A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere.
Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così
repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi.
Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un
asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della
politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma
alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico,
è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città
della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle
doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro
sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia o dell'Egitto,
ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui.
Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla
tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a
cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità
indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di
feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno
i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che
essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova,
come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti
anch'essi a tributargli onori divini».
Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre
mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto
vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco
prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di
tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello
stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di
mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano
qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le
fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferito
che quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora
pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido,
chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già
di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto
le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli
delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato
che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di
rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o
morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il
Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.
Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel
luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con
straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a
passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli,
Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano;
abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che
vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua
presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi
che erano là di guarnigione mantennero da soli l'ordine, e della loro
attività va resa loro ampia lode.
Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il
movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma
avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto
la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione
degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che
l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo.
Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista
questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la
pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy
mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero
considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di
agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli
faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in
cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in
pericolo la Convenzione di settembre.
La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era
stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto
di non più rispettarla. Il Governo, che ormai meditava--appoggiandosi
alla Convenzione di settembre--di rinunziare a Roma e riconoscere la
sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di
un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè
stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del
partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto
finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.
Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una
campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati
il _Comitato Nazionale_ e il _Centro dell'Insurrezione_, nella _Giunta
Nazionale Romana_. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra,
dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria
cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore
apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo
discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il
Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che,
nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata
dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si
trovò a Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia
europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della
futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu
nominato presidente onorario di questo Parlamento.
I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per
l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche
molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di
Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici
e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le
sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono
aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati,
i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una
scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi
clandestinamente, e del tutto disilluso.
Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I
preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati
alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono
truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli
Abruzzi, a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e
segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si
dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano
custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di
settembre.
Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le
invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le
lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze
spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad
un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà
potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà
che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti
le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non
allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina
d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si
sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse
lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo
scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si
risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche
gravemente il partito liberale di Francia, suscitando forse una guerra
di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia,
distruggendo la sua propria opera del 1859.
Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito
rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per
persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi
progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere
Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati
della Chiesa.
Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23
settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un
colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il
progetto dell'invasione venne meno con esso.
Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo,
per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si
impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di
Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano
lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da
fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti
diffusi per la città annunciarono che la Giunta nazionale si era
disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne
avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse
senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu
appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia
per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un
increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo
di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo
proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il
sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di
condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un
intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si
diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a
salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da
tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi,
le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini
come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi
tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al
movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grande
agitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2].
Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad
Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di
sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali
di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del
Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un
intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della
Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che
potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei
volontari di farvi irruzione.
Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione
del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di
tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria
a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso
dichiarò,--cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da
guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato
un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando
la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto
sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo
cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un
generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto,
come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome
d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo
italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano
sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso
la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava
per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi
agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il
Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e
l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto
l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente
proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.