La presa di Monterotondo suscitò spavento in Roma, dove più d'uno pensò
a porre al sicuro i proprî valori.
La Giunta Insurrezionale Romana pubblicò questo proclama (27 ottobre):
«Romani! Da tre giorni voi spargete--senza armi, senza munizioni,
animati solo dal sentimento del dovere, forti del vostro diritto--voi
spargete timore e danno nelle file di una feroce soldatesca, che sta
pronta alla lotta nei suoi quartieri, e mostrate così all'Italia e al
mondo che Roma, anche se inerme, non può attaccare un'aperta battaglia,
sa scrivere col proprio sangue la protesta contro il suo martirio. Nella
prima notte del 22 avete scoperte e portate via le poche armi che
servivano per la vostra difesa; avete costretto il nemico ad aprire la
Porta S. Paolo, avete risolutamente assalito la guardia del Campidoglio
e vendicato così i vostri morti, abbattendo tutti quegli avversarî che
han potuto raggiungere le vostre armi. Una parte della caserma,
Serristori saltò in aria, minata dalla vostra mano, e seppellì non pochi
nemici sotto le rovine.
«In tutte le lotte a corpo a corpo il nemico piegò sotto i vostri colpi.
Sopratutto seminarono il terrore nelle schiere nemiche le vostre bombe
Orsini. Nella notte del 23, quando il nemico già si era messo sulle
difese, osaste assalire, in S. Pietro e Tommaso, le pattuglie che
accompagnavano i prigionieri, e riusciste a liberarli. Ai Monti, il
sangue degli zuavi arrossò le strade; a Ripetta, presso il Clementino,
sulla piazza Sforza Cesarini e in altri luoghi, ufficiali e soldati
caddero colpiti da voi. Il governo papale, nella vana speranza di far
credere all'Europa ingannata che Roma sia tranquilla, vi ha, da una
settimana, tenuto in un effettivo stato d'assedio, senza osare di
proclamarlo; ma questo giuoco non poteva a lungo durare, di fronte al
vostro animoso contegno, ed i vostri oppressori sono stati forzati a
riconoscere e dichiarare la vostra ribellione e la loro paura.
«Ieri fu dichiarato lo stato d'assedio e dato l'ordine del generale
disarmo, ma con quella ipocrisia che è caratteristica principale del
governo pretesco. Roma è messa in stato d'assedio e disarmata, non
perchè i Romani lottano e muoiono, ma perchè una banda di uomini,
introdottisi segretamente in città, turba l'ordine pubblico e sparge il
terrore in una guarnigione di migliaia di soldati. O menzogna! Romani
furono uccisi al Campidoglio, Romani i 200 prigionieri della porta S.
Paolo, Romani la vecchia e il bambino uccisi nella caserma di Sora.
«Mentre quella menzogna si faceva ogni giorno più palese, il popolo di
Trastevere, memore del suo passato, scese in campo, e afferrando con
mano febbrile le poche armi restate in suo potere, si chiuse in una
delle sue case come in una fortezza, e sfidò tutto l'esercito pontificio
ad una lotta leale e cruenta. Erano cinquanta contro mille; ogni
strumento, ogni arnese era un'arma, e per quattro ore resisterono. Il
popolo inerme cercava di portar loro soccorso, ma ogni accesso era
chiuso; impossibile avvicinarsi ai combattenti. Il numero soverchiò
finalmente il valore; gli zuavi riuscirono, mentre già avevan veduto la
strada seminata di cadaveri dei loro compagni, a penetrar nell'interno
della casa, e allora non diedero quartiere. Nessuna ferocia potrebbe
paragonarsi a quella di questi crociati del vicario di Cristo. Tutto fu
massacrato: la famiglia Aiani, donne e bambini, senza pietà trucidata; i
feriti con pochi colpi finiti di uccidere. Il Papa Re può benedire
questo bagno sanguinoso e ringraziare il Signore.
«Romani! Era necessario dare una risposta di sangue alla proclamazione
dello stato d'assedio, e voi l'avete data; era necessario porre tra voi
ed il Papa una barriera di cadaveri, ed uno solo dei massacrati di
Trastevere basterebbe a provare al mondo che non è più possibile una
conciliazione fra Roma e i suoi tiranni. Se ciò non basta, se l'Italia
non si affretta ed esita, se la vittoria non deve arriderci ancora, non
sarà colpa nostra; noi avremo compiuto intero il nostro dovere, e questa
pagina rimarrà nella nostra Storia. Ma abbiate fiducia: Garibaldi è alle
porte; l'intervento francese sembra scongiurato; tutta l'Italia,
Governo e Popolo, sta per riunire le sue forze ad uno scopo unico: Roma.
Noi non saremo abbandonati. E' impossibile che questa esitazione si
prolunghi; è impossibile che questo conflitto non termini colla
proclamazione di Roma a capitale d'Italia».
Roma, 27 ottobre 1867.
Ma la speranza di avere scongiurato l'intervento francese dovette essere
presto abbandonata. L'opinione pubblica in Francia sembrava favorevole a
questa; solo i ministri Duruy e La Valette erano contrari, e parlavano
in pro della causa italiana.
Il 24 ottobre, il papa ricevette, per mezzo del suo nunzio a Parigi, una
netta dichiarazione dall'Imperatore, al quale aveva fatto conoscere le
disperate condizioni di Roma, e Monstier, il 25, partecipò alle potenze
che la Francia interveniva, perchè era stata commessa un'infrazione al
trattato di settembre. Invano Vittorio Emanuele aveva tentato di
provocare un intervento misto, non ottenendo che di ritardare la
partenza della flotta da Tolone; ma il 26 ottobre il comando fu dato, e
le corazzate francesi navigarono verso Civitavecchia.
In questa crisi, dal suo esito sembrava dipendere la sorte della sua
monarchia, si risolse finalmente il Re al passo che da molto tempo
avrebbe dovuto fare, cioè a mettersi deliberatamente dalla parte della
legalità, ed a mettere un argine, per mezzo della violenza, al movimento
rivoluzionario di Garibaldi.
Chiamato, il 27 ottobre, Menabrea al nuovo Ministero, egli pose un
termine all'anarchia ministeriale, e pubblicò il seguente proclama:
«Italiani! Delle schiere di volontari, esaltate e trascinate per opera
di un partito, hanno, senza l'autorizzazione mia e del mio Governo,
varcato i confini dello Stato. Il rispetto che tutti i cittadini debbono
alle leggi e ai trattati internazionali, approvati da me e dal mio
Parlamento, esige, in questa occasione, da noi il compimento di un
indeclinabile dovere.
«L'Europa sa che la bandiera, spiegata nel paese confinante col nostro,
e sulla quale sta scritto distruzione della più alta autorità
spirituale, quella del Capo della Religione Cattolica, non è la mia.
Questo attentato pone la patria in grave pericolo e mi obbliga insieme a
salvare l'onore del paese e ad impedire che siano confusi due scopi e
due indirizzi diversi.
«L'Italia deve essere posta al sicuro dai pericoli che la minacciano;
l'Europa deve vedere che l'Italia, fedele ai suoi impegni, non può e
non vuole essere la disturbatrice dell'ordine pubblico.
«Una guerra coi nostri alleati sarebbe una lotta fraterna fra due
eserciti, che han combattuto, l'uno a fianco dell'altro, per la medesima
causa.
«Io, che sono arbitro della pace e della guerra, non potrei tollerarlo.
Confido quindi che la voce della ragione venga ascoltata, e che quei
cittadini d'Italia, che dimenticarono i loro doveri, ritornino presto
nelle file del nostro esercito.
«I pericoli, a cui il turbamento dell'ordine e inopportune risoluzioni
potrebbero esporci, debbono essere scongiurati, e rigidamente mantenuti
il prestigio del Governo e l'inviolabilità delle leggi.
«L'onore del Paese riposa nelle mie mani, e non mi può, ora, mancare
quella fiducia che in me ripose la nazione nei giorni del suo più
profondo lutto.
«Appena sarà tornata la pace negli animi e l'ordine pubblico sarà
ristabilito completamente, il mio Governo si occuperà, con sincero
vigore, in collaborazione col Governo francese, per giungere ad un
pratico accordo, atto a porre un termine alla grave questione romana.
«Italiani! Non dubito della vostra prudenza, quella prudenza che
dimostraste sempre per l'amore del Vostro Re, e per questa Grande
Patria, che noi, grazie ai comuni sacrifici, abbiam visto tornare ad
essere annoverata fra le nazioni, e che vogliamo tramandare illesa e
onorata alle future generazioni».
Febbrile divenne l'agitazione a Firenze. Si tumultuava per le vie. Si
gridava: «Abbasso il Ministero Menabrea! Vogliamo Crispi, e andare
avanti!» Si desiderava una guerra colla Francia: «Vogliamo Roma,
capitale d'Italia! Viva Garibaldi! Viva l'esercito italiano in
Campidoglio!» Le truppe mantenevano l'ordine. Severi comandi furon
trasmessi ai confini per disarmare le bande e cacciarle nell'interno.
Ora soltanto si chiusero gli uffici di arruolamento e si sciolse il
Comitato rivoluzionario.
La situazione di Garibaldi diveniva disperata; egli non aveva forze
sufficienti per gettarsi subito su Roma, dove, fin dal 27 ottobre, le
truppe pontificie si andavano concentrando. Ora nulla più impediva che,
dove queste si ritiravano, le schiere garibaldine avanzassero; che, il
28, Nicotera occupasse Frosinone e, il giorno seguente, Velletri; che
Acerbi rientrasse in Viterbo; che Antinori, Pianciani e Orsini
entrassero in Palestrina, Subiaco e Tivoli, dove si costituivano dei
governi provvisori. Ora, quale significato poteva più avere l'invasione
spinta fin sotto le mura di Roma, se i Francesi si avvicinavano, e il
Governo italiano, che non aveva saputo frenare, anzi, che aveva armato
questi corpi franchi, si rivolgeva contro di essi e li dichiarava nemici
dello Stato?
Solo l'Aniene separava ormai Garibaldi da Roma. Il ponte Salaro era
stato fatto saltare. Un tempo i Goti avevano distrutto questo ponte e
Narsete l'aveva ricostruito; molte volte, nel corso dei secoli, esso fu
tagliato e restaurato; l'ultima volta erano stati i Napoletani che
l'avevano fatto saltare in aria ritirandosi da Roma nel 1798; anche
l'iscrizione di Narsete si perde. Ora i suoi archi sono di nuovo ruinati
nella corrente, offrendo un pittoresco spettacolo al viaggiatore.
Garibaldi fe' trincerare Monte Rotondo e Mentana, incerto sul da farsi.
Egli si recò subito a Marciano e al Casino Santa Colomba, sulla via
ferroviaria, a sette miglia da Roma.
I suoi bersaglieri avamposti erano sull'altra riva dell'Aniene, di là
dal ponte, presso la bella torre de' Pazzi, e si avventuravano
prudentemente fin sulle rive del fiume, per scambiar qualche fucilata
con i papalini.
Il vecchio eroe popolare si aggirava intorno le mura di Roma, mentre
ancora erano vivi i ricordi del 1848. Si narrava, in Roma, che egli si
fosse introdotto travestito in città e due notti avesse passato a
Palazzo Piombino. Si diceva che egli avesse giurato di penetrare in Roma
attraverso quella stessa porta S. Giovanni, per la quale si era ritirato
nel 1849. Fu allora che la sua fuga a San Marino e nella Pineta di
Ravenna pose le basi della fama di questo duce nazionale, che così
meravigliosamente ha rinnovato nel nostro tempo le imprese degli antichi
condottieri. Erano passati da quel tempo diciotto anni. Quanti
rivolgimenti si erano operati in Italia in questo spazio di tempo,
quante strane vicende nella sua esistenza! Dapprima, anni infelici di
reazione e di disperazione, ma anche di incessanti congiure, di nascosto
lavorìo per il raggiungimento dell'ideale nazionale. Poi, dopochè la
caduta di Venezia distrusse anche l'ultimo sogno di liberazione
italiana, l'esilio di Garibaldi in America, dove con onorevole lavoro
egli dovè guadagnarsi il pane; poi, sette anni dopo, il primo raggio di
speranza col prender parte il Piemonte alla guerra di Crimea; ritorno di
Garibaldi; l'alleanza della Francia nella insperata guerra
d'indipendenza; il precipitoso crollo dei troni italiani; la sua
spedizione in Sicilia con i mille; il suo ingresso in Napoli, che
costituì il momento più brillante di tutta la sua vita, fatti questi
che somigliavano più ad una romanza normanna che alla verità storica; la
violenta annessione delle Marche, della Romagna, dell'Umbria; l'Unità
italiana; la convenzione di settembre; Firenze capitale; Garibaldi in
nuovo contrasto col Governo, nella solitudine di Caprera; la catastrofe
disperata di Aspromonte; prigionia e angosce a Varignano; di nuovo
Caprera; la seconda insperata guerra d'Indipendenza, coll'aiuto della
Prussia! Venezia libera, l'Italia libera, fino all'Adriatico; non
rimaneva che Roma, per compiere la realizzazione del sogno di unità del
secolo XIX.
Garibaldi rivedeva ora, dopo 18 anni, questa Roma; egli era al suo
cospetto, alla testa di nuove schiere di volontari, avendo di nuovo
concepito il disegno audace di conquistarla. Egli giustificava la sua
illegale impresa attuale proprio con quella data: 1849, e si chiamava
generale dei Romani, come altri si erano detti, un tempo, re dei Romani.
Ma le condizioni erano del tutto mutate; diciotto anni prima egli
difendeva Roma; ora l'assediava e aveva a combattere con quei Francesi
che, 18 anni prima, aveva combattuto sotto le mura di Roma; ed anche
questa volta essi erano sbarcati a Civitavecchia, per penetrare in Roma.
Il medesimo Napoleone li mandava per difendere lo stesso Pio IX, e sotto
la sua protezione viveva quel Francesco II, che egli aveva cacciato da
Napoli. Degli uomini del '48 rimanevano ancora Pio IX, Napoleone,
Garibaldi, Mazzini, tutti ancora alla testa delle varie tendenze e
correnti dell'epoca. Altri erano morti, come Manin, Balbo, Gioberti,
Cavour.
Il 28 ottobre, la flotta francese apparve in Civitavecchia; il mare
agitato ritardò di alcune ore lo sbarco, il 29, ciò che impressionò
molto il partito clericale.
Un proclama del comandante generale De Failly, che era stato preceduto
in Roma dai generali Polhès e Dumont, fu affisso il 30 per le strade di
Roma; esso era così concepito: «Romani! L'Imperatore Napoleone manda per
la seconda volta in Roma un corpo di spedizione, per difendere il Santo
Padre e il trono pontificio dagli attacchi delle bande rivoluzionarie.
Voi ci conoscete da lungo tempo; noi compiamo soltanto una missione
morale e disinteressata. Vi aiuteremo a ristabilire la tranquillità e la
fiducia nella cittadinanza. I nostri soldati rispetteranno, come prima,
le vostre persone, i vostri costumi, le vostre leggi.
«Civitavecchia, 29 ottobre.
«Il Comandante Generale del Corpo di spedizione francese
DE FAILLY».
Il proclama fu letto dagli uni con soddisfazione, dagli altri con muto
sdegno.
Ecco l'ordine del giorno che Garibaldi emise quello stesso 29 ottobre a
Santa Colomba, prima che avesse avuto notizia che i Francesi già
erano sbarcati a Civitavecchia.
«CORPO DEI VOLONTARII ITALIANI.
«Quartiere generale S. Colomba, 29 ottobre.
«Gli Americani lottarono per 14 anni per conquistare l'indipendenza, e
per farsi il più libero e potente popolo della terra; i Greci lottarono
11 anni e più, e così tutte le nazioni, che vogliono redimersi a
indipendenza e unità, e non piegare e cadere in quella prostrazione, a
cui era stata condannata la patria nostra dalla preponderanza straniera.
Il popolo italiano, dopo il sublime slancio del '48, in pochi mesi si
esaurì, e il piccolo insuccesso di Custoza lo fe' retrocedere di molto
sulla strada gloriosa.
«La battaglia di Novara terminò la disgrazia d'Italia, e senza le famose
difese di Venezia e di Roma, la storia di quella guerra sarebbe stata
più che triste per noi.
«Noi siamo impegnati in una lotta col più intollerabile di tutti i
governi, mentre alle nostre spalle ne sta un altro, simile a quello.
Intorno abbiamo la corruzione, la disonestà, la viltà. Mentre un
governo sparge menzogne sul conto dell'altro, l'uno e l'altro cercano un
pretesto per schiacciare questo manipolo di volontari, che sono gli
araldi magnanimi della coscienza nazionale.
«Dal disordine della nostra organizzazione provennero dapprima
conflitti, il ripetere dei quali sarebbe vergognoso, ed anche in questo
io riconosco la mano del tradimento, che ci vuole distruggere.
«A queste schiere di volontari, che offrono al mondo un così nobile
spettacolo e che già han costretto schiere mercenarie a venire
dall'estero a Roma e a far saltare i ponti che vi conducono, conviene un
contegno che sia degno della loro alta missione. Dolori, privazioni,
pericoli saranno gradito tema dei vostri discorsi, quando ritornerete
alle vostre famiglie; e alle vostre donne, o giovani, racconterete con
fronte più fiera le eroiche imprese da voi compiute. Ed ora
affrettiamoci all'impresa che speriamo propizia!»
I liberali avevano sperato che l'occupazione francese si dovesse
limitare a Civitavecchia; ma s'ingannavano. Napoleone aveva ora trovato
il coraggio di dichiararsi alleato dei gesuiti e salvatore del Papato.
Il 30 ottobre nel pomeriggio, i primi battaglioni francesi entrarono in
Roma al suono delle fanfare. Scesero dal Quirinale, circondati dai
legittimisti e dai papalini, i quali erano andati loro incontro fino
alla stazione ferroviaria, per festeggiare un trionfo da lungo tempo
atteso. L'aspetto di queste truppe era fosco e punto famigliare, come
quello di gente che entra in terra nemica e ne sente l'odio su di sè.
Molta gente era per le vie, ma silenziosa. Non una voce si levò.
Il 30 ottobre 1867 fu un triste giorno nella storia d'Italia; esso segnò
un profondo esaurimento morale ed un grande regresso. Non era ancora
passato un anno, dacchè i Francesi erano stati costretti, dalle
condizioni politiche e dalla logica delle opinioni e dei fatti, ad
abbandonare Roma. Allora tutto il mondo si era rallegrato coll'Italia,
perchè finalmente questo giorno era giunto, dopo secoli di aspirazioni e
di sforzi, verso l'indipendenza dalla dominazione straniera. Anche
questo era stato illusione. I Francesi erano di nuovo sbarcati nel
paese, e la loro nuova occupazione sembrava dire al mondo che l'Italia,
incapace a mantenere la sua libertà, era caduta di nuovo per la propria
debolezza nel vassallaggio di un signore straniero.
L'amarezza, la vergogna, la disperazione dei patrioti non ebbero limiti.
Si aspettava la notizia dello scoppio della rivoluzione a Firenze e
della caduta di Vittorio Emanuele. Forse in questa crisi lo salvò la
risoluzione presa dal governo di far passare anche all'esercito italiano
i confini dello Stato Pontificio. Gli Italiani toccarono li 30
Acquapendente, poi Civita Castellana, Ceprano e Frosinone, dove
ristabilivano gli stemmi papali e vicino inalberavano la bandiera
tricolore. Questa fu l'unica dimostrazione contro l'invasione francese,
che il governo italiano trovò la forza di compiere; ma giunse di lì a
poco un ordine categorico da Parigi che ingiungeva agli Italiani di
ripassare i confini.