Son passati tre anni dacchè io scrissi le pagine precedenti. La
quadratura del circolo romano non è stata trovata, ma il nodo gordiano è
stato reciso della spada. Perciò la _Campagna dei Volontarî intorno a
Roma_ ha bisogno di un'appendice.
La descrizione di questi ultimi tre anni di Roma e del Papato morente
costituirà un giorno una pagina notevolissima della storia del nostro
tempo, se la si saprà attingere al materiale diplomatico, e qua e là
arricchirla dei fedeli ritratti dei personaggi più eminenti che ebbero
parte in questa tragedia. Il titolo che le si dovrebbe dare sarebbe:
«Storia degli ultimi anni e giorni del Potere Temporale».
Ora, per concludere, riporterò alcune date.
Alla fine del 1867 la vittoria di Mentana rassicurò completamente gli
animi. Si vide con soddisfazione Napoleone trascinato alla reazione, in
aperta rottura colla democrazia e la demagogia. Si desiderava perciò
che egli restasse solidamente legato al potere. Il papa creava cardinale
Luciano Bonaparte, il 13 marzo 1868, il primo Bonaparte che ottenesse la
porpora! Per completare la sorprendente fortuna di quella casa, mancò
solo che egli giungesse alla Santa Sede.
Roma era tranquilla. Nel _Patrimonium Petri_ erano di nuovo i Francesi:
circa 5000 uomini. La città aveva guarnigione solo di papalini. La Curia
romana era ora occupata dell'idea del Concilio, la cui riunione
indisturbata era finalmente possibile per il ritorno dei Francesi e la
vittoria di Mentana. Con questo Concilio, preparato già da molti anni, i
gesuiti intendevano coronare l'opera loro ponendo sulla testa del
Pontefice la quarta e suprema corona, quella dell'infallibilità. Il 29
giugno 1868 fu pubblicata la bolla che convocava il Concilio per l'8
dicembre 1869.
Il caso volle che l'8 giugno di quell'anno stesso si celebrasse in
Germania una solenne festa nazionale; si scoprì il grande monumento di
Lutero, a Worms, alla presenza del Re di Prussia, lo scudo della chiesa
protestante, il capo della Nazione tedesca, e l'ormai certo restauratore
dell'Impero.
Nel programma dei gesuiti c'era già da tempo la guerra contro la
Germania protestante, la Germania del pensiero e della scienza; si
concepirono a questo proposito piani fantastici. Sognavano una nuova
epoca nella storia, un'epoca di nazione e di crociata per cattolicizzare
il mondo; il Papato padrone della terra, secondo le affermazioni del
Sillabo e i decreti del prossimo Concilio. E che cosa meglio di una
guerra della Francia contro la Germania avrebbe potuto aprire la via a
tutto questo? Questa guerra che dovevano compiere le invincibili legioni
di Napoleone, armate dei _chassepots_ e delle mitragliatrici, così bene
esperimentate a Mentana, avrebbe certamente annientata la potenza del
protestantismo in Europa, e resa impossibile l'unificazione della
Germania sotto gli Hohenzollern. Dalla certa vittoria della Francia
seguirebbe il nuovo frazionamento d'Italia nelle sue parti, e il
ristabilimento dello Stato della Chiesa, come al tempo di Consalvi.
Allora Napoleone, il salvatore e protettore della Chiesa, sarebbe
divenuto un nuovo Carlomagno, e l'umanità pacificata si sarebbe raccolta
intorno alle due grandi metropoli della terra; Parigi, sede del
dispotismo cesareo, centralizzante in sè la civiltà umana; Roma, la
fonte infallibile della verità divina, manifestatasi nel gesuitismo.
La rivoluzione spagnuola e la caduta violenta della bigotta regina
Isabella fu il primo colpo contro questi disegni. E chi sospettava che
la candidatura al trono di Spagna sarebbe divenuto un fattore della
storia del mondo?
Giunse l'anno del Concilio, il 1869. In Roma fervevano i preparativi.
Nulla ancora faceva prevedere prossime tempeste, se non forse in
Germania, una vivace opposizione al Concilio, del quale si negava la
necessità e si condannava lo spirito di parte. Si disegnavano i campi
degl'infallibilisti e dei loro avversarii.
L'11 aprile il vecchio pontefice festeggiò il cinquantesimo giubileo,
dacchè era divenuto prete; e deputazioni, indirizzi, augurî, doni
piovvero da tutta la cristianità. La dimostrazione fu grandiosa e
solenne; Roma divenne un teatro in festa, come nel 1867. Il papa che
così si festeggiava, si credeva onorato da tutto il mondo, come suo capo
spirituale. Queste feste gli sembrarono di buon augurio per il prossimo
Concilio.
L'8 dicembre 1869 questa solenne adunanza ecclesiastica si aprì in San
Pietro. Pioveva a dirotto, ma il tempio conteneva appena la folla
accorsa. Roma, come tutta l'Italia, era allora tranquilla. Le truppe di
Napoleone formavano la guardia del Concilio, che divenne il grande
avvenimento dell'epoca, nel quale il mondo temeva di dover riconoscere
una crisi di risveglio nella vita della Chiesa riunita, mentre duecento
sacerdoti gli dichiaravano solennemente riconosciuti gli attributi della
potenza divina.
Tutti conoscono come era costituito questo Concilio, i mezzi con i quali
si ottenne la maggioranza, come fu schiacciata la minoranza, le lotte e
i dibattiti de' suoi partiti. La sua storia fu accompagnata da una
letteratura tutta speciale, quale non si era mai vista nei precedenti
sinodi. L'opinione pubblica vigilava sul Concilio; essa teneva le sue
sedute presso quelle di questo parlamento romano, i cui più segreti
pensieri, piani e manovre sapeva svelare ed anche indirizzare.
Si sono uditi dei gravi cattolici credenti gridare allo scandalo per
questo Concilio. Essi riconoscono tristamente, e loro malgrado, che la
sua convocazione fu un incalcolabile errore, la sua opera una dannosa
sfida allo scisma. La sua storia costituirà un giorno una pagina del
nostro assai istruttiva e, come già fu detto dai cattolici, mostrerà
alle generazioni future quanto grande fosse l'accecamento, quanto
profonda la povertà di spirito e l'esaurimento dell'elemento romano
della Chiesa in quel tempo.
Giunse l'estate del grande anno 1870. Già l'attenzione del mondo si era
distolta dal Concilio, dove la strenua opposizione della minoranza
tedesca e l'opinione pubblica stessa erano state forzate a cedere.
Contemporaneamente, mentre la Chiesa doveva raccogliere nel suo Capo
tutte le energie, lasciando i suoi membri inutili e impotenti per
sempre, la Francia, con un nuovo plebiscito, si accentrava nella potenza
imperiale. Allora l'orizzonte politico si turbò d'un tratto per la
candidatura al trono spagnuolo.
Il 18 luglio 1870 fu pubblicato il nuovo dogma dell'infallibilità del
Papa. Il tempio di S. Pietro si trovò in quell'occasione vuoto e
deserto. Si scaricava un diluvio con violenza tropicale sulla città. Fra
tuoni e lampi fu annunziato all'umanità che il Papa era infallibile.
Soltanto un giorno dopo, il 19 luglio, la tempesta si scaricava sulla
Francia! L'Imperatore Napoleone dichiarava la più folle delle guerre
alla Prussia e alla Confederazione del Nord.
Giunsero allora i grandi giorni della punizione per l'orgoglio e per la
millanteria. La storia li ha registrati, giusti e solenni. La Germania
si sollevò istantaneamente, compatta, gigantesca, irritata. La forza del
popolo tedesco debellò in battaglie che furono macelli, l'Impero
francese. Il 2 settembre Napoleone si arrendeva alla magnanimità del
grande Re tedesco, che aveva così crudelmente offeso. Tutt'Europa tremò
per il contraccolpo di questa guerra senza precedenti; tutto ciò che era
in essa di fracido e di guasto dovette staccarsene.
A Parigi si proclamò la Repubblica. Gli Italiani chiedevano
insistentemente Roma. Ma il vecchio eroe della _Campagna dei volontarii_
del 1867 era passato in Francia per combattere al fianco dei suoi nemici
di Mentana, col colonnello degli zuavi Charette, sotto la stessa
bandiera:--per un'ombra ed un nome. Come Lucano egli poteva esclamare:
_Tuumque nomen, libertas, et inanem prosequar umbram_; come lui
sognatore nobile e fedele ai suoi principii.
Le truppe francesi si erano ritirate da Roma per difendere la patria;
così lo Stato della Chiesa era di nuovo aperto ad una invasione. Il
Governo italiano dichiarava decaduto il trattato di settembre colla
caduta di Napoleone che l'aveva concluso, e disponeva per l'occupazione
di Roma da parte delle truppe del Re, giustificandola come una necessità
per la conservazione dello Stato e come una volontà del popolo d'Italia.
Strana e mirabile concatenazione logica di avvenimenti!
Il 19 settembre i Tedeschi stringevano intorno a Parigi, metropoli del
mondo, il loro anello di ferro; lo stesso giorno trentamila Italiani
erano alle porte di Roma, metropoli del mondo. Il 20 settembre, alle
cinque del mattino, fu tirato il primo colpo contro le mura di Porta
Pia. La lotta con le truppe pontificie fu semplice e breve. In Vaticano
il Papa sedeva fra i cardinali e i diplomatici delle potenze straniere,
che aveva mandato a chiamare. Si udirono i colpi di cannone
dell'attacco. Il cardinale Antonelli riceveva e inviava dispacci. Venne
l'ultimo, annunziante che tutto era finito.
Gli Italiani entrarono in Roma attraverso la breccia presso Porta Pia,
il 20 settembre alle 11 antimeridiane, fra l'indescrivibile giubilo
della popolazione, mentre, come per incanto, tutta la città si copriva
di tricolori.
Il millenario Potere temporale dei Papi finì quasi inosservato. Questo
che sarebbe stato in altro tempo un avvenimento mondiale di
straordinaria importanza, si compì come un aneddoto sullo sfondo della
grande guerra franco-tedesca. Questo tramonto tacito e inosservato della
più antica e venerabile potenza d'Europa è profondamente tragico. Non fu
il silenzio del mondo una condanna per lo Stato pontificio? Forse molte
voci si sarebbero ancora levate in Europa, in suo favore, se il
Concilio non avesse d'un colpo ridotto ai minimi termini la
considerazione per il Papato. La caduta della sua potenza temporale fu
la legittima conseguenza della più mostruosa richiesta che mai sia stata
fatta all'umana ragione.
Il plebiscito dei Romani decise, il 2 ottobre, l'annessione di Roma
all'Italia. Alla fine dell'anno venne il Re a visitare per la prima
volta la città così crudelmente danneggiata dall'inondazione del Tevere,
pretesto ben accetto per quella penosa visita. I Romani lo festeggiarono
giubilanti. Vi rimase poche ore, e scrisse al Papa una lettera. Nel
palazzo del Quirinale--il palazzo pontificio dal quale Pio IX
ventiquattro anni prima era stato acclamato dal popolo Sole della nuova
Italia, salendo al trono--Vittorio Emanuele firmava il suo primo decreto
in Roma, prendendo atto del plebiscito. Era l'ultimo giorno dell'anno
1870. Con esso si chiuse una grande epoca nella storia della città e del
papato.
Un tragico destino ricadde sul debole Papa, che aveva esperimentato
tanti cambiamenti di fortuna e tante vicissitudini come pochi pontefici
prima di lui. Prigioniero volontario, egli geme nel cupo Vaticano,
negletto ora nella sua Roma, della quale era stato l'idolo. Che piccola
cosa è ogni umana grandezza!
Una misteriosa sorte fece occupare a Pio IX la sua sede per un tempo più
lungo di tutti i suoi predecessori, per quanto grande sia stata la loro
importanza nel mondo! Il probabile ultimo Papa sovrano temporale ha
anche governato Roma più di ogni altro!
Questi sono solo dati di fatto. Noi stiamo dinanzi alle porte serrate di
un misterioso avvenire. La quadratura del circolo romano non è stata
ancora trovata; il processo morale non è ancora risolto. Solo questo si
può dire con sicurezza, che l'umanità, nel memorabile 1870, si è
definitivamente liberata da un antico ordine di cose.
Poeti romani contemporanei.
(1858).
Poeti romani contemporanei.
(1858).
Si direbbe che le Muse, da Raffaello così bene rappresentate in una
delle stanze del Vaticano in compagnia dei più grandi poeti, abbiano
sempre a malincuore scelto Roma a loro dimora e solo di passaggio. Si
capisce, del resto, che una città come l'antica Roma non potesse essere
molto conveniente albergo alla poesia: il sentimento poetico non poteva
ben fiorire nel frastuono di quel mondo; ma vi poteva invece la satira
essere in grande onore, poichè il suo elemento è il brutto e il
ridicolo.
Difatti, per tacere degli antichi, la Roma cristiana quali notevoli
poeti ha prodotto? Questo domandavo io un giorno ad un poeta romano, mio
amico; e, dopo aver ricordato Vittoria Colonna e Metastasio, egli mi
fece conoscere altre produzioni poetiche della città, a me del tutto
sconosciute. Giusto de' Conti, al principio del secolo XV scrisse un
canzoniere: _La Bella Mano_; al principio del secolo XVIII troviamo
un'epopea popolare: _Meo Patacca_; e in tempi più recenti,
l'improvvisatore Gianni che celebrò le guerre di Napoleone; Marsuzi,
autore delle tragedie _Caracalla_ e _Alfredo il Grande_, e finalmente
Luigi Bondi, traduttore delle _Georgiche_ di Virgilio.
La poesia ama la vita mossa ed intensa; e da molti secoli Roma non è
terreno per lei. Gli strepiti delle fazioni piacciono più alle Muse del
clangore cupo delle campane e del mormorio delle litanie nelle
processioni; il narcotico odore dell'incenso, che riempie interamente la
città di Roma, non è un ispiratore efficace di poesia. La profonda
severità delle ruine dell'antichità offre oggetto di meditazione al
filosofo ed allo storico, ma i fiori della poesia appassiscono all'ombra
melanconica di tante tombe. A Roma le pietre son più possenti degli
uomini; il passato è gigantesco; il presente è piccolo invece, e il
futuro coperto di un impenetrabile velo.
Una sera, mentre erravo per il Trastevere, sentii una ragazza che, sola,
seduta sulla scala di una casa deserta, cantava, seria e pensosa:
«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»
Queste dolorose parole sulla bocca di una fanciulla mi parvero piene di
significato. Non poteva dunque sorgere fra le rovine di Roma un genio
lirico, vivace ed ingenuo? Sarebbe stato forse soffocato dalla storica
malinconia delle rovine? Può darsi; ma anche una Musa così ammantata di
tristezza avrebbe potuto essere bella e sublime, non come quella gonfia
e rettorica delle notti romane del Verri, ma come quella di lord Byron
nel _Childe Harold_, nelle sue apostrofi di artista nordico e di uomo
libero.
Siamo però giusti verso i Romani; essi non poterono mai cantare e
celebrare le loro ruine, perchè non fu mai loro permesso di rimpiangerle
e di giudicare il presente dagli avanzi del passato. Essi, insomma, non
poterono utilizzare il loro abito poetico.
L'antichità, come il medioevo, è pieno in Roma di motivi eroici e
tragici, ed un poeta cittadino non avrebbe che a servirsene con abilità
per suscitare immancabilmente dell'entusiasmo. Spesso, mentre assistevo
nel Mausoleo di Augusto (oggi teatro _Corea_) ai salti dei pagliacci,
nelle loro curiose pantomime, o, per rara fortuna, vedevo rappresentare,
nella traduzione del Maffei, la _Maria Stuarda_ di Schiller, pensavo:
quale impressione produrrebbe, in questo luogo, una tragedia romana su
Bruto o Virginia! Come dovrebbe trascinare all'entusiasmo i Romani una
tragedia su Cola di Rienzo, proprio qui, nel Mausoleo di Augusto, dove
il corpo di quel tribuno fu un giorno bruciato!
I Romani lasciarono elaborare prima a Shakespeare, a Corneille, a
Racine, a Voltaire, poi ad Alfieri, questa materia di teatro romano; e
sul teatro romano quelle opere non si vedono nemmeno, e fra i busti di
uomini illustri che adornano il Pincio, manca quello di Alfieri! Esso vi
fu, per un momento; poi ne venne improvvisamente asportato dalla
polizia--fatto questo a cui ho assistito io stesso e che riferisco qui,
per risparmiarmi una chiacchierata più lunga, tendente a dimostrare
l'impossibilità di un dramma nazionale romano di genere storico.
Se, oltre a parecchie altre ragioni di indole politica e fisiologica,
che impediscono lo sviluppo del sentimento poetico in Roma, si pensa
alla stagnante cultura letteraria, alla mancanza di giornalismo e di
critica, alla decadenza del mercato librario,--che di poco si solleva
soltanto negli affari degli antiquarî,--se si pensa a tutte queste
condizioni di fatto, ci sembrerà tanto più interessante e degna di
studio ogni attività poetica di questo popolo.
Il gusto per la poesia non è mai tramontato fra i Romani, che, come
tutti gl'Italiani, amano i versi; il popolo di tutte le classi sociali
spande a piene mani sonetti e canzoni, non appena un'occasione si
presenta. C'è uno sposalizio? Sonetti. Nasce un bambino? Sonetti. Si
laurea uno studente? Sonetti. Si veste una monaca? Sonetti. Viene
sepolto un morto? Sonetti. Si festeggia un Santo? I sonetti piovono. Un
monsignore è fatto vescovo? egli cammina su un tappeto di sonetti con le
sue calze paonazze! Questi parti poetici d'occasione si raccoglievano un
tempo nelle Accademie, nelle quali gl'ingegni erano legalizzati e
ricevevano il bollo della scuola poetica tradizionale. Il _furor
academicus_, una vera peste nel secolo XVII non soltanto in Italia, ma
anche fuori, è ora del tutto sopito, e se a Roma ci sono ancora degli
Arcadi, dei Quiriti, dei Tiberini, e anche degli accademici della S.
Concezione, non si deve ricercare in essi un intendimento letterario.
L'Arcadia, fondata alla fine del secolo XVII da Crescimbeni e da
Gravina, il maestro e protettore del Metastasio, ha una fama mondiale.
Il suo nome e il suo simbolo, una zampogna, bene delimitano gl'innocui
campi, in cui cercava asilo la poesia dei Romani, e si conviene anche
bene alla storia della città, il cui Foro, antico dominatore del mondo,
si mutò in un Campo Vaccino, la cui campagna si coprì d'innumerevoli
greggi, come per un immenso idillio, e il cui popolo, finalmente, si
cambiò, da schiera di dominatori, in una mandra di pie pecore, che il
Papa, buon pastore, guidava a pascere fra le ruine. Ai tempi di Göethe,
che i pastori accolsero nel loro coro con grandi feste, l'Arcadia godeva
ancora una certa fama; oggi, fortunatamente, è passata fra le curiosità,
sebbene di tanto in tanto la sua zampogna torni a farsi sentire. La
massa di poesie che vengono composte in quelle riunioni, può solo avere
riscontro nella loro completa insulsaggine: leggendole, sembra di udire
d'un tratto un coro multiforme di belati e di pigolii.
Per quanto anche oggi non vi sia in Roma ingegno poetico che, secondo
l'antico costume, non si rinchiuda in questa o quella Accademia, dove
gli si offre l'occasione di farsi udire a recitare i propri versi in una
grande sala, pure queste Accademie sono grandemente decadute ed hanno
perso la loro autorità. Una nuova generazione tende, anche in Roma, ad
una forma e ad un significato più personale.
Cresciuta fra i moti dei passati decennî, che scossero i Romani dal loro
sonno letargico, essa incarna le speranze dell'oggi e tenta anche in
Roma, in condizioni così sfavorevoli, un rinnovamento della poesia,
rinnovamento che sarà solo possibile, quando l'ingegno poetico, invece
di portare l'antica livrea dei sonettisti, si vestirà d'una forma nuova,
priva di artificî e palpitante di vita.
La nota fondamentale di questa giovane scuola romana è sopratutto la
nota lirica della poesia del sentimento. La Musa realistica e politica
tace in Roma, sebbene gli ultimi avvenimenti tanto argomento le abbian
fornito; e questo non è da deplorarsi, perchè impedisce i giudizî
immaturi e le frasi banali e comuni. A Roma, non è possibile una voce
originale e profonda come quella del fiorentino Giuseppe Giusti. Qua non
prevale che la lirica filosofica, ch'è in gran parte un riflesso della
poesia del Leopardi, e l'eco del _dolore universale_ dell'Inghilterra e
della Germania.
L'influenza del Leopardi sui giovani poeti d'oggidì--essi delirano
ancora per lui--è grandissima, ma forse non troppo sana. La sua forma
classica e pura, la sua bella lingua possono prendersi a modello di
perfetto stile, ma la fantasia poco può attingere ad un poeta che
compone liriche senza immagini e senza metafore, ma solo con pensieri;
la mente non può troppo esaltarsi al disperato nichilismo di una nobile
anima, corrosa dal dubbio e dallo sconforto. La poesia di questo elevato
e solitario spirito è formata dal grido straziante non solo della sua
patria, ma dell'umanità intera, la quale piange sul destino particolare
e, possiamo dire, eccezionale di un solo uomo: il poeta. Il suo modo di
considerar l'esistenza è la scuola peggiore che si possa offrire ad un
essere che nell'esistenza debba lottare.
Nei poeti italiani formati alla scuola di Byron, di Shelley, di Lenau,
manca, per la particolare indole dell'anima meridionale, un sentimento
che faccia equilibrio e contrappeso a quell'ironia, a quell'_humor_ che
son loro particolari, sentimento che, in ultima analisi, solleva l'uomo
del Nord al disopra del suo dolore. L'indole meridionale ha dei contorni
straordinariamente netti, e non sa produrre quell'accordo fra i
sentimenti e le tendenze estreme ed opposte, che l'anima nordica
perfettamente raggiunge colla sua sentimentalità, usando questa parola
nel suo senso migliore.
E' anche un fatto che desta meraviglia, vedere nella poesia romana dei
nostri giorni introdursi un elemento tedesco.
Mentre i Napoletani si dedicano con grande amore allo studio della
filosofia tedesca di Kant, di Hegel, di Schelling, lo studio della
poesia tedesca si è largamente diffuso nell'Italia del nord e centrale,
ed ha preso un vero impulso. Le belle traduzioni del Maffei hanno
introdotto Schiller, non solo sulle scene, ma nelle famiglie, ed i
migliori lirici moderni, Heine, Lenau, Uhland, non sono ignoti in Roma.
Molti degli attuali poeti romani parlano o capiscono il tedesco e
leggono nell'originale i nostri poeti. Ciò che di essi specialmente li
attrae, è il loro carattere grave, così diverso dalla poesia dei sonetti
d'occasioni e dei concettini e degli artificii; è la musicale vivacità
del sentimento, il caldo palpito lirico, la pittura felice dei varî
momenti, la ricchezza degli stati psicologici descritti nelle loro
sfumature più intime, e, finalmente, il culto panteistico della natura.
Quest'ultimo esercita sugli Italiani uno speciale fascino: essi lo
sentono in modo diverso e speciale. La forma della poesia italiana,
bella, chiara, netta e plastica come la lingua stessa, subordina a sè il
contenuto, mentre da noi il sentimento trabocca oltre le linee della
forma. L'armonia è l'essenza di quella; la melodia di questa nostra
poesia, che è la più ricca del mondo in canzoni. «Il desiderio, mi
diceva un poeta romano, ecco ciò che caratterizza i Tedeschi nella loro
poesia; questo sentimento rinnoverebbe la nostra poesia, se potesse
esservi trasfuso».
Don Giovanni Torlonia indirizza, in una delle sue poesie, questi versi
alla signora romana Teresa Gnoli:
E delle idee germaniche
Seguendo il volo libero, sublime,
Prendi soggetto alle tue nuove rime.
Don Giovanni è uno dei pochi aristocratici romani che coltivano le
scienze per naturale bisogno. Ve ne sono però alcuni in Roma veramente
côlti e pieni di attività, come Don Michelangelo Caetani duca di
Sermoneta, della stirpe famosa di Bonifacio VIII, e come Don Baldassarre
Buoncompagni, così versato nelle scienze matematiche. Sapendo quanto la
società romana sia poco favorevole ambiente per questi studî, nella lode
verso questi uomini si deve aggiungere la riconoscenza della loro
patria. Torlonia, uomo di molta coltura, si adopera con zelo a riportare
in onore, in Roma, le belle lettere, da lungo tempo neglette. Ci vuole
in Roma, e specialmente nell'aristocrazia, del coraggio per portare il
titolo di poeta. Son passati i tempi di Vittoria Colonna e di Leone X, e
le società arcadiche hanno fatto quel che era in loro potere per
togliere alla poesia ed ai poeti la stima della società. «E' un poeta»,
dicono anche oggi i Romani, per designare un uomo che non esercita nè
l'avvocatura, nè un'altra professione, e che passa i suoi giorni
vagabondando e pigliando mosche per offrirle poi in vendita.
Don Giovanni è insieme mecenate e poeta, ed esser mecenate nella Roma
d'oggi è grandemente più utile che esser poeta. La giovane scuola
dei poeti romani, confortata ed aiutata da lui, gli si raggruppa
intorno come libera accademia per reciproco incoraggiamento ed
emulazione.--Nomino solo gli ingegni più originali, personali e
indipendenti: Fabio Nannarelli, Ignazio Ciampi, Paolo Emilio Castagnola,
Giambattista Maccari, e la poetessa Gnoli. Questa scuola ha fondato un
organo proprio, sotto gli auspici di Torlonia, che promette di aver una
parte non indifferente nella letteratura di Roma. Si chiama «_La Strenna
Romana_». Si chiama _Strenna_ in Italia quel che noi chiamiamo
_Musenalmanach_. Questa _Strenna_ uscì la prima volta, a cura del
Torlonia e del Castagnola, il primo dell'anno del 1858. Conteneva poesie
e prose varie; fra l'altro riproduceva un frammento della _Cronaca di
Viterbo_ di Nicola della Tuccia, fatta stampare dal Ciampi. Questa
miscela di poesie liriche e di scritti storici non è da lodarsi, ed io
esprimo ai miei amici di Roma il desiderio di veder presto la parte
poetica separata e pubblicata in volume a sè. Questa promiscuità si
spiega, del resto, con la mancanza di giornali e riflette l'indole
delle antiche accademie romane, dove i discorsi scientifici si
alternavano con le conversazioni letterarie.
Sintomo caratteristico delle condizioni letterarie di Roma è il fatto
che la _Strenna Romana_ non viene pubblicata a Roma, ma a Firenze,
presso il Le Monnier;--a questa famosa casa editrice fiorentina
ricorrono tutti i poeti romani.
Comincio dalle poesie di Don Giovanni Torlonia (_Poesie_, Firenze,
1856), un libercolo di 66 pagine, il più piccolo fra tutti quelli di cui
parleremo. Lingua bella e pura, sentimento lirico e musicale, tendenza
alla natura idillica: queste sono le sue caratteristiche. La Musa del
Torlonia s'ispira alla lirica tedesca; una gran parte delle sue canzoni
sono o variazioni di testi tedeschi, o imitazioni di poesie tedesche.
Egli avrebbe tradotto felicemente Heine e Lenau, se l'audacia della
metafora tedesca potesse esser resa dalla austera e rigida lingua
italiana. Ciò è assai difficile, e mi ricordo di un tentativo fatto da
un poeta italiano e da me per tradurre in italiano delle canzoni di
Lenau. Quello che era naturale e semplice nel libero stile tedesco,
diveniva gonfio e artificioso, quando lo si portava in questa lingua.
Lenau, per esempio, dice: _la primavera lancia le lodole, i suoi razzi
di canto, nell'aria_, e questo bell'ardimento non urta per nulla la
nostra immaginazione di tedeschi: ma come frenerebbe il riso un uditorio
d'Italiani che udisse recitare nella sua lingua questa frase poetica?[9]
Torlonia ha tradotto, tra l'altro, _Espero_, del _Vergangenheit_ di
Lenau.
--Oh quanto melanconico
E' d'Espero il fulgor,
Quando scintilla languido
Tra il giorno che si muor!
--Le nuvolette, simili
A impalliditi fior,
Sembra che un serto intreccino
Al giorno che si muor.
--Del cuore umano i gemiti
Ma le sue gioie ancor,
Al muto avello scendono
Col giorno che si muor.
I versi del Torlonia sono felici, ma non rendono pienamente il pensiero,
benchè questi versi di Lenau fossero tra i più atti a lasciarsi tradurre
in italiano. Ma questa traduzione può servire di esempio della grazia e
facilità, con cui Don Giovanni maneggia il verso. Egli ha fatto anche
una buona imitazione della _Pittrice di fiori_ di Lenau, della canzone
_Io amo un fiore_ di Heine; e del _Fiorellino miracoloso_ di Goëthe.
Sembra che i suoi studi di botanica fatti nell'Agro Romano gli abbiano
dato una predilezione per la poesia dei fiori, e di lui troviamo anche
nella _Strenna_ parecchie buone canzoni sui fiori dell'Agro Romano.
Questo genere di poesia ha per gl'Italiani un carattere popolare, per i
molti ritornelli di fiori che essi posseggono, i quali sono cantati
specialmente dal popolo. Torlonia ha anche una buona imitazione del
_Poeta e la Natura_ di Geibel, ed una bella poesia: _Racconto_, per il
quale ha preso il soggetto da una ballata inglese.
In questa poesia romana noi troviamo anche i fiori del nostro
romanticismo tedesco. Sembra che la tramontana abbia trasportato il loro
seme dai verdi colli della Svevia alle oscure rovine del Campidoglio e
del palazzo dei Cesari. Questi rapporti di Roma colla lirica tedesca,
meno importanti di quelli coll'Impero tedesco, sono abbastanza
interessanti. Come Torlonia già disse, dei germogli della letteratura
poetica tedesca possono essere atti a rianimare tutta la lirica
italiana. E' vero che un albero d'oleandro darà solo fiori d'oleandro, e
un tiglio, fiori di tiglio, ed inutilmente si tenterebbe di innestar
l'uno sull'altro; è anche vero che il genio italiano è fondamentalmente
diverso da quello tedesco, e tale deve quindi essere la sua lirica, che
rispecchia l'anima del popolo; ma Don Giovanni intende soltanto che la
Germania potrebbe rendere all'Italia un servizio di cultura letteraria,
considerando specialmente il ravvicinamento che si va operando, più o
meno profondo, fra i due popoli.
Fabio Nannarelli (_Poesie_, Le Monnier, 1853 e 1856) è un poeta di
ingegno non comune, cui arride certo un bell'avvenire; ha uno spirito
nobile, appassionato del vero, che egli cerca nella poesia e nella vita,
senza traccia di leggerezza e di frivolezza, come del resto tutta la
giovane scuola poetica romana. Nannarelli conosce la letteratura
tedesca, è un ammiratore di Schiller e di Lenau, sui quali ha scritto
una monografia; ha in sè profondi elementi tedeschi, e la sua Musa ha un
carattere strettamente germanico. La sua nota fondamentale è
melanconica, grave e appassionata. V'è nella sua poesia un alito di
morte, che sembra esser venuto a lui dalla Piramide di Caio Cestio, alla
cui ombra dormon le ombre di Jung e di Schelley, grandi genî poetici
riflessivi, così insoliti nella terra di Roma. L'insufficienza di una
esistenza male ordinata, che i Romani sentono ogni giorno di più, più di
un inglese o di un tedesco, spinge Nannarelli a cercare la solitudine e
a sentire il culto del dolore, che in lui non è del tutto scevro di
sentimentalismo. Sentendo l'abisso che separa l'aspirazione dalla
realtà, egli si rivolge alla natura, come un tedesco, alla natura
consolatrice e risanatrice, per la quale egli si sforza di giungere ad
una contemplazione filosofica della universale armonia. Il motto di
Tiedge:
Cerca la Speranza, la Fede e la Pace,
e cadi piangendo fra le braccia della Natura,
che egli ha messo ad epigrafe di una sua poesia, come altre volte dei
brani di Schiller e dell'_Amleto_ di Shakespeare,--indica esattamente
l'indirizzo del suo pensiero poetico, il quale va errando in un mondo
incorporeo di sogni, che toglie al dolore la sua umanità e lo relega nel
regno nebuloso delle ombre. Questo è chiaramente espresso nella poesia:
_Una voce ed il Poeta._ La voce esclama:--A che pensi così
profondamente, o poeta? Coronati, orsù, la fronte col serto
dell'amore!--Il Poeta:--L'amore more era un sogno, esso è appassito come
le rose. La voce:--Rivolgiti allora verso la Natura!--Poeta:--Non ne
viene che suono di sospiri.--La voce:--Rivolgiti alla Scienza, o
Poeta:--L'anima trema dinanzi alla luce della verità, e non può
afferrarla.--Voce:--Che ti resta allora?--Poeta:--La gioia delle lacrime
e la pace nel mistero della tomba.--A questo conduce la Scepsi; la
natura, nelle cui braccia il poeta cerca un conforto, diviene per lui
un fantasma sospiroso, che gli fa desiderare vagamente la morte. La
sentimentalità di un Jacopo Ortis è fino ad un certo punto perdonabile,
perchè essa consciamente riposa sul dolore per una infelicità nazionale,
ed esprime un forte sentimento patriottico; ma l'annientamento di se
stesso e la negazione di ogni sano operare, non sono tollerabili, se
ondeggiano vaghi come semplice materia di lirica.
Il culto romantico del dolore sembra serpeggiare come una malattia
attraverso le letterature; pure, non frequentemente lo ritroviamo fra i
Romani. E se ne guardino essi; altrimenti ci potrebbe ancora avvenire di
vedere lo spirito di Werther che erra pel Colosseo, al lume di luna, con
la guida del Förster sotto il braccio. Tra il Dolore e il Mistero della
tomba sta sempre, anche per un romano dei dì nostri, il sapere e il
lavoro. _Travailler sans raisonner_--dice il filosofo Martino al gran
filosofo Pangloss, _c'est le seul moyen de rendre la vie supportable_; e
se i Romani si lasciano sedurre da un sentimentalismo che non riguarda
la loro nazionalità, possiamo ricordar loro giustamente: _Cela est bien
dit, Romains, mais il faut cultiver votre jardin._
Il poeta, frattanto, per la forza della sua natura, si solleva
felicemente, al disopra di questi periodi di esaurimento nervoso, nel
lucente regno del Bello, ed intona il suo dolore terreno alle eterne
leggi dell'Universo. La sua poesia più bella, che Terenzio Mamiani non
avrebbe sdegnato di sottoscrivere, è _Vignanello_.
Egli si trova nelle incantevoli campagne di Viterbo, presso il monte
Cimino e, nella contemplazione della grande fiorente natura, trae dalla
sua lira note pure e sonore. La prima parte di questa lunga poesia,
_Venere e Sirio_, è una felice variazione sui temi filosofici e
naturali: mentre egli, ammirando, contempla quelle due vividissime
stelle, imagina che la prima gli dica: Ama! e la seconda: Pensa! Così
esprime le due forze che riempiono e reggono il mondo morale, e per
mezzo delle quali l'intelletto e la materia armonicamente si
estrinsecano.
Buona e benefica è questa malinconia panteistica, che sgorga da un
sentimento di pace rassegnata, e da un'anima che si è confusa e versata
nella grande divinità della natura, _dove più aperto rivelasi l'eterno
amor_.
Ogni volta che il poeta abbandona il vago e l'incerto per cantare la
realtà, egli è felice. Felice è l'elegia _A un bambino_, composta
contemplando un bambino che giuoca; e assai bello e profondamente umano
è il sospiro: il sentiero della vita è dapprima sparso di rose, poi di
rose e di spine; infine, di sole spine! Un'altra poesia non meno felice
è: _La viola dell'addio_, il lamento d'una fanciulla sulla violetta che
le donò l'innamorato prima di partir per la guerra. La sua purezza e il
suo carattere intimo ricordano Chamisso.
Nannarelli tentò anche un poema, in versi sciolti, che risale alla sua
giovinezza: _Guglielmo_. Egli vi narra la storia d'un amore infelice,
che egli afferma aver tolta fedelmente dal vero. Guglielmo, costretto
per ragioni politiche a cercare un asilo nel laboratorio d'uno scultore
in bronzo, s'innamora della figlia dell'artista; ne fa in bronzo una
bella imagine; lo troviamo, anzi, intento a questo lavoro ch'è riuscito
assai bene. L'autore non mantiene poi la promessa fatta in questo buon
principio, poichè l'azione non si svolge convenientemente, nè giunge ad
una logica conclusione. Che un giovine ami, senza esser corrisposto, una
ragazza, può essere una infelicità per lui, ma non è ancora una
tragedia. Se egli si toglie la vita, noi possiamo solo compatire la sua
debolezza, finchè questa catastrofe non è fondata su un intreccio
tragico, netto e ben costruito. Ma se egli, acceso di furore, si pugnala
nella sala dove la sua amata sta per andare a nozze, e dinanzi agli
astanti, e dinanzi a lei stessa atterrita, dovremo confessare che egli
non amava veramente la fanciulla, nè era degno di essere amato da lei.
Di questi esempi di passione violenta ma selvaggia se ne danno nella
vita, ma rimangono fuori del dominio della poesia. Sebbene non manchi di
qualche pregio, questo tentativo ci mostra che il nostro autore non ha
doti di tragedia o di poeta epico; ha invece, e ad un alto grado, quelle
del lirico: slancio fantastico, immaginazione, calore di sentimento,
forza riflessiva ed un'anima nutrita di studio e di meditazione, che non
si appaga di frasi sonanti. Questo bell'ingegno potrà essere un vero
ornamento di Roma, se saprà guardarsi dai traviamenti, e volgersi
risolutamente alla vera fonte della poesia, lungi dalle nebbie
dell'astrazione incorporea, al sentimento ed alla vita.
Un poeta più sereno, di tinta romantica, è Ignazio Ciampi. Gli riesce
felicemente la canzone melodica e facile, come la sua _Fata Morgana_.
Ciampi ha una fantasia fervida, una lingua gradevole, imagini leggiadre
e piacevoli. Un'edizione accresciuta delle sue poesie conterrà
prossimamente molte buone cose; quella che ho sotto gli occhi non
contiene che una piccola parte della sua produzione lirica, fra
cui--notevole particolare--delle imitazioni dal russo. La lingua russa,
assolutamente barbara per un romano, non è conosciuta affatto in Roma,
e Ciampi si è fatto tradurre in prosa italiana da un amico le canzoni di
Puschkin, per mostrare ai suoi compatriotti come anche sotto una pelle
d'orso può battere un cuore poetico. Anche questo fatto--che sarebbe
sembrato inaudito in Roma fino a pochi anni fa--è un indizio del
diffondersi di tutte le letterature europee. Roma è, durante l'inverno,
un albergo di tutte le nazioni; i forestieri vi portano tutte le lingue
e v'introducono tutte le letterature; nessuna meraviglia, dunque, se a
Roma si comincia a notare l'influenza di ciò che non è nazionale. Ciò
potrà allargarne l'orizzonte; però non tutte le nazioni possono avere
un'influenza utile e benefica e non ve n'è nessuna che sia più della
russa estranea all'indole italiana. I tentativi di Ciampi son dunque da
considerarsi soltanto come una curiosità letteraria; ed egli sarebbe più
benemerito della sua patria, se presentasse, in veste italiana, i poeti
stranieri che hanno più stretta relazione con l'Italia, o che hanno un
valore classico assoluto. Egli, del resto, maneggia assai bene l'ottava,
e potrebbe perciò felicemente tradurre il _Childe Harold_.
Ciampi ha più volte mostrato la sua abilità nelle romanze in stanze.
Scrisse due novelle in versi: _Serena e Stella_, la prima in tre, la
seconda in cinque canti. Quella è una leggenda toscana, questa una saga
normanna; ambedue son di genere assolutamente romantico, con storie
d'amore, avventure e scene fantastiche. Lo stile è facile e scorrevole:
le descrizioni, specialmente in _Stella_, sono calde e vivaci. Ma il
nostro tempo ha perduto il gusto per questo genere fantastico e
cavalleresco; ora si vuole la realtà e la profonda psicologia dei
caratteri. Gl'Italiani, del resto, han poca attitudine per le romanze e
le ballate, e non ammirano troppo nemmeno il veneziano Carrer. Ciampi ha
preso un genere incerto e che partecipa di due nature, mentre avrebbe
dovuto volgersi deliberatamente alla novellistica in prosa, descrivendo,
per esempio, la vita romana; così avrebbe sfruttato un genere del tutto
trascurato in Italia.
Teresa Gnoli, romana, le cui poesie adornano l'Almanacco Poetico,
possiede un vero talento poetico, un profondo e pensoso sentimento che
si esprime in belle forme. La sua Musa è patriottica e fra gli uomini
porta, in nome delle donne della sua terra, il suo contributo alla
civiltà nazionale. La letteratura femminile è copiosa e assai importante
in Inghilterra, in Germania, in Francia, in America, ma in Italia è
ancora limitatissima. Lo spirito mascolino sembra, in Europa, disposto
a lasciare il campo alla donna, per quel che riguarda la produzione
poetica, e di dividerlo con essa nel romanzo; per ora nulla di tutto
questo si nota in Italia. Per quanto strano ciò possa sembrare, è pur
vero che in nessun altro paese le donne sono, come qui, amanti della
quiete familiare e nemiche della fama e della pubblicità. Il loro
sistema d'educazione è ancora in gran parte quello del chiostro, ed esse
hanno idee limitatissime sulla società e sullo Stato.
Nel medio evo romantico e violento vi furono figure femminili che i
poeti d'Italia chiamavano loro muse ed ispiratrici, per il culto poetico
della donna, che già vediamo in Dante e Petrarca; essi immaginavano che
la loro donna fosse il sole mistico che accendeva la fiamma del loro
ingegno. Più tardi le donne stesse cominciarono a far versi, e proprio
in Roma sorse la poetessa più celebre, e, forse, lo ingegno poetico
romano più vivace di ogni tempo. Recentemente avemmo in Roma donne
improvvisatrici, ma l'arte non avea nulla che fare con esse.
Non sarebbe possibile paragonare le poesie della nuova poetessa romana
con i canti di Vittoria Colonna, tanto più perchè la giovane signora
Gnoli non ha voluto seguire nessun modello, ma aprirsi una via
personale e quella percorrere senza esitazioni. Ed è riuscita. Spesso
ella si rivolge al passato, ed una delle sue poesie migliori è appunto:
l'_Incontro di Beatrice e di Laura in Paradiso_, dove felicemente evoca
le due ombre, che amorevolmente si intrattengono, anime sorelle, e si
dileguano poi come due stelle
Nova tracciando via
Di luce e d'armonia.
Bella ed efficace è pure una poesia sulle catacombe di Roma, su questo
strano dominio delle ombre e del passato, figlio della Storia e della
Morte. Le descrizioni dell'Inferno di Dante non fanno più spaventosa
impressione di questi lunghi corridoi oscuri sparsi di ossa, di nicchie
vuote, di sarcofaghi, di rozze imagini bizantine e d'iscrizioni oscure e
sinistre; anche qui Dante avrebbe avuto bisogno di una guida come
Virgilio. Ora, il Virgilio di questo mondo sotterraneo è il De Rossi,
l'epigrafista dottissimo; e, rileggendo i versi della Gnoli, io ricordo
con piacere l'escursione che nelle catacombe feci con la poetessa,
l'improvvisatrice napoletana Giannina Milli ed il De Rossi che ci
guidava. _Hierusalem civitas et ornamentum martyrum Domini_ è il motto
della poesia, tolto da un'iscrizione del III secolo.
La Gnoli fa seguire immediatamente alla Notte delle catacombe, l'Inno di
Omero _al Sole_, e ci libera dal brivido delle catacombe con la
contemplazione della Fonte di ogni luce e di ogni intelletto. In questi
canti parla una spirito religioso; e sembra davvero che la Gnoli eccella
specialmente nella grande lirica contemplativa. Ella tentò, con minor
fortuna, il dramma lirico con _Torquato Tasso a Sorrento_. Ma questo
genere melodrammatico non era più tollerato; il _Pastor Fido_ e
l'_Aminta_ non ci fanno anch'essi più veruna impressione. Il melodramma
può ancora avere un valore ed un contenuto artistico, quando è trattato
con abilità drammatica misurata e delicatezza lirica altissima, come
l'_Eco_ e _Narciso_ di Calderon; ma se eccettuiamo il coro
d'introduzione del _Tasso in Sorrento_, che è assai buono, il resto si
riduce ad un giuoco puerile, e la figura del grande poeta, che si è
travestito da pastore e vive in mezzo ai pastori, i quali non lo
capiscono nè lo rispettano, ci sembra non essere più che una marionetta,
e tutto il componimento fornisce una nuova prova del sentimento
incompleto e vano di quest'arte di maniera.
Paolo Emilio Castagnola e Giambattista Maccari son due poeti ch'han Muse
sorelle. Troviamo anche in essi l'inevitabile querela delle miserie
presenti; la sconsolata tristezza del Leopardi, per la quale _tutto
fuorchè il duolo è vano_, ha sfiorato anch'essi, ma appena, come un
sentore di muschio che si è insinuato nelle vesti di due uomini sani
passati per la casa di un morto. Fondamentalmente, essi hanno due
fresche e vive nature, e, invece del loro dolore, canterebbero
volentieri la grande sventura della loro patria, se non temessero
l'esilio. Ambedue hanno un senso giusto ed esatto della realtà e della
storia.
Castagnola ha cantato in una romanza, _Emellina_, la tragica fine di
Corradino, il tradimento di Astura e la sua morte. _Emellina_ è il nome
di una fanciulla, figlia di Frangipane, la quale, vissuta in un castello
solitario fra il cielo, il mare e le selve, s'innamora di Corradino, al
primo apparir di costui, e invano tenta di salvarlo. Il soggetto è
buono, ma non sempre son buoni i versi. L'ottava non è trattata
abbastanza nobilmente, e oscilla fra lo stile elevato e il tono popolare
della cronaca; i caratteri sono indefiniti e romantici. Pregevole però,
per bellezza lirica, è il canto d'addio di _Emellina_ che flebilmente
lamenta la sua sorte dall'alto della sinistra torre.
Se, di tanto in tanto, Castagnola tenta il canto politico, Giambattista
Maccari esprime più spesso e più chiaramente il suo pensiero. La Musa
politica trova in Roma, più d'una volta all'anno, occasione di farsi
udire: cioè, quando si festeggia il favoloso Natale di Roma, per
l'anniversario della morte del Tasso, e per la distribuzione dei premi
nelle Accademie delle arti rappresentative. Non v'è poeta in Roma, che
in tali circostanze non mandi arditamente un saluto alla patria, e una
volta, a proposito d'una poesia di questo genere sulla fondazione di
Roma, si proibì la vendita dei versi del Torlonia, ne' quali la politica
non entrava affatto. Anche Maccari, dunque, ha scritto versi per queste
occasioni. Le sue stanze _Nel Natale di Roma_ sono piene di forza. Egli
si rivolge ai Romani: O cittadini, che avete lasciato dietro di voi
gloriose e sublimi ruine, ascoltate ora il mio lamento, sgorgato da
sincero dolore, al vedervi indossare solo vesti pompose con altero
cipiglio, mentre bandite da voi il sapere che disprezzate come cosa
vana.
E alle donne romane dice: O donne che solo vi date a coloro che son
ricchi di terre e di vasellami preziosi, e pensate solo a preparare vani
tesori ai vostri figli: badate bene! L'ignoranza li avvolge e li
sòffoca: quale sarà il loro avvenire?
Energici anche e commoventi sono i sonetti del Maccari, composti in
occasione della distribuzione dei premi agli artisti. «Italia, i tuoi
orgogliosi monumenti non son più che mute e inutili pietre: riànimati di
nuovo spirito, e non prestare ascolto allo stolto che ti consola col
ricordo del tuo grande passato»!
Che vi giova, degeneri nipoti,
L'andar superbi della gloria avita,
Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!
Voci solitarie e virilmente nobili in mezzo alle rovine di Roma! Ne
ringrazino di cuore il poeta gli Epigoni romani!
Maccari si volge al presente, e dalle rovine e dai palazzi passa alle
capanne del povero. Già in Castagnola troviamo stornelli popolari, ma in
Maccari essi sono più numerosi. Egli scrisse delle ballate che ci
descrivono la vita nella campagna romana, come _la Venditrice di
fragole_, che discende dai monti alla città, con la sua cesta elegante e
colma di frutti. Il ritornello di questa ballata è il seguente:
È venuta in città la montanina,
Chi vuol comprar la fragoletta alpina?
Altri soggetti della poesia del Maccari sono la «Pastorella», la
«Boscaiuola», che porta sul capo, fino alla città, il peso delle legna
raccolte sui monti, il «Mietitore», e la «Cicoriara»; questi ultimi due
sono soggetto d'idillii, dei quali il secondo è specialmente bello ed
aggraziato. Queste cicoriare, raccolta la loro insalata nei campi,
vengono a venderla a Roma, vestite di un abito campestre caratteristico,
al Pantheon o a Piazza Navona. In queste descrizioni Maccari mostra un
temperamento poetico felicissimo, e si sente che la sua Musa ha
respirato le aure fresche dei campi! E proprio nella realtà e nella
natura deve ricercare la sua rigenerazione la poesia italiana: questo
dovrebbero intendere i poeti di Roma. Sotto questo aspetto debbo
salutare con gioia una piccola raccolta di canti popolari che la Strenna
Romana pubblica col titolo: _Saggio di canti popolari di Roma, Sabina,
Marittima e Campagna_. Gli editori debbono molto all'opera del signor
Visconti che nel 1830, per la prima volta, diede mano ad una raccolta di
questo genere (_Saggio di canti popolari della provincia di Marittima e
Campagna_). La raccolta attuale è piccola, ma preziosa. Essa comprende
ritornelli di fiori della Campagna romana, quartine sabine, e finalmente
delle stanze di dieci versi della Marittima e della Campagna latina.
I ritornelli sono bei fiori di campo, freschi e odorosi, cresciuti in
piano o in monte. Non c'è forse fiore che il popolo qui non abbia messo
a simbolo di qualche cosa. L'uomo dei campi applica volentieri ad un
fiore una sentenza o un pensiero, racchiusi in un ritornello, sia per
una rosa, o per un narciso, o una margherita, o per una viola. Ogni
fiore gl'ispira una piccola poesia, espressa in tre versi pieni di
sogno. Questo linguaggio dei fiori si perpetua per tradizione da una
generazione ad un'altra, modificandosi e arricchendosi di tempo in
tempo. Tutta l'Italia ha questo gusto gentile; i ritornelli errano per i
campi con i lavoranti e talora si cantano gli stessi nella Maremma, in
Corsica, nella Campagna di Roma. Ma la vera patria di questi ritornelli
sembra esser la Toscana, il giardino d'Italia, la regione più felice
forse e più geniale di tutto il paese. Questi ritornelli sono costruiti
assai semplicemente. Il primo verso, brevissimo di solito, contiene il
nome di un fiore; gli altri due, endecasillabi, esprimono il pensiero,
in modo che l'ultimo verso rimi col nome del fiore, e quello di mezzo
finisca di solito, con un'assonanza:
Io benedico della rosa il fiore;
Quest'è la sorte delle cose care;
S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.
Un ritornello senza fiore:
M'affaccio alla finestra, e vedo mare.
Tutte le barche le vedo venire
Quella dell'amor mio non vuol tornare.
Quest'ultimo pittoresco stornello, come dicono i Toscani, si trova anche
nella raccolta di canti popolari toscani del Tigri, ma con una infelice
variante: _veggo 'l mare_, invece che _vedo mare_. Tigri ne ha raccolti
425, e fra di essi si trovano dei veri gioielli poetici. In molti
ritorna l'espressione _m'affaccio alla finestra_, come in questo, un po'
lezioso:
M'affaccio alla finestra e vedo notte;
Con le lagrime mie bagno le lastre;
O fonte di bellezze, buona notte!
Trascrivo qui un ritornello siciliano dell'Etna:
Sciuri d'aranciu;
Tutti li beddi di ssu munnu munnu
C'un capiddu di tia non ci li canciu.
Oltre queste poesie minime meritano anche di essere ricordati i
componimenti popolari di dieci versi della Maremma romana. In Toscana
simili componimenti vengono chiamati «rispetti» ma hanno _per lo più
solo otto versi_, e formano una strofa. Talora hanno un numero maggiore
di versi. A Roma io non conosco che quelli di dieci versi a rime
incrociate, con gli ultimi due a rima baciata. Queste strofe contengono
sentenze morali, proverbi, o serenate e canti d'amore popolari.
Esse sono spesso ingenue, ma efficaci e piene di poesia. Da due decenni
si è diffuso in Italia lo studio dei canti popolari; se ne son fatte più
raccolte; recentemente è notevolissima la raccolta di canti umbri,
liguri, piceni, piemontesi, romani, di Oreste Marcoaldi (Genova 1855);
quella del Tigri: _Canti popolari Toscani_ (Firenze, Barbèra e Bianchi,
1856) vero tesoro di poesia; e finalmente quella di Leonardo Vigo
d'Acireale: _Canti popolari Siciliani_ (Catania, 1857). L'isola di
Sardegna è restata indietro, quantunque debba contenere materia
innumerevole e pregevolissima. La piccola Corsica deve la raccolta delle
sue belle canzoni al poeta Salvatore Viale.
Chiudo la mia notizia sui poeti di Roma, i cui nobili tentativi ed i
buoni successi ho seguìto con amore per più anni, come ospite, mandando
loro il saluto e l'augurio fraterno dell'amico, attraverso le Alpi,
sulle rive del Tevere... Noi siamo tutti davvero, come dice la canzone
popolare romana, tanti rami d'un tronco solo, tante fiamme d'un solo
incendio![10]