La teoria dei cataclismi, dei grandi rivolgimenti, delle rivoluzioni
del globo, la teoria di Cuvier era caduta, morta e sepolta.
Carlo Lyell, pubblicando nel 1830 i suoi _Principii di geologia_,
era venuto a mutare le opinioni allora in corso, e quella sua
pubblicazione fu tanto sapiente, tanto limpida, tanto persuasiva,
tanto ricca di dimostrazioni e di prove, fin là dove possono andare
le prove e le dimostrazioni in fatto di geologia, tanto stringente
nelle argomentazioni dove non era più questione di prove, che si
osservò questo fatto notevole di un profondo rivolgimento operato nel
campo della scienza in un tempo breve e con così poco contrasto come
raramente suole avvenire in tal sorta di casi.
Carlo Lyell dimostrò che quei mutamenti profondi sulla superficie della
terra di cui appaiono tanto evidenti le traccie, non sono già avvenuti
mercè scoppi, cataclismi, azioni violentissime in modo istantaneo e
repentino, ma bensì a poco a poco, lentissimamente e per l'azione di
quelle medesime cause che operano anche oggi.
La vita di un uomo, la vita di parecchie generazioni d'uomini, è troppo
breve a riconoscere certi mutamenti che avvengono alla superficie
della terra. Questi mutamenti non si fanno riconoscere che in capo a
molti secoli. Il suolo si muove, si può dire, in ogni parte, qua si
solleva, là si abbassa, questi sollevamenti e questi abbassamenti sono
lentissimi, si fermano, riprendono, proseguono, per tornare a formarsi
e per tornare a proseguire; il fondo dei mari si solleva, la terra
emersa si sprofonda, l'acqua e l'aria intaccano le rocce e la materia
solida si altera, si sgretola, s'intacca, si scompone e costituisce
nuove combinazioni; tutto si muta, e dove prima era un clima caldo
diventa temperato e poi freddo, e dove era ghiacciato tutto l'anno
s'apre il campo a poco a poco ad una lussureggiante vegetazione. Dico
a poco a poco, lentissimamente, col volgere di centinaia e migliaia di
secoli.
* * * * *
Così i viventi hanno potuto di generazione in generazione trovarsi
in condizioni che siano venute mutandosi lentissimamente; questi
mutamenti esterni hanno potuto bene, anzi hanno dovuto trarre con sè
la modificazione di alcuni caratteri. Gli individui di una data specie
di animali in natura si rassomigliano moltissimo fra loro; tuttavia
una qualche differenza individuale c'è; in una località dove il clima
si vada facendo più freddo, quegli individui di questa o quella specie
di mammiferi che per avventura abbiano un po' meglio dei loro compagni
folto e lungo il pelame, si troveranno in condizioni migliori e avranno
maggior probabilità di campare e di invecchiare, di propagarsi, che non
gli altri. Questi individui più riccamente forniti di pelo produrranno
figli in pari modo, gli uni più e gli altri meno, privilegiati per un
pelame più ricco e meglio protettore; quei figli che saranno meglio
privilegiati avranno maggior probabilità di sopravvivere e trasmettere
a loro volta il carattere benefico ai loro discendenti. Così a poco
a poco, dopo molte generazioni, si avrà un cambiamento stabile per
questo riguardo e i discendenti avranno sopportato un mutamento
rispetto agli antenati, appariranno diversi da quelli, la specie avrà
variato in natura, come varia in domesticità e si modifica la razza.
In domesticità la modificazione segue mercè la scelta artificiale
che fa l'uomo degli individui meglio forniti del carattere che si
trasmette. In natura la scelta avviene da sè stessa col sopravvivere
e propagarsi degli individui che hanno il carattere favorevole, e si
ha quindi la _scelta naturale_. Tutti sanno che il colore del pelo,
delle piume, delle scaglie, della pelle nuda, dello integumento degli
animali, si conforma al colore del mezzo in cui questi vivono. La
raganella che sta nel fogliame degli alberi e la cavalletta che sta
nell'erba dei prati sono verdi, l'orso delle regioni polari è bianco
come la neve, gli insetti son variopinti come i fiori in cui vivono,
la lucertola muraiola ha il color dei muri, la steppa, il deserto,
danno il loro colore agli animali che vi albergano. La stessa cosa è
nel mare. Le alghe marine hanno belle e svariatissime tinte, sovente
sfumature delicate e gradazioni da pareggiare i fiori dei prati e dei
monti, ma dominano soprattutto tre grandi tinte, la verde, la rossa e
la bruna. Quei pesciolini del mare che vivono fra le alghe e i nostri
pescatori denominano collettivamente col nome di pesci di scoglio,
son bruni, verdi, rossi, variopinti, conformemente al color delle
alghe in mezzo alle quali s'aggirano guizzando; così hanno il color
delle alghe le chiocciole e le limacce marine, i gamberelli, e via
dicendo. Ciò segue mercè la scelta naturale. Se in un prato vi fossero
cavallette di varii colori, alcune verdi, altre rosse, altre gialle,
altre bianche, più facilmente senza dubbio le prime si sottrarrebbero
alla vista degli uccelletti che ne fanno loro pasto, più facilmente le
altre sarebbero beccate. Così a poco a poco verrebbero a scomparire le
cavallette colorite altrimenti che non in verde, mentre quelle colorite
di questo colore si salverebbero. Alla lunga, il color verde finisce
per rimaner solo in campo scomparendo tutti gli altri mercè l'opera
irresistibilmente efficace della scelta naturale. Lo stesso si dica per
gli altri esempi citati e per gli innumerevoli che si potrebbero citare.
Gli animali da preda, le fiere, gli uccelli rapaci, e tanti altri
animali più piccoli, ma non meno fieri predoni, debbono lottare fra
loro di forza, di velocità, o altrimenti, per campare la vita. Data una
località dove i predatori siano numerosi e le vittime vi vadano, per
una delle tante cause che possono produrre questo effetto, facendosi
più scarse, i più deboli fra i predatori soccomberanno, mentre i più
forti persisteranno, e questi saranno i più veloci, i meglio armati,
quelli per qualsiasi carattere più favorevole in condizioni migliori
per vincere, e questi caratteri favorevoli si verranno sempre più
sviluppando e seguirà nella specie una trasformazione.
* * * * *
Invero, la lotta per la vita è una legge fatale, dolorosa, crudele,
di tutti i viventi: di tutti i viventi non escluso l'uomo. Malthus
dimostrò come nelle generazioni degli umani segua questo fatto, che
nascon molti più bambini di quello che si possa alimentare di uomini,
quindi c'è una certa quantità di umani che langue, deperisce, muore
vinta nella lotta per l'esistenza, fierissima nelle società incivilite.
Questa lotta per la vita che è nella umanità, è in tutti i viventi
in natura. L'uomo potrà forse un giorno farla cessare e potrebbe fin
d'ora attenuare in parte gli effetti tremendi di questa lotta quando
veramente il forte si volesse dare più pensiero del debole. Nei viventi
in natura non c'è rimedio.
I naturalisti si son divertiti qualche volta a calcolare il numero
degli individui che deriverebbero da una sola coppia di animali,
quando tutti i loro nati crescessero e si propagassero a loro volta
per un certo tratto di tempo. È una cosa che fa spavento. Le aringhe
nate dalle ova di un'aringa sola, ove ciò avvenisse, in pochi anni
empirebbero tutti i mari.
È terribile invero questa legge che condanna il maggior numero dei
viventi a perire prima di arrivare allo stato adulto, prima di
soddisfare al compito supremo della riproduzione.
Il Kleinenberg ha in proposito le seguenti notevoli parole:
«La sproporzione tra gli individui virtualmente esistenti e quelli
che realmente arrivano al completo svolgimento di tutte le funzioni,
è senza dubbio un fatto generale nel regno organico. L'ammissione di
questo fatto come principio scientifico incontra tuttavia, al parer
mio, alcune difficoltà. Invero l'indomabile tendenza degli esseri
organici a moltiplicarsi oltre i limiti del realmente possibile, non
mi pare comprensibile senz'altro come una qualità fondamentale della
materia vivente; sarebbe una relazione ragionevolissima se la vita si
mantenesse eternamente in proporzione diretta coi disponibili mezzi
di sussistenza. D'altro canto s'intende che questo fenomeno biologico
non possa essere effetto della selezione naturale, imperocchè la sua
esistenza è precisamente la necessaria presupposizione, senza la quale
non si avrebbe nè la lotta per l'esistenza, nè la selezione naturale.
La lotta per l'esistenza quindi non può essere una condizione
primitiva della vita e deve aver avuto origine da certe relazioni
posteriori. Sarebbe una ipotesi forse accettabile che la vita comparve
sulla terra per la prima volta in quantità assai scarsa relativamente
all'esuberanza di elementi vitali offerti dalla natura; che tale
sproporzione in favore alla vita ne provocò la rapida moltiplicazione e
che l'abbondante riproduzione ben presto diventò abituale, ereditaria.
In questo primo periodo della vita terrestre non esisteva nè lotta
per l'esistenza, nè selezione, nè sviluppo. Ma appena fu raggiunto
l'equilibrio, esso fu immediatamente disturbato a causa dell'ereditaria
rapida propagazione, la vita traboccava, la bilancia si abbassava
dal lato opposto, e da quel momento incominciano la concorrenza, la
soppressione del meno perfetto, le trasformazioni.
«Quanto alla lotta per l'esistenza, essa è fondata sulla tendenza
del vivente a conservar sè stesso, tendenza che è assolutamente
inseparabile dal concetto della vita in qual modo pure vada formulato;
la selezione è poi una conseguenza della lotta, e ne risulta, dato un
certo numero di variazioni, con necessità inevitabile, la formazione di
nuove specie.»
* * * * *
Erasmo Darwin parla di una lotta che segue in natura nel regno
vegetabile, e dice:
«Tutto il mondo vegetabile si contende a vicenda e luce e aria; gli
arbusti s'inalzano disopra le erbe, e, togliendo loro la luce e l'aria,
arrivano a danneggiarle a segno che le fanno perire, gli alberi
soffocano e danneggiano gli arbusti, le piante parassite arrampicanti,
come l'_edera_ e la _vitalba_, nuocciono agli alberi più alti, ed altre
piante parassite, che sussistono senza essere abbarbicate entro la
terra, come il _Visco_, la _Fillandsia_, l'_Epidendrum_, i _Muschi_ e i
_Funghi_, nuocciono agli alberi sopra cui vivono.
«Una delle gramigne indiche, _Paniscum arborescens_, il cui stelo non è
più grosso d'una penna d'oca, s'inalza tanto alto, quanto i più grandi
alberi, per cagione di questa contesa per l'aria e la luce....»
Qui Erasmo Darwin parla della lotta fra le varie specie di vegetabili.
Accenna, per verità, alla gramigna indica diventata così alta, ma non
esprime chiaramente il concetto della lotta fra i varii individui di
una stessa specie per la quale finisce la specie per trasformarsi.
* * * * *
In una fitta foresta le piante arboree tenderanno sempre ad allungarsi
verticalmente e salire, mentre un albero che cresce liberamente solo in
una ampia pianura tenderà ad allargare i suoi rami, e quando i semi di
questo per una lunga serie di generazioni venissero a trovarsi sempre
nelle medesime condizioni finirebbe per derivarne una forma d'albero
poco alto con espansissime fronde.
Gli alberi in montagna han foglie sottili e rami orizzontali, nelle
condizioni migliori per resistere al vento e alla neve; possiamo
benissimo intendere come, per una lunga serie di trasformazioni
lentissime mercè la scelta naturale, sian venuti al punto in cui oggi
li vediamo; come intendiamo il caule brevissimo di altre piante alpine,
di alcune delle quali possiamo tener dietro allo accorciarsi del caule
a mano a mano alle varie altitudini.
* * * * *
Venticinque anni or sono (scrivo ora nell'ottobre del 1882), entrai
un giorno nel Museo zoologico di Torino, nello studio di Vittore
Ghiliani, entomologo valentissimo, ma ancora uomo di cui la virtù e
la bontà superavano il sapere, per quanto questo fosse grande. Trovai
quell'ottimo uomo curvo sul tavolino colla lente; aveva davanti una
tavoletta di sughero stretta e lunga, con sopra insetti coleotteri
infilzati. Levò il capo, mi corse incontro a stringermi affettuosamente
la mano. Io dimorava allora in Genova e solo di rado capitava a Torino.
C'era sempre qualche cosa da imparare quando il Ghiliani parlava, e
io gli domandai che cosa stesse guardando con tanta attenzione al mio
arrivo.
--Sto guardando--mi rispose concitatamente--questa prova che ho qui
sotto gli occhi del fatto, che in natura non vi sono specie. Vedete
qui; osservate, di questa dozzina di forme, la prima e l'ultima; vi
paion ben differenti l'una dall'altra; tanto che non vi viene in mente,
se mettete le due sole accosto, di dire che appartengono alla medesima
specie: ma guardate quelle che stanno in mezzo, guardatele l'una dopo
l'altra nell'ordine in cui sono disposte: la prima è talmente affine
alla seconda che voi non credete di poterla separare specificamente;
ma questa seconda si lega nello stesso modo alla terza, la terza alla
quarta, e così via. La prima è della schietta pianura, la seconda
delle falde del monte, le altre del monte stesso a mano a mano sempre
a un'altezza maggiore. Le specie si modificano salendo, e ciò non solo
negli insetti, ma in generale negli animali e nelle piante.--
Queste parole io le ascoltava dal Ghiliani, due anni prima che venisse
fuori con uno scoppio, che doveva echeggiare per tutto il mondo, il
volume intorno all'origine della specie, di Carlo Darwin.
Nessuno più di Vittore Ghiliani era in condizioni di comprendere quel
volume, e invero egli sommamente se ne compiacque e nella sua immensa
ricchezza di cognizioni entomologiche trovò poi pel rimanente della sua
vita argomenti suoi in appoggio di questa dottrina.