III.

I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di

Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si

mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun

luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe

pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da

Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone

intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno

nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto.

Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un

accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'_exequatur_

reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto

finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici

d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così

la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste

trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione

di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una

conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne,

dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il

Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di

fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile,

che molti eran d'opinione che _necessariamente_ dovesse in qualche modo

stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.

Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato

Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di

Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col

Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia

mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia

di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e

della resistenza passiva.

Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che

voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i

quali avvenimenti sarebbe scoppiata--sognavano quei radicali--la

rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi

partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione

nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in

Roma della tranquillità e dell'ordine.

Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli

affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi

partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali

la _Roma dei Romani_; i mazziniani la _Sveglia_. La vita ed il lavorìo

segreto di questi governi sotterranei, della _Roma sub-terranea_

rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì

a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali

non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.

I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro

sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si

sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città

propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già

dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si

richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le

armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a

Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che

si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua

volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.

I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio

1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città.

Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del

1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale

interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè

non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed

anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le

strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con

una energica legge e con efficaci misure militari.

In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei

democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del

progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le

nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla

rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo

italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di

Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la

disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione,

rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno

dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante

coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il

partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di

settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi

associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di

questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza

che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era

ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli

accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la

nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si

recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le

popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani

bisognava ora liberare Roma.

Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era

composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana.

Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio,

e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non

gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era

ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la

tragedia di Aspromonte.

Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il

partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una

invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato

mazziniano, con una lettera datata da Roma (_Centro dell'Insurrezione di

Roma_), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa

città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i

Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava

che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si

sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo

della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di

Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta,

Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione,

datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso

del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani

che dovevano formare l'_élite_ dell'emigrazione romana a Firenze.

Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una

protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi

condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare

il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed

anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice

ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu

festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.

Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come

chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da

pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile,

una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale

esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello

fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi

del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che

esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati

rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di

un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione

romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato

di settembre.

Intanto il Governo francese era informato del diffondersi continuo del

partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del

piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con

quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero

passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari

dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente

a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una

circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella

quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che

la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di

Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora

legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di

rappresentanti del popolo romano.

Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero

più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che

Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di

tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può

effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se

segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per

condurre ad una modificazione della Convenzione di settembre. Difatti,

Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da

Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale

Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle

italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera

di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per

comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60

volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione

assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu

rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini

e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia

modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato

sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del

Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo

pericolo si era allontanato.

Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa

dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si

fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare,

senza pericolo, le grandi feste del _Centenarium Petri_. Questo giubileo

del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori,

doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di

un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della

Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno,

schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie

italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti

si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima

dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano

rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta

invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di

sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.

In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi,

Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una

volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in

mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia,

Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si

videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si

ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza

rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico

Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.

Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano

viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa

del _Corpus Domini_ e il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste

feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice

abbia passato al suo clero.

La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa

nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano

portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o

in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi

santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora

beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile

inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu

giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra

alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente,

per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.

Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della

cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante

d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto

del tempio sfavillante di fuoco e di luce: rassomigliava, infatti, ad

una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in

mezzo ad una nebbia dorata.

La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si

sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale

Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed

esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla

luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si

trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le

fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di

essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.

Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni,

illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più

alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui

l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e

dell'ingegno del nostro secolo.

La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma,

consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero,

mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava

una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta

ed inalterabile armonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione.

Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi,

come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I

rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano

venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.

Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per

le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si

contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le

Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il

popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto

far credere.

Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai

questa portò più a lungo altre catene!

I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si

doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno?

Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di

preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e

fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano

pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi

portato quell'entusiasmo nei loro paesi, nelle loro comunità,

diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva

cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su

tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell_'Universo_,

Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo

potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!

Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio,

Pio IX annunziò il Concilio.

Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il

Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più

strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la

propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea

dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più

determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento

del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita

dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser

l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro

prezzo.

La _Civiltà Cattolica_ aveva solennemente proposto che tutti i preti e

tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla

tomba dell'Apostolo di sostenere per la vita e per la morte

l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica

franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e

offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si

trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si

sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo

voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di

Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.

I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo al _Dominio

temporale_. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano

soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel

1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler

respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una

dichiarazione della sua infallibilità?

In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione

dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione

enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la

morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una

specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli

era pronto a tradire il pontefice! Si ricordava, ora, con meraviglia,

la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era

venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed

i suoi versi profetici:

Massimiliano, non ti fidare,

Torna sollecito a Miramare.

Il trono fracido di Montezuma

È nappo gallico colmo di spuma.

Il timeo Danaos, chi non ricorda,

Sotto la clamide trova la corda.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 8 / 31 题