me
dopo il 12 maggio, per supplicarli che non provocassero, ingannandolo
sino agli estremi, il popolo a ferocia di riazione; se non che erano
ingannati, i più almeno, dall'ambasciata sarda. Le nuove funeste si
diffusero nella giornata; e il governo atterrito e fatto, allora per la
prima volta, consapevole della propria impotenza, ricordò a un tratto
ch'erano in Milano uomini i quali amavano davvero il paese, comechè
repubblicani e in sospetto, due mesi addietro, d'_alleati dell'Austria_.
Il concentramento del potere per la difesa era necessità universalmente
sentita. Richiesti di nomi, indicammo Maestri, Restelli e Fanti:
repubblicano il primo d'antica data; non repubblicano fino allora il
secondo, e noto a noi per aver lavorato, ma per errore di buona fede,
alla fusione in Venezia: più soldato il terzo che uomo di concetto
politico: tanto a noi premeva esclusivamente la difesa della città e
nulla il trionfo della parte nostra. Erano onesti, vogliosi del bene e
capaci. Superata coll'insistenza l'opposizione del governo al Fanti, al
quale il generale Zucchi ricusava come a più fresco di grado,
ubbidienza, i tre si costituirono, il 28 luglio, comitato di difesa. Il
governo rimase inoperoso, nullo, nelle proprie sale.
Di mezzo ad errori, conseguenze in parte quasi inevitabili della
condizione anomala creata dalla fusione--e il primo era quello di non
esser solo all'impresa ma d'aver frammisti nelle discussioni ministri e
generali del re--il comitato operò con attività singolare e fece in tre
giorni più assai che non avea fatto il governo in tre mesi. I suoi
provvedimenti stanno registrati nel libro di Cattaneo e in uno scritto
abbastanza noto steso da Maestri e Restelli[94]; nè a me spetta, in
questi rapidi cenni, ridirli. Ma il popolo s'era ridesto a vita sublime;
correva minaccioso le vie esigendo che ricomparissero per ogni dove le
bandiere tricolori quasi disfida al vegnente nemico; apprestava armi e
difese: sentiva l'alito della _sua_ battaglia e lo salutava con una
gioja santamente feroce. Milano in quei giorni era la più eloquente
risposta che dar si potesse a tutte stolide accuse, la più irresistibile
condanna della guerra regia e dei metodi tenuti dai _moderati_. A noi
balzava il core per lietezza insolita e risorgenti speranze. Rinasceva
col popolo la potenza d'amore e d'oblio che avea santificato i primi
giorni dell'insurrezione.
Illusi e giovenilmente incauti dopo quasi vent'anni di delusioni e
d'esilio! Gl'Italiani avevano peccato contro l'eterno vero e contro la
unità nazionale; e noi dimenticavamo che a ogni colpa tien dietro
inevitabile l'espiazione.
La notte dal 2 al 3 agosto, Fanti e Restelli si recavano a Lodi par
chiedere a Carlo Alberto quali fossero le sue intenzioni: nol videro, ma
ebbero dichiarazione dal generale Bava «che il re moverebbe a difender
Milano». Vidi Fanti al ritorno e presentii la rovina. Ei dovrebbe or
ricordarsi ch'io lo scongiurava di preparare i disegni della difesa
_come se l'esercito piemontese venisse per girsene_. Egli, militare--_i
fatti posteriori lo hanno pur troppo chiarito_--più ch'altro, e
affascinato dai quaranta mila difensori soldati, sorrideva del mio
scetticismo.
Il 3, comparve, munito di regio decreto che lo instituiva commissario
militare, un generale Olivieri, il quale con altri due, il marchese
Montezemolo e il marchese Strigelli, s'assumeva, in nome della fusione,
ogni potestà esecutiva. Io vidi i tre, intesi le loro parole alla
moltitudine raccolta sotto il palazzo, rividi Fanti, corsi le vie di
Milano, studiai gli aspetti e i discorsi; e disperai. Il popolo si
credeva salvo; era dunque irrevocabilmente perduto. Lasciai la città,
Dio solo sa con che core, e raggiunsi in Bergamo la colonna di
Garibaldi.
Il dì dopo, Carlo Alberto entrava in Milano.
Com'egli recasse la capitolazione con sè e nondimeno promettesse difesa,
e ordinasse incendî d'edificî che potevano giovare al nemico--come il 4
ei giurasse per sè, pe' suoi figli, e pe' suoi soldati, a una
deputazione della guardia nazionale, e il 5, mentre tutta Milano era un
fremito di battaglia, egli e i suoi dichiarassero a un tratto la
capitolazione un _fatto compito_--come, all'udirlo, la popolazione
ardesse d'immenso furore; e le minaccie al re, le scene del palazzo
Greppi; le nuove promesse parlate e scritte di Carlo Alberto ch'egli,
commosso dall'unanime volere del popolo, combatterebbe fino alla morte;
e quasi a un tempo, la fuga segreta e codarda, con tali particolari da
infamare in perpetuo la monarchia--sono cose da vedersi documentate
nella relazione del comitato di difesa e nel tremendo capitolo,
intitolato _La consegna_, del libro di Cattaneo. Poco importa appurare
se il re tradisse o non tradisse, o da quando avesse data il tradimento,
suo o d'altri: poco importa la lapide d'infamia che la storia potrebbe
scrivere ad uno o ad altro individuo. Esce ben altro da quei ricordi. E
chi non legge in quelle pagine della passione d'un popolo che fu grande,
era grande e vuole esser grande, l'IMPOTENZA ASSOLUTA DELLA MONARCHIA,
la morte di tutte illusioni dinastiche, aristocratiche e _moderate_, non
ha intelletto nè core, nè amor vero d'Italia, nè speranza mai
d'avvenire.
Una piccola bandiera di compagnia, colle parole DIO E IL POPOLO,
s'inalzava per alcune ore in Monza, di fronte a quell'immenso spettacolo
di monarchia fuggente e di popolo abbandonato, tra i prodi che nella
legione Garibaldi seguivano Giacomo Medici--ed io, trascelto
dall'affetto di quei giovani, la portava. Era la bandiera della nuova
vita sorgente tra le rovine d'un periodo storico; e sei mesi dopo
splendeva di bella luce, quasi programma dell'avvenire italiano
dall'alto del Campidoglio.
Caduta Milano, era caduta la Lombardia. Frutto anch'esso delle abitudini
tradizionali monarchiche e dei canoni della guerra regia, durava
inviscerato negli animi--e, per prova più recente, tuttavia dura--il
pregiudizio che nei fatti della capitale concentra i fatti dell'intero
paese. La capitale è dovunque splende sorretta da cittadini devoti alla
libera vita o alla bella morte e più energicamente difesa, la bandiera
della nazione. Ma allora, questa verità non era sentita, e d'altra
parte, la provincia era tuttavia indebolita dalle fresche scissioni
della fusione, e gli uomini che avrebbero potuto perpetuare la guerra
nella parte montagnosa della Lombardia e guardare a Venezia siccome a
capitale dei paesi lombardo-veneti, Durando, Griffini ed altri, erano
generali del re, stretti ad un patto ignominioso di resa, e, dati i
luoghi forti in mano al nemico, maneggiarono in modo da spegnere ogni
possibilità di resistenza e condurre, taluni con fogli di via segnati da
penna austriaca, i volontarî del marzo in Piemonte. Garibaldi solo resse
quanto umanamente potevasi: poi cesse, ultimo e senza transazione, alla
piena.
La meschina storia dei _moderati_ sardo-lombardi non finì colla resa.
Come lombrico troncato in due, seguirono ad agitarsi impotenti e senza
speranza di vita: la coda--il governo provvisorio trasformato in
consulta--verso il Lombardo-Veneto; la testa, il gabinetto torinese e
gli uomini della confederazione principesca, verso il centro d'Italia,
dove il pensiero nazionale, cacciato dal nord, s'era ridotto e
rinvigoriva. Non potendo tentar di giovare, si diedero deliberatamente a
nuocere; non potendo _fare_, lavorarono a _disfare_ l'altrui. Operarono
ed operano dissolvendo. Ma non entra nel mio disegno seguirne i raggiri
e le mosse. L'azione funesta che taluni fra loro, riconciliati
apparentemente e pentiti, tentarono esercitare in Venezia--le mene che,
affascinando parecchî uomini nostri, contribuirono potentemente al mal
esito del tentativo che da Val d'Intelvi doveva riaccendere
l'insurrezione in tutta l'alta Lombardia--le menzognere speranze che
introdussero il dissolvimento nell'emigrazione lombarda--i progetti
d'invasione in Toscana--l'opposizione, coronata di successo pur troppo,
alla unificazione del centro--e da ultimo la rotta infamissima di
Novara--potrebbero formare, e formeranno forse un dì o l'altro, una
pagina addizionale a questi miei cenni, come i documenti, che si
preparano per la stampa nella Svizzera italiana, faranno commento a più
cose accennate qui appena di volo. Per ora basta così; e l'animo
affaticato di ravvolgersi per entro a codesto fango ha bisogno di
riconfortarsi levandosi a contemplar l'avvenire. Oggi ancora i
superstiti fra i _moderati_, smembrati in più frazioni a seconda dei
concettucci e delle ambizioncelle locali, lavorano fra le tenebre, gli
uni a sedurre, se valessero, la povera Lombardia a nuove illusioni, a
nuove trame monarchico-piemontesi, gli altri a suscitar congiure innocue
in Toscana a favore d'uomini che combattono in Piemonte le libere
tendenze delle popolazioni, altri ancora a giovarsi dell'aborrimento
comune al governo sacerdotale per proporre--vera profanazione del
concetto escito da Roma--uno smembramento alle provincie romane
e--servendo, forse inavvedutamente, alle mire dell'Austria--una
_fusione_ collo Stato del duca di Modena! Ma siffatte mene, basta
svelarle perchè non riescano--e se gl'Italiani, dopo la guerra regia del
1848, dopo la rotta di Novara, dopo la provata impotenza e peggio dei
capi della fazione da un lato--dopo i miracoli di valore e costanza
popolare operati in Roma e Venezia dall'altro--tentennassero ancora
nella scelta fra le due bandiere--sarebbero veramente indegni di
libertà.
No; gl'insegnamenti scritti negli ultimi due anni con lagrime di madri e
sangue di prodi non possono andar perduti. La prova è compita. Gli
uomini d'intelletto traviato o perverso, che hanno voluto applicare alla
nascente Italia una dottrina sperimentata venti o trenta anni addietro e
trovata inefficace anche in Francia, possono per breve tempo ancora
creare modificazioni ministeriali, ordire raggiri, sedurre,
ingannandoli, pochi uomini inesperti d'ogni politica o paurosi; ma non
terranno più mai, con qualunque nome s'ammantino, le redini del moto
italiano. Mancavano ad essi, fin da quando usurpavano la direzione del
moto, i diritti che danno all'altrui fiducia le forti radicate credenze:
si dichiaravano uomini d'_opportunità_, di transazioni a tempo, di
menzogne che diceano utili. Mancano oggi anche i pretesti che potevano,
anni sono, desumersi ai loro metodi dalle condizioni europee.
Le condizioni europee sono da due anni visibilmente, innegabilmente
mutate. La questione ferveva un tempo fra il dispotismo e la monarchia
temperata; freme in oggi fra la monarchia e il principato. Grido
repubblicano sarà, da dove che sorga, il primo grido rivoluzionario.
Alla rivoluzione italiana, se intende a farsi forte d'alleanza col moto
europeo, è dunque forza d'essere repubblicana. Tutte le utopie
_moderate_ non daranno un solo amico nè scemeranno un nemico alla causa
italiana.
In Italia, caduto Pio IX, caduto Carlo Alberto, e dopo la parola escita
da Roma, non esiste più nè può esistere, giova ripeterlo, che un solo
partito: il PARTITO NAZIONALE.
E la fede politica di questo partito nazionale si compendia nei pochi
seguenti principî:
L'Italia vuole esser NAZIONE: per sè e per altrui: per diritto e dovere;
diritto di vita collettiva, d'educazione collettiva--dovere verso
l'umanità, nella quale essa ha una missione da compiere, verità da
promulgare, idee da diffondere.
L'Italia vuole essere nazione una: una, non d'unità napoleonica, non
d'esagerato concentramento amministrativo che cancelli a beneficio d'una
metropoli e d'un governo la libertà delle membra; ma di unità di patto,
d'assemblea interprete del patto, di relazioni internazionali, di
eserciti, di codici, d'educazione, armonizzata coll'esistenza di regioni
circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di
grandi e forti comuni, partecipanti quanto più è possibile coll'elezione
al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l'intento
dell'associazione e il cui difetto li rende oggidì impotenti o
necessariamente servi al governo centrale. L'autonomia degli Stati
attuali è un errore storico. Gli Stati non sorsero per vitalità propria
e spontanei, ma per arbitrio di signoria straniera e domestica. La
confederazione fra Stati siffatti spegnerebbe ogni potenza di missione
italiana in Europa, educherebbe gli animi a funeste rivalità,
conforterebbe ambizioni; e tra queste e le influenze inevitabili di
governi stranieri diversi si cancellerebbe presto o tardi la concordia e
la libertà.
L'Italia vuole essere nazione di liberi ed eguali: nazione di fratelli
associati a malleveria di progresso comune. Santo è per essa il
pensiero: santo il lavoro: santa la proprietà che il lavoro crea: santo
e misurato dai doveri compiuti il diritto al libero sviluppo dalle
facoltà e delle forze, del senno e del core.
Il problema italiano, come quello dell'umanità, è problema d'educazione
morale. L'Italia vuole che tutti i suoi figli diventino progressivamente
migliori. Essa venera la virtù e il genio, non la ricchezza, o la forza:
vuole educatori e non padroni: il culto del vero, non della menzogna o
del caso. Essa _crede_ in Dio e nel popolo: non nel papa e nei re.
E perchè popolo sia, è necessario che conquisti, coll'azione e col
sagrificio, coscienza de' suoi doveri e de' suoi diritti. La
indipendenza, cioè la distruzione degli ostacoli interni ed esterni che
s'attraversano all'ordinamento della vita nazionale, deve dunque
raggiungersi, non solamente pel popolo, ma dal popolo. Battaglia di
tutti, vittoria per tutti.
L'insurrezione è la battaglia per conquistare la rivoluzione, cioè la
nazione. L'insurrezione deve dunque essere _nazionale_: sorgere
dappertutto colla stessa bandiera, colla stessa fede, collo stesso
intento. Dovunque sorga, essa deve sorgere in nome di tutta Italia, nè
arrestarsi finchè non sia compita l'emancipazione di tutta Italia.
L'insurrezione finisce quando la rivoluzione comincia. La prima è
guerra, la seconda manifestazione pacifica. L'insurrezione e la
rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse. A un
potere concentrato in pochi uomini scelti dal popolo insorto per
opinione di virtù, d'ingegno, di provata energia, spetta sciogliere il
mandato dell'insurrezione e vincer la lotta: al solo popolo, ai soli
eletti da lui, spetta il governo della rivoluzione. Tutto è provvisorio
nel primo periodo: affrancato il paese dal mare all'Alpi, la COSTITUENTE
NAZIONALE raccolta in ROMA, metropoli e città sacra della nazione, dirà
all'Italia e all'Europa il pensiero del popolo. E Dio benedirà il suo
lavoro.
Al partito nazionale appartengono quanti accettano queste basi. Al di
fuori non sono nè possono essere che _fazioni_: brulicano senza vera
vita; possono guastare e corrompere, non creare.
Creare. Creare _un_ popolo! È tempo, o giovani, d'intendere quanto
grande e santa e religiosa sia l'opera che Dio v'affida. Nè può
compiersi per vie torte di raggiri cortigianeschi o menzogne di dottrine
foggiate a tempo o patti disegnati a rompersi dai contraenti appena
s'affacci occasione propizia; ma soltanto per lungo esercizio e
insegnamento vivo alle moltitudini di virtù severe, per sudori d'anima e
sagrifizî di sangue, colla predicazione insistente della verità,
coll'audacia della fede, coll'entusiasmo solenne, perenne, irremovibile
e più forte d'ogni sventura, che alberga nel petto ad uomini ai quali
unico padrone è Dio, unico mezzo è il popolo, unica via è la linea
diritta, unico intento l'avvenire d'Italia. Siate tali e non temete
d'ostacoli. Ma cacciate i trafficatori di consulte o di portafogli dal
tempio. Respingete inesorabili i Machiavellucci d'anticamera, i
diplomatici in aspettativa che s'insinuano nelle vostre file a
susurrarvi progetti di corti amiche, di principi emancipatori; che
possono essi darvi oggimai se non illusioni ridicole e fomite a
smembrare l'unità del partito nazionale e germi di corruttela? Essi
tennero or son due anni tutte le forze e l'anima della nazione fra le
loro mani, un re che i milioni salutavano conquistatore d'indipendenza,
un papa che i milioni veneravano iniziatore di libertà--e v'hanno dato
l'armistizio di Salasco e la disfatta di Novara: rovina e vergogna:
oggi, fantocci nelle mani d'altri cortigiani, d'altri diplomatici più
avveduti, per lunga pratica d'inganni e tristizie, che non son essi, non
possono nemmeno rievocar quei fantasmi, e son ridotti a librarsi fra un
duca di Modena e il principe che firmò la pace coll'Austria. E
s'avvicina tale un conflitto fra i due principî in Europa, che farà di
principini, cospiratori segreti monarchici e concettucci di fusioni
pigmee, quello che l'uragano fa delle margheritine del prato.
La _guerra regia_ ha dato un grave insegnamento ai Lombardi, e imposto
un obbligo severo al Piemonte.
I Lombardi sanno ora che il segreto dell'emancipazione è per essi
un _problema di direzione_. Se essi non avessero, per cieca
devozione a un'apparenza di forza, messo i traditori nel proprio
campo--s'essi avessero fidato più nell'Italia che non nel _re_ di
Piemonte--se avessero conferito il mandato di guerra, anzichè a
una congrega di cortigiani, ad uomini come quelli che avean
diretto l'insurrezione--vincevano. Le giornate di marzo possono e
devono rifarsi quando che sia. Ricordino essi allora l'insegnamento.
I Piemontesi hanno l'obbligo di provare all'Italia e all'Europa che essi
sono Italiani e non servi d'una famiglia di re, ch'essi mossero alle
battaglie nei piani lombardi, non come cieco stromento di voglie
ambiziose d'un uomo o di pochi raggiratori, ma come apostoli armati del
più bel concetto che Dio possa spirare nei petti umani: la creazione
d'un popolo, la libertà della patria. Hanno l'obbligo di provare ch'essi
non furono nè codardi nè ingannatori, ma ingannati essi pure e vinti per
colpe altrui. Hanno l'obbligo di lacerar quel trattato che li accusa
impotenti, di restituire all'esercito l'antica fama immeritamente
perduta, di cancellare nel sangue nemico la vergogna della disfatta, e
dire ai loro fratelli dubbiosi: _noi_ siam la spada d'Italia. Sia la
loro bandiera quella di ventisei milioni di liberi: sia la loro parola
di riscossa: ROMA e MILANO, unità e indipendenza; sia il loro esercito
la prima legione dell'esercito nazionale. Ben altra gloria è codesta che
non quella d'essere frammento regio senza base e senza avvenire,
continuamente oscillante mercè regnatori deboli o tristi, fra la
minaccia dell'Austria e il giogo de' gesuiti.
Compiano la Lombardia e il Piemonte il debito loro. Roma e l'Italia non
falliranno all'impresa.