I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di
Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si
mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun
luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe
pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da
Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone
intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno
nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto.
Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un
accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'_exequatur_
reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto
finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici
d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così
la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste
trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione
di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una
conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne,
dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il
Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di
fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile,
che molti eran d'opinione che _necessariamente_ dovesse in qualche modo
stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.
Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato
Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di
Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col
Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia
mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia
di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e
della resistenza passiva.
Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che
voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i
quali avvenimenti sarebbe scoppiata--sognavano quei radicali--la
rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi
partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione
nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in
Roma della tranquillità e dell'ordine.
Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli
affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi
partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali
la _Roma dei Romani_; i mazziniani la _Sveglia_. La vita ed il lavorìo
segreto di questi governi sotterranei, della _Roma sub-terranea_
rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì
a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali
non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.
I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro
sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si
sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città
propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già
dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si
richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le
armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a
Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che
si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua
volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.
I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio
1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città.
Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del
1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale
interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè
non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed
anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le
strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con
una energica legge e con efficaci misure militari.
In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei
democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del
progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le
nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla
rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo
italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di
Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la
disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione,
rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno
dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante
coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il
partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di
settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi
associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di
questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza
che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era
ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli
accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la
nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si
recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le
popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani
bisognava ora liberare Roma.
Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era
composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana.
Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio,
e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non
gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era
ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la
tragedia di Aspromonte.
Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il
partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una
invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato
mazziniano, con una lettera datata da Roma (_Centro dell'Insurrezione di
Roma_), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa
città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i
Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava
che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si
sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo
della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di
Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta,
Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione,
datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso
del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani
che dovevano formare l'_élite_ dell'emigrazione romana a Firenze.
Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una
protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi
condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare
il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed
anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice
ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu
festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.
Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come
chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da
pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile,
una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale
esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello
fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi
del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che
esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati
rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di
un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione
romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato
di settembre.
Intanto il Governo francese era informato del diffondersi continuo del
partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del
piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con
quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero
passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari
dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente
a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una
circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella
quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che
la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di
Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora
legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di
rappresentanti del popolo romano.
Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero
più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che
Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di
tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può
effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se
segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per
condurre ad una modificazione della Convenzione di settembre. Difatti,
Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da
Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale
Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle
italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera
di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per
comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60
volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione
assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu
rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini
e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia
modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato
sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del
Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo
pericolo si era allontanato.
Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa
dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si
fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare,
senza pericolo, le grandi feste del _Centenarium Petri_. Questo giubileo
del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori,
doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di
un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della
Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno,
schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie
italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti
si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima
dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano
rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta
invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di
sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.
In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi,
Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una
volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in
mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia,
Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si
videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si
ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza
rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico
Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.
Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano
viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa
del _Corpus Domini_ e il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste
feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice
abbia passato al suo clero.
La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa
nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano
portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o
in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi
santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora
beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile
inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu
giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra
alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente,
per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.
Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della
cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante
d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto
del tempio sfavillante di fuoco e di luce: rassomigliava, infatti, ad
una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in
mezzo ad una nebbia dorata.
La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si
sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale
Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed
esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla
luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si
trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le
fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di
essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.
Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni,
illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più
alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui
l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e
dell'ingegno del nostro secolo.
La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma,
consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero,
mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava
una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta
ed inalterabile armonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione.
Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi,
come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I
rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano
venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.
Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per
le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si
contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le
Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il
popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto
far credere.
Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai
questa portò più a lungo altre catene!
I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si
doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno?
Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di
preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e
fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano
pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi
portato quell'entusiasmo nei loro paesi, nelle loro comunità,
diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva
cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su
tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell_'Universo_,
Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo
potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!
Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio,
Pio IX annunziò il Concilio.
Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il
Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più
strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la
propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea
dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più
determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento
del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita
dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser
l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro
prezzo.
La _Civiltà Cattolica_ aveva solennemente proposto che tutti i preti e
tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla
tomba dell'Apostolo di sostenere per la vita e per la morte
l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica
franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e
offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si
trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si
sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo
voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di
Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.
I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo al _Dominio
temporale_. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano
soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel
1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler
respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una
dichiarazione della sua infallibilità?
In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione
dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione
enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la
morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una
specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli
era pronto a tradire il pontefice! Si ricordava, ora, con meraviglia,
la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era
venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed
i suoi versi profetici:
Massimiliano, non ti fidare,
Torna sollecito a Miramare.
Il trono fracido di Montezuma
È nappo gallico colmo di spuma.
Il timeo Danaos, chi non ricorda,
Sotto la clamide trova la corda.