L'invasione, da parte delle schiere di volontari, dello Stato della
Chiesa, invasione che durò più di cinque settimane, rappresenterà un
giorno un notevole e altamente drammatico episodio della storia di Roma
e del Papato. Nella storia d'Italia essa sarà una pagina dolorosa, che
non farà certo onore al Governo di quel tempo, del quale mostrò il
macchiavellismo e la debolezza profonda. Se, nel futuro, le difficili
questioni dei nostri giorni avran trovato una soluzione in un regime di
libertà, i popoli si rivolgeranno indietro e considereranno quel periodo
della nostra storia con stupore eguale a quello con cui noi consideriamo
oggi le forme di anarchia medioevale e feudale.
E invero, nell'anno 1867, sembrarono risuscitate d'un tratto, con tutti
i loro caratteri, le compagnie di ventura medioevali e quei condottieri
del passato, che, indipendentemente dallo Stato, conducevano i loro
eserciti attraverso le campagne. Chi fu allora in Roma testimone di
questo stato di cose, credette di essere tornato d'un tratto a vivere
nel Medio Evo, e in un paese dove nullo era oramai il potere delle
leggi; vide cose e figure che aveva già riscontrate nelle cronache di
quel tempo, al quale potè esattamente rassomigliare quest'epoca
straordinaria. Garibaldi, l'uomo più moderno del suo tempo, secondo il
suo ideale, è pure fra gli italiani del nostro tempo quello che, per la
sua figura psichica, più profondamente è legato alle forme e ai
sentimenti medioevali, ciò che spiega in parte la sua grande popolarità.
Egli sta fuori dello Stato; come un _condottiero_; vive, eremita
agitatore, in un'isola solitaria, lungi dal continente. Egli appare
nella sua patria solo per mettere in esecuzione i suoi disegni, a
dispetto dello Stato, per mezzo di agitazioni popolari e di schiere di
volontari. Monreale, Sforza Attendolo, Piccinino e Fortebraccio
avrebbero certo riconosciuto in lui un collega, un valoroso capitano di
bande; al loro tempo, egli si sarebbe formata una repubblica militare, o
avrebbe conquistata una corona ducale. Oggi, però lo distingue da quei
condottieri il fatto che egli ha messo la sua spada al servizio della
sua patria e del suo popolo. Egli combatte con disinteresse repubblicano
per le idee del presente, anzi, forse, per le idee del futuro. Egli
vuole abbattere l'idolo dell'assolutismo e della tirannía, così
spirituale che temporale, ma vuol porre al suo posto un altro idolo, il
cui dispotismo non potrebbe forse essere minore. Anch'egli, con la
noncuranza di un tiranno degli antichi tempi, ha sacrificato la balda
gioventù della sua patria, servendosene come di strumento per i suoi
fini.
La questione romana, così profondamente connessa con tutto l'ingranaggio
complicato del mondo europeo, pareva, a questo uomo di guerra, un nodo
gordiano che la spada sola potesse risolvere. Ma egli non aveva la spada
di Alessandro, e se anche ciò non è che un simbolo della realtà
contemporanea, come l'uovo di Colombo, l'opinione europea non avrebbe
mai riconosciuto in Garibaldi o in Mazzini e il suo partito, i suoi
rappresentanti e i suoi patrocinatori.
E veramente sembra ai nostri occhi un sogno fantastico che delle
schiere, accozzate alla rinfusa, male armate e senza disciplina, e tali
che gli antichi condottieri d'Italia avrebbero sdegnato di prenderle al
loro servizio, avessero la pretesa di conquistare Roma, come un
Connestabile di Borbone! Eppure, proprio nel nostro tempo, un disegno di
tal genere fu possibile, e ci mancò poco che questo sogno si
trasformasse in realtà. Un giorno questo sarà un mito nella storia di
Roma.
E l'ardente e nobile patriottismo di un guerriero della specie di
Garibaldi, e l'audacia sublime che spingeva le sue schiere alla morte,
saranno riconosciuti ed ammirati anche da chi ha condannato la sua
impresa come dannosa alla patria, ed ha tremato al pensiero che il
principio della libertà brigantesca degli Americani della Plata o del
Chilì potesse trovare esplicazione anche in uno Stato della civile
Europa. Ma questo è tutto quel che si può dire a questo proposito.
Invece, lo spassionato giudizio del più caldo amico della nazione
italiana e della libertà dei popoli considererà sempre, con disprezzo e
disistima, coloro che seguirono, in questo falso giuoco, le regole del
«Principe» di Machiavelli, perchè si deve annunciare fino ai confini del
mondo la giustezza della massima di Washington, e provare che la
migliore politica è la verità. La storia della politica fu arricchita,
nel 1867, di una commedia tale, che a lungo dovrà l'umanità ricercar ne'
suoi annali, per trovarne una simile; e, se in nome della libertà si
perpetrarono spesse volte delitti, raramente in suo nome si commisero
così fondamentali sciocchezze.
Il Gabinetto italiano, per la sua debolezza e per una specie di strana
illusione, fu condotto a tollerare il pericoloso disegno dell'invasione,
poi anche ad accettarlo e accelerarlo, ciò che gettò l'Italia nella più
terribile crisi, mise in giuoco la monarchia e l'unità del paese, e
produsse, in tutta la nazione, una spaventosa demoralizzazione. Così,
fra una diplomazia senza forza ed una eroica furia di condottieri, si
maturarono grandi errori. Si sperava in una sollevazione romana, la
quale mancò. Non ve ne fu alcuna negli Stati della Chiesa, e tanto meno
a Roma e a Viterbo, dove gli agenti del partito rivoluzionario facevano
vani sforzi per suscitarla. Solo una vera rivolta negli Stati della
Chiesa poteva, se fosse apparsa chiaramente l'espressione della volontà
popolare, mutare la situazione, far sembrare giustificato un intervento
da parte dell'Italia, e escludere assolutamente quello francese. Ma
poichè essa non avvenne, e la popolazione dello Stato romano rimase
tranquilla, invano si sarebbe voluto far passare per insurrezione
popolare una invasione di truppe volontarie di altre regioni. Si
contava, da parte di queste schiere, sulla inabilità e sul carattere
imbelle delle truppe pontificie, oltre che sulla diserzione
dell'elemento italiano; ma questi soldati, stranieri e paesani, si
batterono con inaspettato valore, rimanendo fedeli alla bandiera, sulla
quale avevan giurato. Si contava anche sugli errori del Governo
pontificio, ma questo raramente dimostrò come allora tanta
ragionevolezza e tanta forza, e seppe mantenere, in condizioni tanto
difficili un contegno così legittimo e conveniente, che fece ottima
impressione sull'opinione pubblica europea, specialmente perchè in
contrasto con quello del Governo italiano.
Si sperava specialmente sull'approvazione tacita del protettore di
Francia, e sul suo consenso alla modificazione del trattato di
settembre. In Inghilterra correvano delle voci che affermavano prossima
questa modificazione, per l'estate futura, e che Napoleone si sarebbe
ricreduto e si sarebbe deciso all'intervento dopo che aveva appreso di
sicure offerte di Rattazzi alla Prussia. Comunque sia, Napoleone non
poteva lasciar manomettere dalla parte rivoluzionaria, contro la quale
egli si era drizzato, un trattato da lui confermato e riconosciuto; egli
intervenne--poichè lo Stato Romano non si era sollevato--a favore del
Papa e del Potere spirituale, col quale voleva mantenersi in buona
amicizia, dapprima esitando e temporeggiando, poi con inconsiderata
gravità.
Secondo il piano di Garibaldi, l'invasione doveva procedere da tre lati;
dalla Sabina e l'Umbria, dalla Tuscia e dal Lazio, dovevano le schiere
dirigersi alla loro mèta: Roma. La prima è la via più breve e conduce
direttamente a Roma, poichè qui i confini, a Corese e Scandriglia, sono
distanti dalla città appena due ore di treno. Menotti, il figlio di
Garibaldi, prese là il comando delle schiere che scendevano dall'Umbria.
La seconda strada passa da Viterbo, prima mèta delle truppe che la
seguirono, oggi seconda città dello Stato, situata in una ricca campagna
ed abitata da una popolazione che fu sempre ritenuta audace, fiera ed
amante di novità. Qui doveva assumere il comando Acerbi. Sulla terza
strada, Nicotera doveva dirigere l'invasione contro Roma attraverso i
Monti Latini. Questi ultimi due capi erano deputati al Parlamento
italiano. Inoltre, dei manipoli minori dovevano far capo a queste strade
da varii punti per assalire, qua e là, le guarnigioni pontificie, per
tenere occupato e sparso tutto l'esercito pontificio col sistema della
_guerriglia_.
Il grosso di queste schiere era formato di gente accozzata alla rinfusa,
della quale una gran parte sapeva appena maneggiare un fucile. Le loro
condizioni, che avrebbero fatto andare in visibilio un romanziere o un
Salvator Rosa, hanno fatto dubitare e restare perplesso ogni uomo di
guerra; erano camerieri, cocchieri, servi, studenti scrivani, contadini,
sarti, calzolai, operai di ogni genere, lavoranti di fabbriche, ogni
sorta di gente affamata. Nelle loro file si trovavano anche uomini e
giovani di estesa coltura, nobili e ricchi, ed anche delle signore
emancipate, che seguivano a cavallo il piccolo esercito. Simili imprese
non si compiono che in Italia, perchè qui risponde ad esse il singolare
carattere della popolazione. Certo che la leva, che muoveva tutta questa
gente, era, in prevalenza, il bisogno e lo spirito d'avventura, ma
sarebbe ingiusto considerare queste schiere solo come una riunione di
mascalzoni e di canaglia. L'esaltazione patriottica si era dai circoli
democratici diffusa fra le classi più infime della popolazione, e quei
poveri operai si batterono eroicamente a Mentana. Vi erano infine, fra
di essi, noti patriotti e spiriti nobili, i quali, pieni di sentimento
patrio, avevano risoluto di sacrificare, alla patria, tutto, anche la
vita. E questi andavano di mano in mano crescendo di numero; tutti gli
stati e provincie d'Italia vi avevano i loro rappresentanti; finalmente
dei veri e proprii soldati italiani, segretamente congedati, vennero a
rafforzare queste bande di volontarii.
Erano divisi in battaglioni. La loro uniforme doveva essere la camicia
rossa, ma non tutti ne possedevano una; molti indossavano, sui loro
abiti, un pezzo di stoffa rossa. Tutti avevano ai cappelli una piuma di
gallo o di falco. Le armi erano manchevoli e in cattivo stato. Molti
non avevano che lancie, pugnali e sciabole. Alcuni battaglioni avevano
armi usate, uscite dai magazzini delle guardie nazionali. Il metodo di
approvigionamento e di rifornimento di questo esercito era primitivo,
come quello del suo armamento. Essi facevano assegnamento sulle
contribuzioni dei luoghi che occupavano, ma tutti sanno che i castelli
dei distretti della Sabina e del Lazio sono in gran prevalenza abitati
da agricoltori assai poveri, che vivono del grano dei loro campi, delle
rendite dei loro vigneti, degli oliveti e castagneti. E si poteva
davvero ben profetizzare che il patriottico fanatismo di Garibaldi
avrebbe gettato nella miseria tante migliaia di persone, come al tempo
di Aspromonte, se a lui ora non fosse riuscito, come allora, di
trascinarsi dietro tutto il popolo italiano e di far levare in armi il
popolo dello Stato Pontificio.
L'esercito che il Papa poteva opporre a queste schiere di volontarii,
contava allora 12,981 uomini e 929 cavalli, di cui 8000 veramente atti e
pronti a combattere. I corpi, disposti secondo il numero degli uomini,
erano in quest'ordine: reggimento di zuavi, 2237; legione di gendarmi
indigeni, 2082; reggimento di linea, anche indigeno, 1595; battaglione
di carabinieri stranieri, 1233; legione francese d'Antibes, 1096;
battaglione di cacciatori, 956 fanti e 442 cavalli; finalmente 5
batterie di artiglieria.
Questo esercito era formato da italiani dello Stato pontificio e da
stranieri d'ogni nazionalità. Da quando il Papato si era trovato in
serie difficoltà, al ritiro dell'esercito francese, tutte le regioni del
mondo si erano date, con grande zelo cattolico, alla ricostituzione
dell'esercito pontificio.
Numerose associazioni belghe, francesi, ed anche americane, inviavano a
Roma casse piene di denaro e di armi, come tributo. La stampa cattolica
diede ai nuovi volontarii l'enfatico titolo di Crociati di San Pietro,
giubilando per il rinnovarsi della crociata. La piccola armata papale
rappresentava infatti lo sforzo della cristianità intera; molte favelle
e molte nazionalità vi erano rappresentate: scozzesi, irlandesi,
polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, belgi, canadesi, mori
dell'Africa, italiani, spagnuoli si mescolavano sotto lo stendardo
dell'arcangelo Michele; ed anche in questo cosmopolita esercito non era
solo lo zelo religioso che spingeva tanta gente; in taluni era piuttosto
lo spirito di avventura, il bisogno, o un passato da redimere.
Il corpo scelto della milizia di S. Pietro, la vera guardia dei
cavalieri della Croce, erano gli zuavi. Lamoricière aveva istituto
questo corpo in memoria delle sue campagne africane, quando nel 1866 il
Pontefice lo aveva chiamato a Roma, salvatore del Potere temporale.
Molti figli di antiche case legittimiste di Francia e del Belgio
servivano in questo esercito come ufficiali, o anche come semplici
soldati a piedi. Loro colonnello era De Charette, discendente del famoso
capitano della realista Vandea. Il corpo era in prevalenza formato da
francesi e da belgi, e parlava francese. Il loro costume mezzo turco, di
colore turchino, un po' teatrale e appariscente, era volentieri
indossato da molti signori. La maggior parte di questi ufficiali degli
zuavi, ed anche dei soldati semplici, era piena di sentimenti cattolici
e di ideali medioevali; essi ardevano dal desiderio di venire alle mani
coi ribelli italiani, coi democratici dalla camicia rossa, gli eretici,
e di vendicare tutti gli insulti patiti dal Pontefice negli ultimi anni.
A capo dell'esercito papale era il generale Kanzler, già ufficiale
nell'esercito di Baden e da lungo tempo al servizio del Pontefice. Una
abile ritirata del suo battaglione, dopo la battaglia di Castelfidardo,
aveva richiamato l'attenzione su di lui, cosicchè fu promosso di grado e
nominato vice ministro alla guerra. Il Ministero della guerra pontificio
era stato sin qui affidato a prelati; ultimamente a Merode, cognato di
Montalembert, e questo costume non poteva essere molto giovevole
all'organizzazione dell'esercito. Quando, finalmente, esso fu affidato
ad un uomo d'armi, subito se ne notò il visibile cambiamento. La serietà
e l'attività del generale riordinarono in breve le truppe, e certamente
lo Stato Pontificio deve al Kanzler se così a lungo potè resistere alle
forze degli invasori.
Lo Stato della Chiesa era stato ripartito in zone militari: Viterbo,
Civitavecchia, Tivoli, la Sabina, e Campagna e Marittima (Velletri e
Frosinone). Queste formavano insieme una mezza divisione sotto il
comando del generale De Courten; l'altra mezza divisione, un duemila
uomini, risiedeva a Roma, sotto il generale Zappi. Nelle città maggiori
risiedevano compagnie; nelle minori spesso soltanto posti di
gendarmeria. La guarnigione della Campagna fu rinforzata da volontarî
della popolazione campagnuola, i così detti ausiliari o squadriglieri, i
quali formarono corpi militarmente organizzati, serbando il loro costume
pittoresco della ciociaria e i sandali caratteristici. Si erano già
costituiti militarmente al tempo della guerra contro il brigantaggio,
nel 1866-67, nella quale avevano reso grandi servigi alla regione
laziale. Un battaglione di essi, forte di 638 uomini, risiedeva a
Frosinone e nei confini di Napoli. Altri si erano, altrove, incorporati
nella gendarmeria. In complesso, la loro forza ammontava a 1200 uomini.
Alla fine di settembre il Lazio offriva uno strano e comico aspetto.
Mentre lo Stato Pontificio si preparava a contrastare con tutte le sue
forze l'occupazione di Roma e di tutto il territorio, ai confini
facevano le loro evoluzioni da 10 a 20,000 soldati italiani, in una
attitudine equivoca e misteriosa, che avrebbero dovuto tener lontano dai
confini le schiere volontarie, ma, viceversa, le lasciavano palesemente
entrare e uscire, mentre essi stessi cantavano inni patriottici, col
ritornello: «Andremo a Roma Santa». Stavano, coll'arme al piede, a
guardare tranquillamente centinaia di camicie rosse, divise in piccole
bande, aggirarsi intorno ai confini, ardendo dal desiderio di irrompere
nella regione pontificia, mentre il loro duce, il capo del movimento, il
cui nome era da solo un grido di guerra, era ancora relegato sullo
scoglio di Caprera. Intorno a quest'isola incrociavano sette legni da
guerra italiani, come già i legni da guerra inglesi avevano un tempo
incrociato intorno all'Elba, gelosi di un uomo più grande, che stava là
preparando le audaci imprese contro il continente.
Il 29 settembre venne a Roma l'annuncio che era cominciata l'invasione.
Nella notte, 40 garibaldini avevano passato i confini a Grotte S.
Stefano in provincia di Viterbo, avevan disarmato quel posto di
gendarmeria, strappato gli stemmi papali, e piantato la bandiera
italiana. Poi si erano diretti su Bomarzo, dove si era ripetuta la scena
stessa. Da quel giorno, ebbero spesso lungo qua e là in vari punti,
piccole invasioni di questo genere. Il 29 stesso, altri occuparono
Bagnorea e Torre Alfina, e il giorno seguente il luogo più importante,
Acquapendente. La caserma dei gendarmi si difese, in questa città, per
ben tre ore, poi si arrese. I garibaldini si impadronirono delle casse
pubbliche, arrestarono il Magistrato e levarono contribuzioni.
Dichiaravano di essere l'avanguardia del generale Acerbi; avevano a capo
un tal conte Pagliacci, emigrato da Viterbo.
All'annuncio della occupazione di Acquapendente, il colonnello Azzanesi
si mosse da Viterbo con truppe; piombò sui garibaldini il 2 ottobre a S.
Lorenzo, li mise in fuga, prese molti prigionieri, rioccupò
Acquapendente. I fuggiaschi si radunarono e Bagnorea, l'antico _Balneum
Regis_. Un corpo di 95 zuavi ve li assalì di sorpresa, ma fu respinto
con perdite, finchè non giunsero rinforzi pontificii. Bagnorea fu
assalita il 5 ottobre; i garibaldini, in numero di 500, si ritirarono
lasciando 100 fra morti e feriti e 178 prigionieri. Questo fu il primo
fatto notevole di quella guerriglia. Esso mostrò, contro ogni
previsione, che i soldati pontificii sapevano battersi con valore e
serietà, ed erano tanto validi ed atti alla guerra, quanto erano inetti
i loro avversarî.
Ogni giorno avvenivano a Roma partenze di truppe; la città pareva
vuotarsi completamente di milizie, e giornalmente arrivavano notizie di
nuove invasioni nella regione laziale. Una straordinaria eccitazione
cominciò a notarsi in città, anche perchè venivano sparse ad arte, di
tanto in tanto, delle notizie di sconfitte, di vittorie, di sollevazioni
ipotetiche.
Le schiere volontarie, scacciate da Bagnorea, si erano gettate su Torre
Alfina, piccolo villaggio sul confine toscano, fortissimo per la natura
del luogo. Qui il generale Acerbi radunò le sue schiere, come in un
quartier generale, per piombar su Viterbo, appena fosse possibile.
Contemporaneamente altre bande si fortificavano a Nerola, Moricone,
Montemaggiore, Montelibretti; piccoli e deserti luoghi della Sabina.
Sono veri aggruppamenti di case in cima ad aspre rupi, dalle quali
emerge la chiesa, e qualche torre medioevale diroccata, e il grandioso
castello baronale, del tempo in cui gli Orsini dominavano tanta parte
della Sabina.
Il giovane Menotti condusse là 600 uomini, coi quali sperava di poter
irrompere nella campagna verso Tivoli, se appoggiato da altre truppe, e
favorito dalla concertata conquista di Subiaco che doveva congiungerlo
agli Abruzzi. Garibaldi aveva nominato il figlio suo luogotenente, con
un decreto da Caprera; c'era anche una specie di dinastia garibaldina,
e, mentre il vecchio leone ruggiva chiuso in Caprera, dovevano almeno i
suoi figli, Ricciotti e Menotti, pugnar per la causa nazionale. Ma,
quando il 7 ottobre, il colonnello Carette marciò sulle truppe di
Menotti, queste ripiegarono su Fara. Ma furono inseguite, cacciate, e
dopo breve lotta disperse; si ritirarono allora sui confini,
benignamente ricevute dalle truppe italiane. Rinforzate, tornarono
rinnovando qua e là la guerriglia. Le truppe pontificie mandavano ogni
giorno prigionieri a Castel Sant'Angelo, ma le marcie e contromarcie
continue, e le perdite che subivano, cominciavano a stancarle. La guerra
d'invasione era cominciata nello Stato della Chiesa come una febbretta
intermittente in un corpo malato: non avrebbe potuto in breve estendersi
al capo, la già torbida Roma?
Dal principio di settembre, degli agenti di Garibaldi si occupavano
attivamente a Roma per preparare e provocare una sollevazione. Nessun
mezzo fu trascurato per raggiungere lo scopo. Armi, bombe, polveri erano
pronte in luoghi segreti. Il Comitato Nazionale Romano, già disciolto,
si ricostituì e bandì, l'8 ottobre, un proclama, dove era detto:
«Romani, le provincie son già sollevate; fra poco l'insurrezione sarà
generale. Noi dobbiamo unirci a questo movimento e appoggiarlo con tutte
le nostre forze, perchè la vittoria delle provincie preparerà e
faciliterà la vittoria di Roma. Siamo dunque tutti pronti. Il sangue dei
fratelli che gli zuavi pontificii spargono ancora nella Provincia sia la
favilla che incendierà i nostri spiriti. Romani, l'ora decisiva si
approssima. In nome della Patria uniamoci, e che ognuno obbedisca solo
al comando che ci verrà dal Comitato centrale. Unità e disciplina, ecco
ciò che forma la forza. Ogni movimento inconsiderato, irregolare e
isolato può essere di grave danno. Fidatevi a quel Comitato che ha dato
già prova di forza, acutezza e fermo volere. Ora che è giunto il gran
momento, egli saprà compiere tutto il suo dovere. Uniamoci fiduciosi e
arditi; operiamo disciplinati, e la causa della civiltà sarà
guadagnata».
Intanto i fatti mostravano che tutte le esagerate notizie dei fogli
garibaldini erano spudorate invenzioni. Non in un luogo solo si ebbe
una sollevazione nelle provincie. Potevano, del resto, delle bande
indisciplinate, che assalivano e danneggiavano i villaggi, per poi
fuggire appena si appressavano le truppe pontificie, aver forza morale
sufficiente a trascinare le popolazioni a far causa comune con esse e ad
andar con esse in rovina? C'era forse l'Italia dietro quelle bande? E in
questo caso, non c'era da temere un intervento francese con le sue
conseguenze inevitabili? Nè il cittadino, nè il campagnuolo vollero
sapere di sollevarsi. L'invasione somigliava ad un fuoco fatuo che
tremolava ai confini, e si accendeva per breve tempo, qua e là, senza
risultato. Si sarebbe detta una guerra contro il brigantaggio, in
grande.
L'11 ottobre era stata presa Subiaco; il vescovo e il magistrato supremo
erano stati messi sotto sorveglianza; invano si era intimata la resa al
castello. Comparvero alcuni zuavi, e i garibaldini si dileguarono,
abbandonando precipitosamente la città.
Il 13 ottobre Menotti fu snidato dalla forte posizione di Montelibretti,
dove era ritornato. Le schiere volontarie non facevano in nessun luogo
progressi. Nicotera che, attraverso i confini napoletani doveva
penetrare nella valle del Liri, non potè muoversi che il 13 ottobre, ed
occupò Falvaterra. Ma il 15 fu battuto a Vallecorsa e cacciato dalla
provincia di Frosinone. Castel Sant'Angelo si empiva di prigionieri. Il
Papa comandava che fossero lautamente nutriti. A quegli uomini,
prostrati dalla fame e dalle fatiche, egli mandava mantelli per
ripararsi dal gelo notturno. Li visitò anche un giorno egli stesso, e
disse loro: «Eccomi: io son colui che ritenete vostro nemico e di cui
avete giurato la morte. E chi avete dinanzi a voi? un uomo vecchio e
debole». Essi caddero in ginocchio dinanzi a lui e molti baciarono un
lembo della sua veste. «E' buono--dicevano allora di Pio IX i Romani--ma
ha due anime: una obbedisce all'Italia ed una ai gesuiti».
La stampa mazziniana dava notizie atroci sul trattamento di questi
prigionieri; ma erano false. Negli ospedali e nelle prigioni li
trattavano umanamente e benignamente. L'unica cosa di cui potessero
lagnarsi i prigionieri, erano le visite e i sermoni di confessori e di
preti mandati a loro per farli riconciliare con Dio.