«Francesi! La capitolazione del Duca di Castiglione consegnò Lione ai
nostri nemici senza tentar difesa. L'esercito, il cui comando io gli
avevo confidato, era in condizione di battere il corpo d'armata
austriaco a lui contrapposto, per il numero dei suoi battaglioni e per
l'eroismo e l'amor di patria delle truppe che lo componevano, passando
così dietro il fianco sinistro dell'esercito nemico che minacciava
Parigi.
«Le vittorie di Champ-Aubert, di Montmirail, di Château Tierry, di
Bauchamps, di Monterom, di Craonne, di Rheims, di Arcis-sur-Aube e di
Saint-Dizier, la sollevazione dei bravi contadini nella Lorena, nella
Champagne, nell'Alsazia, nella Franca Contea e nella Borgogna, e la
posizione da me occupata dietro gli eserciti nemici, in modo da tagliar
loro i magazzini, i parchi di riserva, le comunicazioni e toglier così
loro tutto il necessario, li avevano posti in condizione disperata. I
francesi non erano mai stati sul punto di essere più potenti e la più
bella parte degli eserciti nemici era irremissibilmente perduta; essa
aveva trovato la propria sepoltura in quelle regioni deserte, che aveva
spogliate così crudelmente, quando il tradimento del Duca di Ragusa
consegnò ai nemici la capitale e produsse il dissolvimento
dell'esercito.
«Il modo imprevisto di comportarsi di questi due generali, che tradirono
in una volta la loro patria, il loro principe ed il loro benefattore,
cangiò le sorti della guerra; la condizione del nemico era tale che, sul
finire del combattimento che ebbe luogo dinanzi a Parigi, esso si
trovava senza munizioni, avendolo noi separato dal suo parco di riserva.
«In queste improvvise e gravi circostanze il mio cuore era dilaniato, ma
l'animo mio rimase incrollabile; io presi allora consiglio solo dal bene
della patria; io mi relegai sui miei scogli in mezzo al mare; però la
mia vita vi era e doveva esservi ancora utile. Non permisi al grande
numero di cittadini che mi volevano accompagnare, di dividere la mia
sorte; io pensavo che la loro presenza fosse utile in Francia; non
condussi meco che un piccolo manipolo di prodi, necessari per la mia
difesa.
«Elevato al trono per vostra elezione, tutto ciò che è avvenuto
all'infuori di voi, è illegale. Da 25 anni, la Francia ha nuovi
interessi, nuove istituzioni ed una gloria nuova, che possono esser
garantiti solo da un governo nazionale e da una dinastia, sorta in
queste circostanze. Un principe che regnasse su di voi, che fosse posto
sul mio trono con la forza di quelle armi che hanno devastato il nostro
paese, si appoggerebbe invano sui principî del diritto feudale; egli non
garantirebbe che i privilegi di un piccolo numero di individui, nemici
del popolo, che da 25 anni li ha sempre condannati in tutte le nostre
assemblee nazionali. La vostra pace all'interno e il vostro prestigio
all'estero sarebbero perduti per sempre.
«Francesi! Nel mio esilio ho inteso i vostri lamenti ed i vostri
desiderî; voi avete reclamato questo governo ai vostri voti, ciò che
solo è legittimo; avete accusata la mia lunga inerzia e mi proponeste di
sacrificare la mia pace al bene della patria.
«Io ho traversato i mari in mezzo a pericoli di ogni sorta. Sono qua per
riprendere tra voi i miei diritti, che sono pure i vostri. Non terrò
conto di tutto ciò che è stato fatto, scritto o detto da alcuni dopo
l'occupazione di Parigi; ciò non avrà nessuna influenza sui servizi
rilevanti che essi prestarono per l'innanzi, poichè è degli avvenimenti
di questa fatta che si trovino nell'organizzazione umana.
«Francesi! Non vi è nazione che, per quanto piccola, non avrebbe avuto
il diritto di sottrarsi e che non si sarebbe sottratta all'onta di
obbedire ad un principe che è stato imposto da un nemico,
momentaneamente vittorioso. Quando Carlo VII ritornò a Parigi e rovesciò
il trono effimero di Enrico VI, egli riconobbe di essere in possesso del
trono, pel valore de' suoi prodi e non per mezzo del principe-reggente
d'Inghilterra.
«Così io pure riconosco e riconoscerò a voi soli ed ai prodi
dell'esercito il dovuto onore.
_Firmato:_ NAPOLEONE».
Questi sono i proclami ch'ei scrisse nel mare d'Elba. Lo spirito
militare di quei tempi, quando il popolo diveniva esercito, ed il
sovrano, generale, ci si affaccia da questi documenti nella sua barbarie
per l'ultima volta. Chi può leggere oggi senza sentirsi irritato queste
frasi di gloria militare e di guerre dei prodi dell'esercito e sempre ed
eternamente dell'esercito?
Il 1^o marzo alle 3, la flotta di sette trasporti arrivò nel golfo S.
Juan; alle 5 Napoleone pose piede sulla terra di Francia. La schiera si
nascose in un uliveto.
Come somigliava qui Napoleone agli eroi romantici della sua patria
côrsa. Poichè, mostrandocisi ormai nell'atteggiamento di avventuriere,
egli era essenzialmente côrso. I guerrieri più rinomati della patria sua
avevano cercato di impossessarsi di essa dall'esilio, nella stessa
maniera.
Nell'anno 1408 Vincentello d'Istria sbarcò con un paio di spagnoli e di
côrsi su quell'isola, per strapparla ai genovesi. Dopo un combattimento
glorioso egli fu preso e decapitato.
Giampaolo fece, nell'anno 1490, un'incursione in Corsica con quattro
côrsi e sei spagnoli, ch'erano tutti il suo esercito. Dopo un
combattimento glorioso, egli morì in esilio.
Tre volte irruppe il valoroso Renuccio della Rocca dal suo esilio in
Corsica, la prima con 18 uomini, la seconda con 20, e la terza volta con
8 amici. Ogni volta egli entrava coraggiosamente nel paese, mettendo
avanti editti di esilio e lanciando proclami, e contando sul concorso
dei suoi amici. Egli fu ucciso nell'anno 1511, sui monti, dopo varii
combattimenti gloriosi.
Nell'anno 1564 Sampiero, il più valoroso dei côrsi, sbarcò nella sua
patria con 37 côrsi e francesi. Egli fu ucciso nell'anno 1567 sui
monti, dopo gloriosi combattimenti cogli eserciti genovesi.
Con 500 guardie francesi, 200 cacciatori côrsi e con 100 lancieri
polacchi, che non avendo cavalli, portavan essi stessi le selle, il
côrso Napoleone Bonaparte partì in guerra contro la Francia e gli
eserciti reali. Dopo gloriosi combattimenti egli fu relegato nell'isola
di S. Elena.
Con un manipolo di côrsi Gioacchino Murat sbarcò nell'ottobre 1815 dalla
Corsica a Napoli, per conquistare un regno. Egli fu fucilato dopo il suo
audace sbarco.
Con un paio d'uomini, il côrso Luigi Bonaparte arrivò, ai nostri tempi,
a Strasburgo, per conquistare una nazione di 35 milioni di abitanti. Il
tentativo essendo fallito, egli sorprese di nuovo la Francia in
Boulogne. La storia ha il dovere di riconoscere queste incursioni, senza
dubbio avventurose, quali precedenti storici di un uomo che divenne
imperatore dei francesi non molto tempo dopo. Pertanto, nessuno deve
esser considerato felice, prima della sua fine.
Presto si abbattono le cose caduche, dice il vecchio Seneca. Rapido fu
il volo di Napoleone dal golfo di S. Juan, a S. Elena, a traverso
Waterloo. Il 2 marzo egli era a Cérénon, il 3 a Barême, il 4 a Digne, il
5 a Gap, il 7 a Lione, il 14 a Chalons, il 20 marzo alle 9 di sera egli
entrava a Parigi. Il 1^o giugno egli era un uomo politicamente già
battuto. Il 18 giugno egli cadde a Waterloo. Il 21 giugno tornò, in
fretta, a Parigi; il 22 giugno egli dettò:
«Ma vie politique est terminée et je proclame mon fils sous le titre de
Napoléon II empereur des Français!».
Il 15 luglio egli s'imbarcò sul _Bellerophon_; il 7 agosto sul
_Northumberland_. Il 16 ottobre arrivava a S. Elena.
Dopo--e questo è l'ultimo quadro della storia di quell'anno
meraviglioso--egli giacque sul lontano scoglio africano, nel suo letto
di morte, pallido e muto, coperto col mantello turchino di Marengo, col
busto marmoreo di suo figlio, il Re di Roma, ai piedi; i suoi amici
fedeli Bertrand ed Antommarchi ed i suoi servi stanno in ginocchio,
piangendo. Il sole si tuffa in tal momento nel mare. Il sacerdote che ha
somministrato l'estrema unzione all'Imperatore, alza le braccia e dice:
_Sic transit gloria mundi!_
Napoleone rivisse a S. Elena le sue opere e quello che egli fu, e pose
alla sua carriera, a guisa di epigrafe monumentale, le seguenti
significative parole:
«Io ho chiuso l'abisso dell'anarchia, ordinando il caos; io ho quietata
la rivoluzione, nobilitati i popoli, e moderato i re. Ho incoraggiato
qualunque gara, ho ricompensato ogni merito ed ho allargato i limiti
della gloria. Tutto ciò è stato pur qualcosa.--Or dunque, da quale punto
si potrebbe attaccarmi, dove lo storico non potesse difendermi? Forse
nelle mie intenzioni? In questo egli potrà certamente assolvermi
dall'accusa. Il mio dispotismo? Si vorrà però ammettere che la dittatura
era necessaria. Si dirà ch'io era un ostacolo alla libertà? Egli proverà
che l'arbitrio, l'anarchia e la più grande confusione stavano ancora
alle porte. Mi si rimprovererà di aver amato troppo la guerra? Egli
dimostrerà ch'io fui sempre attaccato. Che io anelassi la monarchia
universale? Egli mostrerà che solo la combinazione casuale delle
circostanze e solo i nostri nemici stessi sono stati quelli che mi vi
hanno spinto passo a passo. Finalmente, si accuserà forse la mia
ambizione? Ah, certamente di questa si troverà molto in me, ma della più
alta e più bella, che ha forse mai guidato un uomo, intendo quella di
ordinare ed inaugurare finalmente l'impero della ragione, l'esercizio ed
il godimento completo di tutte le capacità (ingegno) umane. E qui lo
storico si troverà forse costretto a rimpiangere che una tale ambizione
non sia stata appagata ed esaudita».
Così pensava Napoleone a S. Elena della sua stessa missione. E non
pertanto, egli fu un messia, come ogni altro prima di lui, cui la storia
assegnava per compito di portare il mondo siccome un atlante per un
certo tempo, e di rinnovare pel bene del progresso le fatiche di Ercole.
E se deploriamo la natura umana, perchè essa si trasforma piuttosto per
mezzo del dispotismo soldatesco di Napoleone, che per le leggi civili di
Solone e Timoleone; se infine accusiamo apertamente questo grande uomo
di aver dimenticato la sua missione e di esser perito pel suo egoismo e
la sua sete di dominio, restiamo però pieni di stupore e di riverenza
dinanzi alla sua figura e glorifichiamo la grande spinta che da lui è
derivata alla vita dei popoli e al progresso generale.
* * * * *
Ho dunque dato all'Imperatore ciò che all'Imperatore appartiene e voglio
dare pure agli elbani ciò che agli elbani spetta. Sono in numero di
20,000; un popolo pacifico, con usi e lingua prettamente toscani e senza
caratteristiche di genere nazionale. L'isola è troppo piccola (essa
comprende poco più di 7 miglia quadrate) ed è sita troppo vicina alla
terraferma per aver potuto sviluppare in sè un proprio spirito popolare.
Non si trova traccia di usi côrsi in questa roccia così vicina alla
Corsica, e di vendetta si son riscontrati casi solo nei tempi antichi;
oggi di essi non c'è più esempio. Il bandito côrso si rifugia solo
nell'estremo bisogno all'Elba, dove egli non può rimanere. Un
particolare comune ai due popoli isolani è l'ospitalità.
L'Elba conta le seguenti località: Portoferraio (il porto del ferro), la
fortezza Longone e la marina di Porto Longone, Marciana con la marina,
Poggio, Campo, Capoliveri, Pila, Sampiero, Rio con la marina,
Sant'Ilario.
I paesi hanno un aspetto scuro e fosco, come quelli della Corsica,
perchè sono costruiti con pietra naturale. Anche questi stanno sulle
alture, a causa dei barbareschi, e sono difesi da torri. Dove il mare è
prossimo, si sono formati dei luoghi di approdo che si chiamano appunto
marine. Molto fruttifera e bella è la campagna nella valle che si stende
dai monti di Marciana, a destra del gran golfo, sino a Porto Longone:
essa attraversa l'isola per gran parte della sua lunghezza e forma un
contrasto magnifico colla selvaggia imponenza dei monti. Questi
raggiungono la loro massima altezza sopra Marciana, col Cavanna, che è
alto quanto il Vesuvio. L'isola degrada assai verso la costa d'Italia.
Dalla riva della Corsica, l'Elba appare come un solo monte di roccia,
di magnifica doppia forma piramidale, poichè sono appunto le rocce di
Marciana che sono rivolte verso la Corsica; dalla costa italiana,
invece, si vede la parte più bassa distesa verso Piombino, ove si
trovano riuniti i maggiori tesori dell'isola: il ferro e le frutta.
I monti di Marciana sono molto ricchi di granito e di marmo, di
alabastro, di cristallo e d'altre pietre. La località di Marciana ha le
migliori castagne; olive ce ne sono poche e cattive, così pure la
penuria di legno è forte ovunque. Dappertutto crescono i limoni e
specialmente ricercati sono quelli di Campo. Anche il vino vi è in
abbondanza; il migliore lo ha Capoliveri, ove si fa un aleatico che
eguaglia quello della Toscana. Nella grande vallata cresce molto il
granturco. Per tal modo niente manca per vivere al popolo in questo
attraente e mite paese, poichè, oltre alla fertilità dei giardini e dei
campi, la terra gli ha dato anche i giacimenti inesauribili del ferro di
Rio, ed il mare il suo sale ed i suoi pesci. Presso Portoferraio, gli
Etruschi ed i Romani già prendevano sarde e tonni che si trovano colà in
quantità stupefacenti. I pesci ed il ferro resero già nell'antichità a
tutti i popoli che scorrevano avidi i mari dell'Elba e specialmente ai
Côrsi, ai Fenici, ai Cartaginesi, ai Tirreni e ai Romani. L'isola si
chiamava nell'antichità _Aethalia_, poi _Iloa_, e nel medio evo _Ilva_,
donde è derivata l'_Elba_ attuale.
Una buona strada carrozzabile conduce da Portoferraio per la valle sopra
Capoliveri verso Longone, attraverso l'isola sino all'altra parte del
mare. Si gira intorno al golfo sino a S. Giovanni, un piccolo sito con
una capanna da pescatori, da dove le barche fanno il tragitto per
Portoferraio. Ci mettemmo in una di queste barche e traversammo il golfo
sino a S. Giovanni a vela spiegata, colla velocità di una freccia. Colà
si sale un'altura, che è piena di avanzi di costruzioni romane e si
discende poi giù nella valle dall'altra parte del golfo.
Qui esiste sulla marina una villa che è proprietà di un impiegato di
Demidoff; io non mi ricordo forse di aver veduto altrove un sito più
tranquillo. La graziosa casetta è circondata da un giardino con fiori ed
aranci, in mezzo a colline di vigneti, e guarda sul bel golfo e su
Portoferraio che le sta incontro e che di qui si presenta in un aspetto
singolarmente seducente. Se si scende nella valle, è come se si
passeggiasse in un giardino, in una campagna ricca e ridente, ove si
vorrebbe volentieri trattenersi. Ovunque campi rigogliosi, verdi
montagne, boschetti fioriti e di qua e di là il mare scintillante.
Un acquazzone ci obbligò, in mezzo alla valle di Capoliveri, a
ricoverarci in una casa di contadini. Trovammo colà molti campagnoli,
uomini e donne, occupati a preparare dei fichi da seccarsi. Ci offrirono
pane, uva e vino nuovo, e poichè il mosto non ci piaceva, un vecchio
andò a cercare un gran recipiente di terra, e ci versò da esso del vino
rosso; era un ottimo aleatico del posto.
Noi riprendemmo il nostro cammino verso Porto Longone, col più bel sole
(era di settembre) ed arrivammo a questo piccolo porto all'ora di
mezzogiorno. La seconda città dell'Elba giace in una piccola baia, sotto
rocce scoscese, sulle quali si eleva maestosamente la fortezza. Sulla
spiaggia vi sono un paio di strade, sulle quali passano le onde,
giungendo sin presso alle case. Qui regna una gran quiete ed un grande
abbandono; alcuni bastimenti si cullano dolcemente sull'acqua; marinai e
pescatori riparano delle barche capovolte e cantano una canzone
monotona. Dappertutto vasi di fiori dinanzi alle finestre e sui balconi;
più in là le piccole case si perdono addirittura tra i giardini
rigogliosi, come le case dell'isola di Procida. Il suolo intorno a
Porto Longone è più meridionale che intorno a Portoferraio. Colà l'aloè
cresce in una magnificenza ed in una abbondanza che mi fecero stupire,
poichè un intero viale di piante d'aloè, da ambo i lati della via
carrozzabile, conduce per un'altura al porto di Longone. I loro cespugli
di fiori, che somigliano a grandi candelabri, erano in piena fioritura.
Io non aveva mai veduto prima, nemmeno nelle parti più meridionali della
Corsica, tante aloè insieme; uno spettacolo simile lo vidi soltanto in
Sicilia, ove una fila di queste piante, ordinate a caso dalla natura,
conduceva al tempio di Segesta. Qui crescono anche le palme.
La fortezza di Longone a cui si giunge inerpicandosi per un piccolo
sentiero, è costruita sopra un altipiano di una immensa roccia e, colle
sue mura e le sue torri merlate, appare molto antica. Essa fu eretta
dagli spagnoli, sotto Filippo IV e V. E' un fatto straordinario e
curioso che questa piccola Elba sia stata divisa nello stesso tempo
sotto tre diversi dominî; dappoi, mentre l'isola apparteneva al Principe
di Piombino, questi cedette nel 1537 Portoferraio a Cosimo; il Re delle
Due Sicilie per contro possedeva Porto Longone. Poscia, nell'anno 1736,
tutta l'Elba, compreso Piombino, cadde sotto il regno di Napoli, e
passò quindi nel 1801 al Regno d'Etruria, sino a che venne aggregata
alla Francia nel 1805.
Gli Spagnoli rimasero molto tempo a Porto Longone, e ve n'è quindi
rimasto il ricordo di essi ed anche oggi vi si adopera nell'apostrofe il
«Don».
La fortezza è certo resistente, poichè la sua situazione la rende
inaccessibile. Essa racchiude la città propriamente detta, un quadro
deserto di distruzione e di abbandono. Una gran parte delle opere furono
fatte saltare nel 1815 per ordine di Napoleone. La fortezza ha dovuto
sostenere diversi attacchi, quando i Francesi combattevano anche qui gli
Spagnoli, ai tempi di Luigi XIV. Un ufficiale della guarnigione toscana,
presso la famiglia della quale passammo una bella ospitale giornata, ci
fece vedere ciò che vi era di notevole. Egli era direttore della
compagnia di pena, dalla quale egli ha raccolto i ravveduti in una
scuola militare. Nel forte trovammo un piccolo gruppo di veterani
toscani, dei quali alcuni conoscevano la Germania dai tempi napoleonici
e vantavano tanto la bellezza delle sue regioni, come la nettezza delle
sue case. Tutto ciò che il nostro ospite ci mostrò, dalla disposizione
ed organizzazione interna della sua compagnia, alla sua amministrazione,
e al suo codice penale, tutto era un vero modello di indirizzo
militare; tutto aveva la sua regola ed ogni oggetto il suo posto
assegnato, persino il ferro dei piedi ed il nerbo fatale.
Anche a Longone, Napoleone aveva un così detto palazzo, una casa non
imponente, in cui egli scendeva tutte le volte che veniva a cavallo
dalla sua capitale. La prossimità di questa fortezza gli si adattava in
modo speciale. Egli soleva mangiare all'aperto, come racconta Valery
nella sua descrizione dell'Elba, sotto il monte, seduto sopra un sedile
scavato nella roccia (chiamato _canapé_) ove aveva piantato in
semicerchio dei gelsi. Di là osservava con un cannocchiale i bastimenti
che passavano, e le coste d'Italia.
Di fronte al golfo di Longone è situato il forte Fucardo, con un faro
per i bastimenti che entrano in porto. Intorno son rive pittoresche e
dalla parte di terra i monti più scoscesi, che in qualche roccia
ricordano Capri, senza avere certamente quel calore meridionale nel tono
dei colori. In questi luoghi romantici e deserti, prossimo alla strada
che conduce alle miniere di Rio, è situato l'eremitaggio di Monserrato,
fondato dagli Spagnoli.
Attraversammo col nostro ospite le roccie per giungere a Rio. La strada
conduce per contrade deserte, traverso pianure e sorgenti. Una di
queste sorgenti porta il nome di Barbarossa, non dell'imperatore
tedesco, ma bensì del corsaro che attaccò e saccheggiò, nel 1544, Porto
Longone. Il suo nome è ancora vivo in diverse isole del Mediterraneo,
forse in tutte, poichè non ve n'è alcuna in quei paraggi che non sia
stata visitata da questo che fu il più ardito di tutti i pirati.
Passammo così per diversi piani e diverse colline rocciose, sempre
rallegrati da nuove vedute di roccie, valli e mare, sino a che non
discendemmo a Rio. Qui rumoreggia giù dalle alture un ruscello che si
scarica nel porto. Da esso il luogo ha preso il nome di Rio. Di questo
torrentello, il più rapido dell'Elba, si dice che non abbia origine
nell'isola, ma che provenga dalla Corsica, da dove poi proseguirebbe per
canali sotterranei al disotto del mare, sino a tornare alla luce nel
Rio. Le foglie ed i rami dei castagni, che l'acqua trasporta con sè,
dimostrerebbero chiaramente la sua origine côrsa. Comunque sia, questa
nuova Aretusa sembra potersi riferire, secondo il significato poetico,
alla sorte di Napoleone.
Un'altra considerazione ancora congiunge le miniere di Rio alla Corsica;
di qui fuggì una volta, nel secolo XV, Pietro Cireneo, scrittore
conosciuto dei côrsi, di cui la vita avventurosa di fuggiasco è simile
ad un romanzo; fuggendo dal patrigno, egli giunse ancora bambino a Rio
e guadagnò la sua vita nelle miniere di ferro, aiutando a portare coi
somari il minerale al porto.
Il terreno rosso sul quale camminavamo ci avvertiva che ci trovavamo su
terra ferrugginosa; dappertutto nient'altro che questa polvere di ferro;
le colline d'intorno, scure e rossicce, coperte d'innumerevoli arbusti
d'aloè, i quali con le loro foglie rigide, di un colore di _bleu_
acciaio, e terminanti in punte di spine, sembrano essere tanti fasci di
pugnali e di spade. Tutto ciò che incontrammo aveva questo color di
ferro, gli operai di Rio, tinti di rosso nei vestiti, nella faccia e
nelle mani, ed anche i cani stessi, che ci venivano incontro. Il porto
stesso, verso il quale scendemmo, era rosso di polvere di ferro; sulla
spiaggia giacevano mucchi di minerale, che di là veniva poi caricato sui
bastimenti.
Cercammo il direttore dei lavori. Egli era un tedesco, la qual cosa
appresi con grande gioia. Solamente il tedesco è, fra i vari popoli, il
vero minatore; egli solo è capace di scendere nel pozzo della vita e di
scrutare negli antri bui della natura il suo più profondo carattere. Qui
egli scava di continuo, sino a che trova il minerale puro, e, dimentico
di sè, non ricorda la primavera che è di fuori. Talvolta egli dorme giù
nel fondo, come Epimenide, o come l'imperatore Barbarossa nel
Kyfthäuser, quel vecchio minatore tedesco dalla corona aurea e dalla
lunga barba cresciuta traverso il tavolo, oppure come il Tannhäuser nel
Venusberg (Monte di Venere).
Il signor Ulrich, un uomo marziale, un tedesco di buona lega, ci venne
incontro; anche la sua stretta di mano era ferrea, la sua parola breve e
decisa e la sua voce straordinariamente potente. Ci ricevette
cordialmente, come suoi compatriotti, ci condusse ai lavori e ci spiegò
la loro disposizione. Le miniere di ferro dell'Elba, che sono
amministrate per proprio conto da una Società toscana, erano da poco
tempo sotto la sua direzione. Egli le ricevette in condizioni miserrime;
in pochi mesi le ha però tanto migliorate che già ora si può calcolare
la produzione annuale a 35,000 tonnellate, mentre non producevano prima
che solo 22,000 tonnellate. Giornalmente vengono estratte 120,000 libbre
di ferro; in estate però i lavori languono, perchè la lavorazione dei
campi reclama gli operai, i quali sono per la maggior parte di Rio.
Nell'inverno i lavori procedono molto più alacremente.
Già dai tempi più remoti la miniera di Rio era sfruttata, pure essa
rende ancor oggi moltissimo, è un monte di circa 500 piedi di altezza,
tutto di materiale di ferro. Nelle sue vicinanze vi sono ancora altri
giacimenti non meno ricchi, quelli di Terra Nera, di Rio Albano e quello
della Calamita, un vero monte magnetico. Già gli Etruschi sfruttarono
queste cave; essi portavano il materiale a Populonium, sotto il cui
dominio l'isola giaceva e colà veniva estratto il ferro. La penuria di
legna non permette all'Elba il lavoro di fusione ed anche oggi il ferro
viene fuso in fabbriche nelle vicinanze dell'antica Populonium, oppure
il materiale viene imbarcato per Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.
Il sig. Ulrich ci dimostrò quanto gli antichi e i loro successori
avessero scialacquato con questi giacimenti. Delle intere colline di
terra ferruginosa inutilizzata sono state ammonticchiate, coprendo i
giacimenti di minerale. Questa terra sprecata però è tanto ricca di
sostanze, sì da dare pur sempre un ottimo materiale. Il signor Ulrich
prese una manciata di terra, dove noi stavamo, ce la mostrò e
disse;--«Osservate, la terra che io prendo qui alla superficie, dà
ancora un ferro migliore di quello che ottengono i francesi
nell'Auvergne, dove gli scavi son ben più difficili». Qui il minerale si
trova veramente sopra terra e per diverse miglia in giro si sta e si
cammina sul ferro. Le miniere di Rio sono più ricche di quelle
possedute dal Demidoff in Siberia, e, probabilmente, di uguali ad esse
non se ne trovano.
I lavori si limitano ancora alla superficie, e di opere sotterranee, non
vi è altro che due gallerie; con tutto ciò si vedono i più bei
giacimenti di minerale allo scoperto. Chi s'immaginasse di trovare a Rio
dei pozzi di gallerie, delle cave con tutti i romantici accessori dei
minatori, come lo avevo immaginato io, prima di vedere questo
straordinario monte di ferro, sbaglierebbe di molto.
Gettai uno sguardo nei dintorni; dappertutto vi era malinconia e le
opere stesse, queste colline rosse e nere, la terra color di ferro e la
polvere di ferro scintillante producevano l'effetto del deserto, come i
campi di lava e di cenere di un vulcano. Una torre merlata guardava
tristamente dall'alto di uno scoglio sulle miniere. Era la torre di
Giove. Innanzi a queste sinistre miniere, dalle quale la furia della
guerra ha portato ininterrottamente nel mondo spade, lancie e palle, e
dalle quali sembra essere emersa direttamente l'età del ferro, come è
stato cantato dal poeta, dovevasi innalzare un monumento a Napoleone,
ponendo sul piedistallo quell'ordine del Re degli Etruschi, Porsenna,
che, cioè, per l'avvenire il ferro dovesse soltanto essere adoperato
per fare arnesi per l'agricoltura e per le arti pacifiche.
La bella leggenda mi fa ricordare un fatto storico dell'antichità greca,
un'altra condizione di pace. Quando Gelone dettò ai Cartaginesi la pace
in Siracusa, dopo la battaglia di Himera, una delle sue condizioni fu
questa, che essi dovessero in seguito cessare dal far sacrifici a Moloc.
Anche questa ordinanza avrebbe dovuto esser posta sul piedistallo di
quel colosso di ferro da erigersi all'Elba: non più vittime da immolare
al Dio Moloc!
Io non so, tuttavia, se una tale êra icarica verrà mai, e se le olive di
Elihu Buritt metteranno radici. I popoli mi sembrano che siano
moralmente poco più grandi di quello che erano ai tempi di Porsenna e di
Gelone di Siracusa.--Tanto in onore del Moloc politico, quanto di quello
religioso, le nazioni si combattono oggi come ieri, ed il fiore della
loro gioventù si lascia mietere così tranquillamente, come se la vita
umana potesse rinnovarsi centuplicata come l'idra.
Per questo ci separiamo dall'isola del ferro col grido di Porsenna: «Non
più spade nè lancie, ma industria ed agricoltura, e non più sacrifici
umani a nessun idolo».