I viventi, animali e piante, che vediamo oggi intorno a noi tanto
numerosi, pei mari, sulla terra, nell'aria, dappertutto, sono essi
proprio somiglianti ai loro antenati più remoti? Le forme dei viventi
non hanno mutato col volgere dei secoli? Sono essi, i viventi, oggi
tali e quali furono i loro primi progenitori?
Ecco un quesito che generalmente l'uomo non si è guari fatto,
risolvendo preventivamente la quistione in modo affermativo.
L'uomo, in generale, ha creduto e crede che le forme dei viventi non
abbiano mutato e che quelle che vediamo oggi non differiscano da quelle
che le precedettero di generazione in generazione e non siano per
differire quelle che di generazione in generazione terranno loro dietro.
Il pino sul monte, il delfino nel mare, il leone nella foresta, il
lombrico nel terreno, non incominciarono altrimenti che coll'essere
un pino, un delfino, un leone, un lombrico, con quelle forme appunto e
quei caratteri e quel modo di vita in cui vi si mostrano oggi.
Una prima coppia di progenitori ha potuto dare origine a quel numero
sterminato di individui che si sono poi andati e si andranno ancora
moltiplicando, o anche un individuo solo, perchè non sempre è
necessario il concorso di due individui alla riproduzione. Ma quei
primi riproduttori avevano appunto le forme, i caratteri, il modo di
vita di tutta la loro discendenza.
A questa discendenza da una coppia di progenitori, o anche da un solo
progenitore in quei casi in cui va così la cosa, fu dato il nome di
_specie_. Partendo dal concetto della piena somiglianza dei primi
progenitori con tutta la loro discendenza si disse essere la specie
_immutabile_, o _fissa_, mentre il concetto opposto ammetterebbe la
variabilità di essa.
Nel sentimento del volgo la immutabilità della specie è un fatto fermo.
Tale fu anche per la maggioranza dei dotti, ma non per tutti.
Molto erroneamente si suol dire oggi che Carlo Darwin sia stato il
primo a mettere in campo il principio della variabilità della specie.
La cosa va ben altrimenti ed egli fu in ciò tutt'altro che il primo.
Quegli studiosi che trattano oggi questo argomento con qualche cura,
dimostrano che Carlo Darwin ebbe in ciò molti predecessori.
È cosa degnissima di nota che fu predecessore di Carlo Darwin nel
sostenere la variabilità della specie il suo nonno paterno, Erasmo
Darwin, che nei suoi libri si dava modestamente il titolo di _medico di
Derby_, e che in sul finire dello scorso secolo menò molto rumore coi
suoi scritti in Inghilterra e anche fuori.
Ebbe veramente Erasmo Darwin un ingegno sommamente colto e originale.
Fu medico valente, studiosissimo dell'anatomia e della fisiologia,
filosofo investigatore, naturalista profondo e nella botanica
segnatamente eruditissimo, e poeta, certo fornito di una propria e
rimarchevole individualità.
Anche oggi in Inghilterra è popolare il suo poemetto che egli intitolò
_Giardino botanico_, il quale, mutandogli il titolo in quello di
_Amori delle piante_, tradusse in sciolti italiani il medico Giovanni
Gherardini di Milano.
Il poema è in quattro canti; fra il primo e il secondo canto, il
secondo e il terzo, e il terzo e il quarto v'ha sempre un intermezzo
che l'autore intitola: _Dialogo fra il poeta e il suo libraio_ e in cui
espone certi suoi concetti d'arte poetica con molta arguzia e con molta
evidenza.
Erasmo Darwin volle fare al tempo suo col verso per le piante ciò
che il Grandville volle fare al tempo nostro colla matita. Entrambi
riuscirono quanto era possibile in tal sorta di cimento. Ma nello
stesso modo in cui non sempre nei disegni del Grandville riesce
sodisfacente la espressione dei suoi fiori animati, così nel poema del
Darwin vi lascian talora freddi quei pastorelli in vario numero, che
son poi gli stami, e quelle ninfe che sono i pistilli. Ma splendono
di viva luce certi tratti del poema, sono brevi, efficaci, di calde
tinte certe descrizioni e sono poi rimarchevolissime le note che tengon
dietro a ogni canto, nelle quali veramente brilla il grande ingegno e
l'animo nobile e buono dell'autore.
Erasmo Darwin ha pur esso in certo grado quella bella qualità che ha in
grado altissimo il suo sommo nipote, di farsi amare nei suoi scritti.
Nelle note ai quattro canti del suo poema Erasmo Darwin appare,
siccome ho già detto, botanico eruditissimo, medico valente, filosofo
osservatore, uomo di cuore. Sono nobilissime alcune sue parole intorno
all'abuso degli alcoolici in Inghilterra. Certi tocchi intorno ai
caratteri delle piante, alla loro vita, al legame loro cogli animali,
alla eredità e allo ibridismo colpiscono per lo stretto rapporto che
hanno col concetto delle variabilità delle specie.
Ma questo concetto egli lo doveva esprimere poi più chiaramente nella
zoonomia, che veramente è un'opera meritevole della maggiore attenzione.
La zoonomia di Erasmo Darwin venne pubblicata in Inghilterra nel 1794
e poco dopo tradotta in tedesco dal Brandis. Fu anche tradotta in
italiano, e ne fu traduttore un medico che ebbe gran fama ai suoi tempi
ed ebbe pure nobile cuore di patriota, Giovanni Rasori. Il Rasori dava
tanta importanza alla zoonomia di Erasmo Darwin che volle che fosse
conosciuta nella nostra lingua prima di pubblicare la sua teoria del
controstimolo e, non facendo altri la traduzione, si accinse a farla e
la compì egli stesso. La prefazione che egli mise in capo a questa sua
traduzione ha la data del 3 gennaio 1803. Il primo volume fu pubblicato
in Milano, dai signori Pirotta e Maspero, stampatori librai in Santa
Margherita, in quell'anno 1803, l'ultimo nel 1805.
Erasmo Darwin aveva compiuto già da oltre vent'anni la maggior
parte del suo lavoro quando si accinse a pubblicarlo. Questo lavoro
è diviso in tre parti; la prima e più lunga contiene una serie di
considerazioni tanto svariate quanto importanti intorno ai viventi; la
seconda si riferisce alle malattie, alla loro enumerazione, alla loro
classificazione, alla loro cura; la terza parla dei medicamenti e della
loro azione.
Naturalmente, la prima parte soltanto è quella di cui qui mi devo
occupare.
Un capitolo notevolissimo tratta della vita delle piante, della
affinità tra le piante e gli animali, stimando che le piante si devono
tenere in conto come di animali inferiori; dimostrasi come un albero
dicotiledone si deve tenere in conto di un complesso di individui
piuttostochè di un individuo solo, e come ciò si deva dire di molti
animali marini, che in quel tempo venivan giudicati individui e sono
invece realmente un complesso d'individui collegati. Tratta a lungo dei
movimenti delle piante, della loro irritabilità, le crede suscettive
di sensazioni, e si ferma su certi fenomeni speciali e fra gli altri su
quelli presentati dalla _Drosera_. Questo capitolo è intitolato della
_Animazione vegetabile_. Che cosa poi egli intenda per animazione,
l'autore dice più tardi in un altro capitolo dove tratta della
produzione delle idee:
«Colla denominazione di spirito di animazione o potenza sensoria, io
intendo soltanto quella vita animale che l'uomo possiede in comune coi
bruti, ed alcun poco persino coi vegetabili; e abbandono la porzione
immortale di lui, oggetto di religione, all'indagine di quelli che
trattano della rivelazione.»
Un capitolo importantissimo della zoonomia di Erasmo Darwin è
consacrato all'istinto; in questo capitolo splende la vastissima
erudizione di quel grande naturalista, come lo acume della sua
osservazione e la finezza del suo criterio. Egli dice sostanzialmente
che nello istinto non v'ha nulla di cieco e di fatalmente necessario,
ma che gli atti che si chiamano istintivi si modificano e si mutano
a norma delle circostanze. Passa in rassegna gli atti della vita
di tutti gli animali, ma si ferma principalmente su quelli degli
animali superiori e parla a lungo delle migrazioni degli uccelli e
del loro nidificare, e di certe circostanze speciali in cui tanto le
migrazioni quanto le costruzioni dei nidi si sono modificate e si vanno
modificando; parla degli animali domestici e di parecchi atti della
vita tanto degli animali domestici quanto dei selvatici, che rivelano
un ammaestramento attuale ed ereditario. Questo capitolo finisce così:
«Le idee e le azioni dei bruti, simili in ciò a quelle dei fanciulli,
sono quasi sempre il prodotto dei loro piaceri e dolori presenti, e....
raro è che gli animali si occupino dei mezzi onde procurarsi felicità
futura o sfuggire futura infelicità, laddove l'acquisto della lingua,
l'esercizio delle arti, e ogni modo di industriarsi per guadagnar
danaro, nel che consistono finalmente tutti i mezzi onde procurarsi dei
piaceri, e così pure l'indirizzar preci a qualche divinità, come altro
mezzo con cui parimente procurarsi alcuna felicità, formano il tratto
proprio e caratteristico della umana natura.»
Rispetto all'argomento di cui parliamo qui, la variabilità della
specie, la discendenza degli animali gli uni dagli altri, il loro
adattamento alle condizioni esterne, il capitolo più importante della
zoonomia di Erasmo Darwin è quello in cui tratta della generazione, nel
quale espone a lungo gli argomenti in favore di questi concetti, ripete
e sviluppa quello che ha esposto altrove e accenna a una certa insita
virtù dell'organismo, produttrice di mutamenti più o meno profondi.
Tanto nella zoonomia quanto nelle note del _Giardino botanico_, Erasmo
Darwin si ferma a considerare i colori degli animali in rapporto alle
condizioni della loro vita.
«I colori degli insetti e di molti piccoli animali contribuiscono a
nasconderli alla vista di altri animali che li depredano. I bruchi che
vivono nelle foglie, sono generalmente verdi; e i vermi terrestri sono
del color della terra in cui abitano; le farfalle sono dipinte alla
foggia dei fiori che frequentano; gli uccelletti che svolazzano fra
le siepi, hanno il dorso verdiccio come le frondi, e il ventre d'un
color chiaro come quello del cielo, lochè li rende meno visibili al
falcone che passa sopra e sotto di loro. Quelli uccelletti che amano
di stare in mezzo ai fiori, come il cardellino, sono forniti di colori
vivaci. L'allodola, la pernice, la lepre hanno il colore delle stoppie
e della terra ove dimorano. Le rane cangiano il loro colore secondo
il fango dei rigagnoli dove s'abbicano; e quelle che vivono sopra li
alberi sono verdi. I pesci che aggiransi generalmente a fior d'acqua e
le rondini che generalmente volteggiano nell'aria, per lo più hanno il
dorso del color della terra e la pancia del color del cielo. Ne' climi
più freddi, molti di questi animali diventano bianchi durante i mesi
nevosi.»
In altra parte in cui Erasmo Darwin ritorna su questo argomento dei
colori degli animali e considera anche la cosa negli animali domestici,
il fatto lo colpisce, ne apprezza tutta la utilità, ma non ne sa
rinvenire la causa efficiente.
«Dei quali colori facilmente si comprende la causa finale, in quanto
che servono all'animale per qualche uso; ma la causa efficiente sembra
quasi al di là d'ogni conghiettura.»
La presenza di mammelle nei maschi fa dire a Erasmo Darwin: «Forse ciò
si deve a qualche cambiamento a cui hanno soggiaciuto questi animali
nel progresso graduale della formazione della terra e di tutti gli
esseri che l'abitano.»
Degnissimi di attenzione sembrano all'autore i cambiamenti in cui
sono venuti gli animali domestici e li espone lungamente. Quanto
ai cambiamenti avvenuti negli animali in natura, giova riferire
testualmente quanto segue:
«Un gran bisogno d'una parte del mondo animale ha dovuto consistere nel
desiderio dell'esclusivo possesso delle femmine; e a tal effetto, per
combattere cioè l'uno contro dell'altro, siffatti animali acquistarono
armi, come per esempio la cute densissima, aculeiforme, cornea della
spalla dell'orso, è soltanto una difesa contro gli animali della
propria specie di lui, che menano colpi obliquamente all'insù; e
certi denti di lui non hanno neppur essi altro uso, tranne quello di
servirgli di difesa, perchè egli non è naturalmente animale carnivoro.
Così le corna del cervo sono acute per offendere l'avversario, ma sono
ramose appunto per parare e ricevere i rami delle corna di cervio
simile a lui, e sono perciò state formate all'uopo di combattere contro
altri cervi per l'esclusivo possesso della femmina; e queste poi, come
soleano le dame dell'antica cavalleria, stanno attendendo per darsi
premio al vincitore.
«Gli uccelli che non portano alimento alla loro prole, e che per
conseguenza non si maritano, sono armati di speroni onde combattere per
l'esclusivo possesso della femmina, come sono i galli e le quaglie.
Certo è che queste armi non sono date loro per difendersi da altri
avversarii, giacchè le femmine della medesima specie ne son prive....»
E qui io mi fermo prima di proseguire nella citazione e prego il mio
lettore di badare alle parole che seguono, le quali sono nel volume
terzo della traduzione italiana della edizione soprammenzionata, a
pagina 229, linea 8.
«Sembra poi che la causa finale di questa guerra tra maschi sia quella
che la specie venga propagata dagli animali più forti e più attivi, e
vada perciò perfezionandosi.»
Non è d'uopo che io dica al mio lettore perchè l'ho fermato qui e l'ho
invitato a badar bene alle parole citate. Proseguo nella citazione.
«Un altro gran bisogno consiste nei mezzi di procurarsi alimenti, e
questo bisogno ha diversificate le forme di tutte le specie degli
animali. Per esso il naso del porco s'indurì onde poter volgere
sossopra il terreno in cerca d'insetti e di radici. La tromba
dell'elefante è un allungamento del naso ad oggetto di poter tirar
giù i rami degli alberi di cui si ciba, ed assorbir l'acqua che beve,
senza aver d'uopo di piegar le ginocchia. Gli animali da preda hanno
acquistato forti artigli e valenti mascelle. I bovi e le pecore, una
lingua ed un palato aspri per cacciar giù gli steli delle erbe. Alcuni
uccelli, come il pappagallo, becchi più duri per poter romper le noci.
Altri, come i passeri, becchi adattati a rompere i semi duri. Altri,
come gli uccelli di becco gentile, li hanno adattati a più molli semi
di fiori, o a gemme d'alberi. Alcuni hanno acquistato becchi lunghi,
capaci di penetrare nel terreno inumidito in traccia d'insetti e di
radici, come sono le beccacce; ed alcuni altri li hanno larghi per
filtrare le acque dei laghi, e ritenersi gli insetti acquatici di cui
si nutrono. Tutte le quali parti sembrano essere state gradatamente
prodotte pel lungo tratto di molte e molte generazioni dai perpetui
sforzi degli animali stessi per provvedere al bisogno d'alimento, e
tramandate alla rispettiva progenie con quel costante perfezionamento
che andarono acquistando nel servire a quelli usi determinati.
«Il terzo gran bisogno degli animali è quello della sicurezza; e
questo pure sembra aver molto contribuito a diversificare le forme ed
il colore dei loro corpi, ed è quello che produce i mezzi di evitare
la persecuzione degli animali più forti. Quindi alcuni animali, come
gli augelli più piccoli, acquistarono ale invece di gambe, onde poter
viemeglio fuggire, altri si formarono gran lunghezza di pinne o di
membrane, come il pesce volante ed il pipistrello, altri gran velocità
di gambe, come la lepre; ed altri dure scorze ed armate, come la
tartaruga e l'_echinus marinus_.
«Gli artifizi all'uopo di mettersi in sicuro, si estendono sino
ai vegetabili, come vediamo nei vari e meravigliosi mezzi con cui
nascondono e difendono il miele dagli insetti, ed i semi dagli uccelli.
D'altra parte il falcone e la rondine hanno acquistato gran velocità
di volo per tener dietro alla loro preda; e l'ape, la farfalla e
l'uccello ronzante hanno acquistata una proboscide ammirabilmente
costruita ad effetto di saccheggiare i nettari dei fiori....»
Cito questi brani che si riferiscono agli animali più elevati, ma
avverto che mutamenti di tal fatta, avvenuti «nelle serie lunghissime
di tempi, dappoichè la terra incominciò ad esistere, forse milioni di
secoli prima del principio della storia del genere umano,» l'autore
considera partitamente anche negli animali inferiori, come pure nelle
piante.
Il concetto del succedersi e perfezionarsi delle generazioni dei
viventi è fondamentale per Erasmo Darwin, e ad ogni passo in un modo o
nell'altro lo esprime. Mi contenterò di fare ancora una sola citazione.
«Siccome le parti abitabili della terra crebbero e tuttora continuano
a crescere per mezzo della produzione dei gusci delle ostriche e delle
coralline e per mezzo dei secrementi d'altri animali e vegetabili, così
fin dalla prima esistenza di questo globo terracqueo gli animali che lo
abitano andarono sempre perfezionandosi e sono tuttavia in uno stato di
perfezionamento progressivo.» (Vol. 3º, pag. 269).
Io mi sono limitato qui, siccome non poteva fare altrimenti, a poche
citazioni, tratte da taluno di quei punti nei quali l'autore parla
della variabilità e delle origini dei viventi. Anche in questo solo
campo avrei potuto dilungarmi assai maggiormente, e più ancora, sempre
solo rispetto a zoologia, nel capitolo dell'istinto. Ma questa parte
dell'opera di Darwin agli occhi di lui non era che accessoria, volgendo
egli tutta la sua attenzione allo studio delle funzioni, e ciò ancora
non come fine, ma come mezzo. Il fine per Erasmo Darwin, siccome ho già
detto, è lo studio delle malattie e del modo di curarle. La zoonomia
di Erasmo Darwin è uno di quei libri originali che meritano sempre di
essere studiati, anche quando il progredir della scienza è venuto a
mutare molti dei concetti e delle credenze del tempo. Un medico che
facesse questo studio non perderebbe neppur oggi il suo tempo, come non
perderebbe il suo tempo un naturalista che estraesse dalla zoonomia e
pubblicasse oggi, lasciando fuori il rimanente, tutto ciò che in questo
rimarchevolissimo libro si riferisce alla storia naturale.
* * * * *
Mentre Erasmo Darwin sosteneva per tal modo in Inghilterra il principio
della variabilità della specie in sul finire del secolo passato, in
Germania pure in quello stesso tempo il medesimo argomento occupava
alcuni nobilissimi ingegni.
Fra questi vuol essere menzionato primo Volfango Goethe, il quale,
siccome oggi si incomincia a sapere generalmente, alla sua immortale
corona di poeta aggiunse pure il pregio di un culto felice e potente
delle scienze naturali.
Fin dal 1790 il Goethe espose i suoi concetti intorno alla _Metamorfosi
delle piante_, e sostanzialmente egli cercò di dimostrare che nel
regno vegetale vi ha un organo fondamentale unico, la foglia, che,
sviluppandosi e trasformandosi in svariatissimi modi, dà origine a
tutte le forme dei vegetali. Ciò si comprende chiaramente, diceva il
Goethe, considerando un tipo semplice, una forma semplice primitiva,
e tenendo dietro alla sua trasformazione in quel modo nel quale si
fanno nella musica le variazioni sopra un tema. Così il Goethe fece
considerare siccome foglie trasformate le varie parti del fiore, di cui
alcune poi sono destinate alla loro volta a trasformarsi in frutto.
Sebbene non si possa dire che questi concetti del Goethe intorno
alle metamorfosi delle piante siano stati subito accolti senza
contestazione, sebbene anzi si debba dire che incontrarono qua e là una
viva opposizione, convien riconoscere tuttavia che furono subito presi
in considerazione, furono discussi, e in complesso incontrarono favore.
La stessa cosa è da dirsi della teoria del Goethe, secondo la quale le
ossa del cranio si vogliono considerare siccome vertebre modificate.
Gli antichi anatomici, i quali unicamente si davan pensiero
dell'anatomia dell'uomo e non cercavano di comparare la struttura
di questo con quella degli animali, consideravano il cervello come
la parte sostanziale, e il midollo spinale come una sorta di coda,
un'appendice di questo. Corrispondentemente a ciò la scatola craniana,
destinata ad accogliere il cervello, era per essi una parte sostanziale
in cui non cercavano legame colle vertebre.
Oggi si sa che il cervello non è che un'appendice del midollo spinale
e il cranio un'appendice della colonna vertebrale. Ciò si scorge
esaminando lo sviluppo dell'uomo, come di tutti i mammiferi, nei
primordii della loro esistenza; ciò si scorge considerando la forma
più semplice fra i vertebrati, dove si trova un midollo spinale senza
cervello.
Io non posso parlare di ciò senza pensare a Dante che dice
chiarissimamente che il midollo spinale è la parte sostanziale, il
principio dei centri nervosi. Bertran del Bornio è condannato al
supplizio inimmaginabile di portare in mano, a guisa di lanterna, la
sua testa pei capegli e dice di sè:
Partito porto il mio cerebro, lasso,
Dal suo principio che è in questo troncone.
Passeggiando a Venezia sul lido, il Goethe vide a terra un cranio
spezzato di montone e n'ebbe la prima idea della teoria delle vertebre
craniane, la quale fu dapprima contrastata, poi accolta generalmente e
variamente modificata, e in questi ultimi tempi sapientemente studiata
e formulata dal Gegenbaur.
Il Goethe ebbe pure il merito di scoprire la presenza degli ossi
intermascellari nell'uomo, ciò che egli fece in rapporto col suo
concetto di uno strettissimo legame anatomico fra l'uomo e gli animali,
e sovrattutto i mammiferi che gli sono più affini, e segnatamente le
scimmie superiori e antropomorfe.
I mammiferi hanno alla mascella superiore due ossi, che stanno framezzo
ai due ossi mascellari, e perciò si chiamano ossi intermascellari; si
chiamano anche ossi incisivi, perchè reggono i denti incisivi superiori.
Gli studiosi della anatomia umana, al tempo del Goethe, dicevano che
questi due ossi, i quali si trovano in tutti i mammiferi, anche nei
mammiferi più elevati, anche nelle scimmie antropomorfe, mancano
nell'uomo. Si compiacevano di questa mancanza, siccome quella che
segnava un carattere differenziale fra l'uomo e la scimmia.
La marea cominciava allora a crescere. Intendo dire che pigliava sempre
più campo il concetto di intimi rapporti anatomici e fisiologici, di
uno strettissimo legame, fra l'uomo e gli animali, di una semplice
differenza di grado. L'uomo si difendeva e gli anatomici menavan vanto
di questa differenza (già eran ridotti a questo vanto meschino) del non
aver l'uomo le ossa intermascellari che hanno le scimmie. Il Goethe
non era persuaso; venne nel pensiero che gli ossi intermascellari ci
dovessero essere anche nell'uomo, li cercò e li trovò. Collo studio di
molti crani umani riuscì a riconoscere che talora questi ossi rimangono
distinti permanentemente, sebbene per lo più si saldino presto cogli
ossi mascellari accosto, ciò che è la ragione per cui non erano stati
prima riconosciuti. Riconobbe poi che si trovano sempre evidentissimi
nell'uomo nei primordii del suo sviluppo. Oggi è riconosciuto che si
saldano pure sovente e scompaiono come nell'uomo in certe scimmie
antropomorfe adulte.
Tanto più è meritevole il Goethe per questa sua scoperta, che egli la
fece perchè volle farla; cioè pensò che la cosa doveva essere così, e a
furia di investigazioni riuscì a provare che aveva pensato giusto.
Durante tutta la sua vita, e fino all'ultimo della sua vita, il Goethe
ebbe nella mente questo suo argomento del legame fra i viventi e del
passaggio delle forme dalle une alle altre. Ernesto Haeckel, nella sua
_Morfologia generale_, mette in capo a ciascun capitolo qualche brano
del Goethe relativo a questo argomento e ne riporta nella sua _Storia
della creazione naturale_ e nella _Antropogenia_. Eccone qualche saggio:
«Tutte le parti si modellano secondo leggi eterne, e ogni forma, per
quanto straordinaria, racchiude in sè il tipo primitivo. La struttura
dell'animale determina le sue abitudini, e a sua volta il suo modo di
vivere reagisce poderosamente su tutte le forme. Perciò si rivela la
regolarità del progresso, che tende al mutamento sotto la pressione
dello ambiente esterno.»
..................
«In fondo a tutti gli organismi v'ha una comunanza originaria; allo
incontro la differenza delle forme proviene dai rapporti necessari
col mondo esterno; dunque bisogna ammettere una diversità originaria
simultanea e una metamorfosi incessantemente progressiva, se si
vogliono comprendere i fenomeni costanti e i fenomeni mutevoli.»
..................
«L'idea della metamorfosi è comparabile alla _vis centrifuga_ e si
perderebbe nell'infinito delle varietà, se non trovasse un contrappeso,
vale a dire la potenza di specificazione, quella tenace forza
d'inerzia, che, una volta realizzata, costituisce una _vis centripeta_
che nella sua intima essenza si sottrae a ogni azione esterna.»
Nota giustissimamente lo Haeckel che col vocabolo _metamorfosi_ il
Goethe non intende già di parlare soltanto dei mutamenti che il vivente
sopporta nel corso del suo sviluppo individuale, ma bensì della grande
trasformazione delle forme organiche. Di ciò fanno fede le seguenti
parole:
«Splende il trionfo della metamorfosi fisiologica là dove si vede il
complesso suddividersi in famiglie, le famiglie suddividersi in generi,
i generi in specie, e queste in varietà che fanno capo all'individuo,
ma non v'ha soltanto suddivisione, v'ha anche trasformazione. Questo
procedimento della natura non ha altro limite che l'infinito. Per la
natura non vi ha riposo, non vi ha fermata; ma d'altra parte, essa non
saprebbe mantenere e conservare tutto ciò che produce. A partire dal
seme le piante sopportano uno sviluppo sempre più divergente, il quale
cambia sempre più i mutui rapporti delle loro parti.»
Fin dal 1796, parlando degli animali vertebrati, il Goethe diceva:
«Siamo giunti a poter affermare senza tema, che tutte le forme più
perfette della natura organica, per esempio i pesci, gli anfibi, gli
uccelli, i mammiferi e, in prima fila fra questi ultimi, l'uomo,
sono stati modellati tutti secondo un tipo primitivo di cui le parti
che sono le più fisse in apparenza non variano che entro a limiti
ristretti, e che, ogni giorno ancora, queste forme si sviluppano e si
metamorfosano riproducendosi.»
Undici anni dopo egli esprime anche più chiaramente questo concetto
fondamentale:
«Quando si esaminino le piante e gli animali che stanno al basso della
scala degli esseri, appena si possono distinguere gli uni dagli altri.
Per la qual cosa possiamo dire che gli esseri, dapprima confusi in
uno stato di parentela in cui appena si differenziano gli uni dagli
altri, a poco a poco sono diventati piante e animali, perfezionandosi
in due direzioni opposte, per far capo, le une all'albero durevole ed
immobile, le altre all'uomo, che rappresenta il grado più elevato di
mobilità e di libertà.»
Ho detto sopra che il Goethe si diede pensiero tutta quanta la sua
vita del grande argomento delle origini, delle affinità e delle
trasformazioni dei viventi. Ne è prova ciò che segue che io prendo
dallo Haeckel, come le precedenti e anche le seguenti citazioni.
Correva l'anno 1830. A Parigi, in quell'Accademia delle scienze,
Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva che gli animali sono foggiati
secondo un unico stampo (unità di composizione) che le specie mutano
col volger del tempo, che le varie forme attuali ebbero una origine
comune. Giorgio Cuvier negava l'unità di composizione e sosteneva
l'immutabilità delle specie, condizione, a parer suo, fondamentale per
una storia naturale scientifica.
Quest'ultima asserzione, fra parentesi, io l'ho sentita da un botanico
moderno, valente nella determinazione delle specie, il quale gridava
che il concetto della variabilità della specie è la rovina della
scienza; e ho sentito un suo interlocutore rispondergli con queste
parole di Giorgio Byron:
--Quanto sarebbe bello se l'uomo potesse proprio scorgere addentro la
verità delle cose, ma quanta buona filosofia andrebbe perduta!
Il Cuvier era eloquentissimo e si appoggiava a fatti attuali evidenti,
mentre Stefano Geoffroy Saint Hilaire, relativamente meno felice nello
esprimere i proprii pensieri, non poteva dimostrare palpabilmente
quanto veniva dicendo.
La grande maggioranza si schierò col Cuvier; non così il Goethe.
Ma in quello stesso anno si faceva la rivoluzione di Parigi che
inaugurava il regno di Luigi Filippo.
Un amico del Goethe, il Soret, il giorno di domenica 2 agosto 1830,
andò a trovare nel pomeriggio il sommo poeta che aveva ottantun anno.
Appunto allora i giornali davano la notizia dello scoppio della
rivoluzione.
Appena il Goethe ebbe veduto il suo amico, esclamò:
--Ebbene? Che cosa pensate voi del grande avvenimento? Il vulcano è in
eruzione; tutto è in fiamme; non si tratta più di un dibattimento a
porte chiuse.
--Sì,--rispose il Soret--l'avvenimento è grave. Ma da quello che si sa
dello andamento delle cose, e con un ministero di tal fatta, c'è da
aspettarsi che tutto finisca colla espulsione della famiglia reale.
--Ma noi non c'intendiamo, ottimo amico mio,--rispose il poeta.--Io non
vi parlo di quella gente. Per me si tratta di ben altro. Io vi parlo
dello scoppio seguìto all'Accademia, della discussione tanto importante
per la scienza, avvenuta fra il Cuvier e il Geoffroy Saint Hilaire.
Pel vecchio poeta una rivoluzione colla quale si mandava via un re per
metterne un altro, era un fatto di pochissima importanza rispetto a una
discussione in cui pubblicamente si proclamava un principio destinato a
portare un profondo cambiamento nella scienza.
--La cosa,--proseguì il Goethe,--è sommamente importante e non vi
potete figurare ciò che io provai nel leggere il resoconto della
seduta del 19 luglio. Ora abbiamo nel Geoffroy Saint Hilaire un
potente alleato che non ci abbandonerà. Vedo quanto si danno pensiero
della quistione i dotti francesi; perchè, a malgrado della terribile
animazione politica, la sala della seduta dell'Accademia era zeppa il
giorno 19 luglio. Ma la cosa più importante di tutto è che il metodo
sintetico inaugurato in Francia dal Geoffroy non può più scomparire.
Pel fatto di una libera discussione all'Accademia, in presenza di un
uditorio numeroso, l'affare è slanciato nel dominio del pubblico; non
è più cosa possibile il liberarsene con una esclusione segreta; non si
potrà più sbrigare o soffocare a porte chiuse.
Passati due anni, nel 1832, in età di ottantatrè anni, il Goethe
compiva un suo lavoro intorno allo stesso argomento e moriva pochi
giorni dopo.
* * * * *
Nello stesso modo in cui la vista di un cranio spezzato di montone,
veduto dal Goethe a Venezia, fece nascere nella sua mente il concetto
delle vertebre craniane, così qualche anno dopo un cranio di cerva
biancheggiante lungo la via del Broken fece esclamare a Lorenzo Oken,
quasi come colpito da una rivelazione:
--È un pezzo di colonna vertebrale.
Gli scienziati per molti anni lasciarono in disparte il Goethe
e, nell'esporre la storia della teoria delle vertebre craniane,
incominciavano addirittura dall'Oken.
Ma Lorenzo Oken ebbe meriti ben più grandi come antesignano di quelle
idee che dominano ora nel campo della scienza; soltanto egli non può
dare nessun fondamento dimostrativo alle sue idee giuste e grandiose,
le quali, del resto, vanno confuse con molte altre insostenibili e
false. Il signor Ernesto Haeckel ha fatto un lavoro accurato di
cernita negli scritti dell'Oken tirandone fuori granellini d'oro dalle
arene. In sostanza l'Oken pone siccome punto di partenza di tutti
i fenomeni vitali, di tutti gli organismi, un sottostrato chimico
comune, una sorta di sostanza vitale, generale e semplice, che egli
chiama sostanza colloide primitiva, nella quale è facile ravvisare il
protoplasma dei moderni. In questa sostanza, che egli dichiara prodotta
dapprima spontaneamente dal mare, vede una forma primitiva vescicolare,
che è la cellula dei giorni nostri. Finalmente, egli ha queste parole
testuali:
--L'uomo si è sviluppato; non è stato creato.
* * * * *
Intorno alla origine dei viventi si esprime in modo anche più esplicito
e con somma evidenza, contemporaneamente al Goethe e all'Oken, Goffredo
Rinaldo Treviranus di Brema; nella sua _Biologia_ egli dice:
«Ogni forma vivente può essere prodotta dalle forze fisiche in due
modi; può provenire, sia dalla materia amorfa, sia, per modificazione,
da una forma già esistente. In questo ultimo caso, la causa prima
della modificazione può essere, o l'influenza di una sostanza
fecondante eterogenea sul germe, o l'influenza di altre forze che
appaiono soltanto dopo la fecondazione. In ogni essere vivente risiede
la facoltà di piegarsi a una folla di modificazioni; ogni essere
ha il potere di adattare la sua organizzazione ai mutamenti che si
producono nel mondo esterno; si è questa facoltà, messa in opera
dalle vicissitudini sopravvenute nell'universo, quella che ha permesso
ai semplici zoofiti del mondo antidiluviano di arrivare a gradi di
organizzazione di mano in mano sempre più elevati, e ha introdotto
nella natura vivente una varietà infinita.»
..................
«Questi zoofiti sono le forme primitive da cui sono provenuti tutti gli
organismi delle classi superiori per via di sviluppo graduale. Inoltre,
noi crediamo che ogni specie, come pure ogni individuo, percorre certi
periodi di accrescimento, di fioritura e di morte; ma che la morte
della specie non è la dissoluzione, come è nell'individuo, ma bensì
la degenerescenza. Da ciò pare a noi che risulti che, contro ciò che
generalmente si crede, non sono le catastrofi geologiche quelle che
hanno sterminato gli animali antidiluviani; molti di quegli animali
hanno sopravvissuto, e, se scomparvero dalla natura contemporanea, ciò
è perchè le loro specie, avendo compiuto il corso della loro esistenza,
si sono fuse in altri generi.»
Avverte qui lo Haeckel che parlando di degenerescenza il Treviranus
intende questo vocabolo nel senso di adattamento o di modificazione
per via di cause esterne, e fa vedere quanto fosse giusto il concetto
che il Treviranus si faceva della mutua dipendenza di tutti i viventi,
riportandone le seguenti parole:
«L'individuo vivente dipende dalla specie, la specie dipende dal
genere, questo dipende da tutta la natura vivente; e quest'ultima
medesima dipende dall'organismo della terra. Dunque l'individuo
possiede una vita che gli è propria, e, per questo rispetto costituisce
un mondo particolare. Ma, per ciò appunto che la sua vita è limitata,
esso costituisce pure un organo nell'organismo generale. Ogni corpo
vivente esiste per via dell'universo, ma, reciprocamente, l'universo
esiste pure per via di questo corpo vivente.»
Non havvi pel Treviranus nella natura un posto speciale privilegiato
per l'uomo, non havvi lacuna fra la natura organica e la natura
inorganica.
«Ogni ricerca che abbia per oggetto l'influenza del complesso della
natura sul mondo vivente deve prendere le mosse da questo dato
fondamentale, che tutte le forme viventi sono dei prodotti fisici,
che appaiono ancora nella nostra epoca, e che vi sono state delle
modificazioni soltanto nel grado, nella direzione delle influenze.»
Il Treviranus soggiunge poi che con ciò «è risolto il problema
fondamentale della biologia.»
* * * * *
Non si può parlare del movimento scientifico in Germania in sul finire
del secolo passato senza pensare al Kant, che vi ebbe una così larga
parte. È imminente in Italia il compimento di uno studio intorno
al grande filosofo tedesco per opera del professore Carlo Cantoni,
dell'Università di Pavia. Il lavoro del filosofo italiano intorno al
filosofo tedesco, condotto con lungo amore e con grande intensità
di applicazione, chiarirà molti dubbi e dimostrerà che non è senza
qualche esagerazione lo asserire che fanno taluni che troppo il Kant si
contraddica intorno alle leggi naturali che regolano i viventi. Qui ora
io sto pago a riportar le seguenti parole del grande filosofo:
«È bello percorrere, mercè l'anatomia comparata, la vasta creazione
degli esseri organizzati, per vedere se non vi si trova qualche cosa
di somigliante a un sistema derivante da un principio generatore,
per modo che non siamo per trovarci obbligati ad attenerci a un
semplice principio del giudizio (che non ci insegna nulla intorno
alla produzione di questi esseri) e a rinunziare senza speranza alla
pretesa di penetrar la natura in questo campo della scienza. Il
concordare di tante specie di animali con un certo tipo comune, il
quale non sembra servir loro di principio solamente nella struttura
delle loro ossa, ma anche nella disposizione delle altre parti, e
quell'ammirabile semplicità di forme che, accorciando certe parti e
allungandone certe altre, involgendo queste e svolgendo quelle, ha
potuto produrre una varietà tanto grande di specie, fanno nascere in
noi la speranza, sebbene, per vero, debole, di poter arrivare a qualche
cosa col principio del meccanismo della natura. Questa analogia di
forme le quali, a malgrado della loro diversità, sembrano essere state
prodotte secondo un tipo comune, fortifica l'ipotesi che queste forme
abbiano una affinità reale, e che vengan fuori da una madre comune
facendoci vedere come ciascuna specie si riaccosti gradatamente a
un'altra specie, da quella in cui il principio della finalità sembra
meglio stabilito, vale a dire l'uomo, fino al polipo, e dal polipo fino
ai muschi e alle alghe, infine, sino all'ultimo grado della natura
che noi possiamo conoscere, fino alla materia bruta, d'onde sembra
derivare, secondo le leggi meccaniche (somiglianti a quelle che essa
segue nelle sue cristallizzazioni) tutta questa tecnica della natura,
tanto incomprensibile per noi negli esseri organizzati che crediamo in
obbligo di concepire un altro principio:
«È permesso allo archeologo della natura di valersi dei vestigi che
sussistono ancora delle sue produzioni più antiche, per cercare in
tutto il meccanismo, di cui ha conoscenza o sospetto, il principio di
questa grande famiglia di creature (perchè questo è il modo in cui
bisogna rappresentarsela, e questa pretesa affinità generale ha qualche
fondamento).»
* * * * *
Il signor Alfonso De Candolle ha parlato testè di un botanico ed
orticultore francese che prima ancora di Erasmo Darwin, vale a dire fin
dal 1766, parlò della variabilità della specie, e non in modo ambiguo e
dubitativo, ma con molta precisione. Questo botanico ed orticultore è
il Duchesne. Il volume in cui è trattato di ciò, pubblicato appunto in
quell'anno 1766, è intitolato: _Histoire naturelle des fraisiers_, ed
ha in appendice delle _Remarques particulières_.
Il signor Duchesne aveva raccolto presso Versailles semi di fragole
selvatiche e li aveva seminati. Con grande sua sorpresa trovò che le
pianticelle che ne otteneva avevano quasi tutte una sola fogliolina in
luogo delle tre consuete. Affidò novamente al terreno i semi di queste
pianticelle e ne ottenne altre somiglianti, e così successivamente,
ricavandone una sorta di nuova pianta di fragola alla quale venne dato
il nome di _Fragaria monophylla_. Da questi e altri fatti somiglianti
osservati nella coltivazione prese le mosse per ragionare, dice il
De Candolle, in un modo molto profondo, sulle forme nuove più o meno
ereditarie, e su ciò che si possa chiamare specie, razza o varietà.
Egli crede che molte delle forme designate col nome di specie sono
razze, di cui l'origine può essere riconosciuta o almeno presunta, e
vien fuori con queste parole:
«L'ordine genealogico è il solo indicato dalla natura, il solo che
sodisfaccia al tutto la mente: ogni altro è arbitrario e vuoto d'idee.»
Seguendo questo concetto egli si spinge persino a fare un albero
genealogico delle fragole secondo le derivazioni che egli conosceva o
presumeva.
Certo, tutto ciò è rimarchevolissimo, ma, da quanto pare, il signor
Duchesne non comprese l'importanza della grande verità che gli era
balenata nella mente, non s'applicò a considerare il fatto nella
pluralità delle piante, non pensò agli animali, non s'accorse ch'egli
aveva che fare con una legge applicabile a tutti i viventi, degna di
essere sostenuta e posta con ogni sforzo nella maggiore evidenza.
Ciò veramente si doveva poi fare in Francia, dopo il Duchesne, si
doveva fare con tutto l'impegno, con grande corredo di argomenti e di
cognizioni, con tutta la consapevolezza della importanza della cosa, da
un uomo che fra quelli oggi chiamati i predecessori di Darwin si doveva
spingere più avanti di tutti, sebbene, cosa miseranda a pensarvi, con
nessun visibile effetto pel suo tempo.
Parlo di Giovanni Lamarck. Questo grande naturalista ebbe chiarissimo
nella mente il concetto della variabilità della specie e si sforzò
d'investigare le cause adducendo argomenti di cui anche oggi non si può
a meno di tenere conto, sebbene oggi a questi se ne siano venuti ad
aggiungere altri che hanno un valore incomparabilmente più grande.
L'esercizio di una data parte del corpo di un animale produce un
maggiore sviluppo in quella parte; v'ha un maggiore afflusso di sangue
in quella parte che si esercita di più, una maggior nutrizione, un
aumento di volume. Di ciò ci si dà tutti i giorni più di un vistoso
esempio, anche nell'uomo nella vita civile. Il maestro di scherma
finisce per avere il braccio destro molto più grosso del sinistro; il
barcaiuolo ha sviluppatissime le braccia e le spalle, poco le gambe,
mentre i ballerini hanno enormi i polpacci. Un suonatore di violino ha
le dita della mano sinistra molto più lunghe di quelle della destra.
Tutto ciò per effetto del lungo esercizio della parte. Questi sono
caratteri che l'individuo acquista necessariamente ogniqualvolta si
trova nella condizione voluta. Si potrebbero anche trasmettere questi
caratteri di generazione in generazione e si verrebbero ad esagerare
grandemente quando di generazione in generazione i figli facessero
sempre quei medesimi esercizi che hanno fatto i loro genitori.
Supponiamo una lunga serie di generazioni in cui sempre di padre in
figlio si desse opera allo esercizio della scherma. Il carattere del
maggiore sviluppo del braccio destro s'incomincia a trasmettere fino a
un certo punto ereditariamente dal padre al figlio. Tutti sanno quanto
si trasmettano i caratteri per eredità. Ma il figlio che ha ereditato
dal padre questo braccio destro maggiormente sviluppato, a sua volta
lo accresce proseguendo costantemente nello stesso esercizio e lo
trasmette alla sua volta in un grado maggiore alla sua prole. Così,
ove, ripeto, si proseguisse nella vita civile per una lunga serie di
generazioni questo esercizio della scherma di padre in figlio, dopo
parecchi secoli si verrebbe ad avere negli ultimi discendenti una
differenza notevole nello sviluppo delle due braccia. Ciò invero non
capita nella vita sociale, dove i padri generalmente fanno fare ai
figliuoli un mestiere differente dal loro e dove più generalmente
ancora i figliuoli hanno poca voglia di fare il mestiere del padre.
Ma capita negli animali.
Lo esercizio di una parte in un dato animale promove lo sviluppo di
quella parte; l'animale trasmette ereditariamente questo sviluppo,
ma la prole con un nuovo esercizio lo accresce e lo trasmette
accresciuto, e così via via. Guardiamo come è fatta la talpa: le sue
zampe anteriori sono smisuratamente più grosse delle posteriori;
ciò si vede bene nella talpa in carne e pelle, ma si vede anche più
nello scheletro; l'osso della talpa che corrisponde al braccio è così
stranamente foggiato come non si vede in nessun altro caso; non è più
un osso lungo, è smisuratamente largo e grosso e coperto di fortissimi
rilievi e spigoli per dare inserzione ai muscoli poderosissimi che lo
devono movere; la stessa cosa si dica delle ossa dell'antibraccio,
delle dita e delle spalle; anche lo sterno qui si sviluppa con una
carena, sempre per lo scopo di porgere una maggiore superficie
d'inserzioni alle masse muscolari. Le parti posteriori invece sono,
al paragone, gracili e meschine. Noi possiamo benissimo supporre che
la talpa non sia sempre stata, ma sia invece diventata, come è ora, e
che quindi la sua forma attuale sia notevolmente diversa di quella dei
suoi remoti antenati. Possiamo supporre che dapprima la talpa avesse
una minor sproporzione fra le parti anteriori e le posteriori, e che a
poco a poco, inseguendo i vermi e gli insetti e le larve, e scavando
per inseguirli il terreno, abbia, per via di un continuo esercizio e
per via di una continua trasmissione ereditaria, acquistato l'attuale
suo poderoso sviluppo delle parti davanti, e con esso abbia a poco
a poco progredito nel suo menar quella vita sotterranea in cui la
vediamo oggi. Ma questo suo venire a poco a poco e di generazione in
generazione acconciandosi a una vita sotterranea, avrebbe poi prodotto
un altro effetto inverso, ma concepibilissimo nello stesso modo. Se
l'esercizio accresce lo sviluppo e le dimensioni di una data parte
del corpo di un animale, il fatto opposto, il difetto di esercizio,
deve necessariamente produrre un effetto opposto. A mano a mano che la
talpa venne acconciandosi alla vita sotterranea, sempre meno dovette
aver bisogno degli occhi. Nelle buie sue gallerie la talpa non ci ha
che vedere; avvezzandosi al buio di generazione in generazione, e
non esercitando più gli occhi, la talpa finì per vedersi stranamente
rimpicciolito, appunto per difetto di esercizio, il suo organo visivo.
Certe talpe hanno un piccolo occhiolino, che di fuori non si vede
affatto perchè affondato tra i peli, appena a fior di pelle, col quale
non possono forse altro discernere che la luce dalle tenebre. Altre
talpe hanno l'occhiolino anche più piccolo, addirittura coperto dalla
pelle. Qui si può supporre la riduzione a' minimi termini di un occhio
per difetto di esercizio, fino al punto che esso, mentre ancora è
presente in condizione rudimentale, pure non serve più a nulla.
Certi insetti che vivono in caverne fuori d'ogni luce furon detti
anottalmi dallo apparente loro mancare d'occhi; dico apparente perchè
non è che ne manchino affatto; ma appena li hanno, in condizioni al
tutto rudimentali e fuori d'ogni uso; in altri insetti che vivono nelle
foreste di castagni alle falde dei monti in buche sotterranee, scavate
da altri animali e coperte consuetamente dalle foglie cadute, ma di cui
pure alcuni hanno talora un po' di luce, vedesi mancar gli occhi nel
massimo numero, ma taluni aver occhi i quali, sebbene minutissimi, non
si possono dire tuttavia affatto senza uso. Il proteo anguino che vive
in acque buie ha gli occhi rudimentali e coperti dalla pelle.
Nell'uomo avviene, per disgrazia non tanto raramente, che una ottalmia
produca nel bambino un opacamento della cornea davanti alla pupilla.
Ove ciò avvenga, quell'occhio non ci vede più; ora, quando ciò segue
in un occhio e non nell'altro, coll'andar degli anni l'occhio che non
funziona, sebbene per tutto il rimanente integro, finisce per essere
notevolmente più piccolo dell'altro. Il difetto di esercizio trae con
sè difetto di sviluppo.
Si potrebbe fare uno sperimento, se pur non è stato fatto; prendere
un coniglio piccino e tenergli costantemente un occhio coperto;
quest'occhio nell'animale adulto riescirebbe notevolmente più piccolo
dell'altro. Si potrebbe tener coperti tutti e due gli occhi fin da
piccini a una coppia di conigli e poi alla loro discendenza, tenendoli
sempre pel rimanente in condizioni acconcie di nutrizione. In capo a
poche generazioni si avrebbero conigli con occhi normalmente piccoli,
in capo a molte generazioni si avrebbero conigli con occhi rudimentali.
La giraffa ha lunghissimo il collo, lunghissime le zampe davanti,
tanto che il suo dorso è un piano inclinato dal garrese alla groppa.
Fu sempre così? Nelle grandi foreste africane essa cerca il suo
pascolo fra le rigogliosissime fronde di quegli alberi sterminati.
Quel tener su continuamente il collo, quel sollevarsi sulle zampe
anteriori, quella continua tensione di muscoli, arrecando maggior copia
di sangue a tutte le parti in tal modo costantemente esercitate, ha
potuto dare un grande sviluppo in quel senso alla muscolatura e allo
scheletro della giraffa, che per tal modo si è potuta venire coi secoli
trasformandosi sino a ridursi nello stato veramente eccezionale in cui
si trova oggi.
Gli uccelli di ripa, col lungo sollevarsi sulle zampe ad allungare il
collo, han potuto finire per acquistare maggior lunghezza di zampe e di
collo; così la rana la sua palmatura e anche la foca, così il picchio
la sua lunghissima lingua, e il formichiere e il pangolino. Così, in
una parola, possiamo credere che si siano tanto venute modificando, per
via dell'esercizio e dell'inerzia di certe parti, le forme di tanti
animali, da essere ora i viventi grandemente diversi nella forma dai
loro primi progenitori.
Per tal modo, secondo il Lamarck, l'uomo deriva dalla scimmia. Egli
non dubita punto di ciò, anzi ci si ferma sopra a lungo, cercando il
modo per cui la trasformazione deve essere avvenuta. Gli uomini più
degradati derivarono da scimmie di struttura molto elevata, che a poco
a poco si erano avvezzate a star su due piedi. Così venne col lungo
sforzo di generazione in generazione a modificarsi la forma del tronco
tenuto eretto, e si vennero differenziando le quattro estremità. Le
due estremità posteriori diventando a poco a poco inferiori, si fecero
più robuste, si appiattì il piede e si svilupparono i polpacci, mentre
le estremità inferiori si foggiarono in quello strumento meraviglioso
che doveva tanto aiutare l'uomo nel suo progresso: la mano. All'uomo
in posizione eretta si presentavano in condizioni di molto più grande
agevolezza di osservazione gli oggetti esterni, mentre la mano, come
più unicamente strumento di prensione, ma pur anco di esplorazione e
di esame, dava maggior contezza di essi all'intelletto che per tal
modo si veniva sviluppando. Questi primi uomini derivati da scimmie
di maggior elevatezza ebbero una vita sociale più intima, presero a
meglio aiutarsi nei loro bisogni, dovettero adoperarsi continuamente
ad uno scambio maggiore di pensieri, onde una serie di gridi sempre
di più svariati che venivano a far capo a un linguaggio articolato il
quale, per quanto dapprima rozzo e limitato, non ha pur potuto a meno
di segnare un immenso progresso nello sviluppo dell'uomo; progresso di
cui l'effetto principale non può a meno di essere stato un maggiore
sviluppo del cervello e un più lungo esercizio di quelle facoltà di cui
esso è strumento.
Ciò, ripeto, pel Lamarck non ammette dubbio, egli ci insiste.
A dare un concetto del modo in cui il Lamarck considerava l'origine,
le trasformazioni, le derivazioni, le affinità fra i viventi, varrà
meglio di ogni discorso riferire testualmente queste sue parole:
«Le divisioni sistematiche, classi, ordini, famiglie, generi e specie,
come le loro denominazioni, sono un lavoro puramente artificiale
dell'uomo. Le specie non sono tutte contemporanee; sono discese le une
dalle altre e non hanno che una fissità relativa, e contemporanea;
le varietà danno origine alle specie. La diversità delle condizioni
della vita influisce, modificandola, sulla organizzazione, sulla forma
generale, sugli organi dell'animale; si può dire tanto dell'uso come
del difetto d'uso degli organi. Dapprima furono prodotti solamente gli
animali più semplici, e le forme più semplici, poi gli esseri dotati
di una organizzazione più complessa. La evoluzione geologica del
globo e il suo popolamento organico ebbero luogo in un modo continuo
e non furono interrotti da rivoluzioni violente. La vita non è che un
fenomeno fisico. Tutti i fenomeni vitali sono dovuti a delle cause
meccaniche, sia fisiche, sia chimiche, aventi la loro ragione d'essere
nella costituzione della materia organica. Gli animali e le piante più
rudimentali, collocati nello scalino più basso della scala organica,
nacquero e nascono anche oggi per generazione spontanea. Tutti i corpi
viventi od organismi della natura sono sottomessi alle stesse leggi dei
corpi privi di vita o inorganici. Le idee e le altre manifestazioni
dello spirito sono semplici fenomeni di movimento che si producono nel
sistema nervoso centrale. In realtà, la volontà non è mai libera. La
ragione non è che un grado più alto di sviluppo e di comparazione di
giudizi.»
Fra i manoscritti del Museo zoologico di Torino si trova qualche
appunto di Franco Andrea Bonelli da cui si vede, e così pure da qualche
lettera, come egli fosse stato colpito dalle idee del Lamarck e ne
fosse diventato seguace. Il Bonelli morì giovane e l'immensa mole del
lavoro che egli fece nella sua breve vita gli impedì di occuparsi
di questo come di tanti altri argomenti che pure aveva divisato di
trattare.
Sosteneva le idee del Lamarck all'altro capo d'Italia Michele Foderà di
Girgenti, professore di fisiologia a Palermo. Egli era stato a Parigi,
alunno del Blainville, che s'era atteggiato a oppositore di Giorgio
Cuvier; ritornato in patria, sostenne nelle sue lezioni la mutevolezza
della specie e lo scomparir lento di certe forme senza scosse violente.
Così in Italia ebbe ascolto il Lamarck più assai che non in Francia.
Ma ancora si tratta di casi isolati, e il Bonelli e il Foderà non
lasciarono pubblicazioni in sostegno di questo loro avere accolto le
idee del Lamarck.
È cosa che desta la più grande meraviglia questa, che l'opera del
Lamarck sia passata allora inosservata; non solo non abbia avuto lodi,
ma nemmeno biasimi; sia stata lasciata in disparte e non degnata
nemmeno di una discussione.
La spiegazione del fatto sta in ciò, che allora teneva il campo
onnipotentemente la scuola di Carlo Linneo e di Giorgio Cuvier,
che intorno all'argomento della specie aveva messo come cardine
fondamentale il principio opposto.
* * * * *
Carlo Linneo aveva risollevata la storia naturale all'altezza di
scienza. Dopo quasi venti secoli aveva ripreso l'opera di Aristotile
e l'aveva fatta progredire. Aveva dato le norme per riconoscere,
distinguere, denominare, descrivere, ordinare le innumerevoli specie
dei viventi e ciò con tanto criterio, con tanto acume, con tanto senno,
con tanto ingegno, da non lasciar più guari che fare ai suoi successori.
Ma rispetto alle specie egli ne aveva dichiarato assolutamente
l'immobilità. Egli aveva detto esplicitamente, che esistono tante
specie quante ne sono state create. Le specie sono state create tutte
insieme, la specie è il complesso di tutti gli individui che sono scesi
o si possono considerare come scesi da una coppia di progenitori o
anche da un solo progenitore; dal giorno della creazione non ha mutato,
non muta, non sarà per mutare.
Così i viventi sono stati fatti tutti insieme, tutti in una volta. Si
è parlato anche di una virtù generatrice della terra in qualche modo
fecondata. Vincenzo Monti, rivolgendosi alla _Bellezza dell'universo_,
dice:
Tumide allor di nutritivi umori
Si fecondâr le glebe, e si fêr manto
Di molli erbette e d'olezzanti fiori.
Allor degli occhi lusinghiero incanto,
Crebber le chiome ai boschi, e gli arboscelli,
Grato stillar dalle cortecce il pianto.
Allor dal monte corsero i ruscelli
Mormorando, e la florida riviera
Lambir freschi e scherzosi i venticelli.
Tutta del suo bel manto primavera
Coprìa la terra; ma la vasta idea
Del gran Fabbro compita ancor non era.
Di sua vaghezza inutile parea
Lagnarsi il suolo, e con più bel desiro
Sguardo e amor di viventi alme attendea.
Tu allor, raggiante d'un sorriso, in giro
Dei quattro venti sulle penne tese,
L'aura mandasti del divino Spiro.
La terra in sen l'accolse e la comprese,
E un dolce movimento, un brividìo,
Serpeggiar per le viscere s'intese;
Onde un fremito diede e concepìo,
E il suol che tutto già s'ingrossa e figlia,
La brulicante superficie aprìo.
Dalle gravide glebe, o meraviglia!
Fuori allor si lanciò scherzante e presta
La vaga delle belve ampia famiglia.
Ecco dal suolo liberar la testa,
Scuoter le giubbe, e tutto uscir d'un salto
Il biondo imperator della foresta;
Ecco la tigre e il leopardo, in alto
Spiccarsi fuori della rotta bica,
E fuggir nelle selve a salto a salto.
Vedi sotto la zolla che l'implica,
Divincolarsi il bue, che pigro e lento
Isviluppa le gran membra a fatica.
Vedi pien di magnanimo ardimento
Sovra i piedi balzar ritto il destriero,
E nitrendo sfidar nel corso il vento;
Indi il cervo ramoso ed il leggiero
Daino fugace, e mille altri animanti,
Qual mansueto e qual ritroso e fiero;
Altri per valli e per campagne erranti,
Altri di tane abitator crudeli,
Altri dell'uomo difensori e amanti.
E lor di macchia differente i peli
Tu di tua mano dipingesti, o Diva,
Con quella mano che dipinse i cieli.
Poi di color più vaghi onde l'estiva
Stagion delle campagne orna l'aspetto,
E de' freschi ruscei smalta la riva,
L'ale spruzzasti al vagabondo insetto,
E le lubriche anella serpentine
Del più caduco vermicciol negletto.
Nè qui ponesti all'opra tua confine;
Ma vie più innanzi la mirabil traccia
Stender ti piacque dell'idee divine.
Cinta adunque di calma e di bonaccia,
Delle marine interminabil'onde
Lanciasti un guardo sull'azzurra faccia.
Penetrò nelle cupe acque profonde
Quel guardo, e con bollor grato natura
Intiepidille, e diventâr feconde,
E tosto varii d'indole e figura
Guizzâro i pesci, e fin dall'ime arene
Tutta increspâr la liquida pianura.
I delfin snelli con le curve schiene
Uscir danzando, e mezzo il mar coprîro
Col vastissimo ventre orche e balene.
Fin gli scogli e le sirti allor sentîro
Il vigor di quel guardo e la dolcezza,
E di coralli e d'erbe si vestîro.
È una creazione questa a rovescio, per cui si comincia dal fine e si
termina col cominciamento. Vengono prima le fiere, poi gli animali che
devono servir loro di pasto, e il bue, che vien fuori dalla terra bue
addirittura, e non toro; poi gli insetti, poi ultimi gli animali delle
acque, e i pesci prima e i coralli dopo!
Giorgio Cuvier ritenne invero il concetto Linneano rispetto alla
immobilità della specie, e lo pose anzi a fondamento della zoologia. Ma
egli segna tuttavia un progresso, e un grande progresso, su Linneo.
Il Cuvier si applica allo studio dei fossili, che prima era campo
miserando di errori; riconosce che altri viventi diversi dagli attuali
hanno popolato la terra in epoche remotissime, anteriori all'esistenza
dell'uomo; che le forme primitive erano più semplici, che la struttura
dei viventi si andò man mano complicando, che la struttura più perfetta
si trova nei viventi dell'epoca attuale, l'epoca umana. Questa verità
lo condusse a una teoria, secondo la quale sarebbero avvenuti sulla
terra molti e grandi e repentini rivolgimenti di tal fatta da mutar
tutto a ogni volta alla superficie di essa. Il nostro globo ha avuto
grandi e spaventose rivoluzioni, susseguite ciascuna da un lunghissimo
tratto di calma. Ogni rivoluzione spegne sulla terra qualsiasi traccia
di viventi, si distruggono di colpo le piante e gli animali; ma
rimessa la calma si fa una nuova creazione e i vegetali e gli animali
dell'ultima creazione che vien dopo sono sempre più complicati, più
elevati, più perfetti di quelli della creazione precedente; così, a
poco a poco e di miglioramento in miglioramento, si viene all'epoca
attuale, contrassegnata dal più perfetto di tutti i viventi che è
l'uomo.
* * * * *
Il Cuvier trovò un potente alleato alla sua teoria dei rivolgimenti
nel signor Elia de Beaumont, il quale non solo accettò la cosa in
complesso, ma credette di poterne anche definire i particolari:
considerando le grandi catene di montagne in ogni parte del globo,
studiandone la natura e le direzioni, esaminandone ogni particolare,
egli credette di essere riuscito a determinare il numero e le
successioni di quei grandi rivolgimenti.
Giorgio Cuvier s'era elevato ad un'immensa celebrità colla grande
opera sua. Egli aveva molto migliorata la classificazione di Linneo;
aveva preso a rivelare i rapporti degli animali mercè una diligente
investigazione della loro interna struttura; aveva insegnato
l'importanza della subordinazione de' caratteri, aveva posto le
fondamenta di quella grande scienza che è l'anatomia comparata, aveva
fatto conoscere un gran numero di forme e di strutture prima di lui
ignote o mal note; era sommamente operoso, eloquentissimo, popolare nel
senso più elevato della parola e dappertutto si giurava nel suo nome.
Egli aveva mostrato un profondo disprezzo per la teoria del Lamarck, e
i suoi contemporanei disprezzarono pure la teoria del Lamarck tanto da
non crederla neppure degna di biasimo.
Poco prima di morire, Giorgio Cuvier ebbe a sostenere una lotta
con Stefano Geoffroy Saint Hilaire, quella lotta di cui ho detto
precedentemente parlando del Goethe. Stefano Geoffroy Saint Hilaire
sosteneva la unità dell'organizzazione, o, come si diceva allora,
la unità di composizione, la unità del piano della struttura degli
animali. Secondo il suo concetto la specie è variabile, le forme mutano
costituendosi innumerevoli differenze da una origine comune; gli agenti
esterni hanno una grande azione in questi mutamenti. Nelle vicende
geologiche passate venne un giorno in cui scemò la quantità dell'acido
carbonico nell'atmosfera e ciò valse a promuovere la trasformazione
di taluni rettili che, con una maggior intensità di respirazione, di
circolazione, mutarono in penne le scaglie e assunsero forma di uccelli.
In verità non era al tutto ingiusto il rimprovero che si faceva a
questi concetti di aggirarsi troppo nei campi della teoria. Se a ciò si
aggiunge quanto già sopra è detto intorno allo ascendente del Cuvier
sui suoi contemporanei, si intende come il Geoffroy Saint Hilaire non
apparisse aver riportato nella sua grande discussione gli onori della
vittoria.
Giorgio Cuvier morì nel pieno splendore della sua gloria e senza ombra
di sospetto che fossero minacciati quei principii scientifici di cui
ben si poteva vantare di aver posto le fondamenta. Ciò non fu dello
Elia de Beaumont, il quale ebbe a provare l'ineffabile dolore di vedere
crollare il suo edifizio e trovarsi da ultimo solo colle sue opinioni.
* * * * *
Il grande geologo tedesco Leopoldo De Buch, nella sua _Descrizione
fisica delle isole Canarie_, pubblicata nel 1836, parlando della
distribuzione delle piante, fa le seguenti considerazioni, le quali
sono tanto più importanti per quello che dice contemporaneamente
intorno ai dialetti:
«Sui continenti, gli individui dei gruppi organici si spandono, si
disseminano lontano, e, per azione della differenza dello _habitat_,
della alimentazione del suolo, formano delle varietà le quali,
trovandosi le une discoste dalle altre, non possono andar soggette ad
incrociamenti ed essere per tal modo ricondotte al tipo principale;
si è perciò che esse, alla fine, diventano delle specie costanti,
particolari. Poi le specie le quali sono state simultaneamente
modificate, si ritrovano in contatto colla varietà primiera, per tal
modo modificata; ma a un tal punto esse sono abbastanza differenti e
non possono più mescolarsi insieme. La cosa va in ben altro modo nelle
isole. Ivi, ordinariamente confinati entro a valli anguste e entro a
zone ristrette, gli individui si possono raggiungere e possono in tal
modo distruggere ogni varietà in via di costituirsi. Si è senza dubbio
in questo modo che certe particolarità, o certi vizii di linguaggio,
dapprima particolari al capo di una famiglia, si estendono con questa
famiglia a diventare comuni a un intero distretto. Se questo distretto
è separato, isolato, se non hannovi continui rapporti coi distretti
vicini che riconducano costantemente il linguaggio alla sua purezza
primiera, da questa deviazione linguistica nascerà un dialetto. Quando
segue che certi ostacoli naturali, le foreste, la configurazione del
suolo, anche il governo, vengano a collegare anche più strettamente fra
loro gli abitanti nel distretto di cui parliamo, questi si separeranno
anche più schiettamente dai loro vicini; il loro dialetto si fisserà e
diventerà una lingua perfettamente distinta.»
* * * * *
Nell'anno 1818, il dottor M. E. Wells leggeva alla Società Reale di
Londra un suo rapporto intorno ad una fanciulla di razza bianca colla
pelle avente parzialmente l'apparenza della pelle dei neri. In quel
lavoro il dottor Wells avvertì che tutti gli animali, entro una certa
misura, hanno tendenza a mutare, e che, mercè questa proprietà, i
coltivatori possono, colla scelta degli individui, migliorare i loro
animali domestici; poi soggiunse:
«Ma pare che l'equivalente del risultamento artificiale ottenuto
in tal modo si produca pure, sebbene con maggior lentezza, nella
organizzazione delle razze umane, le quali si sono adattate alle
contrade in cui vivono. Fra le varietà umane accidentali, che appaiono
in mezzo ai rari abitanti sparsi per la regione africana, se ne
trovano di quelle che resistono meglio delle altre alle malattie del
paese. In conseguenza di ciò queste ultime razze si moltiplicano,
mentre le altre diminuiscono, e non diminuiscono solamente perchè sono
meno atte a resistere alle malattie, ma perchè non sono in condizione
di reggere alla concorrenza di altre più robuste. Io ammetto come
dimostrato che il colore di queste razze più vigorose sia di una
tinta intensamente colorita. Ma siccome la tendenza alla formazione
di varietà sussiste sempre, col tempo si forma una razza sempre più
nera; e, siccome la razza che ha la tinta più cupa è la meglio adatta
al clima, essa finirà per essere, se non la sola, almeno la razza
dominante.»
* * * * *
Il Darwin, nella sesta edizione inglese del suo volume sulla _Origine
della specie_, in un breve cenno storico preliminare, menziona parecchi
altri contemporanei che poco prima della pubblicazione della sua opera
espressero più o meno chiaramente il concetto della variabilità della
specie. In una nota a quel breve cenno storico ha le parole seguenti:
«Aristotile (_Physicae auscultationes_, libro II, cap. 8) osserva
che la pioggia non cade per far nascere il grano, come non cade per
guastarlo quando viene trebbiato a cielo scoperto, ed applica lo stesso
ragionamento agli organismi. E soggiunge (fu il signor Clair Grece che
mi additò questo passo): «Che cosa impedisce che anche le parti (del
corpo) in natura si comportino (a caso) nella stessa guisa, che, per
esempio, i denti crescano per necessità, e cioè gli anteriori taglienti
ed atti a fendere, al contrario i molari larghi e atti a triturare
il nutrimento, poichè non diventano tali a siffatto scopo, ma questo
si raggiunge in modo accidentale. Altrettanto avviene nelle altre
parti, nelle quali sembra sussistere un adattamento ad uno scopo. Ora
le cose, nelle quali ogni singola parte si forma come se fosse fatta
per uno scopo speciale, mentre si sono costituite spontaneamente in
modo adattato, si conservano, e quelle invece perirono e periscono,
in cui la stessa cosa non successe.» Noi troviamo qui un oscuro cenno
al principio della selezione naturale, ma quanto Aristotile fosse
lontano dal comprenderla pienamente ce lo insegnano i suoi asserti
sulla formazione dei denti.» (_Sulla origine della specie_, traduzione
italiana sulla sesta edizione inglese, per cura di GIOVANNI CANESTRINI.
Torino, Unione tipografica editrice, 1875).
Recentemente il signor Ernesto Haeckel, in un suo discorso al
Congresso dei fisici e naturalisti tedeschi in Eisenach, parlò dei
filosofi dell'antichità che sostennero il principio della derivazione
dei viventi dalla materia inorganica e del succedersi di essi
trasformandosi a mano a mano.
Anassimandro sostenne che la infinita materia eternamente in moto ha
dato origine ai corpi celesti condensandosi a mano a mano i fluidi in
materia salda e che la terra è uno di tali corpi. I primi viventi
si generano nell'acqua per l'azione del sole, poi passano, piante e
animali, a vivere sulla terra asciutta. L'uomo deriva per una serie
graduata di trasformazioni dagli animali, e probabilmente da animali
acquatici pesciformi. Eraclito di Efeso è anche più esplicito. Un
grande e non mai interrotto processo di sviluppo domina il mondo
intero, tutte le forme sono travolte in una corrente incessante e la
lotta è «madre di ogni cosa.»
Empedocle di Agrigento afferma il mutare incessante dei fenomeni, e
riconosce siccome fondamento e causa della continua lotta universale
due opposti principii in azione, il principio dell'odio e quello
dell'amore, che sono appunto ciò che i fisici moderni chiamano
attrazione e ripulsione. Così l'unione dei corpi è prodotta dall'amore
e la loro separazione dall'odio. Questi due grandi principii operanti
hanno pure prodotto i corpi organici. Dalla lotta dei due principii
vennero fuori vittoriosamente quelle forme che vivono ora, e si
trovarono preparate alla battaglia e atte a reggersi nella vita.
Così queste, che noi chiamiamo teorie moderne, hanno la bella età di
venticinque secoli.
Ma perchè, esclamerà qui il lettore, se queste idee hanno venticinque
secoli, ci vieni qui tu ora a far perdere il tempo con Carlo Darwin?
Se in venticinque secoli queste teorie hanno fatto così poca strada da
essere state dimenticate tanto che ora si riprendono per nuove, non è
questo un troppo forte argomento contro di esse?
Questa domanda non si può fare che da un lettore ignorante; ma appunto
io credo il mio lettore ignorantissimo.