L'ISOLA D'ELBA.

(1852).

L'isola d'Elba.

(1852).

Una volta alla settimana il piroscafo dello Stato toscano, il «Giglio»,

fa in estate il viaggio per l'Elba, per portare i dispacci del Governo

ed i passeggieri. Da Livorno il viaggio dura circa cinque ore, poichè si

tocca Piombino, dove il bastimento si ferma per un certo tempo.

Sempre lungo la costa solitaria della Maremma, si è rallegrati dalla

vista della verde pianura, che discende al mare, e che è limitata

all'interno dai monti che circondano Volterra. Delle torri ai luoghi di

approdo, alcuni piccoli porti, alcuni edifici per usi industriali e

delle case coloniche sparse qua e là interrompono la striscia uniforme

delle Maremme, che verdeggiano di boschetti di mirti, dove nel folto è

una ricchissima caccia di cinghiali.

Ai tempi degli Etruschi su questa costa erano delle ricche città,

potenti per la loro cultura, da Volterra sino a Cere e sino a Vejo nella

Campagna Romana. Si passa dinanzi alla vecchia Cecina, un luogo che si

trova ancora oggi collo stesso nome, vicino alla costa. Più al sud era

la celebre Vetulonia, poi Populonium, una delle più possenti città degli

Etruschi, la quale estendeva la propria signoria su tutte le isole

vicine. Essa fu distrutta nella guerra civile tra Mario e Silla,

cosicchè già, al tempo di Strabone, non rimaneva altro della sua

grandezza che una vecchia torre, un tempio e pochi avanzi di mura. Le

sue rovine sono visibili sul promontorio della piccola penisola che

sporge dalla costa, luogo reso selvaggio da cespugli di pruni e

dall'erica. Un piccolo fortilizio si erge in questo luogo. Veleggiando

intorno alla penisola di Populonium si arriva al porto di Piombino.

Questa piccola città di appena 1200 abitanti era una volta dominio della

casa Appiani, e nell'anno 1805 del côrso Felice Baciocchi, duca di Lucca

e Piombino, marito di Elisa Bonaparte. Estinta la casa Appiani nell'anno

1631, il principato passò alla Spagna, e nel 1681 ad Ugo

Buoncompagni-Ludovisi, i discendenti del quale ne tornarono in possesso

dopo il 1815, sotto la supremazia della Toscana. Le stradicciole della

città colle loro case gialle, il castello principesco in alto, e le mura

nere ed una torre esposta ai venti sopra uno scoglio battuto dalle onde

nel porto, guardano solitari giù nel mare. La veduta dalla città è degna

di una residenza sovrana; un intero arcipelago sta dinanzi gli occhi,

delle belle isole appaiono sulla superficie del mare: Giglio, Cervoli,

Palmarola, Elba e Corsica. Precisamente di fronte e lontana solo una

mezz'ora, l'Elba eleva le sue alte montagne, avendo avanti a sè le isole

circondate di torri di Cervoli e Palmarola.

Quanto più ci si avvicina all'Elba, tanto più appariscono imponenti i

suoi scogli; di paesi non vi è traccia, eccettuato un piccolo porto, che

lasciamo sulla sinistra. La riva è ripida e di una tetra maestosità. Su

in alto sulla cima di un monte sta ardita una antichissima torre grigia,

chiamata dal popolo «Torre di Giove», un indicatore venerato dal

navigante che drizza la prora all'isola di Napoleone.

La nave gira ora un promontorio e la sorpresa improvvisa non è piccola.

Poichè in una volta si mostra il grande e bel golfo di Porto-Ferraio, un

magnifico basso-fondo, chiuso a guisa di anfiteatro da alte montagne, le

pendici delle quali sono coperte sino al mare da giardini, boschetti,

ville, poderi, cappelle tra i cipressi, alte piante d'aloè e gelsi

dalle verdeggianti ombre. A destra, il golfo è chiuso da una penisola,

di cui l'istmo è molto stretto e in questa è la città ed il porto di

Porto-Ferraio, l'antico Argo, più tardi La Cosmopoli, il bel monumento

del fortunato Cosimo I, di casa Medici, e la prigione di Napoleone.

Io posi piede nella città col sentimento di chi entra nel regno idiliaco

della storia. Le grandi, prime linee del golfo hanno qualcosa di

festoso; la città sulla penisola, così graziosamente toscana, ha un

aspetto di semplicità rustica e di benessere lungi dal mondo.

Le strade sono accalcate, ma visibili a colpo d'occhio; le piccole

piazze ed i giardini odorosi, che sono lungo le alture, invitano

decisamente a rimanere. La città tutta riluce in un tinta di sfondo

giallo-chiaro, che armonizza perfettamente col verde degli alberi ed il

celeste carico del mare. Un soggiorno adatto per re spodestati che

vogliano scrivervi le loro memorie.

Anche le torri ed i bastioni dei tre forti, Stella, Falcone e

Castell'Inglese, non hanno un aspetto severo. Ai loro piedi si trova il

porto circolare, circondato da belle banchine, opera di Cosimo de'

Medici. Per la tromba, la bella porta del centro, si accede nella

città, dopo aver letto con soddisfazione l'iscrizione molto promettente:

TEMPLA MOENIA DOMOS

ARCES PORTUM COSMUS MED. FLORENTINORUM DIE XII

A FUNDAMENTIS EREXIT A. D. MDXLVIII.

Tutto costruì qui quel fortunato Cosimo, tempî, case, mura, castelli e

porto; egli non lasciò a Napoleone costruire altro che i castelli in

aria di un nuovo impero.

Il bastimento approda alla scalinata, dalla quale egli s'imbarcò un

giorno, colla sua guardia per la Francia, una scena questa, che la

fantasia ricostruisce subito; quante volte infatti per tutto il mondo

non abbiamo veduto questo quadro? «L'imbarco di Napoleone all'isola

d'Elba». L'occhio intanto guarda in su verso la gloriosa città, cercando

l'abitazione dell'imperatore esiliato.

«Non vedete lassù, la ridente casa gialla sotto il forte Stella? Essa

guarda appunto qui sul porto; vedete là, dove la sentinella stà dinanzi

alla garitta.

«Quella colle piccole finestre? Qual palazzo delle Tuileries per un re

pigmeo! Sembra un padiglione di giardino».

Quello è il palazzo dell'Imperatore, oggi residenza del Governatore.

Una barca ci porta alla banchina sulla quale si sono riuniti curiosando

degli abitanti della città. Qui non c'è l'accalcamento di Livorno, dove

non si è sicuri della propria vita fra i barcaiuoli e i facchini: qui

tutto è quieto, umile e lieto. Dalla porta, si entra per una piccola

strada, dove è il mercato del pesce e delle erbe, nella «piazza d'armi»,

una piazza lunga e stretta, in fondo alla quale è situata la chiesa

principale della città. La più serena pace domenicale regna qui, una

disposizione ed una comodità di vita veramente idiliache. Le casette

pulite sono ornate di fiori, e dei pochi bisogni degli abitanti fanno

fede le piccole botteghe, il caffè e l'albergo modesto «L'ape d'oro»,

nel quale prendo stanza insieme coi miei compagni di viaggio. Una

modesta sala da pranzo, un paio di commensali semplici e silenziosi, un

discreto vino d'isola, un pranzo frugale ed un albergatore leale e di

poche pretese, ecco la prima impressione.

Non troviamo requie sino a che non siamo saliti su sino all'abitazione

di Napoleone. Essa è situata tra i forti Stella e Falcone, sulla roccia,

in alto, dimodochè guarda colla fronte sul golfo e colla parte

posteriore sul mare verso Piombino, offrendo una bella vista. Ma certo

questa veduta sulle coste attraenti d'Italia è troppo eccitante.

L'edificio è composto da un corpo di fabbrica centrale piatto con

quattro finestre sulla facciata, e di due piccole ali laterali, che

sono notevolmente più basse. Per queste si entra nell'interno, poichè il

corpo di fabbrica centrale non ha alcuna porta. Un muro recinge il

piccolo giardino, nel quale Napoleone faceva le sue passeggiate al

mattino e la sera. Piante di limoni, fiori, un paio di busti marmorei

nel verde, ecco tutta la ricchezza del giardino imperiale dell'Elba.

Napoleone stesso lo creò, ornandolo di acacie. A me sembrò molto

caratteristico di trovarvi piantati dei cannoni. Poichè il giardino

appartiene al recinto del forte Stella, esso serve nello stesso tempo di

trincea e senza dubbio i cannoni vi erano piantati tra i fiori, già al

tempo di Napoleone e dovevano essere certo le piante preferite

dell'Imperatore, chè gli davano l'odore più grato di tutti i fiori delle

rose e degli aranci. Si può quindi immaginarsi l'Imperatore che si

aggira qui nel suo giardino dei cannoni, che sosta presso un obice,

nell'atto di macchinar piani e ponderare decisioni, investigando il

mare, ove la costa d'Italia è abbracciabile dallo sguardo, scrutando più

oltre sul continente, la platea della sua gloria, che gli ricorda le sue

geste, rimproverandogli la sua inattività, e spunzecchia continuamente

l'animo suo, dicendogli «Cesare, tu dormi».

Ma dobbiamo pur confessare che la figura di Napoleone all'isola d'Elba

non ci commuove troppo. La forza eroica di un solo uomo, che lotta

contro il mondo e sfida ostinatamente la sorte, è sempre degna di

ammirazione, ma essa lascia freddi, quando non serve più alle idee ed

agli scopi morali della storia, ma sibbene solo al proprio, piccolo

egoismo. La storia aveva messo da parte Napoleone; ribellandosi

dall'Elba egli apparve quale un uomo che non aveva più niente da fare

nel mondo e che era esonerato dai suoi bisogni; la sua lotta era

titanica come doveva esser quella di un solo uomo contro l'ordinamento

del mondo; egli lo spezzò come una canna che viene stritolata da una

ruota in movimento. Tale è l'impressione tragica dell'isola d'Elba e dei

cento giorni.

Napoleone a Sant'Elena è di nuovo una figura ben diversa. Qui egli

suscita una mestizia tragica, come l'eroe di una tragedia che noi

vediamo morire, con l'anima purificata e riconciliata dalla passione.

Strano; in questo mare Tirreno esiste un'altra isola rocciosa, che

porterà sempre nella storia un nome immortale, per l'esilio di un

imperatore. E' Capri, il ritiro del terribile Tiberio. Elba e Capri,

Napoleone e Tiberio, sono i due contrapposti del dispotismo pieni di

contraddizioni; là un imperatore esiliato violentemente sulla piccola

isola, che anela di tornare nella storia del mondo, preso d'angustia

insopportabile, mai sazio di dominio e d'imprese eroiche; qui, un

imperatore, che possiede incontestato il mondo, guidandolo con un cenno

degli occhi, e che, con un sorriso mezzo ironico e mezzo pauroso, si

esilia volontariamente sulla piccola roccia per vivere come un eremita.

In verità, fu una ingenuità fanciullesca delle potenze del 1814,

l'esilio di Napoleone all'isola d'Elba. Si potrebbe essere tentati di

spiegare quest'idea innocente dei più grandi uomini politici d'Europa,

come un capriccio romantico. Pertanto, io ricevetti l'impressione

dell'unico significato, che sta nell'esilio di Napoleone, all'isola

d'Elba, improvvisamente, quando fin alle miniere di ferro di Rio io mi

dissi allora che l'alta diplomazia del 1814 aveva pensato molto

poeticamente di esiliare il Dio delle battaglie su questa isola del

ferro. Dai suoi inesauribili giacimenti di minerale, i popoli si sono

fabbricati armi per più di 20 secoli e Roma, alla quale Porsenna, re

degli Etruschi che per primi fucinarono il minerale dell'Elba, aveva

dettato una volta la condizione di adoprar il ferro per l'avvenire solo

per utensili agricoli, ha conquistato poi il mondo col ferro di

quest'isola.

Potevasi credere che il dominatore di mezz'Europa, che era abituato a

giuocare con corone regali, si fosse potuto improvvisamente cangiare in

un ufficiale pensionato, che pianta i cavoli sopra un'isola idiliaca,

alleva uccelli, ha ai suoi ordini, a guisa di giocattolo, in ricordo dei

tempi passati, un paio di granatieri e va a caccia la domenica coi

vicini? Si pensava forse a Diocleziano, a Tiberio ed a Carlo V? Regnanti

stanchi, depongono il diadema, perchè esso riesce loro pesante, dopo che

si sono saziati; ma anche la più pesante corona non è mai sembrata grave

sul capo di un uomo che l'ha strappata alla fortuna, quale figlio della

rivoluzione. Tali uomini non possono cessare di dominare che rimanendo

sopraffatti nella lotta, dalla sorte medesima. Strana idea quindi questa

di porre il leone côrso su quest'isola, tra la Francia e l'Italia,

giusto nel punto dove più bruciava la sua passione di dominio.

Tuttavia in questo luogo d'esilio di Napoleone vi è un significato anche

più profondo. La fatalità che sovrasta ai grandi uomini è spesso di

un'ironia crudele. Essa s'incarica di respingere le sue vittime al loro

inizio e di colpirle dopo, quando esse tentano per la seconda volta gli

dei della Fortuna. Se Napoleone saliva sopra uno di quei grandi monti di

Marciana, dalla loro vetta egli poteva vedere la Corsica dinanzi a sè,

con le sue città, co' suoi boschi e le sue montagne, e mille luoghi che

gli ricordavano la sua gioventù. La vista doveva essergli dolorosa. In

tal modo ei si trovò rigettato verso la terra, dalla quale era venuto da

giovane, qual figlio ignorato della fortuna, con incerta brama di grandi

geste.

Questo era insopportabile. Egli doveva rompere l'anello fatale; ma non

riuscì a liberarsi dal tormento della sua sorte, che non gli risparmiò

di tornare di nuovo dall'Elba in Francia nella veste dell'avventuriere,

colla quale egli dalla Corsica era andato altra volta pel mondo.

Quando i marescialli Macdonald e Ney comunicarono a Napoleone che egli

doveva scegliere, come sovrano, l'Elba od un altro luogo, ad esempio la

Corsica, egli gridò: «No, no. Io non voglio aver niente di comune con la

Corsica». Ci vuole poca psicologia a leggere qui nell'animo

suo.--L'isola d'Elba! Chi conosce l'isola d'Elba? Mi si cerchi un

ufficiale che conosca l'Elba! Mi si mostrino le carte che indicano la

situazione dell'Elba! Elba, ebbene sia l'Elba! Ed un'idea passò

nell'animo suo. I favoriti di sua sorella Elisa di Toscana erano quelli

che avevano proposto l'Elba, poichè rimaneva assai vicina alla Toscana;

e così egli andò ad assumere il possesso di questa piccola isola: e

questo fu il risultato di quei tanti combattimenti che avevano

sconvolto il mondo.

Il 20 aprile 1814 egli prese commiato dalla sua guardia. Mi si perdoni

di ricordare cose vecchie e conosciute. Si rammenta pur volentieri la

figura di un uomo straordinario, segnatamente nella sua caduta. Un tale

spettacolo eleva l'anima ad una più savia considerazione della vita e

dei suoi ordinamenti eterni. Se uomini piccoli cadono dall'altezza dei

grandi, ove non li collocò la propria forza intrinseca, ma la debolezza

dei tempi, si ha una fine terribile, non tragica. La caduta di Napoleone

è per contro forse la tragedia più grande della storia del mondo.

Cosa disse quest'uomo, quando prese commiato dalla sua guardia, cioè dal

suo istrumento di guerra? Le sue parole sono miste d'inesattezze e

verità, di politica e sentimentalità! L'insieme della scena di

separazione è caratteristico, poichè è del tutto teatrale. In genere,

attorno alla figura di Napoleone c'è sempre maggior pompa teatrale e

broccato d'oro da palcoscenico che non attorno a quelle di Alessandro e

Pompeo. «Siate fedeli al nuovo Re, che la Francia si è scelto», così

disse egli alle guardie piangenti; «non abbandonate la nostra cara

patria, da troppo tempo infelice. Non piangete sulla mia sorte; io sarò

sempre felice, sapendo che voi lo siete. Avrei potuto morire, niente

era più facile per me; ma io voglio seguire senza arrestarmi la via

dell'onore. Ancora ho da scrivere ciò che abbiamo fatto. Non posso

abbracciarvi tutti, ma voglio abbracciare il vostro Generale. Venite,

Generale... (egli stringe tra le braccia il generale Petit). Portatemi

l'aquila... (egli bacia l'aquila). Aquila adorata! Potessero questi baci

scendere a tutti i bravi nel cuore... Addio, figli miei... i miei voti

vi seguiranno sempre... Conservate la mia memoria».

Il 27 aprile egli giunge a Fréjus, travestito poveramente, per scampare

dall'assassinio progettato dalla Provenza, percorrendo in senso inverso

la strada della propria fortuna. La strada che egli aveva percorso

volando, come trionfatore, al suo ritorno dall'Egitto, attraversava egli

ora frettolosamente, vestito da postiglione e da lacchè.

Una nave francese ed una inglese erano colà pronte nel porto. Egli

prescelse l'inglese. Il 5 maggio egli approdò in Porto Ferraio; sette

anni più tardi egli doveva morire in quello stesso giorno sopra una

lontana isola nell'Oceano, il cui nome appena aveva udito ricordare.

Erano le 6 di sera: una bella giornata del mezzogiorno. Il popolo

d'Elba, i suoi sudditi, era tutto sulla banchina. Poveri uomini con

giacche di lana di capra, il berretto frigio in mano, aspettavano

confusi, timorosi e curiosi il grande uomo, che aveva conquistato il

mondo e regalato paesi e corone, come altri sovrani regalano anelli e

decorazioni, e lo attendevano come loro sovrano, come principe

dell'Elba. Una banda musicale suonava una nenia pastorale. Napoleone

rimase di cattivo umore per la notte sul bastimento. Come si deve esser

sentito serrato in questo piccolo golfo circondato da roccie, che sembra

lo tengano prigione!

Quando mise piede sulla riva, lo ricevette il comandante francese

Dalesme, sino allora in carica. Egli lo aveva prevenuto del suo arrivo,

scrivendogli: «Generale, io ho sacrificato i miei diritti alle necessità

della patria, riservandomi il possesso e la sovranità dell'isola d'Elba;

fate sapere agli abitanti che scelsi la loro isola per mio soggiorno,

dite loro che essi saranno sempre l'oggetto del mio più vivo interesse».

Elba, d'ora innanzi l'oggetto del suo più vivo interesse! Un guscio

d'ostrica in luogo di tutto il mondo!

Il sindaco e gli anziani di Porto-Ferraio si presentarono con le chiavi

della città. L'Imperatore li ricevette. Era la stessa scena, cui egli

aveva assistito così spesso, a Berlino, a Vienna, a Dresda, a Milano, a

Madrid, a Mosca,--solo gli attori erano cambiati ed erano ormai... il

vecchio e balbettante sindaco di Porto-Ferraio ed un paio di anziani

della cittadina.

Napoleone andò a stare nella casa del Governatore, e questa è appunto

quel palazzo imperiale col piccolo giardino dei cannoni e le piccole

aiuole di cui ho detto sopra. Egli cominciò senza ritardo a restaurare

la casa. Io vi trovai una bella sala da pranzo e circa 10 o 12 altre

camere, piccole e grandi, che sono abitate attualmente dal comandante

della città e della fortezza. Nella camera da letto di Napoleone pendono

dei quadri in rame, che rappresentano scene dell'Egitto; nello studio

esiste ancora il suo tavolo di lavoro. Questo era dunque il palazzo

delle Tuileries dell'Imperatore, il simbolo in miniatura della sua

potenza, ed in rapporto ad esso stava la sua Corte. Gran Maresciallo di

palazzo era il conte Bertrand; il conte Cambronne, il generale

d'artiglieria Drouot ed altri componevano la Corte, che contava in tutto

35 cariche, ben rappresentate.

In verità, il soggiorno all'Elba somigliava alla villeggiatura di un

imperatore romano, che si sottrae al cerimoniale della grande corte

della capitale rumorosa e va a cercare, con pochi fedeli e pochi servi,

aria e riposo ad Anzio od a Baia. Ma no, l'aria dell'Elba fu per i sensi

di Napoleone probabilmente più opprimente che non quella dello scoglio

di S. Elena, su cui egli pose piede completamente rassegnato.

Gli erano stati lasciati, come giuocattolo, 700 uomini di guardia a

piedi e circa 80 uomini a cavallo. Si immagini ora quella casetta piena

di veterani riuniti, quasi naufraghi sbattuti sopra un'isola ed

accampati sulla riva. Chi udiva i discorsi di codesti rudi uomini,

francesi, côrsi, italiani e polacchi, sentiva le cose più meravigliose e

vedeva passare quadri di mezzo mondo innanzi a sè: le piramidi, i

ghiacci terribili della Russia, le Alpi, Lipsia, Marengo, il sole

d'Austerlitz, Eylau e non è tutto:--nomi come Ney,--oh, Ney! questo

rattrista,--Marmont, Bernadotte,--che rattrista il vecchio cuore dei

veterani,--Murat il falso, il magnifico Murat! Che avvenne di Murat? Oh,

egli è laggiù in Italia, ancora Re! Con un bastimento che navighi due o

tre giorni si può dargli la mano.--«Pazienza!» dice l'italiano.--«Viva

l'Imperatore» grida il francese.--«Ancora niente è perduto,» dice il

polacco.--Qualche volta si fanno esercizi; l'Imperatore non ha

disimparato il mestiere. Si sparano i cannoni, ma i cannoni non fanno

che brontolare nell'aria, e la loro è una cattiva musica.

Si deve eseguire un'impresa. L'Imperatore dell'Elba volle già nei primi

tempi conoscere il suo nuovo Stato ed accompagnato dall'ambasciatore

inglese Niel Campbell fece il giro dell'isola a cavallo. Si vuole che,

temendo di essere assassinato, prendesse costui con sè ed anche una

scorta di armati. Egli diffidava specialmente del comandante della

Corsica, Brulart, che era stato a suo tempo capo degli Chouans ed amico

di Giorgio Cadoudal, ed ora comandava in Corsica, come a dispetto di

Napoleone. In un paio di giorni l'Imperatore si era persuaso che il suo

regno non era grande; concepì però il piano di costruire strade,

condotture d'acqua e fare miglioramenti. Egli voleva abbellire l'Elba,

come Tiberio aveva abbellito una volta Capri. Lo spirito irrequieto

cercava di occuparsi; d'altronde, doveva pur passare il suo tempo.

Napoleone che fabbrica all'isola d'Elba e traccia strade traverso le

roccie, è un uomo pensoso, che disegna figure e linee nella sabbia; è il

vecchio Federico, seduto sul tubo da condotture, dopo la battaglia

perduta, che sta scavando dinanzi a sè col bastone.

Il suo sguardo cadde sullo scoglio di Palmarola. Egli mandò quaranta

guardie ad occupare quell'isolotto, cosa che nessuno gli contrastò,

poichè non era abitato da nessuno. Le vecchie guardie elevarono una

torre e così il regno fu ingrandito.

Napoleone occupò anche quella piccola isola deserta di Pianosa, dove

Augusto un giorno aveva esiliato il nepote Agrippa Postumio, che fu

fatto trucidare subito dopo da' sicarî speditivi da Tiberio. L'isola fu

protetta da un fortino. A ciò egli fu indotto forse da quell'antico nome

imperiale, oppure dalla sorte di Agrippa, tanto simile, ahimè! alla sua.

Egli costruì magazzini, banchine, un paio di stalle per cavalli, una

condottura d'acqua, un lazzaretto e lo stesso piccolo teatro di

Porto-Ferraio, dove egli aveva il suo palco, come a Parigi. Per se

stesso egli mise su una villa in campagna. Sulla destra del golfo una

strada, da lui costruita, conduce a questa Versailles dell'Elba. Colà

andava o cavalcava volentieri, egli, l'Imperatore, intrattenendosi

spesso coi campagnoli che incontrava per via, spingenti innanzi a sè i

loro asinelli carichi di frutta.

La valle, nella quale è sita la villa S. Martino, e dove si vuole che

una volta abbia avuto un palazzo Scipione Nasica, è straordinariamente

bella. Essa rimane nel grembo di quelle maestose montagne, che si

elevano dal lato della Corsica. Un ruscello serpeggia nel verde del

fondo, d'ambo i lati una ricca vegetazione, molte case sparse nel verde,

e sino a dove giunge lo sguardo un'abbondanza benedetta di vigneti

carichi d'uva, come se si fosse nella campagna felice di Napoli. Chi ha

la contentezza nel cuore, può certo viver felice colà. Per tutto l'anno

vi fioriscon rose; il clima è mite e l'aria aromatica e dalla parte che

la valle si apre verso Portoferraio, il golfo ed il mare brillano

fantasticamente.

La villa appartiene oggi al Principe Demidoff. Questo Creso russo la

trasforma in un museo napoleonico. Essa diverrà magnifica con portici

dalle colonne marmoree e sale incantevoli, dove si potranno ammirare

tutti i fasti dell'Imperatore dipinti in affreschi sulle pareti.

Napoleone però, che aveva piantato gli aranci sulla terrazza della

villa, si contentò di far dipingere la sala da pranzo in stile egizio;

in genere sembra che il ricordo dell'Egitto fosse il più caro della sua

vita, poichè gli rappresentava le poesia epica e romantica della sua

gioventù. Ora Demidoff ha raccolto tutte le possibili reliquie che sono

inerenti alla storia napoleonica, e le disporrà nelle sale di S.

Martino. Una reliquia napoleonica vivente ancora, nel cui possesso il

principe è stato, egli non potrà esporre in questa villa, poichè, a

quanto si dice, egli non l'avrebbe ben tenuta; voglio dire la sua prima

moglie, Matilde Bonaparte, figlia dell'ex-re Girolamo, reliquia di

Vestfalia.

Quando i cimelii saranno tutti a posto, mi dissero i lavoranti della

villa, il principe farà venire tutti i venerdì a proprie spese un

piroscafo da Livorno a Portoferraio, per trasportare tutti coloro che

vorranno ammirare le belle cose. Per ora, nessuno deve entrare e questo

sta scritto su di una tabella. Così io non potei entrare nella villa.

Tornando a Portoferraio, fui consolato dal bel chiaro di luna, che seppe

narrarmi molte cose. Al chiaro di luna si osservano meglio le rovine e

si medita meglio sui ricordi d'ogni specie; il fascino di una luce

incerta si accorda così bene con tutto ciò che c' è di transitorio e di

fugace!

Si può amare Napoleone? Potrà essere commossa sino alle lacrime un'anima

umana tra mille anni al ricordo di lui, in uno qualunque dei teatri

delle sue geste? Io lo dubito; io non lo credo.

Vi è un gran nome nella storia, che per metà suona nel nome di

Napoleone: Timoleone. Il ricordo di quest'uomo del tempo antico, io lo

confesso, mi commosse profondamente, quando ripensavo a lui, visitando

il teatro di Siracusa. Come avrebbe avuto paura Napoleone dinanzi a

questo greco, che lo avrebbe inviato a Corinto, disprezzandolo

severamente, come il tiranno Dionigi. Altri tempi, grandezze diverse;

Napoleone, nella sua gioventù, era entusiasta di questi eroi di

Plutarco; quando divenne imperatore, confutava rabbiosamente Tacito e

fece un panegirico a Tiberio.

Così spesso lo si è paragonato a Prometeo incatenato, che questo quadro

è oramai vecchio; esso sta tuttavia tanto bene a questo eroe in esilio,

che era in condizione di spezzare le catene dell'Elba, sino a che la

forza e la violenza non lo ribadirono in ceppi diamantini allo scoglio

di S. Elena. Dopo, quali lotte da giganti! Blücher e Wellington dovevano

vincere questo genio, lanciati quali forza e violenza contro il semidio.

Il generale degli ussari Blücher, adoperato nelle mani del destino quale

mezzo per abbattere Napoleone, o diciamo con parola più modesta, a

batterlo, poichè cosa avrebbe potuto fare un brav'uomo come Blücher,

senonchè battere strenuamente... Questo è uno scherno amaro. La natura

pertanto si serve delle grandi forze, se vuole formare o sviluppare

qualcosa, delle più modeste, quando vuole compiere o distruggere.

A Napoleone le settimane trascorse all'Elba doverono sembrare anni. Egli

si lamenta spesso con Campbell che gli siano stati tolti la moglie ed il

figlio, negandogli un favore che è accordato anche ai più miseri degli

esiliati dall'umanità.

Sua madre venne nell'estate. Come ritrovò Letizia Ramolino suo figlio!

Anche il cuore vanitoso della madre era precipitato dall'alto della

fortuna, ma non si spezzò; il cuore di Giuseppina, più nobile, si

spezzò, 30 giorni dopo la prima caduta di Napoleone, alla Malmaison.

Anche Paolina Borghese, sua sorella, una volta la nuova Elena del mondo,

la bella etéra, ai piedi della quale giacevano sovrani coronati, venne

ora a farsi dimenticare nella solitudine dell'Elba.

Molte persone vennero e se ne andarono misteriosamente. I sette porti

dell'isola non erano stati mai così animati. Nei nove mesi vi entrarono

1200 bastimenti e 900 italiani e 600 inglesi vennero a vedere l'uomo

dell'Elba, tra i quali molti ufficiali in uniformi italiane, francesi ed

inglesi, ora da Marsiglia, ora dalla Corsica, da Genova e Livorno, ora

da Napoli, Civitavecchia e Piombino. Con tutti Napoleone si intratteneva

allegro e spiritoso e da tutti si faceva informare degli avvenimenti del

suo paese e del continente.

Un giorno venne a Portoferraio una signora straniera con un bambino.

L'Imperatore la ricevette segretamente, e l'alloggiò in campagna; dopo

pochi giorni però essa ripartì col bambino per l'Italia, misteriosamente

come era venuta. Circolarono molte dicerie, pochi soli seppero chi fosse

la straniera; essa non aveva potuto sottrarsi agli sguardi della

curiosità. Si può facilmente immaginare come Napoleone all'Elba si

trovasse nella situazione di un uomo interessante, che soggiorna in una

piccola città di provincia, spiato da tutti gli occhi, e chiacchierato

da tutte le lingue. Quella signora straniera era una contessa polacca,

il bambino, un figlio di Napoleone, il frutto di un'ora di delizia nella

fredda Polonia. Io non so ciò che avvenne poi del bambino, ma credo

poter accertare che questo bambino si sia presentato nel mese di

dicembre 1852, quale ambasciatore ufficiale della Francia, dinanzi alla

regina Vittoria d'Inghilterra, per annunziarle che la superficie del

mondo, nonostante l'Elba e Sant'Elena, era divenuta di nuovo

bonapartista, poichè 8 milioni di francesi avrebbero eletto commossi

imperatore di Francia Luigi Bonaparte, unico figlio superstite dell'ex

Re di Olanda.

E' un sogno. La storia del mondo ha talvolta i suoi sogni di vecchi

amori e di avvenimenti antichi, come un individuo. Nell'anno 1852 essa

sognò di Napoleone.

L'Imperatore intanto veniva svergognato da zie e comari, come si dice.

In tutta Italia si affermava che una certa signorina Vantini aveva

conquistato il suo cuore, che egli l'aveva ricevuta in ore romantiche,

nella villa ed anche nel suo palazzo, e che essa inoltre già portava nel

seno un secondo piccolo Napoleone ed infine che essa si vantava

apertamente di ciò. Questa signorina era figlia di un possidente

dell'Elba, un uomo che era stato sindaco di Portoferraio; egli era

d'altra parte cognato di un certo signor Cornelio Filippi di Livorno. La

sorella di questo signor Filippi tuttavia era una vera Messalina, amante

dichiarata dell'inglese Grant, un negoziante di Livorno, e questo Grant

a sua volta era un nemico accanito di Napoleone e manutengolo dello

spione Giunti, ecc. ecc. E così si ebbe una storia di scandali anche

all'Elba.

Il danaro cominciava tuttavia a mancare. Le entrate di Napoleone erano

di appena 400.000 lire. La Francia, ad onta dell'impegno preso, non

pagava la rendita annuale di lire 2.500.000 stabilita dall'accordo di

Fontainebleau. L'Imperatore si lamentava e lord Castlereagh si

interponeva per lui; ma il Governo francese tergiversava e non pagava,

perchè sospettava probabilmente che l'esiliato volesse servirsi dei suoi

denari per un qualche colpo di Stato; nella miglior ipotesi si temeva

un'irruzione in Italia; che potesse però tentare uno sbarco in Francia,

non passò per la mente a nessuno.

Qui all'Elba, nella prossimità della Francia e dell'Italia, i due paesi

si son dovuti offrire da se stessi come teatri di una possibile

restaurazione alla fantasia dell'Imperatore decaduto. Come deve aver

passeggiato indeciso in questo giardino, in questo studio ed in quella

villa, le mani incrociate sulla schiena, pesando sulla bilancia della

scelta, qua la Francia e là l'Italia, qui il rinnovarsi di un cammino

già noto, la restaurazione di un regno che gli era appartenuto, là una

nuova strada, una monarchia del tutto nuova da fondare.

Sostiamo un momento, poichè questo è un punto misterioso nella storia di

Napoleone, un punto di una seduzione straordinaria, quando si voglia

formarsi un criterio, come tutte l'eventualità di un grande carattere.

Per un minuto, può dirsi, balenò sull'Italia l'apparizione di un

avvenire incalcolabile, mentre Napoleone era all'Elba.

Quali conseguenze ne sarebbero derivate infatti se questo uomo avesse

improvvisamente dimesso la sua aspirazione verso la Francia, se egli,

italiano, fosse comparso in Italia sotto un nuovo aspetto, quale

ordinatore cioè ed unificatore di questi bei paesi, nella città mondiale

di Roma, sul Campidoglio, qual romano imperatore della penisola latina?

E' fuori dubbio che un tale partito fosse preso in esame, ma a qual

punto giungessero i rapporti di Napoleone cogli agenti dell'Unione

italica, che avevano il loro centro a Torino, è difficile poter

precisare, nonostante tutto quello che è stato scoperto. Quel progetto

di un impero costituzionale a Roma, a capo del quale si sarebbe dovuto

eleggere Napoleone, non suona più fantastico oggi, che nel 1814.

Napoleone doveva essere imperatore romano, i Re di Sardegna e di Napoli

sarebbero stati indennizzati con delle somme, le città principali, come

Milano, Venezia, Firenze e Napoli, sarebbero state innalzate a

vice-reami, per appagare il loro patriottismo, divenendo volta a volta

sedi del parlamento nazionale. Il Papa fu dichiarato un fantasma, di cui

si doveva liberarsi. Questo era il progetto italiano; per metterlo in

esecuzione poteva bastare una guerra. Murat, allora ancora re di Napoli,

poteva essere avviluppato in una guerra colla Francia; Napoleone sarebbe

comparso nel momento dello scontro, nel qual caso egli avrebbe

indubbiamente avuto ragione delle due armate, ed avrebbe compiuta

l'unità d'Italia, obbligando i Borboni di Francia a riconoscerlo.

Ma basta con questi sogni. Napoleone manteneva l'Italia in tensione,

quando egli prestava ad essi l'orecchio, ed infatti il suo sbarco nella

penisola avrebbe fatto vacillare ogni cosa. Egli si sarebbe senza dubbio

rivolto all'Italia, se la Francia non gli avesse offerto nessuna

prospettiva; ma ciò, di cui i suoi agenti di colà lo informavano,

mostrava chiaramente ch'egli non doveva che sbarcare per vedere sfumare

come nebbia la restaurazione borbonica.

Intanto, nel palazzo all'isola si viveva semplicemente, senza destar

preoccupazioni; Paolina, l'anima della società, dava ogni tanto una

festa. Ma, affine di risparmiar danaro, il treno di casa era stato

ridotto, qualche progetto di costruzione pure veniva sospeso e si

vendeva persino un parco d'artiglieria. L'Imperatore stava tutto

ingolfato tra le carte, i giornali ed i rapporti. Il suo piccolo studio

aveva lo stesso aspetto, di quello alle Tuileries; l'uomo era pur sempre

lo stesso, era Napoleone, che ruminava in fondo all'animo progetti

colossali, piani di battaglia ed idee che dovevano sconvolgere il

mondo.

In tal modo egli se ne stava nella piccola cameretta della sua casa di

Portoferraio, sul tetto della quale sventolava il modesto vessillo

dell'Elba, bianco ed amaranto colle api imperiali, mentre nello stesso

tempo l'alta diplomazia sedeva a congresso a Vienna. Tutte le potenze

d'Europa sono dietro il tavolo verde, mettendo in movimento mille penne

e mille lingue; tutto il mondo è un protocollo ed un campo di lotte

diplomatiche e tutto questo per il piccolo uomo dell'Elba. Questi, in

silenzio e dimenticato, solo come un mago nella spelonca ove evoca

spiriti invisibili, mandandoli fuori e ricevendoli di ritorno; quelli

avvolti dal frastuono delle feste della vittoria e dei dibattimenti.

Così passavano i mesi. Ad un tratto il piccolo uomo di ferro all'Elba si

alza dal tavolo suo: il Congresso non è più; i principi ed i diplomatici

si dividono ed il mondo torna ad essere di nuovo un campo di guerra

infuriato.

Napoleone era informato di tutto quanto avveniva in Francia ed a Vienna;

sul principio dell'anno 1815 la discordia minacciò di mettere gli

alleati in guerra fra di loro. L'Austria, la Francia e l'Inghilterra si

impegnarono per mezzo di una convenzione segreta contro la Russia e la

Prussia. La Francia esigeva pure la restaurazione dei Borboni a Napoli.

Il trono di Murat vacillava; egli si offrì quindi naturalmente quale

alleato a Napoleone, per fare appello a quella unità d'Italia, a capo

della quale egli avrebbe dovuto esser posto.

La parola terribile di Sant'Elena era già arrivata alle orecchie di

Napoleone. Il partito era preso nell'animo suo. Egli divenne sempre più

solitario; evitava di parlare a Campbell. Egli lo riceveva solo di rado

e soltanto quando l'inglese ritornava da Livorno, ove andava qualche

volta. Una nave da guerra francese incrociò allora intorno all'isola per

spiare Napoleone, del quale si cominciò a dire che preparasse uno sbarco

in Italia; invece la corvetta inglese, che era a disposizione di

Campbell, navigava continuamente tra l'Elba, Genova, Civitavecchia e

Livorno, su e giù.

Napoleone stesso, come sovrano dell'isola, possedeva dei navigli da

guerra, cioè quattro bastimenti; essi veleggiavano spesso, manovrando

sul mare, sotto il nuovo vessillo dell'Elba, che era rispettato anche

dai barbareschi; spesso essi portavano ai capitani dei bastimenti elbani

dei regali, dicendo che pagavano il debito di Mosca. L'Imperatore

mandava di frequente fuori le navi, per nascondere i suoi propositi; ed

egli tanto li nascose che solo Bertrand e Drouot furono a parte del

segreto e lo conobbero appena 24 ore prima della partenza. Alle donne

non fu detto niente; nella vicina Corsica lo sapeva soltanto Colonna,

l'amico di Paoli e confidente di Napoleone.

La decisione d'imbarcarsi, di uscire da quella squallida solitudine,

andando incontro a nuovi combattimenti da giganti, dovette essere una

terribile scossa per l'anima di Napoleone, simile a quella di Cesare,

quando passò il Rubicone. Certo fu uno di quei tratti disperati che si

qualificano a seconda dell'esito, o come audacemente eroici e grandi, o

come folli ed avventurosi. Tali momenti, nei quali un uomo deciso va

incontro al suo destino a corpo perduto, conquistano tutto il nostro

interesse, e, se l'impresa riesce, l'audacia stessa sembra che raddoppi

la grandezza dell'eroe. Simile a quel Fernando Cortez, che lasciò

bruciare dietro a sè i bastimenti, ci appare ora Napoleone, ed in verità

egli andò alla conquista della Francia ed alla guerra contro gli

eserciti delle potenze europee, con poche truppe di più di quelle che

aveva l'avventuroso grande spagnolo quando si trattava di domare i

selvaggi indiani. Certamente, due suoi grandi eserciti già stavano in

Francia: il fascino del suo nome e l'odio contro la restaurazione.

Era di sabato, il 26 febbraio; Paolina dava appunto un ballo; le guardie

e le altre truppe, 800 uomini, stavano in tenuta di marcia sulla Piazza

d'Arme; sette bastimenti erano pronti per la partenza in porto;

l'Imperatore appariva irrequietissimo; il piccolo uomo andava su e giù,

alla finestra, guardava il cielo e il golfo che è mosso dalle onde

muggenti. Le guardie ricevettero finalmente l'ordine di imbarcarsi!

_Alea jacta est._

Erano le otto di sera quando Napoleone scese dalla banchina nella barca.

Qui, nel momento in cui l'uomo poderoso prende il mare, per tentare gli

Dei per la seconda volta, a me sembra che una voce gli gridi dietro: «La

triste, eterna legge del fato dispone per tutte le cose, che quando esse

hanno raggiunto l'apice, ricadano nel fondo più presto di quanto sono

salite». La voce è quella di Seneca, di quell'antico uccello della

disgrazia, che ha un diritto speciale di lanciare dietro a Napoleone

questa massima, poichè egli vide finire in modo terribile i grandi della

terra, l'imperatore Tiberio, l'imperatore Caligola, l'imperatore Claudio

e Cesare Germanico, poichè egli rimase per otto anni in esilio in

Corsica e studiò la saviezza e conosceva la natura per esperienza

profonda, e così poteva predire pure la fine delle cose napoleoniche.

Napoleone si allontanò veleggiando, non veduto dalla corvetta inglese,

che era a Livorno. Il mare era grosso. Si sperava di aver passato la

Capraja prima dello spuntar del giorno; però il vento cessò e al giorno

si era ancora in vista dell'isola; solo alle 4 della sera circa si

arrivò all'altezza di Livorno e subito si scorsero due fregate e poi una

nave da guerra francese, la _Zephir_, che veniva incontro. Gli equipaggi

volevano abbordarla, Napoleone però impose loro di nascondersi sotto

coperta. Lo _Zephir_ domandò alla nave ciò che c'era di nuovo all'Elba e

Napoleone stesso rispose con la tromba: «L'Imperatore sta molto bene».

Così sfuggi felicemente al pericolo.

Prima del suo imbarco egli aveva già redatto due proclami all'esercito

ed al popolo francese; ma poichè non si poteva decifrarli, egli li buttò

in mare e ne dettò altri due. Tutti coloro che sapevano scrivere ne

fecero copie; si vedeva a bordo chi scriveva sulle trombe, chi sui

_colbac_ dei granatieri e sui banchi. Era una scena curiosa quella, chi

si svolgeva sull'_Inconstant_,--questo era il nome del bastimento di

Napoleone e della sua fortuna.

Ecco ora i due proclami.

Dal Golfo di S. Juan il 1^o marzo 1815.

Napoleone, per grazia di Dio e per la costituzione dell'Impero,

Imperatore dei Francesi.

ALL'ARMATA: «Soldati! Noi non siamo stati battuti. Uomini usciti dalle

nostre file hanno tradito la nostra gloria, il loro paese, il loro

principe ed il loro benefattore. Coloro che da 25 anni furono veduti

percorrere l'Europa per suscitarci nemici, che hanno trascorso la loro

vita combattendo contro di noi tra le file nemiche, imprecando alla

nostra bella Francia, avranno essi il vanto d'incatenare e dominare le

nostre aquile, essi che non ne poterono mai sostenere lo sguardo?

Dovremmo noi sopportare che essi raccolgano i frutti delle nostre

fatiche gloriose, che essi s'impadroniscano del nostro onore e dei

nostri averi? che essi rinneghino la nostra fama? Se il loro regno

durasse, tutto sarebbe perduto, anche il ricordo stesso delle nostre

memorabili battaglie. Con qual furore essi le sfigurarono e cercarono di

avvelenare ciò che aveva meravigliato il mondo! E se restano ancora dei

difensori della nostra gloria, si trovano tra i nostri nemici stessi che

abbiamo combattuto sui campi di battaglia. Soldati! Nel mio esilio ho

udito la vostra voce; io son qua dopo aver superato tutti gli ostacoli e

tutti i pericoli.

«Il vostro Generale chiamato al trono per elezione del popolo, innalzato

sui vostri scudi, vi è restituito. Venite, unitevi a lui. Strappate quei

colori che la nazione ha proscritti ed attorno ai quali da venticinque

anni si sono riuniti tutti i nemici della Francia. Inalberate quella

coccarda tricolore che portavate nelle nostre grandi giornate. Noi

dobbiamo dimenticare che siamo stati i padroni dei popoli, ma non

dobbiamo sopportare che alcuno s'immischi nelle nostre faccende. Chi

potrebbe pretendere di dominare su noi? Chi ne avrebbe la potenza?

Riprendete quelle aquile che portavate a Ulm, ad Austerlitz, a Jena, a

Eylau, a Wagram, a Friedland, alla Tudela, ad Eekmühl, a Essling, a

Smolensk, alla Moscova, a Lützen, a Wurschen, a Montmirail. Credete voi

che questo piccolo gruppo di francesi, che è oggi così altero, ne possa

sopportare la vista? Essi ritorneranno colà donde sono venuti, ove

continueranno a regnare se lo desiderano, come pretendono d'aver fatto

per diciannove anni.

«I vostri beni, il vostro rango, la vostra gloria, i beni, il rango e la

gloria dei vostri figli non hanno maggiori nemici di questi principi che

ci sono stati imposti dagli stranieri. Essi sono i nemici della vostra

fama, poichè il ricordo di tanti fatti eroici che hanno glorificato il

popolo francese, quando combatteva contro di essi per sottrarsi al loro

giogo, è la loro stessa condanna.

«I veterani delle armate della Sambre e della Mosa, del Reno, d'Italia,

dell'Egitto, dell'Oriente, della grande Armata sono umiliati; le loro

cicatrici onorate sono schernite; i loro successi sarebbero delitti e i

prodi sarebbero ribelli se, come sostengono i nemici del popolo, i

sovrani legittimi si trovavano tra le file delle armate nemiche.

«Gli onori e le ricompense appartengono a coloro che li hanno serviti

contro la patria e contro di noi.

«Soldati! Venite, schieratevi sotto le bandiere del vostro Capo; la sua

vita è la vostra: i suoi diritti sono quelli del popolo ed i vostri; il

suo interesse, il suo onore, la sua gloria sono l'interesse, l'onore e

la gloria vostra. La vittoria marcerà al passo di carica; l'aquila coi

colori nazionali volerà di torre in torre sino alle torri di Nôtre-Dame.

Allora potrete mostrare con onore le vostre ferite; allora potrete

vantarvi di quello che avete fatto e sarete i liberatori della patria.

«Nella vostra vecchiaia, circondati dai vostri concittadini che vi

ascolteranno con attenzione, racconterete loro le vostre grandi geste;

voi potrete dire con orgoglio: anch'io facevo parte di quella grande

Armata che entrò due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Poma, di

Berlino, di Madrid e di Mosca, che liberò Parigi da quelle infamie che

il tradimento e la presenza del nemico le avevano impresse. Onore a

questi prodi soldati, gloria della patria! e vergogna eterna ai francesi

colpevoli, in qualunque condizione la fortuna li abbia posti, che

combatterono per venticinque anni per dilaniare il cuore della patria.

_firmato_: NAPOLEONE».

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 4 / 31 题