Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni
nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a
Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso
sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto
e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue
truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.
Si diffuse un foglio volante: _Fra Giusto ai Romani_. In esso si diceva
che Roma era stata destinata dalla Provvidenza a fondere ed accordare
la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare
l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo
stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il
Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e
santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base
dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme
materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua
nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto
Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere
l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i
suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così
terminava:
«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al
Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo
ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si
addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura
del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri
per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra
città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del
vicario di un Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi
consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali
e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio,
il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che
affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni
difesa legittima e necessaria».
I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale
Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in
Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di
aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la
risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano
nettamente la situazione[1].
Il generale disse:
«Santo Padre, non posso dominare la profonda emozione che provo nel
venire per l'ultima volta a presentare a Vostra Santità i nostri omaggi
reverenti ed a chiedere la Vostra Santa Benedizione. Vi sono
circostanze, nelle quali la tristezza inseparabile dai congedi si muta
in vero e vivo dolore. Pure un pensiero mi conforta: se l'Imperatore,
fedele ai suoi obblighi, ritira le sue truppe da Roma, non ritira però
la sua protezione dalla Santa Sede. Alla nostra occupazione, durata 17
anni, segue una protezione morale che non sarà meno imponente ed
efficace, freno per gli uni, incoraggiamento per gli altri.
«Possa il tempo che nella mano del potentissimo Iddio calma le passioni
e ai dolori dà tregua, e edifica nella sua corsa più che non distrugga,
possa il tempo ispirare in tutti quello spirito di conciliazione che
solo può condurre alla soluzione delle attuali difficoltà ed assicurare
al Capo supremo della religione l'indipendenza e la sicurezza di cui ha
bisogno per poter esplicare liberamente, fino alla fine dei mondi, la
sua attività spirituale.
«Questo augurio insieme con gli omaggi della mia reverenza, e
all'espressione della mia profonda riconoscenza timidamente umilio ai
piedi di Vostra Santità».
Il Papa rispose in francese così:
«Son venuto, miei cari figli, a dirvi addio nell'ora della vostra
partenza.
«Quando la nostra bandiera lasciò la Francia colla missione di difendere
i diritti della Santa Sede, essa fu accompagnata dagli auguri e dalle
benedizioni di tutti i cuori cattolici. Ora essa torna in Francia, ed io
desidero che essa sia ricevuta laggiù in egual modo. Ma non so, se ciò
accadrà. Mi scrivono che i cuori dei cattolici sono commossi, perchè
pensano alla difficile situazione, in cui si trova il Vicario di Cristo,
il Capo della Religione Cattolica.
«L'ho già detto ai vostri compagni di arme: non ci facciamo illusioni;
la rivoluzione giungerà fin qui.
«L'hanno detto, assicurato, proclamato, voi l'avete udito e letto. Si è
fatto dire ad un'alta persona del governo d'Italia: l'Italia è fatta, ma
non compiuta. Forse avrebbe potuto dire che essa non è ancora del tutto
annientata, perchè le resta ancora una regione ove la giustizia,
l'ordine e la religione regnano ancora.
«Essi potranno forse piantare sul Campidoglio la loro bandiera, ma si
ricordino che vicino al Campidoglio è la rupe Tarpea.
«Essi potranno per un certo tempo rimanere padroni e sparger dovunque
rovina. Che per ciò?
«Cinque o sei anni or sono, io parlava con un rappresentante della
Francia. Prima di partire, egli mi chiedeva che cosa dovesse dire da
parte mia all'Imperatore. Non ricordo precisamente, ma gli dissi press'a
poco così: Vi narrerò un episodio della storia della Chiesa.
Sant'Agostino era vescovo di Hippo, una città che voi conoscete, perchè
appartiene ai nostri possedimenti d'Africa, quando quella città fu
assediata da un esercito di barbari. Egli sapeva che ogni sorta di
atrocità avrebbero subito gli abitanti, se la città fosse caduta, perciò
egli si rivolse a Dio e lo supplicò: Voglio morire prima di esser
testimone di tale orribile cosa. Dite questo da parte mia
all'Imperatore. L'ambasciatore mi disse: Tranquillizzatevi, Santità,
questi barbari non penetreranno fin qui.
«Egli non era profeta; era un degno gentiluomo.
«Un altro, che occupa ora un'alta carica, mi disse: Roma non può esser
la capitale d'un regno; le manca tutto per esserlo; mentre possiede
tutto per essere la capitale del mondo cattolico. Queste son buone e
fidenti parole, senza dubbio, ma io ripeto: la Rivoluzione può venire,
ed io non ho aiuto sulla terra.
«Son però tranquillo e rassegnato, fiducioso in Dio, che mi darà la
forza necessaria.
«Andate, figli miei, io vi amo e vi benedico, insieme con le vostre
famiglie e coi vostri amici. Se vedrete il vostro Imperatore,
l'Imperatore di Francia, ditegli che io prego ogni giorno per lui. Mi
dicono che la sua salute non è buona; io prego per la sua salute; mi
scrivono che la sua anima non è tranquilla; io prego per la sua pace.
«L'Imperatore è capo di una grande nazione che porta il titolo di
_cristianissima_; è un bel titolo, ma si deve fare qualche cosa per
meritarlo; esso non deve essere la semplice e spontanea espressione del
cuore.
«Bisogna pregare, e pregare con umiltà, fiducia e perseveranza; anche il
capo di una nazione ha bisogno di questa confidenza in Dio, se vuol
esser forte e se vuol ottenere ciò che desidera.
«Io non mi sdegno; vedete, io son tranquillo. Ma vedo che il mondo non è
tranquillo. Confido nell'aiuto di Dio e vi benedico. Possa la mia
benedizione accompagnarvi per tutta la vita!»
Il discorso del vecchio Pontefice fece profonda impressione. Molti
ufficiali francesi avevano opinioni nettamente papaline, molti odiavano
l'Italia; altri deploravano vivamente il legame che univa ora questa
alla Germania, la quale aveva tolto a Napoleone l'onore di compire
l'opera della liberazione d'Italia, ed ora era succeduta alla Francia
nell'intimità con questa Nazione, ed ora forse univa ad essa le sue armi
contro la Francia. Molti sentirono nel ritiro da Roma una sconfitta
morale, come un abbandonare d'un tratto quella posizione veramente
imperiale ed egemonica che la Francia aveva avuto sin qui. I soldati
francesi affluirono al Vaticano per ricevere dal Papa i rosari
benedetti da riportare in patria.
La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li
si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero
della loro marcia _Partant pour la Syrie_. Questo fu il loro saluto
d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con
quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!
Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna
furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata.
Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani
guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro
posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un
periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua
solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono
anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne
con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali
stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale
pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale.
Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.
Lo stendardo della Chiesa ondeggiò di nuovo sul mausoleo di Adriano
presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra
verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa
spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare
al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi
miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di
così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un
imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero
la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve
acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica
spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di
questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada
contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e
gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava
abbandonando il Pontefice?
La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni
di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno
certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un
tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo
romano li aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla
consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni
di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più
tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la
difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i
Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di
lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare
del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il
governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando
militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso
veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua
indipendenza.
Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a
Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più
sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima
nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata
dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana
e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad
abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare
l'Italia,--un nuovo grande principio civile veniva chiaramente ad
affermarsi.
Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un
foglio volante questo importante proclama:
«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha
abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero
spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo,
doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo
18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi
destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e
nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto
infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra
che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal
dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.
«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle
nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne
e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo
sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto,
risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere
spirituale, teniamo pronti per il grande avvenimento la mente, il
cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non
malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori
dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra
causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento
decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque.
Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui
nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son
numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non
dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano
instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna
specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e
tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei
nostri desiderî.
«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il
nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte
delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.
«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno.
La vittoria è sicura. I giorni del dispotismo sacerdotale sono già
inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al
consiglio e all'azione.
_Il Comitato Nazionale Romano._
Roma, 14 dicembre 1866».