TENDENZE NAZIONALI--MOTIVI DELLA GUERRA REGIA
DOCUMENTI GOVERNATIVI
Il moto italiano assumeva più sempre di giorno in giorno il carattere
nazionale che ne costituisce l'intima vita. Il grido _Viva l'Italia_
suonava nell'estrema Sicilia; fremeva in ogni manifestazione di
scontento locale: conchiudeva, come il _delenda Carthago_ di Catone,
ogni discorso politico. Altrove, le moltitudini s'agitavano,
insofferenti di miseria o d'ineguaglianza, in cerca d'un nuovo assetto
di cose, sociale o politico: in Italia, vanto unico e speranza potente
di grandi cose future, sorgevano o anelavano sorgere per una idea:
cercavan la patria, guardavano all'Alpi. La libertà, _fine_ agli altri
popoli, era _mezzo_ per noi. Non che gl'Italiani, com'altri s'illuse a
crederlo o finse, fossero noncuranti dei loro diritti o imbevuti di
credenze monarchiche--tranne in qualche angolo di Napoli o di Torino,
non credo sia popolo che per tradizioni, coscienza d'eguaglianza civile,
colpe di principi e istinti di missione futura, sia democratico, quindi
repubblicano più del popolo nostro--ma sentivano troppo altamente di sè
per non sapere che l'Italia fatta nazione sarebbe libera, e avrebbero
sagrificato per un tempo la libertà a qualunque, papa, principe o
peggio, avesse voluto guidarli e farli nazione. Ostacolo, non il più
potente, ma il più dichiarato e visibile, all'affratellamento di quanti
popolano questa sacra terra d'Italia, era l'Austria. E guerra
all'Austria invocavano innanzi tutto, e quel tanto di libertà ch'essi
andavano strappando ai loro padroni giovava quasi esclusivamente a far
più forte e unanime e solenne quel grido. Fin dall'aprile 1846,
l'indirizzo ai legati pontificî raccolti in Forlì, dopo aver compendiato
le giuste lagnanze delle provincie, conchiudeva che le questioni col
malgoverno locale erano, per gli uomini delle Romagne, secondarie, che
principale era la questione italiana, e che il più grave peccato della
corte papale era quello d'essere ligia dell'Austria. In Ancona,
nell'agosto 1846, l'annunzio dell'amnistia pontificia raccoglieva le
moltitudini sotto le finestre dell'agente austriaco e la gioja si
traduceva naturalmente nel grido: _Via gli stranieri!_ In Genova, quando
nel novembre 1847 il re si recava a visitare quella città e quaranta
mila persone gli passavano, plaudenti ad una speranza, davanti, la
bandiera strappata nel 1746 da Genova insorta agli Austriaci s'inalzava,
tra quelle migliaja, programma eloquente dei loro voti. Così per ogni
dove e da tutti. Metternich intendeva le tendenze nazionali del moto:
_Sotto la bandiera delle riforme amministrative_--ei diceva al conte
Dietrichstein in un dispaccio del 2 agosto 1847--_i faziosi... cercano
consumare un'opera, che non potrebbe rimanersi circoscritta nei limiti
dello Stato della Chiesa, nè in quelli d'alcuno degli Stati che nel loro
insieme compongono la penisola italiana. Le sètte tendono a confondere
questi Stati in un solo corpo politico o per lo meno in una
confederazione di Stati posta sotto la condotta d'un potere centrale
supremo_. Ed era vero: se non che tutta Italia era sètta.
Era un momento sublime: il fremito che annunziava il levarsi di una
nazione, il tocco dell'ora che dovea porre nel mondo di Dio una nuova
vita collettiva, un apostolato di ventisei milioni d'uomini, oggi muti,
che avrebbero parlato alle nazioni sorelle la parola di pace, di
fratellanza e di verità. Se nell'anima di quei che reggevano fosse stata
una sola favilla di vita italiana, avrebbero, commossi, dimenticato
dinastia, corona, potere, per farsi primi soldati della santa crociata,
e detto a sè stessi: _Più vale un'ora di comunione in un grande pensiero
con un popolo che risorge, che non la solitudine d'un trono minacciato
dagli uni e sprezzato dagli altri per tutta una esistenza_. Ma per
decreto di provvidenza che vuol sostituire l'èra dei popoli a quella dei
re, i principi non sono oggimai nè possono esser da tanto; e si
giovarono di quella generosa ma incauta tendenza all'oblio e al
sagrificio della libertà, al desiderio d'indipendenza che poc'anzi
accennammo, per tradir l'una e l'altra e ricacciarci, deludendo il più
bel voto di popolo che mai si fosse, dov'oggi siamo.
Era sorta tra la fucilazione dei fratelli Bandiera e la morte di
Gregorio XVI, una gente, educata, comunque ciarlasse di cristianesimo e
di religione, metà dal materialismo scettico del secolo XVIII, e metà
dall'eclettismo francese, che sotto nome di _moderati_--come se tra
l'essere e il non essere, tra la nazione futura e i governi che ne
contendono lo sviluppo, potesse mai esistere via di mezzo--s'era
proposta a problema da sciogliere la conciliazione degli inconciliabili,
libertà e principato, nazionalità e smembramento, forza e direzione mal
certa. Nessuna sètta d'uomini potrebb'esser da tanto: essi men ch'altri.
Erano scrittori dotati d'ingegno, ma senza scintilla di genio, forniti
quanto basta d'erudizione italiana raccolta, senza scorta vivificatrice
di sintesi, nel gabinetto e fra i morti, ma senza intelletto del lavoro
unificatore sotterraneamente compito nei tre ultimi secoli, senza
coscienza di missione italiana, senza facoltà di comunione col popolo
ch'essi credevano corrotto ed era migliore di loro, e dal quale li
tenevano disgiunti abitudini di vita, diffidenze tradizionali e istinti
non cancellati d'aristocrazia letterata o patrizia. E per questa loro
segregazione morale e intellettuale dal popolo, unico elemento
progressivo ed arbitro oggimai della vita della nazione, erano
diseredati d'ogni scienza e d'ogni fede dell'avvenire. Il loro concetto
storico errava, con lievi rimutamenti, tra il guelfismo e il
ghibellinismo; il concetto politico, checchè facessero per ammantarlo di
veste italiana, non oltrepassava i termini della scuola che, discesa in
Francia da Montesquieu ai Mounier, ai Malouet, ai Lally Tollendal e
siffatti dell'Assemblea nazionale, s'ordinò a sistema tra gli uomini che
diressero l'opinione in Francia nei quindici anni che seguirono il
ritorno di Luigi XVIII: erano monarchici con una infusione di libertà,
tanta e non più che facesse tollerabile la monarchia e, senza stendersi
sino alla moltitudine a suscitar l'idea di diritti che aborrivano e di
doveri che non sospettavano, attribuisse loro facoltà di stampare le
loro opinioni e un seggio in qualche consulta. In sostanza non avevano
credenza alcuna: la loro non era fede nel principio regio come quando il
dogma del diritto divino immedesimato in certe famiglie o l'affetto
cavalleresco posto in certe persone collocava il monarca tra Dio e la
donna del core--_mon Dieu, mon roi et ma dame_:--era accettazione
passiva, inerte, senza riverenza e senza amore, d'un _fatto_ ch'essi si
trovavano innanzi e che non s'attentavano d'esaminare: era codardia
morale, paura del popolo al cui moto ascendente disegnavano argine la
monarchia, paura del contrasto inevitabile fra i due elementi ch'essi
non si sentivano capaci di reggere, paura che l'Italia fosse impotente a
rivendicarsi con forze popolari anche quella meschina parte
d'indipendenza dallo straniero ch'essi pure, teneri, per unica dote,
dell'onore italiano, volevano. Scrivevano con affettazione di gravità,
con piglio d'acuti e profondi discernitori, consigli ricopiati da tempi
di sviluppo normale, da uomini ravvolti in guerre parlamentarie e
cittadini di nazioni fatte, a un popolo che da un lato aveva nulla,
dall'altro avea vita, unità, indipendenza, libertà, tutto da
conquistare: il popolo rispondeva alle loro voci eunuche col ruggito e
col balzo del leone, cacciando i gesuiti, esigendo guardie civiche e
pubblicità di consulte, strappando costituzioni ai principi, quand'essi
raccomandavano silenzio, vie legali e assenza di dimostrazioni perchè il
core paterno dei padroni non s'addolorasse. S'intitolavano _pratici,
positivi_, e meritavano il nome d'arcadi della politica. Questi erano i
duci della fazione, nè ho bisogno di nominarli; ed oggi taluni fra loro,
per desiderio di potere o vanità ferita dalla solitudine che s'è creata
d'intorno ad essi, stanno a capo della reazione monarchica contro ai
popoli. Ma intorno ad essi, salito appena al papato Pio IX,
s'aggrupparono, tra per influenza della loro parola e del prestigio
esercitato dai primi atti di quel pontefice, tra per precipitoso
sconforto dei molti tentativi falliti e speranza d'agevolare all'Italia
le vie del meglio, molti giovani migliori d'assai di que' capi e che
s'erano pressochè tutti educati al culto dell'idea nazionale nelle
nostre fratellanze, anime candidissime e santamente devote alla patria,
ma troppo arrendevoli e non abbastanza temprate dalla natura o dai
patimenti alla severa energica fede nel vero immutabile, stanche anzi
tempo d'una lotta inevitabile, ma dolorosissima, o frantendenti il
bisogno che domina tutti noi d'una autorità in riverenza all'autorità
ch'esisteva e sembrava allora rifarsi. E più giù s'accalcava, lieta di
presentire menomati i sagrificî e gli ostacoli, la moltitudine degli
adoratori del calcolo, dei mediocri d'intelletto e di cuore, dei tiepidi
respinti dal vangelo ai quali il nostro grido di guerra turbava i sonni
e il programma dei _moderati_ prometteva gli onori del patriotismo a
patto che scrivessero qualche articolo pacifico di gazzetta o
armeggiassero innocentemente col _Lloyd_ sulle vie ferrate o
supplicassero al principe che si degnasse mostrarsi meno tiranno. E più
giù ancora, peste di ogni parte, brulicava, s'affaccendava la genìa dei
raggiratori politici, uomini di tutti mestieri, arpìe che insozzano ciò
che toccano, ed esperti in ogni paese a giurare, sgiurare, inalzare a
cielo, calunniare, ardire o strisciare a seconda del vento che spira e
per qualunque dia loro speranza d'agitazione senza gravi pericoli d'una
microscopica importanza o d'un impieguccio patente o segreto: razza più
rara, per favore di Dio, in Italia che non altrove; pur troppo più
numerosa, per forza d'educazione gesuitica, tirannesca, materialista,
che non si vorrebbe in un popolo grande nel passato e chiamato a esser
grande nell'avvenire.
Dai primi esciva una voce che ci diceva: «La nostra prima questione è
l'indipendenza, la prima nostra contesa è coll'Austria, potenza
gigantesca per elementi proprî e leghe coi governi d'Europa; or voi non
avete eserciti o li avete, se minacciate i vostri principi, nemici a
voi. Il popolo nostro è corrotto, ignorante, disavvezzo dall'armi,
indifferente, svogliato; e con un popolo siffatto non si fa guerra di
nazione nè repubblica fondata sulla virtù. Bisogna prima educarlo a
forti fatti e a morale di cittadini. Il progresso è lento e va a gradi.
Prima l'indipendenza, poi la libertà educatrice, costituzionale
monarchica, poi la repubblica. Le faccende dei popoli si governano a
opportunità; e chi vuol tutto ha nulla. Non v'ostinate a ricopiare il
passato e un passato di Francia. L'Italia deve aver moto proprio e
proprie norme a quel moto. I principi vostri non vi sono avversi se non
perchè li avete assaliti. Affratellatevi con essi; spronateli a
collegarsi in leghe commerciali, doganali, industriali; poi verranno le
militari, e avrete eserciti pronti e fedeli. E i governi esteri
comincieranno a conoscervi e l'Austria imparerà a temervi. Forse
conquisteremo pacificamente, e con sagrificî pecuniarî, l'indipendenza;
dove no, i nostri principi, riconciliati con noi, ce la daranno
coll'armi. Allora penseremo alla libertà.»
I secondi--gl'illusi buoni--inneggiavano a Pio IX, anima d'onesto curato
e di pessimo principe, chiamandolo rigeneratore d'Italia, d'Europa e del
mondo: predicavano concordia, oblio del passato, fratellanza universale
tra principi e popoli, tra il lupo e l'agnello: inalzavano commossi un
cantico d'amore sopra una terra venduta, tradita da principi e papi per
cinque secoli e che beveva ancora sangue di martiri trucidati pochi dì
prima.
Gli ultimi--i faccendieri--correvano, s'agitavano, si frammettevano,
commentavano il testo, ronzavano strane nuove d'intenzioni regie, di
promesse, d'accordi coll'estero, ripetevano parole non dette, spacciavan
medaglie: al popolo spargevano cose pazze dei principi: a noi tendevano
con mistero la mano, susurrando: _Lasciate fare; ogni cosa a suo tempo;
or bisogna giovarci degli uomini che tengono cannoni ed eserciti, poi,
li rovescieremo_. Io non ne ricordo un solo che non m'abbia detto o
scritto: _Io sono, in teoria, repubblicano come voi siete_; e che
intanto non calunniasse come meglio poteva la parte nostra e le nostre
intenzioni.
Noi eravamo repubblicani per antica fede fondata su ciò che abbiam detto
più volte e che ridiremo; ma innanzi tutto, per ciò che tocca l'Italia,
perchè eravamo unitarî, perchè volevamo che la patria nostra fosse
nazione. La fede ci faceva pazienti: il trionfo del principio nel quale
eravamo e siamo credenti è sì certo, che l'affrettarsi non monta. Per
decreto di provvidenza, splendidissimo nella progressione storica
dell'umanità, l'Europa corre a democrazia: la forma logica della
democrazia è la repubblica: la repubblica è dunque nei fati
dell'avvenire. Ma la questione dell'indipendenza e della unificazione
nazionale voleva decisione immediata e pratica. Or come raggiungerla? I
principi non volevano: il papa nè voleva, nè poteva. Rimaneva il popolo.
E noi gridavamo come i nostri padri: _popolo! popolo!_ e accettavamo
tutte le conseguenze e le forme logiche del principio contenuto in quel
grido.
Non è vero che il progresso si _manifesti_ per gradi; s'_opera_ a gradi;
e in Italia il pensiero nazionale s'è elaborato nel silenzio di tre
secoli di servaggio comune e per quasi trent'anni d'apostolato assiduo
coronato sovente dal martirio dei migliori fra noi. Preparato per lavoro
latente il terreno, un _principio_ si rivela generalmente
coll'insurrezione, in un moto collettivo, spontaneo, anormale di
moltitudini, in una subitanea trasformazione dell'_autorità_:
conquistato il principio, la serie delle sue deduzioni ed applicazioni
si svolve con moto normale, lento, progressivo, continuo. Non è vero che
libertà e indipendenza possano disgiungersi o rivendicarsi ad una ad
una: l'indipendenza, che non è se non la libertà conquistata sullo
straniero, esige, a non riescire menzogna, l'opera collettiva d'uomini
che abbiano coscienza della propria dignità, potenza di sagrificio e
virtù d'entusiasmo che non appartengono se non a liberi cittadini; e
nelle rare contese d'indipendenza sostenute senza intervento apparente
di questione politica, i popoli desumevano la loro forza dalla unità
nazionale già conquistata. Non è vero che le virtù più severe
repubblicane si richiedano a fondare repubblica; idea siffatta non è se
non vecchio errore che ha falsato in quasi tutte le menti la teorica
governativa; le istituzioni politiche devono rappresentare l'elemento
_educatore_ dello Stato, e perciò appunto si fondano le repubbliche onde
germoglino e s'educhino nel petto dei cittadini le virtù repubblicane
che l'educazione monarchica non può dare. Non è vero che a ricuperare
l'indipendenza basti una forza cieca di cannoni e d'eserciti: alle
battaglie della libertà nazionale si richiedono forze materiali e una
idea che presieda all'ordinamento loro e ne diriga le mosse; la bandiera
che s'inalza di mezzo ad esse dev'essere il simbolo di quell'idea; e
quella bandiera--i fatti lo hanno innegabilmente provato--vale metà del
successo. E del resto, il collegamento franco, ardito, durevole, nella
guerra d'indipendenza tra sei principi, alcuni di razza austriaca, quasi
tutti di razza straniera, tutti gelosi e diffidenti l'uno dell'altro e
tremanti, per misfatti commessi e coscienza del crescente moto europeo,
del popolo e senz'altro rifugio contr'esso che l'Austria, è ben altra
utopia che la nostra. Voi dunque non potete sperare di fondar nazione se
non con un _uomo_ o con un _principio_: avete l'uomo? avete fra i vostri
principi il Napoleone della libertà, l'eroe che sappia pensare e
operare, amare sovra ogni altro e combattere, l'erede del pensiero di
Dante, il precursore del pensiero del popolo? Fate ch'ei sorga e si
sveli; e dove no, lasciateci evocare il principio e non trascinate
l'Italia dietro a illusioni pregne di lagrime e sangue.
Noi dicevamo queste cose--non pubblicamente, ma nei colloqui privati e
nelle corrispondenze--a uomini fidatissimi di quei primi. Ai secondi,
agli amici che ci abbandonavano, guardavamo mestamente pensando: _Voi ci
tornerete, consumata la prova; ma Dio non voglia che riesca tale da
sfrondarvi l'anima e la fede nei destini italiani!_ Dagli ultimi, dai
faccendieri--ci ritraevamo per non insozzarci. Amici o nemici, eravamo e
volevamo serbarci nobilmente leali. Le nazioni--noi lo dicemmo più
volte--non si rigenerano colla menzogna.
A quell'ultima nostra interrogazione, i _moderati_ rispondevano
additandoci Carlo Alberto.
Io non parlo del _re_: checchè tentino gli adulatori e i politici
ipocriti i quali fanno oggi dell'entusiasmo postumo per Carlo Alberto
un'arme d'opposizione al successo re regnante--checchè or senta il
popolo santamente illuso che simboleggia in quel nome il pensiero della
guerra per l'indipendenza--il giudizio dei posteri peserà severo sulla
memoria dell'uomo del 1821, del 1833 e della capitolazione di Milano. Ma
la natura, la tempra dell'individuo era tale da escludere ogni speranza
d'impresa unificatrice italiana. Mancavano a Carlo Alberto il genio,
l'amore, la fede. Del primo, ch'è una intera vita logicamente,
risolutamente, fecondamente devota a una grande idea, la carriera di
Carlo Alberto non offre vestigio: il secondo gli era conteso dalla
continua diffidenza, educata anche dai ricordi d'un tristo passato,
degli uomini e delle cose; gli vietava l'ultima l'indole sua incerta,
tentennante, oscillante perennemente tra il bene e il male, tra il fare
e il non fare, tra l'osare e il ritrarsi. Un pensiero, non di virtù, ma
d'ambizione italiana, pur di quell'ambizione che può fruttare ai popoli,
gli aveva, balenando, solcato l'anima nella sua giovinezza; ed ei s'era
ritratto atterrito, e la memoria di quel lampo degli anni primi gli si
riaffacciava a ora a ora, lo tormentava insistente, più come richiamo
d'antica ferita che come elemento e incitamento di vita. Tra il rischio
di perdere, non riuscendo, la corona della piccola monarchia e la paura
della libertà che il popolo, dopo aver combattuto per lui, avrebbe
voluto rivendicarsi, ei procedeva con quel fantasma sugli occhi quasi
barcollando, senza energia per affrontare quei pericoli, senza potere o
voler intendere che ad essere re d'Italia era mestieri dimenticare prima
d'essere il re di Piemonte. Despota per istinti radicatissimi, liberale
per amor proprio e per presentimento dell'avvenire, egli alternava fra
le influenze gesuitiche e quelle degli uomini del progresso. Uno
squilibrio fatale tra il pensiero e l'azione, tra il concetto e le
facoltà di eseguirlo, trapelava in tutti i suoi atti. I più, tra quei
che lavoravano a prefiggerlo duce all'impresa, lo confessavano tale.
Taluni fra i suoi famigliari susurravano che egli era minacciato
d'insania. Era l'Amleto della monarchia.
Con uomo siffatto, non poteva di certo compirsi l'impresa italiana.
Metternich, ingegno non potente ma logico, aveva giudicato da lungo lui
e gli altri: però, nel dispaccio citato, ei diceva: _La monarchia
italiana non entra nei disegni dei faziosi.... una ragione pratica deve
stornarli dall'idea d'una Italia monarchica; il re possibile di questa
monarchia non esiste al di là nè al di qua delle Alpi. Essi camminano
verso la repubblica..._--
I _moderati_, ingegni nè potenti nè logici, intendevano essi pure che,
s'anche avesse voluto, Carlo Alberto non avrebbe potuto e non era da
tanto, ma transigevano coll'intento, e all'ITALIA invocata sostituivano
il concettino d'una _Italia del nord_. Era fra tutti concetti il pessimo
che mente umana potesse ideare.
Il regno dell'Italia settentrionale sotto il re di Piemonte avrebbe
potuto essere un semplice _fatto_ creato dalla vittoria, accettato dalla
riconoscenza, subìto dagli altri principi per impossibilità di
distruggerlo; ma gittato in via di programma anteriore ai primordî del
fatto, era il pomo della discordia, là dove la più alta concordia era
necessaria. Era un guanto di sfida cacciato, colla negazione dell'unità,
agli unitarî--un sopruso, sostituendo alla volontà nazionale la volontà
della parte monarchica, ai repubblicani--una ferita alla Lombardia che
volea confondersi nell'Italia, non sagrificare la propria individualità
a un'altra provincia italiana--una minaccia all'aristocrazia torinese
che paventava il contatto assorbente della democrazia milanese--un
ingrandimento sospetto alla Francia perchè dato a una potenza monarchica
avversa da lunghi anni alle tendenze e ai moti francesi--un pretesto
somministrato ai principi d'Italia per distaccarsi dalla crociata verso
la quale i popoli li spingevano--una semenza di gelosia messa nel core
del papa--un aggelamento d'entusiasmo in tutti coloro che volevano bensì
porre l'opera, e occorrendo, la vita in una impresa nazionale, ma non in
una speculazione d'egoismo dinastico. Creava una serie di nuovi
ostacoli, non ne rimoveva alcuno. Creava inoltre una serie di necessità
logiche che avrebbero signoreggiato la guerra. E la signoreggiarono e la
spensero nel danno e nella vergogna.
Pur nondimeno, era tanta la sete di guerra all'Austria, che il
malaugurato programma, predicato in tutte guise lecito e illecite, fu
accolto senza esame dai più. Tutti speravano nella iniziativa regia.
Tutti spronavano Carlo Alberto e gli gridavano: _fate a ogni patto_.
Carlo Alberto non avrebbe mai fatto, se l'insurrezione del popolo
milanese non veniva a porlo nel bivio di perdere la corona, di vedersi
una repubblica allato, o combattere.
Il libro di Carlo Cattaneo[50], uomo che onora la parte nostra, mi
libera dall'obbligo d'additare le immediate ragioni della gloriosissima
insurrezione lombarda, estranea in tutto alle mene e alle fallite
promesse dei _moderati_ che s'agitavano fra Torino e Milano. È libro che
per estrema importanza di fatti e considerazioni vuole esser letto da
tutti, che nessuno ha confutato e che nessuno confuterà. Ma in quel
libro, l'opinione or ora espressa è accennata, per mancanza di
documenti, soltanto di volo. «Pare certo che in un manifesto a tutte le
corti d'Europa il re attestasse che, invadendo il Lombardo-Veneto, egli
intendeva solo d'impedire che vi sorgesse una repubblica» (p. 96). Ed
ora i documenti governativi[51] esibiti dal ministero al parlamento
inglese intorno agli affari d'Italia pongono il fatto oltre ogni dubbio
e rivelano come, ad onta di tutta la garrulità _moderata_, il governo
piemontese mirasse, prima dell'impresa e poi, alla questione politica
ben più che alla italiana. La guerra contro l'Austria era in sostanza e
sempre sarà, se diretta da capi monarchici, guerra contro l'italiana
democrazia.
L'insurrezione di Milano e Venezia sorse, invocata da tutti i buoni
d'Italia, dal fremito d'un popolo irritato d'una servitù imposta per
trentaquattro anni al Lombardo-Veneto da un governo straniero aborrito e
sprezzato. Fu, quanto al tempo, determinata dalle provocazioni feroci
degli Austriaci che desideravano spegnere una sommossa nel sangue e non
credevano in una rivoluzione. Fu agevolata dall'apostolato e
dall'influenza, meritamente conquistata fra il popolo, d'un nucleo di
giovani appartenenti quasi tutti alla classe media e tutti repubblicani,
da uno infuori, che allora nondimeno si dicea tale. Fu decisa--e questo
è vanto solenne, non abbastanza avvertito, della gioventù
lombarda--quando era già pubblicata in Milano la abolizione della
censura con altre concessioni: il Lombardo-Veneto voleva, non
miglioramenti, ma indipendenza. Cominciò non preveduta, non voluta dagli
uomini del municipio o altri che maneggiavano con Carlo Alberto: la
gioventù si battea da tre giorni; quando essi disperavano della
vittoria, deploravano si fossero abbandonate le vie legali, parlavano a
stampa dell'_improvvisa assenza dell'autorità politica_, proponevano
armistizî di quindici giorni. Seguì, sostenuta dal valore d'uomini,
popolani i più, che combattevano al grido di _Viva la repubblica!_[52] e
diretta da quattro uomini raccolti a consiglio di guerra e di parte
repubblicana. Trionfò sola, costando al nemico quattro mila morti fra i
quali 395 cannonieri. Son fatti questi incontrovertibili e conquistati
oggimai alla storia.
La battaglia del popolo cominciò il 18 marzo.
Il governo piemontese era inquietissimo per le nuove venute di Francia e
per l'inusitato fermento che si manifestava crescente ogni giorno nel
popolo dello Stato. Del terrore nato per le cose francesi parlano due
dispacci, il primo spedito il 2 marzo a lord Palmerston da Abercromby in
Torino (p. 122), il secondo firmato de Saint-Marsan, parimenti il 2
marzo, e comunicato a lord Palmerston dal conte Revel l'11 (p. 142). Il
fermento interno imponeva al re, il 4 marzo, la pubblicazione delle basi
dello Statuto e si sfogava in Genova, il 7, con una sommossa, nella
quale il popolo minacciava voler seguire l'esempio di Francia.
La nuova dell'insurrezione lombarda si diffuse il 19 in Torino.
L'entusiasmo fu indescrivibile. Il consiglio dei ministri raccolto
ordinò si formasse un corpo d'osservazione sulla frontiera, centri
Novara, Mortara, Voghera. Le voci corse erano di moto apertamente
repubblicano, e un dispaccio del 20 spedito da Abercromby a lord
Palmerston da Torino (p. 174-75), accenna a siffatte voci siccome ad una
delle cagioni che determinavano le decisioni ministeriali. Intanto, si
spediva ordine che si vietasse il passo ai volontarî che da Genova e dal
Piemonte s'affrettavano a Milano; e fu vietato. Ottanta armati
_lombardi_ furono disarmati sul lago Maggiore[53].
Il 20, le nuove in Torino correvano incerte e lievemente sfavorevoli
all'insurrezione. Le porte, dicevasi, erano tenute tuttavia dagli
Austriaci, e il popolo andava perdendo terreno per difetto d'armi e di
munizioni. Durava il fermento in Torino. Un assembramento di popolo
chiedeva armi al ministero dell'interno ed era respinto. Il conte Arese,
giunto da Milano a chieder soccorsi all'insurrezione, non riesciva a
vedere il re; era freddamente accolto dai ministri, e ripartiva lo
stesso giorno, scorato, deluso. Vedi un dispaccio di Torino spedito il
21 dall'Abercromby a Palmerston (p. 182-83).
Il 21, le nuove correvano migliori. E dal conte Enrico Martini,
viaggiator faccendiere dei _moderati_, fu affacciata agli uomini del
municipio milanese e del consiglio di guerra la prima proposta d'ajuto
regio a patti di _dedizione assoluta_ e della formazione d'un governo
provvisorio che ne stendesse profferta: vergogna eterna di cortigiani
che nati d'Italia trafficavano per una corona sul sangue dei generosi ai
quali era bello il morir per la patria, mentre il Martini diceva al
Cattaneo: _Sa ella che non accade tutti i giorni di poter prestare
servigi di questa fatta ad un re?_[54] Ad un re? L'ultimo degli operaî,
che lietamente combattevano tra le barricate per la bandiera d'Italia e
senza chiedersi a quali uomini gioverebbe poi la vittoria, valea più
assai innanzi a Dio e varrà innanzi all'Italia avvenire che non dieci
re.
Il 22, la vittoria coronava l'eroica lotta. Espugnata porta Tosa da
Luciano Manara, caduto più tardi martire della causa repubblicana in
Roma, occupata dagli insorti porta Ticinese, liberata dagli accorrenti
della campagna porta Comasina, separate e minacciate di distruzione
immediata le soldatesche nemiche, Radetzky, la sera, non si ritraeva,
fuggiva.
E allora--la sera del 23--certa la vittoria e quando l'isolamento
avrebbe inevitabilmente rapito Milano alla monarchia sarda per darla
all'Italia--mentre i volontarî di Genova o di Piemonte irrompevano sulle
terre lombarde e le popolazioni sdegnate dell'inerzia regia minacciavano
peggio all'interno--il re, che aveva, il 22, accertato, per mezzo del
suo ministro, il conte di Buol, ambasciatore d'Austria in Torino, ch'ei
_desiderava secondarlo in tutto ciò che potesse confermare le relazioni
di amicizia e di buon vicinato esistenti fra i due Stati_[55], firmò il
manifesto di guerra.
Le prime truppe piemontesi entrarono in Milano il 26 marzo.
Il 23 marzo, alle undici della sera, il signor Abercromby in Torino
riceveva un dispaccio segnato L. N. Pareto; e vi si leggeva: «........
Il signor Abercromby è informato come il sottosegnato dei gravi eventi
or ora occorsi in Lombardia: Milano in piena rivoluzione e bentosto in
potere degli abitanti che, col loro coraggio e la loro fermezza, hanno
saputo resistere alle truppe disciplinate di S. M. Imperiale,
l'insurrezione nelle campagne e città vicine, finalmente _tutto il paese
che costeggia le frontiere di S. M. Sarda in incendio_.--Questa
situazione, come il signor Abercromby può bene intendere, riagisce sulla
condizione degli spiriti nelle provincie appartenenti a S. M. il re di
Sardegna. La simpatia eccitata dalla difesa di Milano, lo spirito di
nazionalità, che, malgrado le artificiali limitazioni di diversi Stati,
si manifesta potentissima, ogni cosa concorre a mantenere nelle
provincie e nella capitale una tale agitazione _da far temere che da un
istante all'altro possa escirne una rivoluzione che porrebbe il trono in
grave pericolo, però che non può dissimularsi che dopo gli eventi di
Francia, il pericolo della proclamazione d'una repubblica in Lombardia
non possa essere vicino_: diffatti, sembra da ragguagli positivi, che un
certo numero di Svizzeri ha molto contribuito col suo intervento alla
riescita del sollevamento di Milano.--Se s'aggiungano a questo i moti di
Parma e di Modena, come pure quei del ducato di Piacenza sul quale non
può ricusarsi a S. M. il re di Sardegna il diritto di vegliare come
sopra un territorio che deve un giorno, per diritto di reversibilità,
spettargli; se s'aggiunga una grave e seria irritazione eccitata in
Piemonte e nella Liguria dalla conclusione d'un trattato fra S. M.
Imperiale ed i duchi di Parma e Piacenza, e di Modena, trattato che
sotto apparenza d'ajuti da prestarsi a quei piccoli Stati li ha
veramente assorbiti nella monarchia austriaca spingendo le sue frontiere
militari dal Po, dove dovrebbero finire, sino al Mediterraneo e rompendo
così l'equilibrio che esisteva tra le diverse potenze d'Italia, è
naturale il pensare che _la situazione del Piemonte è tale che da un
momento all'altro, all'annunzio che la repubblica è stata proclamata in
Lombardia, un simile moto scoppierebbe pure negli Stati di S. M. Sarda_
o che almeno un qualche grave commovimento porrebbe a pericolo il trono
di S. M.--In questo stato di cose, il re... si crede costretto a
prendere misure che _impediscano al moto attuale di Lombardia di
diventare moto repubblicano_, ed evitino al Piemonte e al rimanente
d'Italia le catastrofi che potrebbero aver luogo se una tale forma di
governo venisse ad essere proclamata[56]».
L'Abercromby si recava, a mezzanotte, a visitare il conte Balbo e ne
otteneva più minuti particolari: «Egli ed i suoi colleghi, giudicando
dalle varie relazioni officiali ad essi trasmesse dal direttore di
polizia _sul pericolo imminente d'una rivoluzione repubblicana in paese,
dove il governo differisse ancora di porgere ajuto ai Lombardi_, e
vedendo l'impossibilità di raffrenare più oltre il grande e generale
concitamento esistente negli Stati di S. M. Sarda, avevano deciso
ecc.[57]».
Il marchese di Normanby scriveva, il 28, da Parigi a lord Palmerston
ragguaglio d'un colloquio da lui tenuto col marchese di Brignole
ambasciatore sardo in Francia. Il Brignole gli ripeteva, fondandosi
sopra un dispaccio di Torino, le ragioni pur ora esposte; e insisteva
sul fatto «che Carlo Alberto aveva respinto con un rifiuto la prima
deputazione venutagli da Milano, quando la città era tuttavia in mano
agli Austriaci; aggiungendo che la seconda deputazione aveva dichiarato
al re che s'ei non s'affrettava a porgere ajuto, il grido _Repubblica_
sarebbe sorto» e che il re non aveva incominciato le ostilità se non per
_mantenere l'ordine_ in un territorio lasciato per forza d'eventi senza
padrone[58].
In altro dispaccio del 25 marzo l'Abercromby esponeva più
diffusamente a lord Palmerston la condizione delle cose in Piemonte
al tempo della decisione--le intenzioni pacifiche del gabinetto
Balbo-Pareto--l'insurrezione lombarda--l'immensa azione esercitata
dal popolo che minacciava rivolta in Piemonte e assalto agli
Austriaci a dispetto dell'autorità governativa--e l'imminente
pericolo alla monarchia di Savoja che avea forzato i ministri alle
ostilità[59].
E non basta. Nelle istruzioni che il ministro degli esteri mandava da
Torino al marchese Ricci, inviato sardo in Vienna, era detto: «.... _Era
da temersi che le numerose associazioni politiche esistenti in Lombardia
e la prossimità della Svizzera facessero proclamare un governo
repubblicano. Questa forma sarebbe stata fatale_ alla nazione italiana,
al nostro governo, _all'augusta dinastia di Savoja_; era d'uopo adottare
un pronto a decisivo partito: il governo e il re non hanno esitato, e
sono profondamente convinti d'avere operato a prezzo dei pericoli ai
quali s'espongono, per la _salvezza degli altri Stati monarchici_[60]».
E l'idea era così radicata in quegli animi, che il 30 aprile, quando la
guerra era inoltrata, nè v'era più bisogno di dissimulare, ma solamente
di vincere, il Pareto tornava a dichiarare all'Abercromby che _se
l'esercito piemontese avesse indugiato a valicare il Ticino, sarebbe
stato impossibile d'impedire che Genova si ribellasse e si separasse dai
dominî di S. M. Sarda_[61].
Con siffatti auspicî, con intenzioni siffatte, la monarchia di Piemonte
e i _moderati_ movevano alla conquista dell'indipendenza. La nazione
ingannata plaudiva ad essi, a Carlo Alberto, al duca di Toscana, al re
di Napoli, al papa. Tanta piena d'amore inondava in que' rapidi beati
momenti l'anime degli Italiani, che avrebbero abbracciato, purchè
avessero una coccarda tricolore sul petto, i pessimi tra i loro nemici.