San Marco di Firenze.
Il convento dei domenicani in San Marco a Firenze, oltre ad avere
un'importanza storica, ne ha una immensa dal lato artistico. Deve la
prima al Savonarola, l'altra a due maestri esimî nella pittura, Angelico
da Fiesole e Fra' Bartolomeo. La piazza sulla quale sorge il convento è
ancor oggi, come ai tempi di Lorenzo de' Medici, uno dei ritrovi della
vita artistica fiorentina, il terzo, dopo gli Uffizi ed il palazzo
Pitti; colà infatti son riunite la galleria delle belle arti e la famosa
scuola degli incisori su rame.
Ai tempi di Lorenzo, nella contrada di San Marco esisteva quel giardino
dei Medici, nel quale si trovava la prima raccolta di sculture antiche,
sotto la sorveglianza del vecchio scultore Bertoldo. Colà si riunivano i
più forti ingegni di Firenze e tutto ciò che emergeva nelle scienze e
nelle arti e ciò che era già arrivato alla celebrità e che godeva del
favore di Lorenzo. Come i pittori andavano nella cappella Brancaccio,
per imparare a disegnare dagli affreschi di Masaccio, così gli scultori
venivano in questo giardino de' Medici, per studiare la scuola antica ed
intrattenersi con Angelo Poliziano, Pico della Mirandola e Marsilio
Ficino. Da questo giardino si vedeva spesso andare Lorenzo, il Pericle
di Firenze, nel convento di S. Marco, per chiudersi là in una cella e
liberarsi dal dolce paganesimo. Qui si tenevano discorsi elevati,
sull'anima mondiale di Platone, unendoli ad una ipocrita considerazione
della successione di Cristo. Savonarola però si teneva in disparte,
mormorando, e non rispondeva alle chiamate di Lorenzo.
Il convento era degno dei Medici; infatti lo avevano creato, a dir vero,
essi stessi. La sua storia è in breve la seguente: il fondatore
dell'ordine dei domenicani mandò in Toscana, nell'anno 1220, dodici
seguaci; da questi furono fondati alcuni conventi, dei quali il più
importante fu quello di Fiesole. Da quest'ultimo ebbe origine il
convento dei domenicani di S. Marco. In origine questo era stato
fondato, nel 1299, dai Silvestriani; però, al tempo della grande peste
di Firenze, era decaduto. A San Marco scesero i domenicani da Fiesole
indottivi da Cosimo dei Medici, che poco prima era tornato dal suo
esilio di Venezia. Cosimo chiamò da Fiesole il celebre priore Antonino,
il santo più grande del suo tempo. Egli era figlio dell'avvocato
fiorentino Nicolò Pierozzi ed era nato nell'anno 1389. Nel suo
sedicesimo anno di età era entrato nell'ordine dei domenicani a Fiesole,
ove molto tempo dopo era divenuto priore. Cosimo lo indusse a
trasferirsi a S. Marco, e ciò avvenne nel 1436, dopo che Michelozzo
Michelozzi aveva ricevuto l'incarico di riedificare il vecchio convento
dei Silvestriani. Egli demolì quasi completamente l'antico convento ed
eresse una nuova fabbrica, imponente. Anche per Cosimo furono qui
preparate due celle, come per un monaco, celle che si fanno vedere anche
oggi, come quella di Savonarola, a titolo di curiosità storica. In
questa solitudine, dice il padre Marchese, il priore Antonino fece udire
al vecchio ambizioso, colla franchezza di un amico e coll'autorità
derivantegli dalla santità della sua vita, quella verità che
l'adulazione nasconde sempre al potente, ed è certamente dovuto al
Santo, se Cosimo non divenne un despota comune.
Nell'anno 1443 fu terminata la fabbrica, e Cosimo fondò la celebre
biblioteca di San Marco. Antonino divenne, tre anni più tardi,
arcivescovo di Firenze. Egli morì nell'anno 1459, dopo essere stato
ammirato da tutto il mondo per le sue virtù e dopo essersi interessato
attivamente del miglioramento del clero.
Due grandi cortili ornano S. Marco; le lunette di questi cortili sono
dipinte a fresco e contengono fatti della vita di Antonino dipinti da
Gherardini, Dantini, Poccetti e da altri pittori. Tuttavia il tesoro
maggiore del convento è rappresentato dalle pitture murali del Fiesole,
il più antico maestro della scuola di Giotto. Quasi tutte le celle, la
sala del capitolo, i corridoi ed alcune lunette dei cortili contengono
sue pitture.
Con Fra' Angelico cominciarono quelle strane reazioni che il convento,
tanto sollecito di riforme, intraprese contro lo spirito moderno della
pittura classica italiana. La vita del celebre pittore fu narrata dal
Vasari. Più particolareggiatamente fu però descritta da Vincenzo
Marchese, un domenicano di San Marco. Questo erudito venne accusato di
liberalismo da alcuni suoi confratelli dell'ordine, zelanti inquisitori,
a causa del suo libro: «Lettere inedite di fra Girolamo Savonarola e
documenti ad esso relativi»; e poichè si minacciava di mandarlo a Roma,
si recò nell'anno 1851 a Genova ed è a capo della Società che cura ora
la nuova edizione delle opere del Vasari nella «_Raccolta artistica_».
Nell'anno 1845 pubblicò i «Ricordi degli esimi pittori, scultori e
architetti dei domenicani, con alcuni scritti sulle belle arti». Già nel
XVI secolo il Razzi aveva scritto una storia dei celebri domenicani,
contenente anche la vita di qualche pittore, scultore ed architetto di
quest'ordine.
Il Marchese sembra abbia ripresa questa idea, ponendola in effetto. Le
biografie che egli ci dà colla sua opera, cominciano con Fra' Ristoro e
Fra' Sisto, celebri architetti del secolo XIII, che edificarono la bella
chiesa dei domenicani di S. Maria Novella a Firenze. Con maggiori
particolari però ha descritto la vita dei pittori Fra' Angelico e Fra'
Bartolomeo; la sua opera termina con un capitolo sull'impresa del
Savonarola per la riforma delle arti.
Strettamente connesso a questo lavoro sta l'opera più pregevole
d'incisione in rame di Firenze, che fu cominciata sotto la direzione del
Perfetti: «S. Marco, il convento dell'ordine dei predicatori di Firenze,
illustrato ed inciso principalmente secondo le pitture del beato
Giovanni Angelico, colla vita dello stesso maestro ed un compendio
storico di detto convento», opera del padre Vincenzo Marchese (Firenze,
edito a spese dell'Associazione Artistica, 1850).
In questo studio il Marchese magnifica Fra' Angelico con troppa
esagerazione, paragonandolo ad un profeta, a cui fosse stata affidata la
missione di rinnovare la morente pittura religiosa. Colle sue pitture
egli doveva conseguire la stessa riforma morale del genere umano che
avevano raggiunta Antonino e Savonarola per mezzo dei loro scritti e
delle loro pubbliche azioni.
Non si sa esattamente dove Fra' Angelico nacque. Il Marchese ritiene che
egli provenga da Castel di Vicchio nel Mugello, distante alcune miglia
da Colle di Vespignano, la patria di Giotto. L'anno di nascita sarebbe
il 1387; il suo nome era Guido. Dapprima imparò a Firenze a dipingere in
miniatura, come suo fratello Benedetto che era abilissimo in quest'arte.
Presto si sviluppò in lui una schietta inclinazione in senso religioso,
che si delineò sempre più, in contrasto colle tendenze decisamente
realistiche dell'arte fiorentina. Il Marchese paragona arditamente
quest'artista geniale con Talete che coll'ispirazione dei suoi versi e
dei suoi ritmi spianò a Licurgo la via per la sua legislazione, poichè
nello stesso modo Fiesole ha appianato al suo amico Antonino, co' suoi
quadri, la strada per la riforma.
Nell'anno 1407 i due fratelli entrarono nell'ordine dei domenicani di
Fiesole ed ivi vissero qualche tempo, sino a che la discordia papale
non raggiunse anche questo. Guido, ossia Fra' Giovanni, come ormai era
chiamato, peregrinò allora da Foligno a Cortona, ove dipinse molto
secondo la maniera di Giotto, Spinello e Simone da Siena; e, dopo
un'assenza di circa 4 anni, tornò a Fiesole. In seguito fu chiamato, nel
1436, al convento di San Marco, fondato da poco, per ornarlo di pitture.
Ciò avveniva nello stesso tempo che Masaccio dipingeva le cappelle della
chiesa del Carmine, Brunelleschi edificava la cupola del Duomo, Ghiberti
approntava le porte del Battistero e Donatello e Luca della Robbia
gareggiavano nella scultura.
Poichè a Fra' Giovanni, benchè avesse gran finezza nel dipingere,
mancava ancora il disegno, la prospettiva ed il perfezionamento nei
chiaroscuri, egli pure studiò dapprima le pitture del Masaccio e molto
imparò da questo artista geniale, che di lui era assai più giovane.
A quest'epoca appartiene la grande pittura della sala del capitolo, che
egli compì in S. Marco e che è una delle più belle che siano state fatte
nel secolo XV, il suo capolavoro, l'ultimo fiore della scuola di Giotto;
il soggetto ne è la passione, con santi in adorazione da ambo i lati. Il
carattere dei due ladroni vi è riprodotto con molta perfezione. La
testa del Cristo ha sofferto; i suoi tratti non son più precisamente
riconoscibili. Ai piedi della croce sta, a sinistra, un gruppo di
sorprendente eloquenza: la madre che sta per cadere in deliquio,
abbandonando la testa e le braccia; la Maddalena, in ginocchio a lei
dinanzi, la stringe al petto con ambe le braccia, i biondi capelli
sciolti le cadono sulle spalle. Giovanni ed una delle donne sostengono
Maria. Difficile sarebbe raffigurare più semplicemente l'altissimo
effetto tragico; la sublimità agisce qui direttamente per la grandezza
della natura interna. Non si trova nè nel Perugino, nè nel Francia, che
pur furon maestri nell'arte di commuovere, una tale elevatezza.
Gli antichi non sono in genere più perfetti in questo senso. La loro
grande e sicura concezione della vita spirituale è la loro gloria
indistruttibile; essi sono epici e popolari, quelli di poi musicali e
drammatici. L'immagine del dolore diviene più tardi sempre più ricca, ma
anche più violenta ed unilaterale. Anche le altre figure sono
importanti; messe del tutto naturalmente e senza legami da ambo i lati,
agiscono solamente per la loro singola espressione. Esse rappresentano
santi, ecclesiastici, vescovi o fondatori d'ordini, come Domenico,
Bernardo, Francesco, Ambrogio, Tommaso d'Aquino, Agostino. Il colorito
è molto spirituale, secondo la maniera di Fra' Angelico.
Quantunque egli abbia dipinto ancora molti altri quadri eccellenti, in
nessuno ha tuttavia raggiunto una tale grandezza ed una tale forza,
poichè questa manca talvolta nelle sue impressioni che divengono deboli
causa appunto la loro soverchia delicatezza. Nell'Accademia delle Belle
Arti, che possiede un gran numero di quadri del Fiesole, due vengono
considerati quali i più eccellenti: la Deposizione dalla Croce e
l'Estremo Giudizio. Quella è squisita per la profondità dei sentimenti e
la soavità dei colori, questo non è invece una composizione di grande
rilievo.
Fra' Angelico è più debole di tutto nella raffigurazione dell'inferno;
la sua natura è troppo fanciullesca, per aver potuto creare delle figure
diaboliche. I suoi diavoli eccitano solo il riso, non incutono spavento,
egli rappresentò l'inferno in sette compartimenti, secondo Dante, ed in
fondo vi dipinse pure Lucifero, che dilania con le sue tre fauci Giuda,
Bruto e Cassio. Anche Angelico dipinse sotto l'influsso di Dante che era
il compagno di Giotto, ed il Giotto della poesia.
La «Divina Commedia» ha d'altronde ispirato tutti i pittori, a
cominciare da Giotto. Essa infiammò la fantasia degli artisti e la
riempì di visioni sublimi e di idee poetiche; i loro quadri erano già
stati abbozzati nelle composizioni dei versi di Dante; e molte scene
dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso attendevano solo di essere
tradotte in colori, per divenire quadri viventi. Io credo, in generale,
che, senza Dante, la pittura religiosa d'Italia non avrebbe potuto
svilupparsi così presto e raggiungere tale altezza.
Il dominio della sua poesia sull'arte della pittura durò per tutto il
XIV ed il XV secolo, sino a che fiorì la pittura religiosa. Anche
Michelangelo, l'ammiratore entusiasta di Dante, si conformò a lui, nello
stesso modo come prima di lui vi si era conformato Luca Signorelli nel
suo Estremo Giudizio nel Duomo d'Orvieto, che Fra' Angelico aveva
cominciato a dipingere. Si trovano pure soggetti tratti da Dante,
dipinti da vari maestri in molte chiese, come ad esempio l'Inferno ed il
Paradiso dell'Orcagna, nella cappella degli Strozzi in Santa Maria
Novella.
Insieme con la «Divina Commedia» anche «I trionfi» del Petrarca hanno
avuto una grande influenza sulla pittura; ciò c'indica, fra i molti
altri quadri, l'Orcagna stesso col suo «Trionfo della Morte» nel
Camposanto di Pisa.
Fiesole dipinse in S. Marco anche la discesa di Cristo nel Limbo, dal
quale egli trae i patriarchi: un quadro di grande finezza di colori. Non
meno interessante è la sua «Adorazione dei Re Magi», uno dei pochi suoi
quadri, nei quali sviluppa una certa gaiezza e varietà mondana. Questo
soggetto è stato trattato spessissimo e con grandissimo amore. Per i
pittori della scuola religiosa non vi sono che poche stoffe di maggior
attrattiva e in quanto a ricchezza della vita poetica esso li sorpassa
tutti. I contrasti sono sorprendenti, chiari e naturali: il figlioletto
di un artigiano in una stalla, bue ed asino alla greppia; questo bambino
vengono ad adorare i potenti della terra, conducendo sì lunghi corteggi
di alabardieri e paggi riccamente vestiti, che portano oro e gioielli.
Uno di questi re è sempre un vecchio di aspetto venerabile, e quando
questi s'inginocchia dinanzi al bambino, la poesia della scena è
ingrandita dal contrasto delle età. Il secondo re generalmente ha una
faccia da moro, il terzo è di bella complessione, giovane e nobile, di
guisa che i vecchi pittori sembra abbiano voluto rappresentare le tre
parti del mondo. A questo si aggiunga la misteriosa lontananza dalla
quale i re favolosi sono venuti, il buio della notte, la stella che
porge spesso occasione di aggiungere al corteo un paio di astronomi, e
si avrà nel tutto una fantastica novella orientale, nella quale si
scorge l'influenza delle crociate.
La pittura toscana è ricca di immagini di questo genere. Due quadri
magnifici di questa specie, di Domenico Ghirlandaio e Filippino Lippi,
si ammirano negli Uffizi; due altri, capolavori della massima bellezza,
li dobbiamo agli scolari di Fra' Angelico, Gentile da Fabriano e Benozzo
Gozzoli. Il quadro di Gentile si trova nell'Accademia delle Belle Arti,
quello di Benozzo nella Cappella Medici al palazzo Riccardi. Qui egli
dipinse degli affreschi che, insieme con le sue pitture ammirate nel
Camposanto di Pisa, appartengono alle migliori produzioni del suo tempo.
La sua rara universalità si scorge già qui; egli abbracciò tutti i
generi della pittura, dal paesaggio all'architettura, dalla figura agli
animali, e tutto con una meravigliosa armonia. Nella suddetta cappella
Riccardi egli dipinse i viaggi suntuosi dei re; a cavallo, a piedi o sul
cammello, essi traversano in schiere interminabili ridenti pianure,
monti e valli.
Fiesole, dal quale Gentile e Benozzo impararono, rimane col suo quadro
al disotto di loro; egli non ha quella magnificenza solenne e quella
ricchezza festiva che i suoi discepoli seppero rappresentare.
Molti altri quadri che egli dipinse in S. Marco meritano di essere
ricordati, l'Orazione nell'orto, il Battesimo, l'Incoronazione della
Vergine, dove si ritrova l'ascendente di Dante, ed il suo Cristo in
pellegrinaggio; ma basta di essi. Tutti dimostrano la stessa semplicità
di mezzi, la medesima concezione fanciullesca e la più profonda
religiosità. Persino i suoi colori, dove predominano il bianco, il
celeste ed un rosso pallido, si devono chiamare fanciulleschi. Le sue
figure più attraenti sono spesso quelle eseguite in piccolo, quasi in
miniatura; esse sono molto graziose e di finezza ammirevole come, fra le
altre, gli angeletti di uno schizzo di altare negli Uffizi e le figure
sul reliquario di Santa Maria Novella.
Fra' Angelico morì a Roma il 18 marzo dell'anno 1455; Nicolò V che lo
aveva chiamato colà per dipingere in Vaticano, gli fece erigere un
monumento sepolcrale nella chiesa della Minerva.
L'epigrafe lo eguaglia ad Apelle, al quale hanno avuto l'onore di essere
stati paragonati molti pittori. Egli è stato l'ultimo grande maestro
della scuola di Giotto; i naturalisti Maselino e Masaccio posero fine ad
essa e crearono l'indirizzo moderno della pittura. La scuola antica che
conduceva alla rappresentazione del nudo coll'ammirazione delle forme
della natura umana, doveva trovare il suo completo svolgimento nel
Tiziano, in Giulio Romano, nel Correggio e nel Michelangelo.
Allora dal chiostro di S. Marco, che aveva trovato nel Fiesole un
difensore così convinto della pittura religiosa, venne nuovamente una
reazione contro la scuola moderna e paladino ne fu Savonarola.
Egli combattè i Medici che avevano promossa la scuola antica, appunto
con le loro stesse armi. Essi avevano fondata l'Accademia platonica ed
erano pieni di ammirazione per il paganesimo; ma Savonarola stesso era
un mistico platonico, come lo erano Lorenzo, Pico, Poliziano, Marsilio
Ficino e molti altri.
Il priore di S. Marco teneva delle prediche platoniche sull'essenza del
bello e tuonava contro le nudità dell'arte appunto da quel pulpito, di
fronte al quale erano la sepolture dei suoi amici Pico della Mirandola e
Angelo Poliziano. Il Marchese riporta un discorso del Savonarola, nel
quale questi considera il bello platonicamente come l'anima e l'idea del
buono. In forza di questa teoria egli sollevò una guerra fanatica contro
la scuola antica e le arti che, volte alle cose mondane, a parer suo,
traviano la razza umana. La violenza della sua parola scosse molti
artisti che sino ad allora avevano dipinto o scolpito allegramente, e
si videro l'eccellente Sandro Botticelli, Cronaca, Robbia, Bartolomeo,
Lorenzo di Eredi e molti altri abiurare pentiti il loro paganesimo ai
piedi del priore. Solo Mariotto Albertinelli e lo strano Piero di Cosimo
non si lasciarono turbare, e restarono pagani ed avversari convinti del
Savonarola e della sua setta morale.
Il 21 febbraio 1497 furono portati, al suono delle trombe e dei tamburi,
tutti gli emblemi della mondanità sulla piazza della città. Ivi fu
eretto un albero con molti rami, ai quali furono attaccati i ritratti
delle più belle fiorentine, capolavori della pittura, nudi bellissimi,
sculture di divinità, libri di musica, arpe e liuti, cembali e violini,
carte, abiti di seta e di velluto; gli oggetti più costosi d'oro e
d'avorio, ed anche le poesie del Petrarca e del Boccaccio si videro
appese a quei rami. Gli esecutori di questo tribunale fanatico, che
doveva giudicare le umane vanità, avevano perquisite le case, ed erano
anche stati loro consegnati timorosamente, ed a titolo di penitenza,
liberamente oggetti d'arte ed oggetti preziosi d'ogni genere. Un
negoziante veneziano che si trovava appunto a Firenze e che non aveva
scrupoli sull'essenza morale del bello, venne nell'idea ragionevole che
sarebbe stato meglio vendere questi oggetti così preziosi per il
commercio, anzichè bruciarli. Egli offrì così per tutte quelle vanità
mondane la modesta somma di 20,000 scudi. In seguito a ciò, la Signoria
lo fece senz'altro prendere, mettere sopra una sedia e ritrattare da un
pittore platonico e il suo ritratto fu posto in cima al rogo. Così fu
bruciato quest'albero con tutti i suoi tesori, in mezzo al giubilo della
folla. Ciò avvenne sulla piazza stessa, ove un anno dopo fu arso il
grande fanatico.
La morte del Savonarola rese inconsolabili gli artisti, suoi adepti.
Molti smisero di dipingere, tra i quali anche Baccio della Porta, che
rinunziò al mondo in segno di cordoglio e prese nel 1500 la tonaca dei
domenicani. Baccio, o Fra' Bartolomeo come si chiamò da allora, restò
sei anni immerso nel dolore e non toccò i pennelli. Dipoi, si rinfrancò
e cominciò le sue pitture religiose sulla esortazione dei suoi fratelli
dell'ordine. Ciò avveniva al tempo, in cui Raffaello tornava per la
seconda volta a Firenze. Egli strinse amicizia con Fra' Bartolomeo ed
imparò da lui il disegno ed i colori; sotto l'ascendente di lui fu
iniziata la sua Madonna del Baldacchino, mai terminata, nella quale si
riscontra chiaramente lo stile di Bartolomeo. Questi si formò a sua
volta sulla maniera di Michelangelo e di Leonardo da Vinci, e molto
lontano dal dipingere nella maniera dolce e delicata del Fiesole,
divenne precisamente in S. Marco l'opposto del suo predecessore. La
scuola di Giotto era vinta. Bartolomeo dimostrò quanto lo studio della
plastica avesse influito sulla pittura; le sue figure sono spesso
grandiose come quelle di Michelangelo e quasi statuarie, come
specialmente il suo evangelista Marco nella galleria Pitti.
Egli morì nell'anno 1517; ci ha lasciato un ritratto del Savonarola, che
ci rende in modo caratteristico la figura fanatica di questo profeta del
Rinascimento. Poichè per quanto alto fosse il volo dei pensieri di
quest'uomo straordinario, egli rimase pur sempre un monaco e più
precisamente un domenicano.
In quel tempo stesso, nel quale Fra' Bartolomeo dipingeva in S. Marco,
giaceva prigione colà in una cella un altro fervente ammiratore del
Savonarola, il pittore in miniatura Fra' Benedetto. Nulla si conosce
delle pitture di quest'uomo singolare; egli ci ha però lasciato una
poesia originale, che compose nella solitudine della sua prigione.
Questa è la più vecchia poesia epica sul Savonarola, del quale racconta
la vita e la morte. Il suo titolo è: «Il Cedro del Libano». Il Marchese
l'ha recentemente pubblicata di nuovo: Il «Cedro del Libano, ovvero la
vita di Girolamo Savonarola, descritta da Fra' Benedetto in Firenze
nell'anno 1510». Molti coetanei hanno scritto la vita del Savonarola,
dice il Marchese, come Burlamacchi ed il Conte Francesco di Mirandola,
ma quantunque essi conoscessero Savonarola, non possono aver goduto la
sua intimità e la sua amicizia, come fu concesso a Fra' Benedetto per
tre anni, durante i quali egli convisse col maestro in S. Marco. Lo
stesso Savonarola lo aveva vestito dell'abito dei domenicani e questo
suo discepolo soffrì ed operò molto per lui, e lo difese dopo la sua
fine con un amore ed una costanza che gli valsero dapprima l'esilio e
dopo molti anni di prigionia nel suo chiostro; un uomo singolare, il
tipo del quale può solo avere riscontro in quei paladini del medio evo,
senza macchia e senza paura, che furono cantati in versi immortali
dall'Ariosto e dal Tasso.
Con ragione il Marchese annette un'importanza storica a questa poesia,
poichè essa riporta fedelmente gli avvenimenti, di cui l'autore fu
spettatore nella maggior parte coi propri occhi; credo perciò che valga
la pena di tradurne alcuni brani, non prima però di aver dato qualche
notizia della vita del poeta semplice.
Fra' Benedetto nacque nell'anno 1470 a Firenze. Suo padre Paolo era
orefice, sua madre era, come egli stesso dichiara, una donna di spirito
e ardita. Dapprima condusse una vita dissoluta, dopo però fu così
conquiso dalle prediche del Savonarola, che entrò nell'ordine di San
Marco. Era da tre anni nel chiostro, quando il giorno 8 aprile 1498 il
furore popolare si sollevò contro il riformatore. Fra' Benedetto lottò
insieme con altri monaci e partigiani del Savonarola con grande eroismo.
Per caso anche Baccio della Porta si trovava quella sera nel convento;
spaventato dalle grida del popolo e dall'infuriare del combattimento
egli si nascose. Benedetto invece salì sul tetto della chiesa, alla
quale era stato appiccato il fuoco, ed accoppò con pietre tanti nemici,
quanti ne poteva raggiungere. Savonarola lo scorse e lo chiamò,
scongiurandolo di deporre le armi; anche, allorchè il profeta si
consegnò liberamente ai suoi nemici, Benedetto volle dividere la sua
sorte, ma Girolamo glielo impedì.
Quindi egli racconta che fra i seguaci del maestro, Malatesta Sacromoro
da Rimini fece da traditore, poichè questi consigliò Savonarola a
consegnarsi al popolo, mentre che quegli (Fra' Benedetto) lo aveva
scongiurato invano di imitare Paolo, calandosi con una corda e cercando
il proprio scampo nella fuga.
Savonarola e Domenico furono tratti nel palazzo della Signoria;
Silvestro si era intanto nascosto in convento. Anche questi però fu
tradito il giorno di poi da Malatesta. Tutti e tre furono arsi il 23
maggio.
Benedetto fuggì dapprima a Viterbo, poscia cominciò però a provar
rimorso di aver rinnegato anche solo per poco tempo il ricordo di
Savonarola; egli tornò quindi a Firenze e cominciò a difendere
coraggiosamente le dottrine del suo infelice maestro, quantunque dovesse
affrontare la vendetta del partito avverso. Egli non risparmiava nessuno
ed attaccò anche papa Alessandro VI. La conseguenza di ciò fu che
dapprima fu scacciato dal chiostro e dopo vi fu imprigionato. Non è
certo se egli abbia sofferto qui sino alla fine della sua vita. In
prigione egli scrisse in difesa di Savonarola, su argomenti di teologia
ed infine «Il Cedro del Libano».
Questa schietta poesia è scritta in terzine e si compone di undici
capitoli. Non ci si attenda nessuna bellezza poetica da lui; essa è però
degna di nota per la fedeltà, colla quale distingue gli avvenimenti e ci
dà un'idea della vita di quel tempo. La catastrofe stessa è descritta in
modo vivo ed indubbiamente esatto.
Dopo un esordio a guisa d'orazione, l'autore racconta gli avvenimenti
della propria vita:
Nato di umili natali nella città dei fiori nell'anno 1470 nella
contrada di S. Croce, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto passa a descrivere poi la corruzione del suo tempo; la pace
regnava in tutto il mondo, ma il demonio seminava il male, il popolo era
pieno di peccati vergognosi, la lussuria e la violenza erano generali.
Regnava Alessandro VI, grande per cupidigia e libidine, ed ogni prete lo
prendeva ad esempio.
In questo tempo il Signore aveva mandato nella mia città un servo
devoto, chiamato Girolamo, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il poeta racconta ancora, che un giorno sua madre, commossa dalla parola
del Savonarola, lo eccitò ad andare alle sue prediche. Per quanto questo
invito gli sembrasse duro, egli cedette finalmente ed andò nella chiesa
di San Marco. Qui si sedette tutto vergognoso ed in silenzio tra gli
uditori, suscitando la meraviglia della folla che non attendeva di veder
ivi l'uccello goditore. E qui egli fa entrare in iscena il Savonarola
che tiene una predica, come il Lenau fa nel suo romanzo del Savonarola.
Quando venne il mio profeta, Savonarola, egli montò umile sul
pulpito ed io rimasi attento alle sue parole, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prosegue poi in questo tono. E' la predica sull'arca di Noè: Benedetto
ne ricevè una così profonda impressione sulla coscienza che fuggì subito
in luogo remoto, dove cominciò con sè stesso un dialogo, in cui sono
contenute delle chiare accuse.
E piangendo me ne andai, gettando lungi da me il mio essere leggero
e dissoluto e la mia chitarra da sventato.
I suoi antichi compagni lo dileggiano e lo dicono ipocondriaco, lo
invitano ai divertimenti, gli dimostrano come egli sia amato da tutti ed
abbia molti amici e come nulla manchi alla sua vita. Non basta che i
suoi camerati lo tormentino, anche i suoi sensi vengono finalmente
indotti in tentazione ed egli li presenta quali persone:
L'occhio disse: Io non so che tu pensi; mi hai abituato a scorrere
libero e libertà io voglio, perchè questa mi si conviene.
L'orecchio mi disse, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma Savonarola lo conforta nella sua conversione ed egli inizia il
principio della sua santa vita, assumendo per alcuni mesi il posto
d'infermiere e di becchino in un ospedale. Il demonio lo tormenta
tuttavia continuamente, nondimeno egli lotta valorosamente ed entra
finalmente nel suo venticinquesimo anno d'età nell'ordine.
Come Bartolomeo aveva raffigurato in colori Savonarola, così lo
descrive Benedetto in versi:
Piccolo di corpo, ma tutto salute; di membra minute, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Seguono i giudizi sull'animo suo, che si possono facilmente immaginare,
ed un piccolo accenno alla sua operosità; quindi un intero episodio sul
genere del Klopstock, nel quale il poeta fa cospirare i demoni contro
Savonarola:
Il superbo Lucifero, il principe dell'Inferno, quando si accorse
quali frutti raccoglieva il sacerdote, abbaiò forte come una bestia
dilaniante, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lucifero racconta in seguito ciò che egli abbia fatto di male dalla sua
caduta dal cielo, come egli abbia scacciato Adamo dal paradiso, piegando
sotto il suo dominio tutte le creature, come il popolo di Mosè si sia
dato all'idolatria per effetto della sua preparazione e come egli abbia
mandato fuori tutti i diavoli, per sterminare la fede, dopo la venuta di
Cristo nel mondo:
E voi mentitori, sudicia razza di cani, non mi avete estirpato la
fede. L'uno dice: oggi ancora lo faccio; l'altro: domani, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per ordine di Lucifero i demoni partono con grida orribili. La loro
opera si vede presto nella persecuzione del santo uomo, specialmente per
parte dei Minori di Santa Croce, che gli interrompono in ogni modo la
predica, aizzando il popolo contro di lui. Quindi Benedetto descrive
l'assalto di S. Marco dell'8 aprile 1498.
Era di domenica, il giorno delle palme, quando Firenze si sollevò
con grida selvaggie per prendere il frate vivo o morto, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Egli narra in seguito come venti soli amici del Savonarola respinsero
gli assalitori, uccidendone il capo e scacciarono tutta la turba per tre
volte. Tre volte tornò la folla inferocita all'assalto.
I nemici appiccarono ora il fuoco alle porte della chiesa e del
convento. Il profeta era strettamente attorniato dai suoi
confratelli col Sacramento, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Segue il discorso di conforto e di avvertimento del profeta, col quale
egli annuncia ai confratelli che ha deciso di rimettersi spontaneamente
nelle mani dei suoi nemici, in seguito al consiglio datogli da Malatesta
con perfida parola.
Io vidi coi miei occhi com'egli si consegnò ai nemici col compagno
Domenico e com'egli si rimanesse calmo e sereno in mezzo al popolo
furente che lo minacciava, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Benedetto narra quindi come dopo la morte del Savonarola, i suoi seguaci
rinnegassero la sua memoria ed abbandonassero vergognosamente la sua
bandiera.
Non uno a dir vero gli restò fedele ed io stesso ho cominciato a
tentennare. Il mio raffreddamento fu però corto e presto tornò il
mio ardore, ecc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L'ultimo capitolo contiene una lamentazione sulla fine del profeta e vi
si narra in qual modo morisse. Poi la poesia, alla quale doveva seguire
indubbiamente un'altra parte, termina, con un'invocazione al Savonarola,
di ricordarsi della sua promessa e di proteggere il povero autore.
Il Marchese, al quale dobbiamo la pubblicazione di questa vecchia
poesia, non ha scritto nessuna storia speciale del Savonarola, ma ha
aggiunto una descrizione della sua vita all'opera pregevole già
ricordata sugli affreschi di S. Marco. E' interessante conoscere come un
domenicano oggi vivente parla dell'antico priore del suo convento. Egli
dice dapprima: il lettore vedrà, come un uomo, che era forse il più
grande dei suoi tempi, abbia incontrato una fine tremenda. Egli
apprenderà, come non valsero a risparmiarlo, nè la nobiltà del suo
spirito, nè la santità della sua vita, nè l'elevatezza del suo scopo.
Egli conoscerà quali speranze morirono con lui e quali furono gli amari
frutti della sua morte, e come patiboli e roghi non fossero bastevoli a
spegnere la sete di vendetta nei suoi avversari, vendetta che infuriò
ancora sul suo cadavere e sulla sua memoria. Pur nondimeno il suo nome
risplende oggi onorato, dopo che le ire furon sepolte per sempre, ed è
caro a tutti coloro che sono amici non paurosi della verità. Quest'uomo
grande ed infelice è Fra' Girolamo Savonarola.
Importanti come aggiunta ad una storia del Savonarola sono le lettere ed
i documenti che riguardano quest'infelice riformatore, pubblicati dallo
stesso Marchese. Tra esse ve n'è una alla madre sua, Elena Buonaccorsi,
al suo amico Domenico, a sua sorella Beatrice, a Pico della Mirandola, e
tra i documenti anche lo scritto di Luigi XII al Governo di Firenze, nel
quale questo re prega per una proroga all'esecuzione della sentenza del
Savonarola. Alla fine della sua introduzione alle raccolte il Marchese
dice: «Qui terminiamo le nostre pazienti ricerche sulla vita e la morte
del Savonarola, coll'augurio che possa presto sorgere uno scrittore
prettamente cattolico, diligente e giusto, che libero da tutti i
pregiudizi di sètte politiche e religiose, ci presenti finalmente il
vero tipo di questo grande, che in un tempo difficile e corrotto
raggiunse una fama tanto alta, che nemmeno le calunnie di quattro secoli
poterono scemare».
Il desiderio del Marchese è stato esaudito, poichè Pasquale Villari,
professore di storia a Pisa, ha pubblicato un'opera pregevolissima, «La
storia di Girolamo Savonarola ed i suoi tempi».
La campagna dei volontari intorno Roma.
La campagna dei volontari intorno Roma.
Nell'autunno 1866 l'Italia era in preda ad un eccitamento eguale a
quello dell'anno 1859. L'Austria, l'ultima rappresentante della potenza
imperiale tedesca, aveva dovuto cedere alla nazione italiana anche
l'ultimo resto dei suoi possedimenti italiani. Il 19 ottobre, il giorno
in cui gli Austriaci salparono per Trieste, e gli Italiani entrarono a
Venezia, fu uno dei più felici e lieti giorni della storia d'Italia;
esso segnò il ritorno della nazione italiana alla sua indipendenza dopo
una schiavitù di più di tre secoli.
Gli Italiani dovevano questo grandioso risultato ai fatti d'arme della
Prussia. Il potente legame d'alleanza, a cui essi avevano serbato
fedeltà in momenti, nei quali avrebbero avuto la tentazione di
abbandonarlo, fece sì che essi riuscissero come vincitori dalle
sconfitte del loro esercito e della loro flotta.
Dopo la cessione di Venezia, l'Italia formò di nuovo una nazione sola,
non essendo la sua unità più turbata che da Roma. Soltanto qui
risiedevano ancora truppe straniere, l'esercito d'occupazione di
Napoleone. Ma la posizione del Papato, che si appoggiava all'Imperatore
francese, doveva ora mutarsi.
L'Austria aveva finora coperto il Vaticano dal Po; il formidabile
quadrilatero era la trincea più valida del Vaticano. Ora essa era caduta
e si era sciolto il legame di reciproci interessi che aveva fin allora
tenuto avvinti il Papato e la Dinastia degli Absburgo. L'Austria cessò
la sua politica italiana e con essa necessariamente vennero meno i suoi
obblighi verso Roma. L'Italia poi, liberata dalla pressione
dell'Austria, rafforzò l'alleanza colla Prussia, la quale era divenuta
la prima potenza del continente, fiaccata la Francia, e inseguiva ora in
Germania gli stessi ideali che aveva, in Italia, inseguito la Savoia.
Nell'autunno 1866 si sentì profetizzare che conseguenza di quegli
avvenimenti doveva essere necessariamente la caduta del potere temporale
dei Papi. Si avvicinava il momento in cui doveva cessare, secondo la
convenzione del 15 settembre 1864, l'occupazione francese di Roma.
Ci si domandava se Napoleone si sarebbe attenuto strettamente a questa
convenzione, cioè se avrebbe ritirato le sue truppe, e, nel caso
affermativo, che sarebbe avvenuto del Papato. Sarebbero sufficienti le
truppe pontificie, pochi reggimenti romani e pochi reggimenti stranieri,
ad assicurare l'ordine nelle provincie dello Stato? Si diceva infatti
che queste provincie si fossero legate con giuramenti segreti a
sollevarsi al primo appello del Comitato Centrale mazziniano di Firenze.
Per la difesa personale del Papa Napoleone aveva costituito la legione
di Antibo. Questo corpo di 1200 uomini, in gran parte francesi, al
comando del colonnello d'Argy, nel settembre 1866 era già sbarcato a
Civitavecchia, ed era andato in guarnigione a Viterbo.
La caduta di Palermo in mano alle bande di Bentivegna (16 settembre), in
cui potere rimase per 6 giorni, produsse in Roma un'impressione
profonda: non poteva accadere qui alcunchè di simile dopo il ritiro
delle truppe francesi? L'eccitazione divenne nell'ottobre assai acuta.
Si parlava di diserzioni numerose nella legione di Antibo. Si sparsero
notizie di un _memorandum_ di Napoleone al Papa, nel quale costui,
accennando agli eccessi di Palermo, proponeva che fosse accolta in Roma,
dopo il ritiro delle sue truppe, una guarnigione italiana. Si parlava
di dirette trattative fra Pio IX e Vittorio Emanuele per una
riconciliazione.
Il 29 ottobre il Papa tenne un discorso ai cardinali, il quale fece
cadere d'un tratto ogni speranza in questo senso. Pio IX protestò contro
tutti gli atti del Governo italiano; anche, dopo la pace di Praga, non
voleva saper nulla dei diritti della nazione italiana; considerava gli
Italiani eretici ribelli, e finalmente esprimeva la sua risoluzione di
lasciar Roma, se le circostanze lo richiedessero.
Vi era un partito di fanatici, che avrebbe voluto spingere il Papa ad
andare in esilio. I Gesuiti desideravano la sua fuga non meno del
partito democratico. Questo sperava di porre Roma a capo della
Rivoluzione, e di proclamare la Repubblica in Campidoglio. Quelli non
desideravano di meglio che di gettare l'Italia nell'anarchia coll'esilio
del Pontefice, di suscitare le querele e gli aiuti dei cattolici di
tutto il mondo, e finalmente l'intervento delle Potenze per
ristabilire--possibilmente--lo Stato della Chiesa, come nell'anno di
grazia 1815. Solo i moderati--e formavano la maggioranza--sostenevano
concordi che il Papa doveva rimanere in Roma. Malgrado tutto essi
speravano nella possibilità di un accordo col Papa, superando tutti gli
ostacoli inerenti strettamente al sistema ecclesiastico--di un accordo
con un Pontefice cui avevano tolto una gran parte dei suoi Stati, e la
cui sede, Roma, era reclamata come capitale della nazione italiana. Si
pretendeva un atto di sacrificio e di abnegazione da questo sovrano, un
atto di cui la storia reale di nessuno Stato e di nessun monarca avrebbe
potuto fornire un esempio! Il potere temporale è un principio
antievangelico, ma è anche una condizione di cose che dura da oltre
mille anni, e di tale importanza per la posizione del Papato, che questo
dominio temporale potrà essere soppresso solo per mezzo di una riforma
dei rapporti fra gli Stati europei. È vero che questa è già
incominciata; ma finchè essa non sarà compiuta, nessun Papa intendenderà
di rinunciare alla sua potenza temporale.
Il Governo italiano sembrava inclinato ad accettare trattative; esso
affermava che, secondo gli articoli della Convenzione di settembre, non
avrebbe, dopo il ritiro dei Francesi, nè attaccato il dominio
pontificio, nè sopportato che altri lo attaccasse. Esso mandò truppe ai
confini, per sorvegliarli, cioè per impedire che bande di volontari
riuscissero a penetrare negli Stati del Papa. Intanto il Governo
francese si dava pensiero di pareggiare la differenza del Debito
pubblico dello Stato pontificio; e calcolava gli arretrati, per le
provincie della Chiesa annesse all'Italia, in 12 milioni da pagarsi al
Pontefice. Fece sapere al Governo italiano che era opportuno che
mettesse all'ordine il partito d'azione, del quale si sapeva bene che,
firmando la Convenzione di settembre, era intimamente risoluto a
calpestarla alla prima occasione. Lo scopo dei democratici non era certo
un segreto; avrebbe il Governo italiano autorità sufficiente per
frenarne l'impeto? Dopo il ritiro dei Francesi essi volevano provocare
la caduta del Papato e l'annessione di Roma all'Italia come sua
capitale, facendo scoppiare la rivoluzione negli Stati pontificii e
costringendo così il Governo italiano a rompere la Convenzione e
marciare su Roma, sia col consenso di Napoleone, se egli voleva
riconoscere per la seconda volta il fatto compiuto, sia senza, se egli
intendeva di intervenire, e di opporsi all'esercito italiano.
Mentre il prossimo ritiro dei Francesi impensieriva la Curia e faceva
sorgere in essa il dubbio, se fosse preferibile per il Papa, inerme di
fronte alla rivoluzione, di abbandonare la città o di restarvi, i
nazionali agitarono la questione: che cosa doveva fare il popolo romano
in questo stato di cose. In novembre si pubblicò uno scritto: _Il Senato
di Roma e il Papa_, che fu segretamente fatto pervenire agli
ambasciatori, ai cardinali e ai notabili di Roma. Si risvegliavano in
esso antiche idee di indipendenza municipale; le ombre di Cola di
Rienzo, di Lorenzo Valla e di Stefano Porcari parlavano di nuovo ai
Romani. Ma è dubbio se queste ombre apparissero in Roma per proprio
conto, o, se, evocate in un gabinetto fiorentino, fossero poi mandate a
Roma. Quello scritto cercava di dimostrare, rifacendosi a studiare la
storia del Medioevo, che Roma non era mai stata in uno stato di
sudditanza diretta e propria col Pontefice, che essa conservava ancora
il suo diritto all'autonomia e che, ritiratisi i Francesi, si doveva
ristabilire in Campidoglio il Senato e l'autorità municipale del popolo,
e chiamare per plebiscito Vittorio Emanuele a farsi incoronare Re
d'Italia in Campidoglio.
Ecco la chiusa di quel notevole scritto: «Passato è il tempo della
violenza; le truppe francesi che per sedici anni hanno occupato Roma
sono sul punto di abbandonarla; le milizie romane del papa vacillano:
deboli per disciplina e per numero, esse sentono la vergogna di servire
sotto un vessillo che non è quello della patria; le truppe mercenarie
sono poche e malfide, e temono lo sdegno del popolo che mal tollera di
vedersi limitato e impedito da una schiera di avventurieri l'esercizio
di un sacro diritto. Il popolo romano vuole partecipare alla vita
d'Italia; la gioventù si è già dichiarata, e alcuni patrizi si sono
arruolati sotto la bandiera del Re. Tutti i cittadini infine vogliono
pace, ordine, libertà, e non hanno intenzione di dipendere dall'arbitrio
di cupidi condottieri o di pazzi ultramontani. Il Clero stesso, quel
Clero romano, semplice, colto e virtuoso che non amoreggia con la Curia
e con gli stranieri, desidera di unir la sua voce a quella di Milano e
di Venezia. In una parola, la rivoluzione morale è compiuta. Se gli
animi sono ancora tranquilli, se nulla è accaduto finora, ciò è perchè
non si vuole in nessun modo turbare il tanto sospirato ritiro dei
Francesi da Roma con un inopportuno movimento.
«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con
la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto,
ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo,
allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia
cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo
romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini
per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la
massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato;
diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del
quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si
rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire
i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante,
Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato
per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue
di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a
realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio
con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci
sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere,
insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo
della libertà civile nell'indipendenza nazionale.
«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così
parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto
il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla
veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non
vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo,
che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate,
ma che anzi ha in animo di rendere a voi quella libertà che invano
siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano
il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su
cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete
liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da
armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di
noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».
Questo scritto portava la data: _Roma, il giorno dei morti_; era
firmato: _Stefano Porcari_, e, come luogo di stampa: _Romae, ex aedibus
Maximis 1866_. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne
parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.
Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i
Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che
avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il
Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo
alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni
altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli
regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i
suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolare diceva quel che aveva
detto lo scritto del Porcari.
Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione.
Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio.
Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a
Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo
l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano
rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,--che un mutamento
d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma.
Nel porto di Civitavecchia--gli dicevano i consiglieri gesuiti--si
sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In
fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da
guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare
di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al
pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto
presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze
dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva
mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua
convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio
avrebbe potuto esser forte, ma si esponeva a un grave pericolo: la
Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa
l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato
minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe
venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già
Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese
Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che
quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad
accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a
rimanere, comunque, in Roma.