VII.

Intanto Garibaldi era restato a Caprera, in un'ansia penosa. Le lettere

dei suoi figli e degli agenti rivoluzionari l'avevano informato

dell'insuccesso della spedizione romana; era anche stato avvisato dei

preparativi di Napoleone per l'intervento che il Governo italiano era

sul punto di subire. Già una volta aveva egli tentato di fuggire verso

Livorno, e le navi da guerra in crociera glielo avevano impedito. Egli

concepì subito il disegno di mettersi alla testa delle schiere

volontarie, di muovere su Roma, per iscuotere alla base il Papato e, nel

caso d'insuccesso, di lasciare il proprio corpo fra questo e l'Italia.

Così il 16 ottobre egli lasciò Caprera sul suo battello, felicemente,

come già Napoleone era fuggito dall'Elba. Con o senza la complicità dei

legni da guerra italiani, raggiunse l'isola della Maddalena, dove una

signora inglese lo ospitò; passò poi in Sardegna, donde, travestito,

partì e il 19 ottobre, giorno decisivo, sbarcò sulla Maremma di Livorno,

presso la torre di Vada. Apertamente giunse il 20 a Firenze. Nessuno

pensò a ostacolare il suo viaggio. Rattazzi non era più al potere; il

nuovo Ministero non si era ancora formato; il Governo si trovava

nell'anarchia più completa.

Egli tenne pubblici discorsi sulla piazza di Santa Maria Novella; eccitò

il popolo alla lotta contro il Papato e contro tutti coloro che per

errore o per debolezza si trovavano sulla strada della santa causa

patriottica. Fu entusiasticamente acclamato.

L'addetto d'affari francese chiese subito il suo arresto, per impedirgli

di giungere ai confini e mettersi a capo della schiera dei volontarii,

distruggendo così gli accordi diplomatici fra i due Governi, tanto

faticosamente raggiunti. Si prevedeva che questo sarebbe accaduto

indubbiamente. Ma Garibaldi, con rapida mossa, lasciò Firenze il 22

ottobre, mentre si spiccavano mandati di cattura contro di lui. La

gendarmeria reale lo inseguì, e stava per raggiungerlo a Rieti, quando

egli ne ripartì.

Il 23 ottobre si recò a Passo Corese e, per Scandriglia, penetrò nello

Stato pontificio, dove i suoi due figli e altri capi, come Salomone e

Frigesy, avevano raccolte alcune migliaia d'uomini. Fu informato allora

Garibaldi dei fatti avvenuti a Roma il giorno precedente, ai quali non

era estraneo il suo approssimarsi alla capitale, ma che rimanevano

troppo al di sotto delle sue aspettative.

Si trattava ora di fare un colpo di mano su Roma, prima che i Francesi

sbarcassero e la coprissero; possibilmente, essa avrebbe dovuto

sollevarsi. Una sollevazione in Roma sarebbe stata decisiva. Cento volte

era stata preannunziata, ma poi non era mai avvenuta. Da più settimane

gli agenti mazziniani si davano da fare nella città. Un bergamasco,

Francesco Cucchi, doveva condurre a termine quell'impresa. Si erano

stabiliti segretamente dei depositi d'armi, uno presso San Giovanni de'

Fiorentini un altro sotto San Paolo, nella vigna Matteini. Anche dei

Romani si erano prestati e favorivano il movimento. Anche a Castel S.

Angelo erano riusciti a corrompere due artiglieri, i quali, a un dato

segnale, dovevano far saltare in aria il magazzino delle polveri. Poi,

in molti luoghi, dove le truppe pontificie avevano le loro caserme, nel

palazzo Serristori, in Borgo, nel palazzo Cimarra, ai Monti, ed anche

nella caserma degli Svizzeri, in Vaticano, dovevano essere messe delle

mine. Fu fissato il 21 ottobre per l'insurrezione. Quel giorno, la

_Giunta Insurrezionale Romana_, che si era sostituita al Comitato

Nazionale, pubblicò il seguente energico appello alla rivolta:

«Romani, alle armi! alle armi! per la nostra libertà, pel nostro

diritto, per l'unità della Patria italiana e per l'onore del nome

romano. Il nostro grido di guerra sia: Morte al Potere Temporale dei

Papi! Viva Roma, viva la capitale d'Italia! Noi vogliamo rispettare ogni

credenza religiosa, ma liberarci per sempre da una tirannia che ci

separa a forza dalla famiglia italiana, e vuol perpetrare che a Roma

sia estraneo il diritto di nazionalità, e che essa appartenga a tutto il

mondo, ma non all'Italia! I nostri fratelli hanno già da più giorni

alzato la bandiera della santa ribellione e arrossano del loro sangue la

Via Sacra che conduce a Roma. Non soffriamo più oltre che essi rimangano

soli. Rispondiamo al loro appello di eroi colla campana del Campidoglio.

Il nostro dovere, la comunanza della causa per la quale si combatte, la

tradizione di Roma, lo vogliono. Alle armi! Chi può portare un fucile,

corra alla lotta! ogni casa sarà una fortezza, ogni ferro un'arma! I

vecchi, le donne, i fanciulli possono costruire barricate; i giovani le

difenderanno. Viva l'Italia, Viva Roma!»

Alla diffusione di questo proclama rispose un silenzio di tomba. Coloro

che lo avevano composto, non conoscevano le condizioni dello spirito

pubblico a Roma. Essi potevano contare solo sulle poche centinaia di

uomini che segretamente erano stati introdotti nella città, e su quei

pochi romani che erano stati persuasi a viva voce a secondare e favorire

il tentativo di insurrezione. Roma non era più la città del medioevo.

Allora essa aveva una cittadinanza chiusa solidamente nelle corporazioni

di mestiere, la quale custodiva l'ideale di una repubblica politica

indipendente; una milizia divisa nelle varie milizie dei rioni, al

servizio del magistrato capitolino, ed una nobiltà in parte ghibellina,

pronta sempre alla lotta. Allora la città si sollevava abbastanza di

frequente contro gli odiati pontefici, che cacciava o costringeva al

riconoscimento dei suoi diritti politici. Nella Roma attuale di 220,000

abitanti, le condizioni erano del tutto mutate. La cittadinanza non

aveva più alcun carattere politico; la nobiltà conduceva, all'ombra

degli alberi genealogici, una vita di vuoto ozio (le eccezioni erano

rare); il che è vergognoso, ma storicamente spiegabile. In gran parte

essa apparteneva a famiglie beneficate e illustrate dai papi che

uscirono da esse. Ma parte della popolazione romana era devota al

Governo papale, al cui servizio si trovava, che la nutriva, tenendola

necessariamente soggetta, per mezzo del clero. Credevano dunque

realmente, i mazziniani, che si sarebbe trovata in Roma una massa

compatta, di sentimenti italiani, che si sarebbe sollevata al loro

appello per costruire barricate, per farsi fucilare dagli zuavi, o in

ogni caso, dopo una sanguinosa repressione per opera dell'esercito

francese, per finire la vita in esilio o in carcere?

C'erano di guarnigione, nella città, circa 3000 uomini, al comando del

marchese Zappi, e ripartiti in modo da poter in breve domar la sommossa,

se fosse scoppiata. C'era l'ordine che cinque colpi di cannone dessero

l'allarme da Castel Sant'Angelo. Furono prese molte misure di difesa,

per consiglio specialmente del generale Prudon, il quale il 20 ottobre

era venuto a Roma ad assicurare il Papa dell'immancabile protezione

francese e a persuaderlo a restare a Roma, finchè la flotta francese da

Tolone non fosse giunta a Civitavecchia. Egli consigliò anche di

abbandonare le provincie, e di concentrare in Roma le truppe che vi si

trovavano sparse, per difendere questa città, mira unica del movimento.

Nella notte dal 21 al 22 ottobre si cominciarono a barricare le porte, a

porre trincee dinanzi a quelle che rimanevano aperte, e a rincalzare,

dal di dentro, con terrapieni, quelle che si potevano serrare. Questo si

chiamava nel medioevo _fabbricare le porte_. Furono completamente chiuse

le porte Maggiore, Salara, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Pancrazio, S.

Sebastiano. Il Ponte Rotto e il nuovo ponte alla Lungara furono resi

impraticabili col levar via le tavole che li coprivano. I tre ponti

sull'Aniene, Salaro, Nomentano e Mammolo, sulla via di Tivoli, furono

minati. Si praticarono feritoie nelle mura, ed anche al Pincio, e si

stabilirono batterie di cannoni. Se ne pose una al punto dove la

ferrovia entrava in città. Le fosse di Castel Sant'Angelo furono empite

d'acqua.

La notte del 22 ottobre trascorse passò tranquilla; si udì solo lo

scoppio di petardi in molte strade, e l'allarme delle sentinelle e i

colpi delle loro armi.

Una tensione febbrile era in tutti gli animi. Roma si sentiva separata

dal mondo: i telegrafi erano inattivi, la posta irregolare; le ferrovie

interrotte in parte ai confini dall'esercito pontificio medesimo.

Sinistre voci correvano. Che contrasto fra la Roma splendida del giugno

e la squallida Roma di ora!

Il 22 ottobre si diffuse la voce che la sera, in città, sarebbe

scoppiata la rivolta; se ne parlava apertamente negli alberghi e nei

caffè. Si sapeva che Garibaldi era andato a Firenze; si diceva che si

sarebbe posto alla testa delle schiere volontarie, che Roma si sarebbe

sollevata, e che egli vi avrebbe fatto il suo ingresso trionfale. Tutti

gli orrori di una guerra civile per le vie, tutti gli eccessi che si

compiono in una rivoluzione, forse anche un probabile saccheggio,

riempivano molti di apprensione e di angoscia. In molte famiglie, dove

erano da temersi vendette da parte del partito d'azione, regnava grande

spavento. Era vivo ancora in città il ricordo del famoso sacco di Roma

da parte delle bande del Borbone.

Verso sera l'aspetto di Roma si fece spaventoso. Botteghe e porte

chiuse; qua e là si facevano arresti; gli accessi al corso deserto erano

sbarrati da sentinelle; pattuglie a piedi e a cavallo percorrevano le

strade.

Una bomba, gettata correndo da un uomo contro il corpo di guardia di

Piazza Colonna, diede il primo segnale della rivolta. Subito dopo si udì

un frequente scoppiar di petardi, un rumore di moschetteria, e un sordo

rimbombo. Saltava in Borgo la mina a palazzo Serristori; una parte del

grande edificio, dove avevano il quartiere principale gli zuavi, saltò

in aria, seppellendo più di venti persone, in massima parte giovani

musicanti del corpo e orfani della città. Fortunatamente non si riuscì a

incendiare le mine poste sotto le altre caserme. Gli artiglieri che

erano stati guadagnati alla causa rivoluzionaria, in Castel Sant'Angelo,

erano già stati scoperti e imprigionati. Secondo il loro piano, i

rivoluzionari, non più di 500 uomini, si erano divisi in piccole bande e

dovevano impadronirsi dei varî posti militari. Il corpo di guardia del

Campidoglio doveva essere forzato, e si doveva suonare la campana della

torre per chiamare alle armi i Romani. I 50 garibaldini che mossero

contro il Campidoglio, furono dispersi da un paio di fucilate. Eguale

esito ebbe ogni altro tentativo del genere. Solo a porta S. Paolo i

garibaldini, in numero di 400, al comando, dicesi, di un deputato

italiano, riuscirono a impadronirsi del corpo di guardia. Una parte di

essi occupò quella porta fortificata e a forma di rocca; altri si

diressero verso S. Paolo, per impadronirsi del deposito di armi ch'era

nella vigna Matteini. Ma la polizia l'aveva già scoperto e portato via.

Un altro deposito, nascosto in una cava di pozzolana presso la basilica,

non potè essere rintracciato da quelli stessi che ve l'avevano

stabilito. La schiera, tornando verso la porta, si scontrò coi

pontificii, e si disperse dopo breve combattimento. Anche la porta fu

riconquistata dalle truppe papali. L'assalto al gassometro, presso il

Circo Massimo, tentato allo scopo di far piombare Roma nelle tenebre,

fallì egualmente.

La piccola schiera di volontarii, condotta dai fratelli Cairoli lungo il

Tevere, verso la città, coll'intenzione di approdare a Ripetta, non

giunse fin qui, ma occupò, fuori delle mura, una villa sulle alture

dell'Acqua Acetosa.

Senza le armi sparse qua e là, le vesti lacere gettate sulla strada,

delle traccie di sangue, e specialmente senza la rovina del palazzo

Serristori, la grande maggioranza dei cittadini romani non avrebbe

saputo, il mattino del 23 ottobre, che nella notte si era combattuto.

Quella mattina stessa delle truppe mossero da Porta del Popolo verso

l'Acqua Acetosa, per snidarne la schiera di Cairoli. Là, fra il Tevere e

l'Aniene, presso la loro confluenza, sorgono dei colli verdeggianti che

digradano in prati tranquilli fino al Tevere, il quale scorre maestoso

fra due rive basse, in vista dei lontani e pittoreschi monti della

Sabina. Qualche casetta di campagna sorge in quei colli detti Parioli.

Su questi, nella villa Glori, si erano fermati i 70 volontarii, fra cui

erano patriotti, uomini di coltura e di audacia, in gran parte

possidenti di campagna e ingegneri, studenti, soldati. I due fratelli

Cairoli li guidavano, Enrico deputato al Parlamento, e Benedetto,

capitano d'artiglieria nell'esercito italiano. Fra loro vi era anche un

conte Colloredo, napoletano, della casa Acton. Attaccati all'improvviso

dai carabinieri pontificii, questi garibaldini si difesero da eroi, in

una lotta corpo a corpo. Dopo che Enrico e molti altri furono uccisi o

messi fuori di combattimento, i restanti si dispersero o furono fatti

prigionieri.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 12 / 31 题