Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma.
L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano,
e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli
arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai
magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e
centinaia di _camicie rosse_ venivano ogni giorno trasportate dai treni
ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose
figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si
riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della
città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro
monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la
guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle
diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.
Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella
quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità
declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che
proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella: _Levate in
circuitu oculos vestros_,[3] con la quale una volta il gran nemico del
papato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica
alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i
vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le
abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma
Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che
vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni
uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono
calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza
trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie
e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di
cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei
spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte:
Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che
insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed
umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le
anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità,
derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano
il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano
l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perverse
brame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.
«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa
malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito
diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra
illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e
dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che
dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di
aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro
venuta a Roma. Ma queste persone--occupino esse pure un alto grado nella
gerarchia civile--tremino di vedersi ben presto punite del loro
contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente
Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo
benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro
canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa
ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti,
sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna,
riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la
nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano
vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egli ben saprà fiaccare e
distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o
fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste
posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo
Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele
esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo
che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a
lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei
nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo
anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta
da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li
depredano, li tormentano...».
Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse
più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.
Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava
ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa
avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di
settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato
accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere
stata modificata, che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella
prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi
dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo
Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.
Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa
enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli
Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il
Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà
l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato
Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma
il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso,
e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore
in nome del Pontefice.
Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai
fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo
aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era
impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale;
avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la
crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito
italiano. Nigra,[4] plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu
incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una
seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava
contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per
risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato
Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della
sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e
venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del
Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad
un Congresso le potenze.
Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia
riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a
che si tenesse un Congresso delle potenze; ma poteva essere tenuto
questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato
Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro
delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di
Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo
italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi
ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava
all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello
Stato pontificio.»
Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta
dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare
di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò un
_ultimatum_ a Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che
Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta
dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei
comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che
dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di
Garibaldi.
Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per
prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a
partire sulla squadra che aspettava ordini a Tolone, nel caso che il
Governo italiano non si sottomettesse all'_ultimatum_.
Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo
aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre
ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe
potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si
fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse
perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il
territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che
potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza
del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto
anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da
richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore
dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano
lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che
questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore
marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo
scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua
Santità, non dividendo in verun modo le idee espresse nella missiva,
idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.
E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che
stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da
Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del
Senato di Roma?
La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il
congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo
Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte,
nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla
Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel
dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi
dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva
quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava
infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava
ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa,
poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.
L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non
essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo
plenipotenziario telegrafò, il 20, da Roma, che quel giorno non si
trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.
In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle
oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato,
l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17
ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il
violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi
perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate
da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava
tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere
l'imbarco a Tolone. Il 22, il _Moniteur_ ne dava notizia in un articolo
che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato
pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano
fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.
Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano
tanto bramosamente sperato.