IV.

A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere.

Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così

repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi.

Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un

asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della

politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma

alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico,

è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città

della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle

doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro

sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia o dell'Egitto,

ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui.

Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla

tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a

cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità

indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di

feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno

i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che

essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova,

come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti

anch'essi a tributargli onori divini».

Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre

mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto

vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco

prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di

tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello

stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di

mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano

qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le

fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferito

che quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora

pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido,

chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già

di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto

le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli

delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato

che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di

rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o

morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il

Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.

Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel

luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con

straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a

passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli,

Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano;

abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che

vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua

presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi

che erano là di guarnigione mantennero da soli l'ordine, e della loro

attività va resa loro ampia lode.

Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il

movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma

avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto

la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione

degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che

l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo.

Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista

questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la

pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy

mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero

considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di

agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli

faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in

cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in

pericolo la Convenzione di settembre.

La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era

stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto

di non più rispettarla. Il Governo, che ormai meditava--appoggiandosi

alla Convenzione di settembre--di rinunziare a Roma e riconoscere la

sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di

un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè

stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del

partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto

finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.

Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una

campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati

il _Comitato Nazionale_ e il _Centro dell'Insurrezione_, nella _Giunta

Nazionale Romana_. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra,

dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria

cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore

apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo

discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il

Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che,

nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata

dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si

trovò a Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia

europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della

futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu

nominato presidente onorario di questo Parlamento.

I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per

l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche

molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di

Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici

e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le

sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono

aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati,

i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una

scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi

clandestinamente, e del tutto disilluso.

Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I

preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati

alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono

truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli

Abruzzi, a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e

segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si

dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano

custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di

settembre.

Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le

invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le

lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze

spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad

un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà

potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà

che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti

le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non

allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina

d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si

sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse

lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo

scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si

risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche

gravemente il partito liberale di Francia, suscitando forse una guerra

di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia,

distruggendo la sua propria opera del 1859.

Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito

rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per

persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi

progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere

Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati

della Chiesa.

Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23

settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un

colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il

progetto dell'invasione venne meno con esso.

Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo,

per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si

impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di

Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano

lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da

fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti

diffusi per la città annunciarono che la Giunta nazionale si era

disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne

avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse

senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu

appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia

per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un

increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo

di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo

proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il

sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di

condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un

intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si

diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a

salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da

tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi,

le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini

come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi

tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al

movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grande

agitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2].

Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad

Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di

sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali

di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del

Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un

intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della

Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che

potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei

volontari di farvi irruzione.

Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione

del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di

tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria

a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso

dichiarò,--cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da

guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato

un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando

la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto

sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo

cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un

generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto,

come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome

d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo

italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano

sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso

la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava

per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi

agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il

Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e

l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto

l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente

proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 9 / 31 题