VIII.

Garibaldi era appena giunto a Scandriglia, quando diede ordine ad Acerbi

di marciare su Viterbo, e a Nicotera di fare irruzione nella Campagna

romana. Egli stesso doveva, con 4000 uomini, dirigersi su Roma e

impadronirsi di Monte Rotondo.

Il 23 ottobre, Acerbi per Torre Alfina si avvicinava a Viterbo con soli

800 uomini. In quella città si trovavano circa 200 pontificii al comando

di Azzanesi. Questi riuscì felicemente a respingere gli assalitori,

quando, nella notte del 24, Viterbo fu assalita alle sue sei porte, ad

una delle quali, porta della Verità, fu appiccato il fuoco. I

garibaldini si ritirarono con grandi perdite.

Garibaldi stesso occupava Monte Maggiore e Passo Corese, donde

minacciava Monte Rotondo. Dai confini del Lazio i telegrafi annunciarono

che i volontarii avanzavano su tutta la linea.

La posizione di Roma si faceva difficile. I 3000 uomini che vi si

trovavano, già stanchi come erano, non avrebbero potuto difenderla, se

le schiere dei garibaldini si fossero, da tutte le parti, riunite sotto

le sue mura. E per di più non si era sicuri che non potesse aver luogo

un secondo e più fortunato tentativo di rivolta. Erano stati arrestati

centinaia di sospetti, ma, dal 22 ottobre, ogni notte dimostrava che la

città era ancora piena di rivoluzionarii. Infatti, con le tenebre

cominciava il giuoco dei petardi. Nell'ora che in Italia è più sacra,

quella in cui suonano le campane i tocchi dell'Ave Maria, sembrava, in

quei giorni, che Roma si riempisse di démoni usciti non si sa di dove,

annunziati dal vivo e fitto scoppiettìo dei petardi, che si univa al

suono solenne delle campane. Che cosa di più strano e suggestivo di

questa armonia sinistra, fatta di bombe e di campane, esprimente, meglio

che non possan far le parole, l'irriconciliabile conflitto di quelle

forze del tempo, che lottavano oggi per il possesso di Roma, e che già

tanti secoli avevano lottato?

Per alleggerire le fatiche delle truppe nel servizio di pattuglia, dei

cittadini clericali avevano formato una milizia nazionale, della quale

fecero parte anche figli di case principesche. Il 25 ottobre, seguendo

in Trastevere le traccie di un focolare di rivoltosi, si scoprì un

deposito d'armi in casa del fabbricante di stoffe Aiani. Gli zuavi

diedero l'assalto a questa casa; del proprietario e dei garibaldini

quasi tutti si fece strage; pochi furono presi prigionieri. Il medesimo

giorno, il governatore militare di Roma proclamava la città in stato

d'assedio, e comandava che fossero consegnate tutte le armi di proprietà

privata.

Frattanto Garibaldi era apparso, nella notte del 24, sopra Monte

Rotondo, villaggio situato in un incantevole colle che domina la valle

del Tevere fino a Corese, e la campagna fino alla città, da cui dista

solo tre miglia tedesche. Aveva fatto tagliare i telegrafi che univano

il villaggio a Roma, per isolare i 370 italiani che vi erano di

guarnigione, al comando del capitano Cortes. Il luogo era forte, e cinto

di mura medioevali, e il castello baronale degli Orsini, oggi dei

Ludovisi, poteva servirgli di rocca. Garibaldi attaccò Monte Rotondo con

400 uomini, ma non aveva artiglieria. I pontificii si servirono, con

successo, di due cannoni, e respinsero gli assalitori. Ripetutamente

rigettato, Garibaldi ricondusse più volte all'assalto la sua schiera;

una porta fu incendiata, ed i garibaldini entrarono finalmente nel

paese, mentre i difensori si ritraevano entro il castello. Questo,

essendo stato minato, la piccola guarnigione si diede prigioniera di

guerra la mattina del 26 ottobre, dopo una valorosa difesa di ben

ventisette ore.

Garibaldi entrò a cavallo nella cattedrale di Monte Rotondo, volendo far

qui la sua sosta; ed anche in ciò egli si palesò figura schiettamente

medioevale. Così Francesco Sforza entrò a cavallo nel duomo di Milano

conquistata; così fece re Ladislao di Napoli il suo ingresso nella

chiesa di S. Giovanni in Laterano, essendosi insignorito di Roma. I

prigionieri furono condotti anch'essi nel duomo, in presenza di

Garibaldi, e siccome essi si scoprirono il capo, quegli, credendo lo

facessero per rispetto verso di lui, fece loro segno di coprirsi[5].

Lodò poi il valore che i prigionieri avevano mostrato, degno, disse, di

una miglior causa; li difese anche dal furore dei garibaldini, che già

qualcuno ne avevano ucciso, e li fece condurre ai confini, di dove le

truppe del re li trasportarono a Spezia, nel forte Varignano. Garibaldi

passò la notte in un confessionale, mentre le camicie rosse facevano del

duomo ciò che avevano già fatto di S. Pietro le selvaggie schiere del

connestabile di Borbone.

Garibaldi era padrone del luogo più forte della provincia; ora Annibale

era alle porte. Ma egli aveva ottenuto queste risultato, l'unico degno

di nota in tutta quella campagna, avendo avuto 400 fra morti e feriti, e

avendo perduto un tempo prezioso. La piccola guarnigione di Monte

Rotondo aveva reso a Roma il più grande servizio; se non avesse

trattenuto Garibaldi resistendogli vivacemente, egli avrebbe affrettato

la marcia su Roma. Prendere Monte Rotondo era d'altra parte necessario,

perchè esso congiunge le strade della Campagna romana alla strada

dell'Umbria. Un esercito che l'abbia occupato, è padrone della strada di

Roma e di quella di Passo Corese, mentre ha facile la ritirata sui monti

di Tivoli e nell'Abbruzzo.

Se Garibaldi avesse allora avuto qualche migliaio di uomini ben armati,

da gettare sulle mura di Roma, prima che i pontificii, richiamati,

tornassero dai varii luoghi della provincia, avrebbe potuto avere in sua

mano la città. Quanto spesso le sue deboli mura aureliane non erano

state, nel medio evo, diroccate in qualche luogo meno vigilato, di

notte, da una schiera di assalitori! Lo stesso poteva ora accadere. Le

truppe pontificie non avrebbero potuto difendere la larga cinta di Roma.

Chi li avesse veduti, quei pallidi e stanchi belgi ed olandesi,

trascinarsi armati per la città, avrebbe ben potuto dire che essi

sarebbero stati incapaci di respingere un attacco alle mura da parte

dei volontari, e di opporsi loro validamente quando fossero entrati.

Essi avrebbero potuto soltanto rinchiudersi nella città leonina, per

difendere in Castel Sant'Angelo il Pontefice, finchè non giungessero

soccorsi di Francia. In Castel Sant'Angelo si sarebbe, infatti, ritirato

Pio IX, come già Clemente VII, per il corridoio sotterraneo che lo fa

comunicare col Vaticano, ed avrebbe forse, dai suoi merli, assistito ad

un secondo sacco di Roma.

Questa città che si trovava, dopo tre secoli, in condizioni analoghe a

quelle del 1527, minacciata come allora da schiere volontarie, offriva

allo spettatore, nel 1867, un quadro di indescrivibile stranezza, simile

a quello che doveva offrire nel 1527. Si sarebbe detto che solo nomi e

costumi fossero mutati. Invece del connestabile di Borbone, Garibaldi

era sotto le mura di Roma, e forse sarebbe caduto nell'assalto alla

città, e, per una ironia della sorte, avrebbe potuto, morendo, ripetere

le parole medesime del Borbone: à Rome! à Rome! Invece di papa Clemente

VII, Pio IX era assorto in preghiere nelle sale del Vaticano. Lo stesso

grido di guerra che aveva guidato le schiere di Borbone e di Frundsberg,

che era stato il grido dell'odio e del bisogno, era ora il grido

dell'esercito di Garibaldi: Roma o morte! Come nelle schiere del

Borbone si trovavano mescolati uomini di tutte le nazioni, così qui

erano entrati democratici d'ogni parte d'Europa. Un uguale disprezzo per

la Chiesa e le sue sacre funzioni, un uguale grido di furore contro il

Pontefice ed il clero, risuonava allora come ora. Pure si potrebbe dire

che i luterani del 1527 e gli Spagnuoli e gl'Italiani che si mischiarono

ad essi, erano meno radicali nella manìa della distruzione dei

garibaldini di oggi. Lo stesso effetto magico, che aveva prodotto il

nome la figura del Borbone sulle sue schiere, ora lo produceva la figura

ed il nome di Garibaldi. Come quelle marciavano cantando canzoni

glorificanti il connestabile, così questi cantavano entusiasticamente la

strofa:

L'ha detto Garibaldi,

E questa è verità,

Chi muore per la patria

In paradiso va.

Quando le schiere garibaldine furono nel duomo di Monterotondo, uno di

essi salì sul pulpito, afferrò il crocifisso e cominciò un sermone

burlesco, condito di innumerevoli sozze bestemmie, invitando finalmente

l'uditorio ad invocare il Dio Garibaldi. Questo fu fatto in mezzo ad un

indescrivibile baccano, dopo di che il predicatore esclamò: «Ed in nome

di Garibaldi io vi impartisco la benedizione». Gli ascoltatori non

risparmiavano ogni sorta di gesti osceni e schernitori delle sacre

reliquie; quello salito sul pulpito fece, col crocifisso, il segno della

croce, poi lo gettò al suolo riducendolo in pezzi.

Questo narra il domenicano prigioniero, cappellano degli zuavi[6], e

dice: «I garibaldini appartengono a tutte le classi sociali; vi sono

nobili, plebei, colti, incolti, ed ogni specie di briganti. Essi

appartengono a tutte le nazioni e si sono tutti riuniti con lo scopo di

condurre, contro la Chiesa e la società Cristiana, la campagna della

distruzione; infine essi sono l'esercito cosmopolita del diavolo, la

spaventevole caricatura dell'esercito cattolico. Fra di essi, molti

hanno avuto una buona educazione cristiana ed hanno eccellenti genitori.

Molti hanno pure ingegno e coltura ed anche maniere distinte e

signorili. Però la massa è fatta di uomini di vita indegna ed errante,

avanzi di galera, o di giovanetti fatti entrare con insidie nelle sètte

segrete, o di vagabondi delle grandi città, senza fisso impiego, che

vanno guadagnandosi il pane alla ventura, servendo da cocchieri,

fattorini, facchini, garzoni e via dicendo. Altri sono braccianti ed

operai. Tutti questi si arruolano per tentar la fortuna, per ammazzare o

lasciarsi ammazzare, senza sapere perchè. Una febbre, un delirio vano li

trascina alla lotta, e non se ne rendono conto. Fra loro sarebbe vano

cercare una qualunque coesione ed unità di idee. Alcuni hanno lo scopo

di distruggere il Papato, come a me stesso hanno detto; altri di fare

l'Italia una; altri di togliere al Papa il potere temporale che, secondo

loro, è contrario al Vangelo, altri di rovesciare tutti i troni e tutti

i re; e molti, finalmente, lo scopo di rubare. Da questa varietà di

intenzioni, nasce una indescrivibile confusione sicchè non c'è da far le

meraviglie se talora si maltrattano e si fan del male fra di loro.

Se fra i loro comandanti uno ordina una cosa, un'altro ne ordina

un'altra, onde l'abitudine di disprezzare e trasgredire i comandi.

Ciascuno si crede un'autorità, e tutti vogliono dominare. Molti di essi

non sarebbero cattivi, ma, in quei momenti di febbre, sono capaci di

eccessi; ne fui purtroppo testimone a Monterotondo, e le sue chiese ne

serbano le deplorevoli traccie. Le loro vesti sono intonate alle loro

idee ed opinioni. Sarebbe difficile trovar fra di loro due uomini

vestiti nello stesso modo. Molti portano la camicia rossa o il berretto

rosso; alcuni son vestiti di rosso da capo a piedi, ma tutti hanno un

cencio rosso in qualche parte. Di religiosità non mostrano traccie;

molti ostentano odio verso ogni forma religiosa; in parecchi si potrebbe

facilmente trovare un'esatta immagine dei demonî, così sinistra appare

la loro veste fiammante, specialmente quando va unita ad uno sguardo

selvaggio ed audace.

V'è un solo nome che li elettrizza: Garibaldi. Esso ha su tutti loro una

tale autorità affascinante, da far veramente supporre, non essendo

possibile scorgervi cause reali, una potenza diabolica a servizio della

sètta segreta.»[7]

Il medesimo monaco descrive i suoi colloquî con Pantaleone, già

francescano, e, dopo Marsala, cappellano di Garibaldi, al quale serviva

da segretario e scriveva proclami, un siciliano schietto, di buon umore

e di estrema vivacità. Fu proprio lui che trovò, per il primo, il grido

di battaglia: Roma o morte! Del che egli stesso si vantava col nostro

monaco, il quale dovè, del resto, a lui la sua salvezza. Pantaleone era

forte e ben fatto; portava un berretto di pelle d'orso, detto

_all'Orsini_, senza tesa, alla maniera armena; sulla camicia rossa

recava, specialmente in battaglia, una giacca nera abbottonata, per non

offrire un bersaglio al nemico. Aveva poi stivaloni e pantaloni scuri,

al fianco una grande sciabola e al collo, attaccato ad una catena, un

fischio per far segnali. Parlava con facilità sorprendente, con uno

stile figurato ed elegante, sopra una infinità di argomenti. Soleva

dire, assai spesso, che la religione cattolica è contro natura, che il

papato è una menzogna, una frode che ha fatto il suo tempo e dovrebbe

essere tolta via. Egli aggiungeva che i preti non amano le loro

famiglie, che rinunciano all'amore coniugale, che deprimono e tengono

soggetti i popoli per mezzo di mille menzogne, e via dicendo. Avendogli

chiesto l'ingenuo monaco se avesse già contratto matrimonio, egli

rispose: «Non ho trovato finora nessuna donna che abbia conquistato il

mio cuore, e non so quando questo avverrà... ma non potrà tardar molto

ad accadere, se non morrò prima. Togli via questa cocolla--diceva poi al

monaco--simbolo di ignominia e di menzogna, e segui noi che siamo gli

uomini della verità. Noi siamo i primi uomini della rivoluzione; è

nostro compito di distruggere il papato e di insegnare le dottrine

semplici del vero Cristo, senza miracoli e senza umiliazioni»[8].

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 13 / 31 题