VI.

Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma.

L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano,

e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli

arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai

magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e

centinaia di _camicie rosse_ venivano ogni giorno trasportate dai treni

ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose

figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si

riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della

città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro

monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la

guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle

diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.

Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella

quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità

declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che

proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella: _Levate in

circuitu oculos vestros_,[3] con la quale una volta il gran nemico del

papato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica

alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i

vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le

abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma

Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che

vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni

uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono

calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza

trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie

e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di

cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei

spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte:

Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che

insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed

umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le

anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità,

derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano

il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano

l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perverse

brame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.

«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa

malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito

diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra

illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e

dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che

dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di

aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro

venuta a Roma. Ma queste persone--occupino esse pure un alto grado nella

gerarchia civile--tremino di vedersi ben presto punite del loro

contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente

Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo

benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro

canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa

ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti,

sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna,

riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la

nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano

vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egli ben saprà fiaccare e

distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o

fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste

posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo

Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele

esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo

che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a

lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei

nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo

anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta

da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li

depredano, li tormentano...».

Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse

più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.

Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava

ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa

avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di

settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato

accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere

stata modificata, che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella

prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi

dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo

Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.

Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa

enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli

Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il

Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà

l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato

Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma

il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso,

e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore

in nome del Pontefice.

Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai

fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo

aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era

impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale;

avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la

crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito

italiano. Nigra,[4] plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu

incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una

seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava

contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per

risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato

Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della

sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e

venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del

Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad

un Congresso le potenze.

Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia

riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a

che si tenesse un Congresso delle potenze; ma poteva essere tenuto

questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato

Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro

delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di

Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo

italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi

ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava

all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello

Stato pontificio.»

Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta

dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare

di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò un

_ultimatum_ a Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che

Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta

dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei

comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che

dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di

Garibaldi.

Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per

prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a

partire sulla squadra che aspettava ordini a Tolone, nel caso che il

Governo italiano non si sottomettesse all'_ultimatum_.

Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo

aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre

ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe

potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si

fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse

perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il

territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che

potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza

del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto

anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da

richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore

dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano

lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che

questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore

marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo

scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua

Santità, non dividendo in verun modo le idee espresse nella missiva,

idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.

E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che

stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da

Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del

Senato di Roma?

La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il

congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo

Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte,

nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla

Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel

dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi

dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva

quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava

infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava

ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa,

poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.

L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non

essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo

plenipotenziario telegrafò, il 20, da Roma, che quel giorno non si

trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.

In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle

oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato,

l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17

ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il

violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi

perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate

da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava

tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere

l'imbarco a Tolone. Il 22, il _Moniteur_ ne dava notizia in un articolo

che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato

pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano

fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.

Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano

tanto bramosamente sperato.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 11 / 31 题