XIII

Per oltre a venti anni nel secolo passato Erasmo Darwin meditò e lavorò

intorno alla sua zoonomia prima di farne la pubblicazione. Per oltre

a vent'anni nel nostro secolo Carlo Darwin meditò e lavorò intorno

alla origine delle specie prima di dirne una parola per le stampe. La

suprema importanza dell'argomento che egli sentiva tutta, e questo è

sommo suo merito, lo rendeva dubitoso. Voleva venir fuori con buone

ragioni a sostegno delle sue idee, voleva che i fatti fossero la base

delle sue meditazioni e di quelle conseguenze grandiose alle quali

la sua mente veniva arrivando. Viveva lontano dai tumulti, libero

del suo tempo, intento tutto e sempre all'opera sua. Si rivolgeva da

ogni parte a chi potesse dargli aiuto, e veniva esponendo a due suoi

dottissimi amici, Carlo Lyell e il dottor Hooker, i risultamenti delle

sue ricerche e i suoi pensieri. Dopo cinque anni di assiduo lavoro in

questa via egli incominciò a scrivere alcune annotazioni; e nell'anno

1844 fece un abbozzo dell'operato suo, notando le conclusioni cui

era venuto. Di questo suo scritto ebbero conoscenza i suoi due amici

sopranominati, e il dottor Hooker lo lesse tutto.

Carlo Lyell e il dottor Hooker sollecitavano vivamente il Darwin a

pubblicare qualche cosa intorno ai suoi studi e ai suoi concetti,

ed egli rispondeva di sì, ma non ne faceva nulla. Sebbene avesse

raccolto un grande corredo di fatti a sostegno delle sue idee, non

gli pareva mai di averne abbastanza e andava sempre procrastinando

il giorno di una pubblicazione preliminare. Forse avrebbe ritardato

indefinitamente, forse, come quei grandi artisti ignorati di cui

taluno narra che abbiano accarezzato tutta quanta la vita un concetto

senza mai incarnarlo, avrebbe proseguito sempre nelle sue ricerche

senza creder mai di essere arrivato al punto di poterne parlare, se

non fosse sopraggiunta una circostanza, la quale fece sì che i suoi

amici insistessero presso di lui più del consueto ed egli finisse per

arrendersi.

Il signor Alfredo Russel Wallace, sommo naturalista e viaggiatore, per

molti anni esplorò le isole dell'arcipelago della Sonda, si addentrò

fra le foreste vergini dell'arcipelago indiano, studiò dal vero vivi e

in azione i prodotti della natura in quelle rigogliose contrade tanto

abbondanti di vita. Viaggiando, osservando, meditando, Alfredo Russel

Wallace venne alle stesse conclusioni intorno alla variabilità delle

specie cui era venuto Carlo Darwin. E a Carlo Darwin egli mandò, l'anno

1858, uno scritto intorno a questo argomento, pregandolo di darlo a

Carlo Lyell, il quale lo presentò alla Società Linneana.

Ma allora Carlo Lyell e il dottor Hooker fecero comprendere al Darwin

che non era più tempo d'indugiare, ed egli alla perfine si arrese.

* * * * *

Il volume intorno alla _Origine delle specie_ venne fuori a Londra il

giorno 24 novembre 1859.

In due parole ne è così espresso il carattere fondamentale:

«Quando si riflette al problema della origine delle specie,

considerando i mutui rapporti di affinità degli esseri organizzati,

le loro relazioni embrionali, la loro distribuzione geografica, la

successione geologica ed altri fatti analoghi, si può conchiudere che

ogni specie non è stata creata indipendentemente dalle altre, ma bensì

discende, come le varietà, da altre specie.»

Nella introduzione il Darwin espone così limpidamente, in brevissimo

spazio, il piano del suo lavoro, che non si può far meglio che riferire

le sue proprie parole:

«...Fino dai primordii delle mie ricerche fui d'avviso che un accurato

studio degli animali domestici e delle piante coltivate mi avrebbe

offerto probabilmente i dati migliori per risolvere questo oscuro

problema. Nè mi sono ingannato, mentre non solo in questa circostanza,

ma ben anche in tutti gli altri casi perplessi, ho sempre trovato che

le nostre esperienze, relative alle variazioni degli esseri organizzati

avvenute allo stato di domesticità o di coltura, sono tuttavia la

nostra guida migliore e la più sicura. Io non esito ad esprimere la mia

convinzione sull'alta importanza di questi studii, benchè troppo spesso

siano stati trascurati dai naturalisti.

«Per questo motivo io consacro il primo capitolo di questo compendio

all'esame delle variazioni allo stato domestico. Vedremo da ciò,

che sono per lo meno possibili sopra una vasta scala variazioni

ereditarie, e quel che più importa, vedremo quanto grande sia la

facoltà dell'uomo di accumulare leggiere variazioni, per mezzo della

elezione artificiale, cioè mediante la loro scelta esclusiva. Passerò

poscia alla variabilità delle specie nello stato di natura; ma io dovrò

a malincuore trattare con troppa concisione questo soggetto, che non

può svolgersi convenientemente se non colla scorta di lunghi cataloghi

di fatti. Potremo nondimeno discutere quali siano le circostanze più

favorevoli alle variazioni. Il capitolo successivo tratterà della

lotta per l'esistenza fra tutti gli esseri organizzati del globo,

lotta che necessariamente deriva dal loro moltiplicarsi in proporzione

geometrica. È questa la legge di Malthus applicata a tutto il regno

animale e vegetale. Siccome gli individui d'ogni specie che nascono

sono di numero assai maggiore di quelli che possono vivere, e perciò

deve rinnovarsi la lotta fra i medesimi per l'esistenza, ne segue

che se qualche essere varia, anche leggermente, in un modo a lui

profittevole, sotto circostanze di vita complesse e spesso variabili,

egli avrà maggior probabilità di durata e quindi potrà essere _eletto

naturalmente_. Inoltre, secondo le severe leggi dell'eredità, tale

varietà eletta tenderà continuamente a propagare la sua forma nuova e

modificata.

«Di questo principio fondamentale di elezione naturale tratterò

diffusamente nel quarto capitolo: e noi conosceremo in qual modo questa

elezione naturale produca quasi inevitabilmente frequenti estinzioni

di specie meno adatte e conduca a ciò che io chiamo divergenza dei

caratteri. Nel seguente capitolo io discuterò le leggi complesse e

poco note della variazione. Altri cinque capitoli risolveranno le

difficoltà più gravi e più apparenti della teoria. In primo luogo la

difficoltà delle transizioni, cioè come possa darsi che un essere o un

organo semplice siasi trasformato in un essere più complicato oppure

in un organo più perfetto; secondariamente l'istinto e le facoltà

mentali degli animali; in terzo luogo l'ibridismo o la sterilità delle

specie incrociate e la fecondità delle varietà incrociate; da ultimo

l'insufficienza dei documenti geologici. Nel capitolo successivo

io considero la successione geologica degli esseri organizzati nel

corso del tempo; nel dodicesimo e tredicesimo la loro distribuzione

geografica nello spazio; nel decimoquarto la loro classificazione e

le loro mutue affinità tanto nello stato adulto quanto nello stato

embrionale. L'ultimo capitolo comprenderà un breve riassunto di tutta

l'opera con alcune osservazioni finali.

«Se teniamo conto della nostra profonda ignoranza sulle reciproche

relazioni di tutti gli esseri che vivono intorno a noi, non possiamo

fare le meraviglie se ci restano ancora inesplicate molte cose sulla

genesi delle specie e delle varietà. Come può spiegarsi che mentre

una specie è numerosa e sparsa sopra una grande estensione, un'altra

specie assai affine trovasi rara e in uno spazio ristretto? Ora

questi rapporti sono della più alta importanza, giacchè determinano

il benessere presente e credo anche la prosperità futura e le

modificazioni di ogni abitante di questo mondo. Noi conosciamo poi

ancor meno le relazioni reciproche degli innumerevoli abitanti

terrestri in molte fasi geologiche del loro passato sviluppo.

Quantunque molte cose restino oscure e rimarranno tali ancora per lungo

tempo, io non posso dubitare, dopo lo studio più esatto e il giudizio

più coscienzioso di cui sono suscettibile, che l'opinione adottata

dalla maggior parte dei naturalisti e per lungo tempo anche da me, cioè

che ogni specie sia stata creata indipendentemente dalle altre, sia

erronea.

«Io sono pienamente convinto che le specie non sono immutabili;

ma che tutte quelle che appartengono a ciò che chiamasi lo stesso

genere, sono la posterità diretta di qualche altra specie generalmente

estinta, nella stessa maniera che le varietà riconosciute di una specie

qualunque discendono in linea retta da questa specie. Finalmente, io

sono convinto che l'elezione naturale sia, se non l'unico, almeno il

principale mezzo di modificazione.»

Questo suo lavoro l'autore non lo considera che come un estratto, e ne

lamenta la imperfezione.

«L'estratto che oggi metto in luce è dunque necessariamente imperfetto.

Io sono costretto ad esporvi le mie idee senza appoggiarle con molti

fatti o con citazioni di autori: e mi trovo nel caso di contare sulla

confidenza che i miei lettori potranno avere sull'accuratezza dei miei

giudizi. Senza dubbio questo libro non sarà esente di errori, benchè

io creda di non essermi riferito che alle autorità più solide. Io non

posso produrre se non le conclusioni generali alle quali sono arrivato,

con alcuni esempi che tuttavia basteranno, credo, nella pluralità dei

casi. Niuno è penetrato più di me della necessità di pubblicare più

tardi tutti i fatti che servono di base alle mie conclusioni, e spero

di farlo in un'opera futura. Imperocchè io so bene che non vi è un

passo in questo volume, al quale non si possano opporre argomenti,

che, in apparenza, conducano a conclusioni diametralmente opposte. Un

risultato soddisfacente raggiungesi soltanto raccogliendo tutti i fatti

e le ragioni favorevoli e contrarie ad ogni quistione, e pesando gli

uni contro gli altri; ciò che nell'opera presente non posso fare.»

Per buona ventura il Darwin visse ancora dopo la pubblicazione del

volume intorno alla origine delle specie, abbastanza per poter

pubblicare tutti quegli altri lavori che egli ne considerava come il

complemento. Ma anche quando non avesse potuto far ciò, il volume

intorno alla origine delle specie avrebbe bastato a dar salde

fondamenta alla nuova teoria e avrebbe portato quel grande rivolgimento

nelle menti e quel grande progresso nel sapere umano che appunto ne

derivarono.

La prova che il volume sulla origine delle specie non aveva bisogno

d'altro, si ha nello immenso effetto che ne conseguì appena venne

pubblicato e lo scoppio di furore frenetico da una parte e di amore

indomato dall'altra che subito produsse. «La storia, diceva il _Times_

in un cenno necrologico su Carlo Darwin, di una di quelle scene quale è

quella che seguì nel celebre _meeting_ della Associazione britannica ad

Oxford nel 1860, e della battaglia campale fra il vescovo Wilberforce

e il giovane e ardente signor Huxley, si legge come una scena della

storia antica, come un episodio nella persecuzione di Galileo, o un

preliminare della scomunica di Spinoza....»

La frenesia contro il Darwin da parte di molti suoi avversari, oltre

alla sostanza della cosa, si accresce anche per ciò che quest'uomo

sommo, senza grandi attrattive di stile, senza ombra di ricercatezza

nella forma, senza apostrofi, senza mire ad effetto, irresistibilmente

si cattiva l'animo del suo lettore, il quale, rapito da quel purissimo

amore del vero che splende in ogni parola del Darwin, rapito da

quella calma sublime che non lo abbandona mai, ammirato di quella

imparzialità veramente unica, colla quale il grand'uomo in luogo di

scansarle va in cerca delle obbiezioni e le più gravi se le fa da

sè, prende ad amarlo e si compiace del suo consorzio come di cosa

sommamente desiderabile e cara.

Sentite queste stupende parole del professore Kleinenberg:

«Lo stile di Darwin è estremamente semplice, senza alcuna declamazione,

senza ornamenti retorici e manca perfino di frasi e di motti incisivi.

Eppure i suoi scritti sono di una straordinaria, immediata efficacia, e

pieni di vita e di armonia. Ciò dipende in gran parte dal modo in cui

sono esposti e disposti i fatti e le conclusioni; in questo riguardo la

maestria del Darwin è impareggiabile; nessuno scrittore scientifico fra

antichi e moderni, che io conosca, ha dominato mai la sua materia--e

quella del Darwin era difficilissima e affatto nuova--con sì assoluta

sovranità. Ne risulta un mirabile ordine ed una unità dell'opera,

che mi ricordano sempre quei templi dorici di Pèsto e di Girgenti,

le creazioni più sublimi dell'arte architettonica, che producono

così profonda impressione per la sola vastità e armonia delle loro

proporzioni.

«Le opere del Darwin posseggono in massimo grado una qualità comune

a tutte le emanazioni del genio: sono persuasive. Ma l'energia

irresistibile con cui esse s'impadroniscono della mente del lettore non

sta solamente nell'ingegno superiore e nell'arte della composizione,

un altro elemento v'influisce forse più di quelli, ed è il carattere

morale di Darwin. Ogni pagina dei suoi libri vi dice ad alta voce: chi

mi scrisse è un uomo onesto e sopra ogni cosa veritiero. Quello spirito

che, partendo dal foro, dalla stampa, dalle assemblee politiche,

invade sempre più la coscienza pubblica ed insegna che per difendere

la verità è d'uopo esagerare, nascondere i proprii lati deboli e

scoprire spietatamente quelli dell'avversario, e dire ancora--s'intende

sempre in omaggio alla verità--ogni tanto qualche piccola bugia;

questo spirito che al nostro tempo anticlericale alle volte dà un non

so che di gesuitico, la mente di Darwin non l'aveva sfiorato. Egli

difende la verità, ma con la sola verità. Nessuno ha più freddamente

di lui denudato le debolezze della sua teoria, nessuno è stato più di

lui abile nell'escogitare ingegnose difficoltà e obbiezioni alla sua

dottrina, mai egli ha taciuto un fatto sfavorevole, mai ha soppresso

una apparente contradizione. Ne volete la prova? Leggete gli scritti

dei più fieri avversarii del Darwin--ben inteso fra i naturalisti--e

vedrete che essi molti dei più forti argomenti contrarii li hanno presi

in prestito dalle opere dello stesso Darwin. Era un grande ingegno, ma

il suo carattere era più grande.

«Permettetemi, o signori, un ricordo personale. Quando io l'anno

passato era ospite di Darwin, gli dissi:--Avrei poca ragione di

rileggere la vostra _Origine delle specie_, poichè il suo contenuto

teorico credo averlo assimilato, per quanto me lo concede il mio

ingegno, e per i miei lavori mi occorrono gli stessi animali vivi

piuttostochè libri. Ma, vedete, sono un uomo debole. Ogni tanto, ora

per colpa mia, ora per colpa altrui, si scatena in me uno scirocco che

intristisce tutta l'anima mia. Allora la vita mi pare tanto brutta,

insipida la scienza, vuota l'arte. Ebbene, la lettura di qualche vostra

pagina tutte le volte mi ha rialzato da questo avvilimento. Dimodochè

un giorno, a Napoli, senza sapere proprio quel che mi facessi, quasi

meccanicamente, scrissi col lapis sul margine del vostro libro queste

parole italiane: _Qui si sana!_--E Darwin mi porgeva la mano e disse

che questa era la miglior lode che avesse ricevuto in vita sua.»

* * * * *

Un anno dopo la prima edizione della _Origine delle specie_ se ne

fece una seconda, nel 1864 se ne fece una terza, e il Canestrini,

che già aveva tradotto la prima nel 1875, pubblicò in Torino coi

tipi della Unione tipografico-editrice una nuova traduzione fatta

sulla sesta edizione inglese notevolmente ampliata. Parecchie altre

edizioni, invero non so quante, ne vennero fatte poi e si faranno in

avvenire, perchè questo è un libro destinato a rimanere nella scienza

immortalmente.

* * * * *

Ragion voleva che il Darwin, secondo l'impegno che aveva preso con sè

stesso e coi suoi lettori, volendo sviluppare per via di fatti e di

deduzioni da essi il concetto della variabilità delle specie, esponesse

quanto aveva veduto negli animali in istato di addomesticamento e nelle

piante in coltivazione e quelle conclusioni che aveva saputo trarre

dalle cose vedute.

Perciò nell'anno 1868 egli pubblicò una grande opera sulle _Variazioni

degli animali e delle piante allo stato domestico_, di cui pure il

professore Giovanni Canestrini fece la traduzione, stampata dalla

Unione tipografico-editrice torinese. Sono, nella traduzione italiana,

oltre a ottocento pagine con molte incisioni intercalate.

Ecco quanto dice lo stesso autore di questa sua pubblicazione:

«Lo scopo di quest'opera non è punto il descrivere le molte razze

di animali che l'uomo seppe addomesticare, nè le piante ch'ei seppe

coltivare; se anche avessi le cognizioni che si richiedono per compiere

un'impresa così gigantesca, in questo caso sarebbe opera superflua.

Io intendo unicamente di esporre, tra i fatti ch'io potei raccogliere

ed osservare in ogni specie, i più atti a mostrare la importanza e

la natura delle modificazioni subite dagli animali e dalle piante

sotto il dominio dell'uomo; e spargere un po' di luce sui principii

generali della _Variazione_. Solo tratterò più diffusamente dei colombi

domestici, di cui descriverò tutte le principali razze, la storia,

l'estensione e la natura delle loro differenze, e lo stipite probabile

della loro discendenza. Ho prescelto questo esempio ad ogni altro,

perchè, come si vedrà nel corso dell'opera, esso fornisce materiali più

acconci degli altri; e un esempio pienamente descritto può illustrare

tutti gli altri. Mi fermerò pure più particolarmente sui conigli, sui

polli e sulle anatre domestiche.

«I subbietti che si svolgeranno in questo volume sono collegati in

modo tale, che riesce difficile decidere quale sia il migliore modo di

ordinarli. Io ho creduto bene di esporre nella prima parte un complesso

considerevole di fatti che si riferiscono a varii animali e piante, dei

quali fatti, a prima vista, alcuni pareano non avere che una piccola

relazione col nostro subbietto, e dedicare l'ultima parte a generali

disposizioni. Quando poi mi parve necessario estendermi in maggiori

particolari, per corroborare qualche proposizione o conclusione, mi

sono valso dei tipi più minuti. Così feci acciocchè il lettore, che

accetta senz'altro le conclusioni, o poco si cura dei particolari,

distingua i passi ch'ei può trasandare; però mi si permetta di dire che

alcune di queste disquisizioni meritano l'attenzione, almeno di chi fa

professione di naturalista.»

In questo libro espone il Darwin la sua teoria della pangenesi.

La trasmissione dei caratteri per via della eredità lo conduce a

domandarsi «come avvenga che un carattere, proprio di un antico

progenitore, riapparisca improvvisamente nella sua discendenza;

come gli effetti dell'accrescimento o della diminuzione d'uso di

un membro si possano trasmettere alla seguente generazione; come

l'elemento sessuale maschile possa agire non solo sull'ovulo, ma

qualche volta anche sulla forma materna; come possa prodursi un ibrido

dall'unione del tessuto cellulare di due piante, indipendentemente

dagli organi della generazione; come avvenga che un membro possa

riprodursi esattamente nella linea di amputazione, senza che vi sia

eccesso o difetto di sviluppo; come esseri organizzati, identici

sotto tutti i rapporti, possano essere di continuo prodotti in guise

tanto differenti, come sono la germinazione e generazione seminale; e

finalmente, come accada che di due forme affini, l'una attraversi nel

suo sviluppo delle metamorfosi complesse, e l'altra no, e tuttavia allo

stato maturo sieno simili in ogni dettaglio di struttura.»

Il concetto della pangenesi esprime ancora il Darwin nel modo seguente:

«Si ammette quasi universalmente che le cellule, o le unità del corpo,

si propaghino per divisione spontanea o prolificazione, conservando la

stessa natura, e trasformandosi da ultimo nei varii tessuti e sostanze

del corpo. Ma oltre tale maniera di moltiplicarsi, io suppongo che

le unità emettano dei minuti granuli, che sono dispersi in tutto il

sistema, e allorquando hanno ricevuto una sufficiente nutrizione, si

moltiplicano per divisione, e si sviluppano da ultimo in cellule

simili a quelle da cui derivano. Questi granuli possono chiamarsi

gemmule. Esse sono raccolte da tutte le parti del sistema, per

costituire gli elementi sessuali, ed il loro sviluppo nella prossima

generazione costituisce un nuovo essere; ma esse possono trasmettersi

in uno stato dormente alle future generazioni, e poi svilupparsi.

Il loro sviluppo dipende dall'unione con altre gemmule parzialmente

sviluppate, che le producono nel corso regolare della crescenza. Noi

vedremo, quando discuteremo l'azione diretta del polline sui tessuti

della pianta madre, la ragione per la quale io impiego il termine di

unione. È supposto che le gemmule sieno emesse da ciascuna cellula

od unità, non solo allo stato adulto, ma in ogni stadio di sviluppo

dell'organismo. Infine, io immagino che nel loro stato dormente le

gemmule sentano le une per le altre una mutua affinità, dacchè risulta

la loro aggregazione in gemme o in elementi sessuali. Per cui non sono

punto gli elementi riproduttori, nè le gemme che producono i nuovi

organismi, ma le cellule od unità stesse dello intero corpo.»

Ho citato queste parole nella summenzionata opera del Darwin,

_Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico_. Il

Darwin espone a lungo la sua ipotesi nel capitolo XXVII di questa

opera, e direi che questo capitolo è veramente un meravigliosissimo

capolavoro, se non fosse che parlando del Darwin di troppi altri

capitoli è ciò da ripetere. In una nota il Darwin parla di parecchi

autori che dalla antichità in poi hanno emesso opinioni più o meno

affini a questa sua, e menziona specialmente il Mantegazza dicendo che

egli (è il Darwin che parla) «previde chiaramente la mia dottrina sulla

pangenesi.»

Carlo Darwin · 第 22 / 40 题