«L'uomo sta in mezzo ad un movimento universale: intorno a lui
tutto gira, tutto s'avvicina o s'allontana, ed esso stesso si sente
trascinato in questo vortice, che non ammette resistenza e non lascia
speranza di un solo minuto di riposo assoluto. Eppure per mille e mille
anni tutto ciò che toccava così intimamente l'esistenza umana, anzi
che ne formava tanta parte, tutto ciò restò un'apparenza fantastica,
enigmatica, incomprensibile, e quando nascono le prime idee sulla
natura di tali fenomeni, esse sono piuttosto emanazioni dell'interno
sgomento, della profondamente sentita impotenza rimpetto all'attività
delle forze mondiali. Ancora l'acuto ed elevato ingegno dei Greci non
seppe trovare la soluzione, benchè il problema gli si presentasse in
mille forme diverse; Archimede arrivò a formulare alcune leggi della
statica, ma per la dinamica mancava l'organo all'intelligenza antica.
«Nacque Copernico e morì il vecchio sistema mondiale. La coscienza
umana ricevette una delle più forti scosse che mai abbia subìto. Ma
la dimostrazione del movimento della terra intorno al sole non è che
un fatto, un fatto d'immensa importanza sì, nient'altro però che un
fatto nudo e isolato. Sicuro, tanto bastava a distruggere la superba
superstizione dell'uomo che lo faceva credersi possessore del centro
dell'universo, ma la storia insegna che spesso una superstizione va
vinta da un'altra; e dove erano gli elementi per inalzare sulle rovine
del vecchio un nuovo mondo? Copernico era un titano che buttò giù il
cielo e la terra, ma non era lo spirito generatore da crearne dei nuovi.
«Il mondo nuovo lo fece Galileo. I concetti della eternità del moto e
del momento meccanico determinabile in ogni sua attività aggiungevano
alle facoltà intellettuali un altro elemento essenziale, un novello
organo di cui la funzione sta nella trasformazione dei fenomeni del
moto in semplici modalità del pensiero, e nell'assegnare quindi ai
primi il carattere della necessità. Con ciò l'uomo aveva ricuperato
il suo posto nell'universo e, quel che è più, in ricambio del vecchio
ambiente oscuro e fantastico, ne aveva trovato uno più vasto, più
profondo, sovrattutto intelligibile. Quel che caratterizza l'epoca
moderna dell'umanità in fondo in fondo non è altro che l'evoluzione
del pensiero di Galileo; sulle spalle di quel fiorentino riposano la
nostra scienza, la nostra cultura, e in certo senso anche la nostra
morale. Nei duecento anni che lo seguirono l'intelligenza umana non
si è essenzialmente allargata se non mediante la filosofia critica di
Kant, la quale ai fenomeni assegnava il loro vero valore psicologico; e
con la recente dimostrazione dell'unità delle forze fisiche.
«I principii meccanici spiegarono i movimenti terrestri e celesti,
e più, indicarono l'origine e il destino finale dei mondi che
nell'infinito etere circolano, ma non ci fecero intelligibile
l'esistenza della più piccola mosca. L'organico era la soglia che
il pensiero meccanico non varcava. Eravamo più in casa nostra tra i
pianeti che non tra gli esseri viventi, i continui compagni della
nostra vita. È vero che l'anatomia e la fisiologia avevano raccolto
grande quantità di preziosissimi dati e soltanto guidati da tali fatti
era possibile toccare i problemi; tuttavia il contenuto veramente
scientifico era oltremodo scarso, e se i problemi erano proposti
mancavano le soluzioni. Ci voleva un nuovo organo; ora l'abbiamo: è la
teoria di Darwin. E in questo senso l'opera dell'inglese è contemperata
a quella dell'italiano. Il mondo organico diventa intelligibile, i
fenomeni vitali assumono il carattere della necessità, non solo il
come, ma il perchè dell'organizzazione diventa il fine della ricerca.
Ogni forma organica ha la sua causa efficiente determinabile; ogni
funzione è un adattamento all'ambiente acquistato nella lotta per la
esistenza; ogni organo è la realizzazione morfologica d'una funzione.
La vita, unica nella sua origine, si manifesta in mille e mille forme,
ma tutte queste forme riunisce un principio generale. Dall'inferiore
e semplice nasce il superiore complicato. Senza l'amiba non sarebbe
l'uomo, data l'amiba e l'ambiente era inevitabile necessità nascesse
l'uomo. Non l'essere, il divenire è il principio del mondo.
«A noi zoologi rincresce quasi essere la teoria darwiniana diventata
una questione personale dell'uomo. Si starebbe tanto meglio, il lavoro
manterrebbe molto più facilmente la sua equanimità scientifica se non
venissero le passioni, l'odio e la provocazione a disturbarci. E poi,
l'applicazione della teoria della discendenza alla morfologia dell'uomo
non ha proprio un'importanza particolare. L'origine dell'uomo è in
questo senso un problema speciale, limitato, come lo è l'origine di
qualsiasi altra specie, neppure tra i più interessanti. Imperocchè
la struttura del corpo umano è conforme a quella di certi mammiferi
superiori sino a tal segno che alcuni vecchi anatomici osarono le
loro preparazioni dei muscoli, nervi, vasi, ecc. delle scimmie,
rappresentare come quelli dell'uomo, e ciò con grave offesa alla buona
fede, ma senza notevoli inconvenienti per l'uso pratico nella medicina.
La fabbrica del corpo umano e le sue funzioni inferiori non offrono
alcun problema che non si ripeta in altri organismi, e spesso più
evidente e puro.
«Ma la scienza ha ancora un altro lato che è altrettanto grande; non
solo il modo esterno, non solo le condizioni che determinano la
sua esistenza materiale sono fenomeni che l'uomo cerca di rendere
intelligibili, anche le manifestazioni di quell'intimo suo essere, che
egli chiama l'anima, formano l'obietto del suo pensare. Conoscere il
mondo e conoscere sè stesso, ecco l'intero compito della scienza. E
dalle azioni dell'anima vale lo stesso che dissi delle azioni esterne;
molte rimangono fuori della coscienza; altre c'entrano, ma confuse,
indistinte, poche sono chiare, determinate, di nessuna sinora fu
detto il perchè. Mancava l'organo ed ora l'abbiamo, per imperfetto
che sia. I problemi della vita sociale, del pensiero, del sentimento
sono teoricamente solubili se consideriamo il loro contenuto non
come eternamente stabilito, creato, ma come diventato. Lo so bene
che per raggiungere questa meta ci vuole assai, che non abbiamo i
mezzi da poter attaccare direttamente neanche i più semplici di tali
problemi, che coloro--non pochi disgraziatamente--che oggigiorno vi
offrono le soluzioni bell'e fatte, dello scienziato posseggono forse
l'arditezza, ma certo non l'assennatezza nè il sentimento della propria
responsabilità, ma tuttociò non impedisce di veder aperto l'orizzonte
da cui sorgerà la luce per tramandare i suoi raggi sino alle più
profonde tenebre del nostro interno.»
* * * * *
Il Darwin aveva compreso bene che la maggior difficoltà, per molta
gente, a che la teoria della variabilità delle specie fosse accolta
era questa, che con una tale teoria si veniva necessariamente a far
derivare l'uomo dagli animali, e propriamente dalle scimmie colle
quali, mal suo grado, si è sempre sentito legato in strettissima
parentela. Perciò nel volume intorno alla origine delle specie egli
lasciò in disparte la questione dell'origine dell'uomo, sebbene avesse
fatto molte ricerche intorno ad essa e preso molte note. La lasciò in
disparte per non suscitare più forte la tempesta che pur prevedeva
sarebbe stata prodotta dal suo libro. Ma in breve, appunto per
l'immenso scoppio che tenne dietro alla pubblicazione di quel volume, e
pel buon accoglimento fatto alla teoria della variabilità delle specie
da uomini di gran sapere, egli sentì che non doveva tacersi più oltre,
e venne fuori con un grosso volume intorno alla origine dell'uomo, che,
poco dopo la pubblicazione nello originale inglese, la quale fu fatta
nell'anno 1871, io tradussi, pubblicandosi la mia traduzione dalla
Unione tipografico-editrice di Torino.
Quest'opera è divisa in due parti; la prima tratta propriamente della
origine dell'uomo, la seconda tratta della scelta sessuale.
La prima parte è divisa nei sette capitoli: _Evidenza dell'origine
dell'uomo da qualche forma inferiore._--_Comparazione fra la potenza
mentale dell'uomo e quella degli animali sottostanti._--_Paragone fra
le facoltà mentali dell'uomo e quelle degli animali sottostanti._--_Del
modo di sviluppo dell'uomo da qualche forma inferiore._--_Dello
sviluppo delle facoltà intellettuali e morali durante i tempi
primitivi e i tempi inciviliti._--_Delle affinità e della genealogia
dell'uomo._--_Delle razze umane._
Della scelta sessuale il Darwin aveva detto pochissimo nel volume
intorno alla origine delle specie, per cui s'indusse a parlarne qui a
lungo. Esposti pertanto, nella seconda parte di questo suo volume, i
principii della scelta sessuale, egli esamina a mano a mano i caratteri
sessuali secondari in tutte le classi del regno animale, con sterminata
erudizione e colla consueta mirabile potenza di osservazione anche di
quei fatti che possono a primo aspetto parere i più insignificanti
e che, osservati da lui, acquistano una importanza capitale per le
conseguenze che ne sa ricavare.
Egli conchiude così:
«Considerando la struttura embriologica dell'uomo; le omologie che
presenta cogli animali sottostanti; i rudimenti che conserva, e i
ritorni a cui va soggetto, possiamo in parte richiamarci alla mente
la primiera condizione dei nostri primi progenitori; e possiamo
approssimativamente collocarli nella propria posizione nella serie
zoologica. Noi impariamo così che l'uomo è disceso da un quadrupede
peloso, fornito di coda e di orecchie aguzze, probabilmente di abiti
arborei, e che abitava l'antico continente. Questa creatura, quando
un naturalista ne avesse esaminata tutta la struttura, sarebbe stata
collocata fra i quadrumani, colla stessa certezza quanto il comune è
ancora più antico progenitore delle scimmie del vecchio e del nuovo
continente. I quadrumani e tutti i mammiferi più elevati derivano
probabilmente da qualche antico animale marsupiale, e questo per una
lunga trafila di forme diversificanti da qualche creatura rettiliforme
od anfibiforme, e questa del pari da qualche animale pesciforme. Noi
possiamo scorgere, nella fosca oscurità del passato, che il progenitore
primiero di tutti i vertebrali deve essere stato un animale acquatico,
fornito di branchie, coi due sessi riuniti nello stesso individuo, e
cogli organi più importanti del corpo (come il cervello e il cuore),
imperfettamente sviluppati. Questo animale sembra essere stato più
simile alla larva della nostra esistente Ascidia di mare che non a
qualunque altra forma conosciuta.
«La più grande difficoltà che si presenta, quando siamo tratti alla
sovraesposta conclusione intorno all'origine dell'uomo, è il livello
elevato di potenza intellettuale e di disposizione morale cui egli è
giunto.»
.................
«Lo sviluppo delle qualità morali è un problema interessantissimo
e difficile. Queste qualità si fondano sugli istinti sociali che
comprendono i legami della famiglia. Questi istinti sono di natura
sommamente complessa, e nel caso degli animali sottostanti producono
tendenze speciali verso certe azioni definite; ma gli elementi
più importanti per noi sono l'amore e la distinta emozione della
simpatia. Gli animali dotati di istinti sociali si compiacciono della
compagnia del loro simile, si difendono a vicenda dal pericolo, si
aiutano fra loro in molti modi. Questi istinti non si estendono a
tutti gli individui delle specie, ma solo a quella medesima comunità.
Siccome essi sono sommamente benefici alla specie, sono stati molto
probabilmente acquistati per opera della scelta naturale.
«Un essere morale è quello che può riflettere sulle sue azioni passate
e sui motivi di esse, approvarne alcune e disapprovarne altre, ed il
fatto che l'uomo è quella tal creatura che certamente può essere in
cosiffatto modo indicata, è la più grande di tutte le distinzioni
fra lui e gli animali sottostanti. Ma nel nostro terzo capitolo
ho cercato di dimostrare che il senso morale deriva, prima, dalla
natura persistente e sempre presente degli istinti sociali, nel qual
rispetto l'uomo concorda cogli animali sottostanti; secondo, dal
poter egli apprezzare l'approvazione e la disapprovazione dei suoi
simili; e terzo, da ciò che le sue facoltà mentali sono sommamente
attive e le sue impressioni dei passati avvenimenti vivacissime, nel
qual rispetto egli differisce dagli animali sottostanti. A cagione
di questa condizione di mente, l'uomo non può evitare di guardare
dietro e innanzi a sè, e comparare le sue passate impressioni. Quindi
dopo che qualche temporaneo desiderio o qualche passione hanno vinto
i suoi istinti sociali, egli rifletterà e comparerà la impressione
ora indebolita di quei passati impulsi, cogli istinti sociali
sempre presenti; e sentirà allora quel senso di scontento che tutti
gli istinti insoddisfatti si lasciano dietro. In conseguenza egli
si determina ad agire differentemente in avvenire, e questa è la
coscienza. Qualunque istinto che è permanentemente più forte o più
persistente che non un altro, origina un sentimento che noi esprimiamo
dicendo che deve esser obbedito. Un cane _pointer_, se fosse capace di
riflettere alla sua passata condotta, direbbe a sè stesso: io avrei
dovuto (come invero diciamo di lui) postare quella lepre e non aver
ceduto alla fuggitiva tentazione di saltar su e darle caccia.
«Gli animali sociali sono spinti in parte da un desiderio di porgere
aiuto ai membri della medesima comunità in un modo generale, ma più
comunemente a compiere certe azioni definite. L'uomo è spinto dallo
stesso desiderio generale di assistere i suoi simili, ma ha pochi o non
ha affatto istinti speciali. Differisce pure dagli animali sottostanti
per la facoltà che ha di esprimere i suoi desideri colle parole, che
così divengono la guida dell'aiuto richiesto ed accordato. Il motivo di
dare aiuto è parimente molto modificato nell'uomo; esso non consiste
più soltanto in un cieco impulso istintivo, ma è grandemente spinto
dalla lode o dal biasimo dei suoi simili. Tanto l'apprezzare quanto
l'accordare la lode ed il biasimo riposano sulla simpatia; e questo
sentimento, come abbiamo veduto, è uno degli elementi più importanti
degli istinti sociali. La simpatia, sebbene acquistata come istinto, è
pure resa più forte dall'esercizio o dall'abitudine. Siccome tutti gli
uomini desiderano la propria felicità, si dà lode o biasimo a quelle
azioni ed a quei motivi secondo che conducono a quello scopo; e siccome
la felicità è una parte essenziale del bene generale, il principio
della più grande felicità serve indirettamente come un livello quasi
sicuro del bene e del male. Man mano che le potenze del ragionamento
progrediscono e si acquista esperienza, si scorgono gli effetti più
remoti di certe linee di condotta intorno al carattere dell'individuo,
ed al bene generale; e allora le virtù personali venendo entro la
cerchia della pubblica opinione, ricevono lode, e le opposte vengono
biasimate. Ma nelle nazioni meno civili la ragione sovente erra, e
molti cattivi costumi e basse superstizioni vengono nella stessa
cerchia; e in conseguenza sono stimate come alte virtù, e la loro
infrazione come enormi delitti.
«Le facoltà morali sono in generale stimate, e giustamente, come molto
superiori alle potenze intellettuali. Ma dobbiamo sempre aver presente
che l'attività della mente nel richiamare con vivacità le passate
impressioni, è una delle basi fondamentali, sebbene secondarie, della
coscienza. Questo fatto somministra l'argomento più forte per educare
e stimolare con ogni possibile mezzo le facoltà intellettuali di ogni
creatura umana. Senza dubbio un uomo di mente torpida, qualora le sue
affezioni e simpatie sociali siano bene sviluppate, sarà indotto a
compiere buone azioni, e può avere una coscienza pienamente sensitiva.
Ma qualunque cosa che renda l'immaginazione degli uomini più viva e
rinforzi l'abito del ricordare e del comparare le passate impressioni,
renderà la coscienza più sensitiva, e può anche compensare fino a un
certo punto gli affetti e le simpatie sociali più deboli.
«La natura morale dell'uomo è giunta al più alto livello finora
ottenuto, in parte pel progresso delle forze del ragionamento e in
conseguenza di una giusta opinione pubblica, ma specialmente per ciò
che le simpatie sono divenute più dolci e più estesamente diffuse per
gli effetti della abitudine, dell'esempio, dell'istruzione e della
riflessione. Non è improbabile che le tendenze virtuose, mercè una
lunga pratica, possano essere ereditate. Nelle razze più incivilite,
il convincimento dell'esistenza di una Divinità onniveggente, ha avuto
una azione potente sul progresso della moralità. Infine l'uomo non
accetta più la lode o il biasimo del suo simile come guida principale,
sebbene pochi sfuggano a questa azione, ma le sue convinzioni abituali
governate dalla ragione gli somministrano la regola più sicura. Allora
la sua coscienza diviene il suo giudice e mentore supremo. Nondimeno
il primo fondamento e la prima origine del senso morale si basa
sugli istinti sociali, compresa la simpatia; e questi istinti senza
dubbio vennero primieramente acquistati, come nel caso degli animali
sottostanti, per opera della scelta naturale.
«La credenza in Dio è stata sovente posta come non solo la più grande,
ma anche la più compiuta di tutte le distinzioni fra l'uomo e gli
animali sottostanti. È tuttavia impossibile, come abbiamo veduto,
asserire che questa credenza sia innata o istintiva all'uomo. D'altra
parte una credenza in agenti spirituali onnipotenti sembra essere
universale; e da quanto pare deriva da un notevole progresso nelle
potenze di ragionamento dell'uomo, e da un ancor più grande progresso
delle sue facoltà immaginative, la curiosità e la meraviglia. So che
l'asserita credenza in Dio è stata adottata da molte persone come
un argomento per la sua esistenza. Ma questo è un argomento ardito,
perchè saremmo così obbligati a credere nell'esistenza di molti
spiriti crudeli e maligni, che posseggono appena un po' più di potere
dell'uomo; perchè la credenza in essi è molto più generale che non
quella in una Divinità benefica. L'idea di un benefico ed universale
Creatore dell'universo non sembra nascere nella mente dell'uomo, finchè
questa non siasi elevata per una lunga e continua cultura.
«Colui il quale crede che l'uomo proceda da qualche forma bassamente
organizzata, chiederà naturalmente come questo possa stare colla
credenza nell'immortalità dell'anima. Le razze barbare dell'uomo, come
ha dimostrato sir J. Lubbock, non hanno una chiara credenza di tal
sorta, ma gli argomenti derivati dalle primitive credenze dei selvaggi
non hanno, come abbiamo veduto testè, che poco o nessun valore. Poche
persone provano qualche ansietà per l'impossibilità di determinare
in quale preciso periodo nello sviluppo dell'individuo, dalla prima
traccia della minuta vescicola germinale al bambino, prima o dopo la
nascita, l'uomo divenga una creatura immortale; e non vi può essere
nessuna più grande causa di ansietà, perchè non è possibile determinare
il periodo nella scala organica graduatamente ascendente.
«Sono persuaso che le conclusioni a cui sono giunto in questo
lavoro, saranno da taluno segnalate come grandemente irreligiose;
ma colui che le segnalerà è obbligato di dimostrare perchè sia più
irreligioso spiegare l'origine dell'uomo come una specie distinta che
discenda da qualche forma più bassa, mercè le leggi di variazione e
la scelta naturale, che spiegare la nascita dell'individuo mercè le
leggi della riproduzione ordinaria. La nascita tanto della specie
come dell'individuo sono parimente parti di quella grande fila di
avvenimenti che le nostre menti rifiutano di accettare come l'effetto
cieco del caso. L'intelletto si rivolta ad una tale conclusione, sia
che possiamo o no credere che ogni lieve variazione di struttura,
l'unione di ogni coppia in matrimonio, la disseminazione d'ogni seme,
ed altri cosiffatti eventi, siano stati tutti ordinati per qualche
scopo speciale.»
* * * * *
Il libro si termina con queste parole:
«Mi fa rincrescimento pensare che la principale conclusione a cui sono
giunto in quest'opera, cioè che l'uomo sia disceso da qualche forma
bassamente organizzata, riescirà sgradevolissima a molte persone. Ma
non vi può essere quasi dubbio che noi discendiamo dai barbari. Non
dimenticherò mai la meraviglia che provai nel vedere la prima volta un
gruppo di indigeni della Terra del Fuoco raccolti sopra una selvaggia
e scoscesa spiaggia; ma mi venne subito alla mente che tali furono i
nostri antenati. Quegli uomini erano al tutto nudi, e imbrattati di
pitture; i loro lunghi capelli erano tutti intricati, la loro bocca era
contorta dall'eccitamento, e il loro aspetto era selvaggio, sgomentato
e sgradevole. Non avevano quasi nessuna arte, e come gli animali
selvatici vivevano di quello di cui potevano impadronirsi; non avevano
alcun governo, ed erano senza misericordia per chiunque non fosse stato
della loro piccola tribù. Chi abbia veduto un selvaggio nella sua terra
nativa non sentirà molta vergogna, se sarà obbligato a riconoscere
che il sangue di qualche creatura più umile gli scorre nelle vene. In
quanto a me vorrei tanto essere disceso da quella eroica scimmietta che
affrontò il suo terribile nemico per salvare la vita al suo custode, o
da quel vecchio babbuino, il quale, sceso dal monte, strappò trionfante
il suo giovane compagno da una folla attonita di cani; quanto da un
selvaggio che si compiace nel torturare i suoi nemici, offre sacrifizi
di sangue, pratica l'infanticidio senza rimorso, tratta le sue mogli
come schiave, non conosce che cosa sia la decenza, ed è invaso da
grossolane superstizioni.
«L'uomo va scusato di sentire un certo orgoglio per essersi elevato,
sebbene non per propria spinta, all'apice della scala organica; ed il
fatto di essere in tal modo salito, invece di esservi stato collocato
in origine, può dargli speranza per un destino ancora più elevato in un
lontano avvenire. Ma non si tratta qui nè di speranze, nè di timori,
ma solo del vero, fin dove la nostra ragione ci permette di scoprirlo.
Ho fatto del mio meglio per addurre prove; e dobbiamo riconoscere, per
quanto mi sembra, che l'uomo con tutte le sue nobili prerogative, colla
simpatia che sente per gli esseri più degradati, colla benevolenza che
estende non solo agli altri uomini, ma anche verso la più umile delle
creature viventi, col suo intelletto quasi divino che ha penetrato nei
movimenti e nella costituzione del sistema solare, con tutte queste
alte forze, l'uomo conserva ancora nella sua corporale impalcatura lo
stampo indelebile della sua bassa origine.»