X.

Dopo il ritorno dei Francesi il governo Pontificio mandò di nuovo le sue

truppe ad occupare i varii luoghi della Provincia, dai quali erano stati

chiamati per difendere la capitale, e il 30 ottobre il Generale de

Courten stesso muoveva su Albano e Velletri, dove le bande di Nicotera

avevano stabilito un governo provvisorio.

Si voleva poi assalire Garibaldi stesso con tutte le forze, sloggiarlo

dalla sua forte posizione e ricacciarlo oltre i confini. Egli aveva

raccolto intorno a Monte Rotondo e Mentana circa 8000 uomini. Là egli fu

testimone degli avvenimenti che avvilirono la sua patria e

costringevano lui stesso a ripiegarsi ritirandosi sulle truppe italiane

e a deporre le armi o ad attaccare audacemente i Francesi, i Pontificii

ed a soccombere.

La sua situazione era disperata e insostenibile. Egli aveva dovuto

inasprire, chiedendo loro contribuzioni, i villaggi della Sabina, assai

poveri e contrarî all'invasione, la quale non offriva loro alcun

vantaggio, ma solo le conseguenze più tristi della rivoluzione; mentre

con ciò egli non era nemmeno riuscito a diminuire l'asprezza delle

condizioni e la deplorevole miseria delle sue schiere affamate. Si

commisero anche eccessi, in Monte Rotondo stesso. Per dare un esempio,

Garibaldi fece fucilare due volontarî. Il popolo delle campagne aveva

per lui poca simpatia, e riusciva difficile avere notizie e

informazioni. Le sue truppe non erano dunque al caso di sostenere un

serio urto coll'esercito pontificio disciplinato e bene armato,

spalleggiato dalle truppe francesi. Avevano poi avuto tempo di riaversi

dalle fatiche della guardia in Roma, ed erano fresche e riposate.

Le speranze e i disegni di Garibaldi si dileguavano. Un uomo di così

violente passioni che non poteva ammettere separazione fra l'idea e

l'atto, aveva potuto sperare d'impadronirsi di Roma, finchè; soltanto

le truppe pontificie la difendessero ma dopo la venuta dei Francesi, la

più audace fantasia doveva arrestarsi. L'intervento francese e il

passaggio dei confini da parte dell'esercito italiano sottraevano ormai

a lui ogni terreno per un'ulteriore azione extralegale. Egli vide in

questi fatti un piano concertato di reazione, e se ne giudicò vittima.

Prima si eran serviti di lui, ora volevano schiacciarlo. Il proclama del

Re e di Menabrea gli mostrava che egli dovea aspettarsi un secondo

Aspromonte. Messi da Firenze gli portavano la recisa intimazione di

deporre le armi e rientrare nello Stato. Egli ricusò, e il primo

novembre pubblicò quest'ordine del giorno:

«Il governo di Firenze ha lasciato occupare il dominio Romano che noi

avevamo a prezzo di sangue prezioso conquistato, sottratto ai nemici

d'Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell'esercito

coll'abituale cordialità, ed aiutarli a cacciare da Roma i soldati

stranieri che sorreggono la tirannia. Se poi delle vergognose

trattative, continuazione della vile convenzione di settembre, possono

tanto oltre dare autorità al gesuitismo e alla sporca Consorteria, da

costringerci a deporre le armi in omaggio ed ubbidienza al 2 dicembre,

allora potrò ricordare al mondo che io, generale romano, creato con

pieni poteri dall'unico legittimo governo della Repubblica Romana, per

elezione all'unanimità, io solo ho qui il diritto a difendermi colle

armi sul terreno della mia giurisdizione; e che se questi miei

volontarî, campioni della libertà e dell'unità d'Italia, chiedono Roma

capitale d'Italia, fedeli al voto del Parlamento e della Nazione, essi

non deporranno le armi che quando la patria sarà compiuta, la libertà di

coscienza e di culto sollevata sulle rovine del Necromantismo, e i

mercenarî dei tiranni fuor dei confini».

Garibaldi, trovandosi fra i due eserciti nemici, si sarebbe potuto

ritirare, come si sperava, su Corese, per lì deporre le armi prima di

essere attaccato dai Francesi e dai Pontificî. Si dice che, infine a un

certo momento, volesse prender veramente questo partito. Ma perchè voler

portare le sue truppe obbliquamente verso l'Appennino, e non

direttamente su Corese, dove la strada non passa per Mentana? Si deve

credere che egli volesse recarsi in una località qualsiasi del Regno per

aspettarvi gli eventi, o forse anche tentar di trascinarsi dietro la

nazione, sebbene il ricordo di Aspromonte dovesse ammonirlo della

inverosimiglianza d'un buon successo. Effettivamente notizie di fonte

italiana spiegano che Garibaldi aveva concepito il piano di ritrarsi

coi suoi 8000 su Tivoli, di riunirsi là colle bande di Nicotera e di

Orsini, e di gettarsi negli Abruzzi. Dicono che con questo intendimento

la notte del 2 novembre egli die' l'ordine di marciare su Tivoli per

Mentana. E' da notarsi che una parte dei volontari già si era diretta su

Corese,--verosimilmente coloro non più atti a combattere,--per

raggiungere di là la patria. In opposizione con questa versione che è

quella degli ufficiali garibaldini Fabrizi, Mario, Missori, Menotti ed

altri, abbiamo quella del partito francese di Roma che afferma che le

forti posizioni, nelle quali furono assaliti i Garibaldini il 3

novembre, Monte Rotondo e Mentana, provano che essi non furono sorpresi

nella ritirata, ma che aspettavano là il nemico.

La versione italiana fu anche confermata dalle notizie del Ministero

della Guerra Romano, il quale afferma che, mentre i Garibaldini volevano

operare a Tivoli il loro congiungimento, furono attaccati. Garibaldi poi

confermò egli stesso questa versione.

Egli non cercò dunque la battaglia, ma vi fu costretto; è ingiusto

dunque il rimprovero che gli è stato fatto di aver voluto porre in

giuoco senza scopo a Mentana il sangue dei suoi soldati; e lo stesso si

dica dell'accusa di aver voluto con quella battaglia far scoppiare una

guerra fra l'Italia e la Francia; egli non aveva evidentemente alcun

sentore il 3 novembre che i Francesi dovessero sostenere i Pontifici

nell'attacco imminente. E' certo anche che, se egli si è voluto

affermare forza indipendente e superiore alla nazione, ha in parte

implicitamente reso possibile, e non voluto evitare, lo scontro.

All'atto del 3 novembre i Pontificî erano usciti da Roma in numero di

3000 al comando del generale Kanzler, seguiti dalla brigata francese

Polhès, forte di 2000 uomini, per impadronirsi di Monterotondo e cacciarne

le schiere volontarie. Garibaldi doveva prender questo. Verso

mezzogiorno i Pontifici attaccarono, presso Mentana, gli avamposti di

Garibaldi (I Francesi erano per la riserva). La sorpresa dei volontari,

ai quali venne assai tardiva la notizia dell'avvicinarsi del nemico, e

che si trovavano in marcia per Tivoli, fu grande. Essi non sapevano

nemmeno dell'esistenza di truppe francesi nei dintorni. Il combattimento

s'impegnò con uguale furore delle due parti. Due grandi principî del

mondo presente lottarono quel giorno, nemici mortali; da un lato il capo

della rivoluzione nazionale e della democrazia, alla testa delle sue

schiere volontarie composte anche di patriotti di antiche stirpi;

dall'altro lato il difensore del potere temporale dei Papi, con soldati

volontari delle più cattoliche regioni d'Europa, molti dei quali animati

da zelo ardente di crociati, pieni di odio contro l'Italia e la

rivoluzione; figli questi in gran parte di antiche case legittimiste di

Francia, del Belgio e della Polonia.

Le proporzioni del fatto d'armi di Mentana avrebbero potuto in altri

tempi valergli il nome di battaglia; ma ora esso ci sembra di non grande

entità numerica, se pensiamo ai colossali movimenti di truppa di altre

battaglie contemporanee. Nondimeno questo combattimento avrà per due

ragioni significato importante nella storia. Primo, perchè in esso ci

trovarono di fronte due tendenze, due principî, due forze nettamente

opposte dell'epoca nostra; secondo perchè chiuse tutto un periodo della

Storia d'Italia e del papato temporale.

I volontari, male armati, indeboliti dalla fame e dal freddo--alcuni

eran ragazzi di 15 o 17 anni--si batterono con eroico valore, colla

picca, la spada, la baionetta; ma furono sloggiati dalle loro posizioni

dal reggimento di Zuavi. Si gettarono sotto le mura della Vigna Santucci

di fronte a Mentana, ed anche di lì dovettero ritrarsi. I cannoni

pontificii e francesi, portati lassù batterono allora furiosamente le

mura del Castello, mentre i due cannoni di Garibaldi, predati a

Monterotondo, esaurirono dopo 50 o 60 colpi le loro munizioni. In queste

condizioni i volontari fecero uno sforzo disperato per prendere ai lati

il nemico con due forti colonne, tentativo che riuscì, e verso le due e

mezzo del pomeriggio le truppe pontificie si videro a mal partito, e nel

combattimento si sarebbero evidentemente cambiate le sorti, se il

generale romano non avesse chiamato a soccorso la brigata francese.

Anche se il loro appoggio fosse stato inutile, si sarebbe voluto

mostrare che i Francesi c'erano ed aiutavano validamente i papalini.

Essi avanzarono e coprirono i Garibaldini di una fitta pioggia di

proiettili dei loro _chassepots_.

Il generale francese stesso scrivendo poi al Ministero della Guerra,

diceva _les chassepots ont fait merveille._, frase supremamente

inopportuna, anzi indelicata e villana, che l'Italia non dimenticherà

più. I volontari furono sopraffatti; e dapprima essi non credettero

francesi i nuovi assalitori, ma legionari d'Antibo; tanto era lungi da

loro il pensiero che Napoleone permettesse ai suoi soldati di spargere

sangue italiano. Ma quando si sparse la voce che i Francesi stessi

attaccavano, i volontari gettarono le armi e si dispersero in fuga.

Solo un battaglione s'indugiò a difendere le case, le barricate e il

castello baronale di Mentana. Così esso protesse la ritirata che

Garibaldi aveva cominciato su Monterotondo. I Pontificii e i Francesi

non poterono penetrare nella forte posizione. La notte lo circondarono,

per rinnovare l'attacco il mattino seguente, ma alle 5 fu inalberata

bandiera bianca: un capitano garibaldino chiese, parlamentando col

colonnello francese del 59^o linea, libera uscita con armi e bagagli; fu

accordata libera uscita, ma senza armi e bagagli. Una compagnia francese

doveva condurre la guarnigione di Mentana, prigioniera di guerra, a

Corese, e consegnarla alle truppe italiane. Così la lotta non fu in

alcun modo disonorevole. I vincitori stessi dovettero riconoscere il

valore mostrato dai vinti.

Garibaldi stesso, che durante il combattimento non si era mostrato nelle

prime file, ma aveva dovuto dare i comandi seduto in carrozza, si era

già ritirato con due migliaia circa di soldati, quando fu dato l'assalto

a Mentana.

Secondo dice Crispi, testimone oculare, la sera del 3 novembre Garibaldi

giunse al ponte di Corese con 5000 nomini, se pure questa cifra è

esatta. Là depose le armi, e il giorno seguente, per ordine superiore,

fu incarcerato a Figline presso Arezzo. Quando le truppe pontificie ed

imperiali la mattina del 4 mossero verso Monterotondo, trovarono che il

luogo era stato sgombrato. Le perdite di Garibaldi furono grandi; 1000

uomini giacevano morti o feriti; circa 1400 prigionieri. Le perdite

francesi non ammontarono, secondo i rapporti ufficiali, che a 2 morti e

36 feriti, quelle dei pontifici a 30 morti e 103 feriti.

La notizia della disfatta e della ritirata di Garibaldi giunse a Roma la

sera del 3, e si sparse il mattino seguente. Essa provocò un'eccitazione

di diverse nature. I nazionali fremevano al pensiero che i Francesi,

alleati dell'Italia, avevan preso parte alla lotta come gendarmi del

Papa, avevan tirato agl'Italiani come su bestie feroci, ed avevan

esperimentato le qualità dei loro _chassepots_ sui volontari quasi

inermi. Li commoveva il pensiero che l'esercito regolare del Re, a poche

miglia da Mentana, doveva essere stato testimone della battaglia, le

armi al piede. Essi non sapevano per quale delle due nazioni dovesse

ritenersi più vergognoso questo fatto d'armi, per l'Italia o per la

Francia. Nella storia di Francia, la _meraviglia di Mentana_, sarebbe

certamente rimasta, tragico capitolo della _Gesta clericorum per

Francos_.

La via Nomentana offriva il 4 novembre un aspetto singolare. Centinaia

di carrozze erano state portate nella notte, per la ricerca dei feriti.

Questi già dal mattino avevano cominciato a venire a gruppi o alla

spicciolata, tristissimo spettacolo, e fra loro erano anche delle

piccole schiere vacillanti di feriti più leggeri, a piedi o a cavallo.

Molti e molti Romani movevano loro incontro. Non dimenticherò mai

l'aspetto di due garibaldini giacenti su un carretto che procedeva

lentamente, non so se morenti o già morti. I loro volti già anneriti

dalla morte sembravano ancora contrarsi nell'ultimo spasimo di dolore e

di rabbia.

Verso mezzodì arrivò il primo gruppo di prigionieri, circa 400, scortato

da papalini e da francesi. Essi camminavano disinvolti, con ostentata

tranquillità. Uno dei loro ufficiali, un bel giovane dalla camicia

rossa, camminava altero innanzi a loro. Il popolo se lo additava dicendo

che era Menotti Garibaldi; ma sembra che non fosse vero. Quegli uomini

erano giunti finalmente alla tanto sospirata Roma, ma in altre

condizioni da quelle che avevano sognato; essi passarono attraverso la

folla silenziosa fino alla prigione sul Quirinale.

Erano quasi tutti laceri o mal vestiti; pochissimi indossavano la

camicia rossa; fra di essi ve ne erano molti straordinariamente giovani.

Il loro aspetto diceva una odissea di privazioni e di dolori; su alcuni

pallidi volti si leggeva ancora: Roma o Morte! Facevano un effetto di

profonda commozione, che non avrebbero fatto se fossero stati bene

armati e ben vestiti.

Io vidi il secondo gruppo di prigionieri, di 600 uomini, passare il

Ponte Nomentano sull'Aniene. Essi sembravano in migliori condizioni dei

primi. La maggior parte portavano la camicia rossa e il berretto rosso;

alcuni avevan su questo delle penne; tutta la strada era illuminata da

questi colori. Vi eran fra loro anche degli uomini maturi, dai capelli

grigi, nell'uniforme della Guardia Nazionale Italiana. I capitani

portavano ancora la spada, prova questa che avevano capitolato

onorevolmente. Essi tacevano tutti; molti guardavano timidamente la

folla che era venuta loro incontro da Roma. Un segnale dato dal corno

avvisò che era giunto il momento del riposo; i soldati di scorta si

stesero entro i fossati; dei prigionieri, la maggior parte rimase in

piedi sulla via; alcuni si gettarono sulla nuda terra di Roma; altri si

accomodarono a fianco dei papalini, i quali li lasciarono fare in

silenzio; tutta la scena rappresentava un singolare quadro storico sul

pittoresco paesaggio dell'Aniene, presso il vetusto e turrito ponte

memore di Belisario. Su di esso stanno incise le armi di quel

notevolissimo pontefice che fu Nicolò V, contro il governo del quale

congiurò Stefano Porcari, per morire poi in Castel S. Angelo, per mano

del carnefice. L'oro diffuso e luminoso del sole irradiava la solenne

campagna, nel cui sfondo già biancheggiavan di neve le maestose vette

dell'Abruzzo.

La marcia verso Roma di questi figli d'Italia destinati al carcere di

Castel S. Angelo mi riportava il pensiero alle memorie della prima

fanciullezza, quando io vidi a migliaia i vinti difensori della Polonia,

dell'esercito di Gielgrid, passare prigionieri il confine, accompagnati

dalle truppe prussiane.

Dinanzi al mio sguardo si presentavano di nuovo tutte le tragiche lotte

dai popoli combattute su questo grande territorio di Roma, i secoli

barbari del Medio Evo passati su questa città, la cui storia io già

scrivevo da anni e ancora scrivo; e mi prese un'infinita tristezza

quando tornai a considerare tutti quei prigionieri di guerra incamminati

per Roma.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 15 / 31 题