Da Mentana si giunge in meno di mezz'ora per una strada assai buona fra
cespugli e vigneti a Monterotondo. Il grande castello baronale, una
volta degli Orsini ed ora appartenente al Principe di Piombino, è un
edifizio imponente e bello, con una torre grandiosa, e sorge, in cima al
paese che quasi nasconde. Era pieno di soldati francesi. Nel cortile
giacevano più di mille fucili garibaldini, accatastati in disordine;
cattive armi a percussore, forse della Guardia Nazionale, mucchi di
baionette, guaine di sciabole, bacchette si vedevano sparse sul terreno.
Erano state raccolte a Monterotondo e sulle strade vicine.
Fui condotto nella casa dove Garibaldi aveva abitato; questa si trovava
nella piazza inferiore, non lungi dal Duomo. Qui egli aveva due
camerette al piano superiore. Sul suo letto, coperto con una coperta
gialla, era appesa una sacra immagine e un vasetto di cristallo
coll'acqua benedetta, del quale egli si serviva tanto come dello
specchio che stava nel canterano. Ora questa stanza è abitata da un
capitano francese.
Vedemmo anche il Duomo, Santa Maddalena, dove si erano acquartierati i
volontarii. Sugli altari si vedevano ancora ornamenti di chiesa
infranti, vesti ecclesiastiche in brandelli, crocifissi e ceri spezzati.
Nella sacrestia tutto era sossopra: gli armadi sforzati, i messali e i
registri lacerati e sparsi a terra. Una donna che ci condusse là dentro,
additò, con segni di spavento, il Tabernacolo dell'altare maggiore, dal
quale era sparito il calice. Ci fu parlato di altre profanazioni, che
non crediamo opportuno riferire; qualche cosa di simile al _Sacco di
Roma_ del Borbone. Furon veduti due volontarî far la guardia sulla
porta, avendo uno una mitra in testa, l'altro un pastorale in mano.
Questi volontarî seppellivano i loro morti alla rinfusa, nelle chiese
stesse; gli ufficiali li calavano nelle tombe, avvolti in paramenti di
broccato e d'oro.
A Monte Rotondo era più visibile che a Mentana il pauroso eccitamento
dei paesi devastati dalla guerra; questa infatti ha solo 500 abitanti
appena; quello 1300. Il popolo non era favorevole ai garibaldini:
«L'invasione ci ha rovinato», ci assicurava un impiegato al Municipio,
facendo grandi gesti e parlando con forza di tutte le imposte in denaro,
foraggio, cavalli, esatte da Garibaldi, imposte che talora alcuni suoi
indegni sottoposti prendevano senz'altro per sè.
La piccola città è situata, alta e forte, sul dorso di un'altura, dalla
quale si gode una veduta bellissima dei monti sabini, fino a Monte
Gennaro. Si vede Tivoli, Sant'Angelo e Monticelli, molto vicini; più
lontano, la bianca Palombara, Montelibretti ed anche Nerola, e in mezzo
ai monti l'abbazia benedettina della Farfa, che in tempi remoti fu
distrutta dai longobardi di Spoleto, e poi ricostruita grandiosamente.
Verso nord, la campagna è dominata dal dentato Soratte, ai cui piedi il
Tevere serpeggia, uscendo dall'Umbria, per continuare il tortuoso
cammino fino a Roma, accompagnato sulle due rive da due strade romane,
la Flaminia e la Salara. Di Roma, a così grande distanza, si vedono
ancora, come linee appena percettibili, le torri di Santa Maria Maggiore
e del Laterano; ma la cupola di S. Pietro domina intera e piena, la
solenne campagna, come una sfera oscura. Quando i pellegrini che vengono
dall'Oriente per questa strada, sono giunti in vista di questi grandiosi
segnacoli della Chiesa, possono lietamente inginocchiarsi e venerare!
Vi sono molti quadri che rappresentano scene di questo genere. Un
artista di genio potrebbe oggi prendere a soggetto questo drammatico
contrasto: dei volontarî garibaldini in camicia rossa che, dalle alture
di Monte Rotondo, vedono per la prima volta la cupola di S. Pietro.
Essa dovette sembrare loro il simbolo della méta così appassionatamente
inseguita, come già ai Goti di Alarico o alle soldatesche affamate del
Borbone e di Frundsberg doveva sembrare la città di Roma, veduta in
lontananza. Il loro capo avrà forse loro spesso additato quella cupola
sublime; e ne avrà loro parlato con parole fiammeggianti di
patriottismo--come ne aveva parlato a Ginevra, al Congresso per la Pace,
dal quale Garibaldi--per una ironia della storia--quasi immediatamente
passò sul campo di battaglia, a Mentana!
E' cosa piena d'interesse rappresentarsi i pensieri che dovevano agitare
l'animo di quest'uomo straordinario nell'avvicinarsi a Roma, di
quest'uomo così vario di destino e di fortuna, la cui vita fu una lotta
per la libertà combattuta in due parti del mondo! uomo che certamente
avrebbe avuto una parte più notevole nella storia, se la natura al suo
disinteresse da antico romano, e alla sua incomparabile attività e
vigoria di carattere, avesse accoppiato il genio di un uomo di Stato.
Nel rivedere Roma, Garibaldi avrà ricordato con stupore quel tempo, già
passato alla storia, in cui egli aveva difeso contro i Francesi la
metropoli del mondo intero. Volgendosi alla campagna di Tivoli, si sarà
visto nel ricordo ritirarsi da Roma, con altre schiere di volontarî, un
po' meglio armati e disciplinati delle attuali, verso gli Appennini. Era
il 30 luglio 1849.
Sorrideva al suo spirito il pensiero di entrare ora in quella Roma che
già aveva dovuto abbandonare, e che formava la brama più ardente della
sua vita. Ma egli non entrò in Roma; non piantò sul Campidoglio, nè lo
stendardo della Repubblica, nè il tricolore italiano. Battuto dalle
truppe del Papa e di Napoleone a Mentana, lo vediamo di nuovo
prigioniero di Stato a Varignano. Misero sotto processo lui che non
poteva essere soggetto a giudizio, perchè troppi complici aveva, la
serie dei quali cominciava a Palazzo Pitti.
Il mondo che onora il patriottismo e il carattere, aveva lasciato che
Garibaldi, l'_enfant gâté et l'enfant terrible_ d'Italia, si
sbizzarrisse a suo piacere nelle sue campagne in nome dell'Ideale, senza
che il loro insuccesso diminuisse la simpatia verso di lui. Ma tutto ha
un limite, come quella massima di Machiavelli nel _Principe_: «E' il
fine che si deve considerare, non i mezzi». L'audacia romantica di
Garibaldi può certo esaltare la gioventù che ha letto Plutarco, ma essa
stanca il maturo giudizio dell'uomo di Stato e del cittadino cosciente.
Che un eroe nazionale, così festeggiato, carezzato, reclami
perpetuamente il privilegio di essere nell'eccezione, fuori della
compagine e delle leggi dello Stato, e di formare una potenza a sè,
questo sarebbe un assurdo e una impossibilità in ogni ben ordinato Stato
d'Europa.
La monarchia italiana e il pensiero dell'unità hanno superato la
terribile crisi (che la Demagogia di Garibaldi aveva provocato)
rapidamente e felicemente. Se il giorno di Mentana avesse avuto il
merito di liberare l'Italia dall'anarchia di un potere rivoluzionario,
che si contrapponeva al Governo, questo dovrebbe riguardarsi come un
reale vantaggio. L'invasione dei volontarii ci ha insegnato anche altre
cose; essa ha mostrato la debolezza e l'immoralità dell'Italia, e
diminuite le simpatie che verso di essa nutriva l'Europa; ha mostrato
che era impossibile che il Potere Temporale durasse a lungo nella forma
assegnatale dalla convenzione di settembre, ed ha ricondotto in Italia
un principio che l'Europa sperava per sempre allontanato da lei. Non
parlo della miseria e della rovina, in cui la guerra dei volontarii ha
gettato migliaia di persone, al di qua e al di là dei confini romani. Se
questa guerra poi, come riteneva Garibaldi, si deve ritenere come una
guerra nazionale dell'Italia, contro il Papato per il possesso di Roma,
allora affermeremo che il suo esito ha mostrato che nel 1867 il Papato
era, ancora, più forte dell'Italia, e che la questione romana non poteva
essere risolta colla sola violenza. Questo problema che col trattato di
settembre fu, per riguardo all'Italia, mantenuto nei confini di una
questione di opportunità territoriale, sarà di nuovo sollevato e
riportato nella sfera della diplomazia europea?
E qual problema insolubile! C'è nelle cose umane qualche cosa di
impossibile a risolvere? Un astuto motteggiatore consolava un patriota,
osservandogli che gli Italiani si risollevano come vincitori dopo le
disfatte che sogliono fiaccare gli altri popoli. Anche non potendo dar
ragione a questo bello spirito, non vediamo ragione alcuna per disperare
che si trovi un giorno un _modus vivendi_ che sappia accordare
l'indipendenza spirituale del Papato con le esigenze della Nazione. Il
giorno in cui si troverà questa quadratura del circolo, l'umanità potrà
festeggiarlo solennemente, perchè segnerà l'inizio di una nuova êra di
pace, êra a cui tutti i popoli d'Europa mirano fiduciosi.