XI.

Cinque giorni dopo la battaglia io mi recai a Mentana con alcuni amici

romani per visitarla. Fu una passeggiata incantevole attraverso la

tranquilla campagna, sotto il sole puro e il cielo nitido di novembre.

La via Nomentana era animata soltanto da gruppi di soldati. Sull'Aniene

erano ancora attendate le vedette francesi. Passavano ancora carrozze

che trasportavano feriti.

Antiche tombe romane in rovina sorgono nei campi che si attraversano,

dove, secondo l'uso remotissimo dei padri, i pastori abruzzesi portano a

pascolare le loro greggi. I belati delle pecore e le note tenui delle

zampogne dei pastori riempiono l'aria di lamento e il cuore del

viandante di mistero, sentimento che resta perennemente in ognuno che

abbia attraversato quella sacra località.

Qua e là si erge una torre baronale diroccata, sulla cima di un verde

colle, che rammenta l'epoca feudale, quando Roma era ancora una

repubblica e il papa non era in essa padrone assoluto. Raramente si

incontra qualche solitario casale adibito in parte ad osteria, con una

torre medioevale a lato ed una cappella rustica. Ve ne è una ad otto

miglia da Roma, detta Capo Bianco, che serve anche da taverna, ed ha

sulla porta un boschetto di verdi lauri. Non era visibile un essere

vivente; tutto sembrava morto, intorno. Il conte L. vi aveva mandato dei

cavalli di ricambio, per poter proseguire il viaggio rapidamente.

Una strana e profonda gravità invase tutta la comitiva quando ci

cominciammo ad avvicinare ai sanguinosi campi di Mentana. Io ricordavo

la sublime ode del Petrarca:

Italia mia, benchè il parlar sia indarno...

Che fan qui tante peregrine spade?

Donna E. diceva i versi del nobile Leopardi:

Piangi, che ben n'hai d'onde, Italia mia...

Così una medesima querela discende da Dante e da Petrarca fino a

Leopardi e ai dì nostri; quando potrà essa alfine cessare?

Da Capo Bianco ci avanziamo sui pendii dolci dei colli. Il paesaggio

Sabino si spiega dinanzi agli occhi come un gran panorama di montagne di

alto stile, verso cui sale una maestosa distesa di campi, di colore

violetto nella lontananza, sulla quale si può seguire collo sguardo il

volo delle aquile del Lazio. Si erge lì presso la possente piramide di

Monte Gennaro sopra Tivoli; a destra i monti Prenestini, i monti Volsci,

e le belle alture di Frascati, tutto soffuso di un tenue color di

giacinto e piene d'una maestà placida e classica.

Qua e là sulla strada si trovano resti dell'antico lastricato della via

Nomentana, in ben connessi poligoni di basalto. A dieci miglia da Roma

si trova a sinistra su un colle una solitaria torre guelfa senza edifici

adiacenti, costruita parte in peperino nero, parte in mattoni rossi, che

è una proprietà della regione.

A destra sorge Monte Gentile, un casale di bell'aspetto, con torre, già

castello degli Orsini, come lo mostra il nome assai frequente in quella

famiglia; nel XV secolo, Capocci e Stefaneschi lo distrussero e lo

abbandonarono. Nulla di più attraente di questi turriti casali romani,

perduti nella melanconia di questa deserta e grandiosa campagna, così

singolari e così classici, di cui Walter Scott si sarebbe certo

innamorato.

Superando un'altura, si giunge al bosco di Mentana, un bosco di quercie

tedesche, che qui sono rimaste nane. Già in questo luogo, e poi per

tutta la strada fino al paese, noi vedemmo, per i fossi e i cespugli,

una quantità straordinaria di cartuccie. Queste, e degli alberi

abbattuti, erano l'unica traccia del combattimento, perchè i morti già

erano stati seppelliti, ed i feriti ricoverati negli ospedali.

Mentana appare dietro questa boscaglia; prima la Vigna Santucci colle

sue mura bianche, dove si combattè così aspramente; poi una cappella

sulla strada, ancora piena di paglia, sulla quale più di un ferito trovò

la morte. Il palazzo baronale degli Orsini sorge nello sfondo, simile

ad una fortezza, con torri e merli, sul pendìo verde d'un colle,

solitario e fiero come un ricovero di briganti; il paese è ancora

nascosto da piccole alture. In basso la valle è fosca, circondata da

colli sparsi qua e là di olivi e vigneti; ma tutto ha un aspetto

selvaggio, sinistro ma, pittoresco.

Una strada conduce su per uno sperone di rupi giallastre. Ora si vede il

paese, una fila di case senza interesse, simile ai _castelli_ dei monti

Sabini, che spirano tanta miseria e desolazione; si direbbero dipendenze

del castello feudale, che una volta il signore vi ha annesso per comodo

proprio, e dato ai suoi vassalli per abitazione. Dinanzi al palazzo sta

la chiesa gentilizia. Essa era aperta e già riconsacrata e molti feriti

vi erano morti; fra gli altri, un belga che era venuto a Roma e si era

arruolato fra gli zuavi pochi giorni prima la battaglia. Una palla gli

aveva spaccato il cranio; diciassette ferite gli avevano trapassato il

corpo. Su un pezzo di carta, trovato presso di lui, stava scritto: _le

comte d'Erb, fils du duque d'Erb._

Dalla porta della Chiesa si accede al piazzale di fronte al castello,

dove si vede una colonna senza capitello, intorno alla quale giacciono

delle bisaccie militari. Qua e là, rovine marmoree dell'antico

_Nomentum_. Sulla parete esterna della chiesa una statua mutilata che

il popolo chiama San Giorgio. Il castello era pieno di soldati francesi,

i quali si esercitavano coi loro fucili ad ago, che vantavano tanto,

affermando che senza di quelli i Pontificii non avrebbero mai preso

Mentana.

Entrammo nel castello che rivela parecchie epoche architettoniche. La

parte più antica, formata dalle torri rotonde, mostra la maniera di

costruzione del secolo XIII, che a Roma chiamano _saraceno_; cioè,

queste torri son fatte di frammenti di peperino e di altri varî

materiali di riempimento, fra cui pezzi di marmo. La parte anteriore del

castello è invece assai più recente, ed ha finestre in stile

rinascimento. I merli sono mezzo rovinati, alcuni furono fracassati

dalle palle di cannone. In complesso, l'edificio appare come un castello

baronale del medio evo, di prim'ordine. Sul portale stan le armi di

Sisto V, o meglio di suo nipote Michele Peretti, al quale gli Orsini

avevano venduto Mentana. Sulla porta giacevano ancora resti di fucili

garibaldini, che gli assediati avevano spezzati, secondo l'uso

guerresco, prima di capitolare.

Nell'interno, scale in rovina e stanze colle pareti squarciate dalle

bombe. Nel cortile del castello le guardie francesi offrivano un

pittoresco colpo d'occhio; stavano preparando il pranzo, tutte

affaccendate intorno ad un fuoco che attizzavano con le bacchette dei

fucili garibaldini. Ci furono portate delle palle di fucile, che avremmo

facilmente potuto raccogliere per terra, di forma conica, di armi rigate

o di _chassepot_; raramente se ne trovavano di quelle solite rotonde dei

fucili garibaldini. Noi visitammo il piccolo solitario paese. I suoi

abitanti erano rimasti per 15 ore nascosti nelle cantine, in preda allo

spavento, mentre le palle rimbalzavano come grandine sui tetti. Vi fu

un'eccezione; in una casa, una bomba aveva squarciato la parete di una

stanza: ebbene, vi furono trovati donne e bambini tranquillamente

seduti, come se nulla fosse accaduto. Ci fu detto che i garibaldini

avevano occupato il borgo per otto giorni. Una donna ci raccontò che fra

di essi vi erano dei signori simpatici, che pagavano quello che

chiedevano, e aggiunse che un capitano aveva pagato un pollo 25 soldi,

del che era rimasta molto soddisfatta. Altri non avevano potuto pagare

nulla davvero, perchè non possedevano un soldo in tasca.

Noi riandammo col pensiero le vicende storiche di questo paesetto

Sabino, che era pur ora tornato ad avere una parte nella storia non

indipendente da quella che un tempo vi aveva avuta; ricordammo che già

una volta i Franchi vi erano venuti per salvare un papa minacciato ed il

suo potere temporale; che questo salvatore era stato Carlomagno. La

località stessa dava agio di ricostruirne la storia.

Nell'antichità si era chiamata _Nomentum_. Da questo ebbe nome la

strada, _Nomentana_, la quale però non apparteneva alle grandi strade

romane, perchè presso Ereto, sotto _Nomentum_, si congiungeva alla Via

Salara, presso l'attuale Monterotondo.

Più antica di Roma medesima, contemporanea di Fidene e di Crustumeria, i

Romani la ritenevano come una delle colonie del re Latino Silvio di

Albalonga, il quale certo conquistò quella regione sabina. Prese parte

all'alleanza dei Latini contro Roma, in favore dei Tarquinii scacciati.

Dopo la battaglia al lago Regillo, che stabilì l'egemonia della

Repubblica Romana sul Lazio, _Nomentum_ divenne un municipio romano.

Questa città Sabina era però troppo piccola per potere avere una parte

importante nella storia di Roma. È noto che Ovidio, Seneca e Marziale

avevano possessi nel suo territorio. L'aria vi era salubre, il vino

buono, e nelle vicinanze si trovavano sorgenti termali.

Nell'epoca cristiana dell'Impero germanico, _Nomentum_ divenne presto un

vescovado; lì presso, erano gli altri vescovadi di Fidene, oggi Castel

Giubileo, _Cures_, e _Forum Novum_, che sussiste ancora. La serie dei

vescovi nomentani va dal 415 al 964, nel quale anno si sospese la nomina

dei vescovi, il che prova che la città era del tutto decaduta. Essa si

era conservata, del resto, per ignote ragioni, più a lungo delle altre

antiche città delle immediate vicinanze di Roma, le quali, al tempo

delle invasioni barbariche, scomparvero. _Eretum Crostumeria_, _Fidene_,

_Gabii_, _Ficulea_, _Antemna_ sono sparite senza lasciar traccie. Anche

l'antica famosa _Cures_, patria di Numa, decadde al tempo dei

Longobardi, e vive ancora solo nel nome di Correse.

Nomentana esisteva ancora nell'anno 800 col suo nome antico, sebbene già

fosse radicalmente cambiata; il 23 novembre di quell'anno Carlomagno,

ch'era diretto a Roma per farsi incoronare in San Pietro, vi si fermò.

La sua dimora in quel luogo, nello stesso mese di novembre, nel quale

1067 anni dopo delle bande di volontarii italiani tentavano di abbattere

il dominio pontificio, che Carlomagno aveva fondato, ci sembra un fatto

abbastanza strano e notevole.

La lotta degl'Italiani e dei Romani contro il potere temporale dei Papi

cominciò già in quel tempo, poichè quel potere temporale era stato

stabilito per il primo intervento di Pipino in Italia a favore della

città di Roma, minacciata dai Longobardi. La storia dell'umanità non

offre esempi di un'altra lotta di così lunga durata intorno ad un unico

ed inalterato principio.

La ragione del viaggio di Carlomagno a Roma era la seguente. Papa Leone

III, successore di Adriano, era stato, in seguito ad una congiura di

nobili romani, fra i quali i nipoti stessi di Adriano primeggiavano,

cacciato da Roma, dopo un tentativo di ucciderlo. Era fuggito prima a

Spoleto, e di là si era ritirato a Paderborn. Il gran monarca rimandò

anzitutto il fuggiasco con ambasciatori franchi a Roma, dove gli

aristocratici, che si erano impadroniti del governo, non opposero alcun

ostacolo al suo ritorno: ma, spaventati per l'imminente intervento, si

sottoposero al processo e al giudizio di questi plenipotenziarii. Essi

decisero in favore del Papa, ma i ribelli condannati si appellarono a

Carlo, e questi venne solo un anno dopo, come aveva promesso a Leone,

per tenere in Roma il suo tribunale, che il Papa, suo sottoposto in ogni

questione temporale, ugualmente riconobbe.

Carlo calò col suo esercito nella Sabina, e sostò a Mentana per venire a

Roma, non per la via Salara, ma per la Nomentana.

Questo prova solo che quel luogo aveva anche allora molta importanza

perchè era la sola sede episcopale della regione Sabina. Da ciò si può

dedurre che Monterotondo che dista solo mezz'ora da Mentana, ed è molto

più grande e più abitabile di quella, nell'ottocento non esisteva

ancora. Veramente si era creduto di riconoscere in Monterotondo l'antica

_Eretum_; ma il Nibby si è pronunziato, con seri buoni argomenti, contro

questa opinione, ed ha provato che quella località ha avuto origine

soltanto nel più tardo medio evo. La Sabina formava originariamente una

parte del ducato di Spoleto; Carlomagno l'aveva regalata al Papa, e solo

molto più tardi la trasse in suo potere. Ma molto relativa era questa

sua potenza sul territorio sabino prossimo a Roma. Tutta la regione era

stata spaventosamente devastata, nel IV secolo, dall'invasione dei

Longobardi: le sue città erano già quasi tutte decadute; nell'ottavo e

nono secolo i documenti delle diocesi dimostrano che esse non erano più

città, ma borghi.

Leone III era andato solennemente incontro a Carlo a _Nomentum_ con i

maggiori dignitarii della chiesa, una parte della nobiltà e della

milizia cittadina e molto popolo. Carlo giunse a _Nomentum_ il 23

novembre 800. Egli pranzò col Papa, dopo di che questi tornò a Roma per

preparare il solenne ricevimento del monarca in S. Pietro, per il giorno

seguente, mentre Carlo pernottò nel paese. In qual palazzo fece Carlo il

suo pranzo col Papa, e dove passò la notte?

_Nomentum_ era, mille anni fa, certamente più popolata di ora; e se

l'antica città si trovava nella stessa ubicazione, in cui si trova oggi

la miserabile fila di case presso al castello degli Orsini, essa poteva

offrire, in piccolo, l'aspetto di tutte le altre città di quel tempo:

rovine dell'antichità, tempi distrutti o trasformati ad altro culto, e

palazzi di antica signoria, a fianco di tugurî abitati da una nuova

generazione.

A _Nomentum_ non risiedeva un conte; forse un tribuno, per analogia con

altre città, vi aveva giurisdizione, se il paese però--cosa di cui

dubito--era ancora abbastanza grande da essere sede di un tribuno. Non

ci erano ancora stirpi baronali, nel senso del medio evo più vicino a

noi. Soltanto 150 anni dopo si trova in _Nomentum_ la stirpe dei

Crescenzi, ricca e perciò dominante. Perciò indubbiamente abitò Carlo

nella curia vescovile, la residenza, certo molto patriarcale, del

vescovo di Mentana.

Fu dunque di là che il più grande dominatore dell'Occidente scese a

Roma, il 24 novembre 800, e fu là che egli sostò prima di recarsi

all'incoronazione. Un mese dopo Leone III lo incoronava appunto re dei

Romani.

Il rinnovamento dell'Impero d'Occidente nella Dinastia Franca, a parte

altre ragioni più generali ed elevate, era divenuto necessario per i

Papi anche per questo, che esso dava loro il modo di mantenere il loro

dominio temporale su Roma e sulle provincie. Poichè, senza la protezione

dell'autorità imperiale, senza la sicurezza di un sempre pronto

intervento franco, i Papi non avrebbero potuto affermare la loro

signoria sulla regione romana. Questo fatto si era già allora

manifestato palesemente, ma la storia posteriore del _Dominium

temporale_ non fece che offrirne nuove prove irrefragabili.

Nel secolo decimo questo dominio fu minacciato da un grande pericolo:

quello della nobile casa dei Crescenzi, la quale appunto aveva in

Mentana grande autorità. Essa apparisce, per la prima volta, nel 901, e,

da quell'anno, si trovano molti Crescenzi fra i più ragguardevoli

signori della città. Che questa casa già possedesse terre in Sabina, è

mostrato dal fatto che un Crescenzio, nel 967, fu conte e rettore della

provincia Sabina per incarico del Papa.

Nel 974, Crescenzio de Teodora si impadronisce del potere a Roma, e più

tardi suo figlio Giovanni Crescenzio è a capo del partito nazionale

romano. La sua storia forma un noto episodio del regno di Ottone III. I

cronisti chiamano questo Crescenzio _Nomentano_. La sua famiglia che

risiedeva quasi tutta nella Sabina e presso Farfa in particolare, si

doveva quindi trovare in possesso di quel luogo, e Giovanni Crescenzio o

era nato ei pure nei possedimenti de' suoi padri, o _Nomentum_ era

toccata particolarmente a lui per eredità. Proprio in quell'epoca sembra

che venisse soppresso tale vescovado; e siccome si sa che l'ultimo

vescovo fu un tal Giovanni, si può supporre che, essendo questo nome

abituale nella famiglia dei Crescenzi, anche l'ultimo vescovo di

_Nomentum_ fosse un membro di quella famiglia. In quel tempo vi erano

già dei conti ereditarî nel territorio pontificio. Perciò già nel 980

Giovanni Crescenzio poteva essere conte di _Nomentum_ e avervi posseduto

la sua fortezza, nello stesso luogo dove poi sorse il castello degli

Orsini, che ancora vi sorge.

Nel 985, Crescenzio prese il titolo di _patrizio romano_ e governò la

città di Roma come suo capo temporale, durante la minorità di Ottone

III. La sua potenza venne meno, quando Ottone, nel 996, venne a Roma per

ricevere la corona imperiale dalle mani di Gregorio V, il primo Papa

tedesco che egli stesso aveva innalzato a quella dignità. Crescenzio,

condannato a morte come ribelle, prestò giuramento di fedeltà al giovane

imperatore, e fu graziato. Ma Ottone se ne era appena andato, che

l'astuto romano infranse il giuramento, cacciò il Papa tedesco e

s'impadronì dei diritti imperiali. In questa usurpazione lo appoggiarono

i suoi parenti di Sabina, il conte Benedetto e i suoi figli Giovanni e

Crescenzio. L'usurpatore trovò una misera fine, quando Ottone III ebbe

ricondotto in Roma il Papa con buon nerbo di soldatesche. Crescenzio si

difese eroicamente in Castel Sant'Angelo, finchè si dovette arrendere.

Fu decapitato, il suo corpo fu gettato dai merli di Castel Sant'Angelo e

poi appiccato a una forca su Monte Mario. Per dei secoli Castel

Sant'Angelo si chiamò la torre di Crescenzio.

Dopo la morte di Ottone III, i Romani crearono patrizio romano suo

figlio Giovanni, potere che egli tenne fino al 1012, anno in cui morì.

D'allora in poi, la famiglia dei Crescenzi si continuò in Sabina e a

Roma, ma senza assurgere più a grande importanza. Il potere patrizio

passò invece, dopo il 1012, ai conti di Tuscolo, i quali seppero farsi

arbitri del potere temporale del Pontefice e della stessa Santa Sede.

Così nella storia dello Stato pontificio _Nomentum_ è classica per

essere stata sede di una antichissima stirpe ribelle al potere dei Papi.

Era ciò noto all'ultimo discendente dei Crescenzi, che il 3 novembre

1867 lottò con i pontificii e cadde sul colle di Mentana, in difesa

della Santa Sede?

Dopo il periodo dei Crescenzi, si parla raramente di _Nomentum_ nei

documenti della storia di Roma; esso è chiamato _Castrum Nomentane_,

donde il nome Mentana o La Mentana. Già il mutamento di _civitas_ in

_castrum_, per designarlo, come si legge nelle bolle papali del secolo

XIII, dice che quella città era decaduta tanto da non esser più che uno

smantellato villaggio. Essa appartenne ai monaci di San Paolo, che la

tramandarono nel secolo XII alla potente casa dei Capocci, finchè Nicolò

III, della casa Orsini, diede Mentana al suo nipote Orso. Gli Orsini nel

secolo XIII s'impossessarono di molte località sabine. Essi possedettero

anche il vicino Monterotondo, Monte Gentile e Nerola. Costruirono a

_Nomentum_ il castello, l'attuale fortezza, verosimilmente sulle

fondamenta dell'antica rocca, e vi rimasero più di tre secoli; poi,

nell'anno 1595, la vendettero ad un nipote di Sisto V, Michele Peretti,

principe di Venafro. Più tardi, divenne proprietà dei Borghese che la

posseggono ancora.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 16 / 31 题