La vita di Darwin, dopo che egli ebbe compiuto il suo viaggio, fu
tutta quanta consacrata allo studio della variabilità della specie.
Giova quindi cercare, nella relazione del suo viaggio, quei cenni che
egli dà intorno alle cose vedute e alle idee venutegli in mente per la
osservazione dei fatti che si riferiscono a questo argomento.
Presso Rio Janeiro egli trova in alcuni laghi conchiglie d'acqua dolce
e in altri conchiglie d'acqua salsa, e pensa all'adattamento di certe
specie all'ambiente. Ecco le sue parole:
«Lasciata Mandetiba, continuammo ad attraversare un'intricata
solitudine di laghi; in alcuni di questi vi erano conchiglie d'acqua
dolce, in altri d'acqua salsa. Del primo genere trovai una Limnea
molto numerosa in un lago, nel quale, secondo quello che mi dissero
gli abitanti, il mare entra una volta all'anno, o talora anche più
sovente, e rende l'acqua al tutto salata. Son certo che si potrebbero
osservare fatti molto interessanti, intorno ad animali marini e
di acqua dolce, in questa serie di lagune che limita la costa del
Brasile. Il signor Gay ha asserito che egli trovò, in vicinanza di Rio,
conchiglie dei generi marini _Solen_ e _Mytilus_, e ampullarie d'acqua
dolce, che vivono assieme nell'acqua salmastra. Io ho pure osservato
frequentemente nella laguna, presso il giardino botanico, ove l'acqua è
solo un tantino meno salsa di quella del mare, una specie d'idrofilo,
somigliantissimo ad un coleottero acquatico comune negli stagni
d'Inghilterra; nello stesso lago l'unica conchiglia apparteneva ad un
genere che si trova generalmente negli estuari.»
Questo adattarsi degli animali alle condizioni in cui si trovano, gli
ritorna alla mente visitando un grande lago salato nella valle del Rio
Negro, presso la città di Cannea o Patagones:
«Alcune parti del lago vedute non molto da lontano apparivano avere un
colore rossiccio, e ciò forse deriva da animalucci infusorii. In molti
punti il fango era spinto in su da un gran numero di animali vermiformi
od anellidi. Quanta sorpresa desta il fatto di animali che possono
vivere in mezzo a cristalli di solfato di soda e di calce! E che cosa
segue di quei vermi allorchè, durante la lunga estate, la superficie
si muta in un compatto strato di sale? Numerosissimi fenicotteri
dimorano e vivono in quel luogo; io incontrai in tutta la Patagonia,
nel Chilì settentrionale e nelle isole Galapagos, questi animali ogni
qualvolta v'erano laghi salati; li vidi qui che sguazzavano intorno
in cerca di cibo, probabilmente i vermi che si nascondono nel fango;
questi forse si nutrono di infusori o di conferve. In tal modo abbiamo
un piccolo mondo vivente in sè stesso, acconcio a questi laghi salati
interni. Si dice che un piccolo crostaceo (Cancer salinus) viva in
numero sterminato nelle pozzanghere salse a Lymington; ma solo in
quelle ove il liquido ha acquistato, per lo svaporamento, una notevole
saturazione, vale a dire, circa 93 grammi di sale in 56 centilitri
d'acqua. Possiamo ben dire che ogni parte del mondo è abitabile! Tanto
i laghi di sale, o quelli sotterranei nascosti sotto monti vulcanici,
le sorgenti minerali calde, la sterminata distesa e il profondo degli
oceani, le parti più alte dell'atmosfera, e perfino la superficie delle
nevi eterne, dovunque albergano esseri organici.»
A queste parole egli aggiunge la nota seguente:
«È un fatto singolare come tutte le circostanze che hanno rapporto
coi laghi salati della Siberia e della Patagonia siano somiglianti.
La Siberia, come la Patagonia, sembrano esser sorte recentemente sul
livello del mare. Nei due paesi i laghi salati occupano profonde
depressioni nelle pianure; in entrambi il fango del margine è nero e
puzzolente; sotto la crosta del sale comune si presenta il solfato di
soda o di magnesia, cristallizzato imperfettamente; ed in entrambi la
sabbia fangosa è mescolata a globuli lentiformi di gesso. I laghi
salati della Siberia sono abitati da piccoli crostacei ed i fenicotteri
(_Edin. New Philos. Jour._ Gen. 1830) li frequentano parimente. Siccome
queste circostanze, in apparenza tanto insignificanti, si osservano
in due distanti continenti, possiamo esser certi che sono gli effetti
necessari di cause comuni.--Vedi _Viaggi di Pallas_, 1793-1794, p. 129.»
Tre specie di uno stesso genere di funghi parassiti si trovano sopra i
faggi, una specie nella Terra del Fuoco, la seconda al Chilì, la terza
nella terra di Diemen, ed egli esclama:
«Quanto è singolare questa parentela fra i funghi parassiti e gli
alberi sui quali crescono, in parti del mondo tanto lontane!»
Nel tragitto da Bahia Blanca a Buenos Ayres, oltrepassata la piccola
città di Guardia del Monte, egli trova che nello stesso terreno a poca
distanza muta l'aspetto della vegetazione, come segue pure in alcune
località dell'America del nord, dove l'erba grossolana alta da uno a
due metri si muta in un terreno pastorizio comune quando è pascolata
dal bestiame, e soggiunge:
«Io non sono sufficientemente botanico per dire se il mutamento qui sia
dovuto all'introduzione di nuove specie, all'alterazione avvenuta nel
crescere di alcune, o alla differenza del loro numero proporzionale.»
La vita animale e vegetale alla Nuova Zelanda fa esclamare al Darwin:
«Rispetto agli animali, è un fatto notevolissimo, che un'isola tanto
grande, che si estende sopra una latitudine di oltre 700 miglia, con
varie stazioni, un bel clima e altitudini differenti, da 4200 metri
in giù, non possegga nessun animale indigeno, tranne un piccolo topo.
Le varie specie gigantesche di quel genere di uccelli, il Dinornis,
sembrano aver qui sostituito i quadrupedi mammiferi, nello stesso modo
dei rettili nell'arcipelago Galapagos. Si dice che il topo comune della
Norvegia, nel breve spazio di due anni, abbia distrutto in questa parte
settentrionale dell'isola le specie della Nuova Zelanda. In molti
luoghi notai parecchie sorta di piante, le quali, come i topi, fui
obbligato di riconoscere per compatriote. Una specie di porro aveva
invaso interi distretti, e si mostrava molto incomodo, ma era stato
importato come un regalo da una nave francese.
«L'acetosa comune è pure molto sparsa, e resterà, temo, prova
sempiterna della scelleratezza di un inglese, che vendè i semi di
quella pianta per semi di tabacco.»
I costumi degli animali, che porgono dappertutto al Darwin un campo
immenso a osservazioni tanto varie quanto importanti, gli fanno
scorgere come sovente certi animali modifichino il loro fare a seconda
dei casi.
«Ove la viscaccia vive e scava buche, l'aguti se ne serve; ma dove,
come a Bahia Blanca, la viscaccia non si trova, l'aguti si scava le
tane da sè stesso. Lo stesso segue colla piccola civetta dei Pampas
(Athene cunicularia), che è stata sovente descritta come sentinella di
guardia all'imboccatura delle tane; perchè nella Banda Oriental, in
mancanza della viscaccia, è obbligata a scavarsi la sua tana.»
Lo stesso organo viene talora adoperato da animali della stessa classe
in modo assai diverso.
«Così nell'America del sud troviamo tre uccelli che adoperano le ali
per altro scopo oltre il volo, il pinguino come pinne, il piroscafo
come remi, e lo struzzo come vele; e l'Apterice della Nuova Zelanda,
come pure il suo estinto gigantesco prototipo, il Dinornis, posseggono
soltanto rudimenti di ali.»
Un serpente velenoso di Bahia Blanca, una specie di trigonocefalo,
porge modo al Darwin di accennare al variar dei caratteri nella specie.
Egli dice:
«Cuvier, contro il parere di alcuni altri naturalisti, fece di questo
un sottogenere del serpente a sonagli, ed un intermedio fra esso e la
vipera. In appoggio a questa opinione osservai un fatto, che mi sembra
curiosissimo ed istruttivo, perchè dimostra come ogni carattere, anche
in qualche grado indipendente della struttura, abbia una tendenza a
variare lentamente. L'estremità della coda di questo serpente termina
in una punta che si allarga lievissimamente, e mentre l'animale
striscia, ne fa vibrare costantemente l'ultimo pezzo; e questa parte
urtando l'erba ed i ramoscelli secchi produce un rumore gorgogliante,
che si può distintamente udire alla distanza di circa due metri. Appena
l'animale veniva irritato o sorpreso, scuoteva la coda, e le sue
vibrazioni erano rapidissime. Anzi, finchè il corpo conservava la sua
irritabilità, era evidente una tendenza a questo movimento consueto
della coda.
«Perciò questo trigonocefalo ha, per alcuni riguardi, la struttura
della vipera, ed ha i costumi del serpente a sonagli; tuttavia il
rumore è prodotto da un congegno semplice.»
Nell'isola di Sant'Elena il Darwin trovò numerosissimi i topi.
«Se il topo sia realmente indigeno, è cosa molto dubbia; ve ne sono
due varietà descritte dal signor Waterhouse; una è di color nero,
con una bella pelliccia lucente, e vive sulla cima erbosa; l'altra
di color bruno e meno brillante, con peli più lunghi, vive presso lo
stabilimento della costa. Queste due varietà sono un terzo più piccole
del topo nero comune (M. rattus) e differiscono da esso tanto nel
colore quanto nel carattere della loro pelliccia, ma non in nessun
altro punto essenziale. Io posso appena mettere in dubbio che questi
topi (come il topo comune, che si è rinselvatichito), non siano stati
importati, e come alle Galapagos, abbiano variato per effetto delle
nuove condizioni a cui sono stati esposti; così la varietà della cima
dell'isola differisce da quella della costa.»
Nelle isole Falkland:
«Il coniglio è un altro animale che è stato introdotto, ed è riuscito
benissimo, cosicchè è molto abbondante in varie parti dell'isola.
Tuttavia, come i cavalli, i conigli stanno entro certi limiti; perchè
non hanno varcato la catena centrale di colline, e neppure si sarebbero
estesi alla base di queste se, come mi hanno detto i gauchos, non
ne fossero state colà portate alcune piccole colonie. Non avrei mai
supposto che questi animali, originari dell'Africa settentrionale,
avrebbero potuto vivere in un clima tanto umido come questo, e che gode
di così poco sole che anche il frumento matura solo qualche volta. Si
asserisce che in Svezia, dove ognuno crederebbe essere un clima più
favorevole, il coniglio non può vivere all'aria aperta. Inoltre, le
prime poche paia hanno dovuto contendere contro i nemici indigeni,
cioè la volpe ed alcuni grossi avoltoi. I naturalisti francesi hanno
considerato la varietà nera come una specie distinta, e l'hanno
chiamata Lepus magellanicus. Essi credono che Magellano, quando
parlava di un animale chiamato Conegos, nello stretto di Magellano,
si riferisse a questa specie; ma egli alludeva ad una piccola cavia,
che anche oggi vien così chiamata dagli spagnuoli. I gauchos ridevano
all'idea che la specie nera fosse differente dalla grigia, e dicevano
che in ogni caso non aveva estesa la sua cerchia più in là di quello
che avesse fatto la specie grigia, che le due non erano mai state
trovate separate, e che si riproducono insieme facendo prole pezzata.
Di quest'ultima posseggo ora un esemplare, ed è macchiato verso il
capo differentemente dalla descrizione specifica francese. Questa
circostanza dimostra quanto cauti debbono essere i naturalisti nel fare
nuove specie, perchè anche Cuvier, guardando il cranio di uno di questi
conigli, credette che fosse probabilmente distinto.»
Nella stessa località, parlando delle bovine, avverte come esse
differiscano molto nei colori e come nelle varie parti della piccola
isola predomini questo o quel colore.
«Intorno al monte Usborne, all'altezza di 300 a 450 metri sopra
il livello del mare, la metà circa delle mandre è di color topo o
piombino, tinta poco comune nelle altre parti dell'isola. Presso
Porto Pleasant predomina il bruno scuro, mentre al sud dello stretto
di Choiseul (che divide quasi l'isola in due parti) sono comunissimi
gli animali bianchi, colla testa e i piedi neri; in tutte le parti
s'incontrano animali neri e macchiettati. Il capitano Sulivan osserva
che la differenza nei colori dominanti era tanto evidente, che
guardando le mandre presso Porto Pleasant, sembravano da lontano
macchie nere, mentre al sud dello stretto Choiseul apparivano come
macchie bianche sui fianchi della collina. Il capitano Sulivan crede
che le mandre non si mescolino; ed è un fatto singolare che il bestiame
color topo, sebbene viva sui terreni montuosi, partorisce quasi un
mese prima che non le altre bovine colorite della pianura. È così
interessante vedere come il bestiame un tempo domestico si sia diviso
in tre colori, di cui uno probabilissimamente finirà per prevalere
sugli altri, qualora le mandre siano lasciate tranquille per parecchi
altri secoli.»
Nella Banda Oriental il Darwin trova una razza di bovine veramente
molto singolare, di cui parla nei termini seguenti:
«Incontrai due volte in questa provincia alcuni buoi di una
curiosissima razza detta Náta o Niata. Sembrano esternamente avere
quasi la stessa affinità coll'altro bestiame, come ha il cane mastino
cogli altri cani. La loro fronte è brevissima e larga, colla punta
nasale rivolta in su ed il labbro superiore molto all'indietro;
la mascella inferiore sporge oltre la superiore, ed ha una curva
corrispondente all'insù; quindi i loro denti sono sempre scoperti.
Le narici sono collocate in alto e molto aperte; gli occhi sporgono
all'infuori. Quando camminano portano il capo basso sopra un corto
collo, e le loro zampe posteriori sono alquanto più lunghe delle
anteriori che non sogliano essere. I loro denti scoperti, il capo
corto, le narici rivolte in su, danno loro un aspetto semifiducioso,
semi-provocante, quanto si può immaginare ridicolo.
«Dopo il mio ritorno, ho ottenuto il cranio di uno di questi animali,
per la gentilezza d'un mio amico, il capitano Sulivan R. N.; questo
cranio ora si trova nelle collezioni del Collegio dei Chirurghi. Don F.
Muniz di Luxan ha raccolto cortesemente per me tutte le informazioni
che ha potuto avere intorno a questa razza. Dalla sua relazione appare
che circa ottanta o novant'anni fa questi animali fossero rari e
tenuti come curiosità a Buenos Ayres. Si crede generalmente che questa
razza abbia avuto origine fra gli Indiani al sud del Plata, e che
presso di essi fosse comunissima. Anche oggi, quelli allevati nelle
provincie presso il Plata svelano la loro origine meno incivilita,
essendo più fieri del bestiame comune, ed abbandonando la femmina il
suo primo piccolo, quando è visitata o disturbata troppo sovente. È
un fatto singolare che una struttura quasi simile alla anormale come
quella della razza niata, caratterizza, secondo quello che mi ha
riferito il dottor Falconer, quel grosso ruminante estinto dell'India
che si chiama il Sivatherium. La razza è purissima, ed un toro ed una
vacca niata producono invariabilmente vitelli niata. Un toro niata con
una vacca comune, o l'incrociamento opposto, producono prole munita
di caratteri intermedii, ma quelli della razza niata sono spiccati:
secondo il signor Muniz, vi sono prove evidenti, contrarie alla
credenza comune degli agricoltori in casi analoghi, che la vacca niata,
quando è incrociata con un toro comune, trasmette le sue particolarità
più fortemente che non il toro niata quando viene incrociato con una
vacca comune. Quando l'erba è abbastanza alta, il bestiame niata
mangia colla lingua e col palato come le bovine comuni; ma durante le
grandi siccità, quando muoiono tanti animali, quelli della razza niata
soffrono maggiormente, e sarebbero distrutti se non fossero accuditi;
perchè il bestiame comune, come i cavalli, può mantenersi in vita,
brucano colle labbra sui rami degli alberi e nei canneti; i niata non
possono far questo tanto bene perchè le loro labbra non si congiungono,
e quindi si è osservato che muoiono prima del bestiame comune. Questo
fatto mi ha colpito come una buona prova della difficoltà che abbiamo
a giudicare, dai costumi ordinarii della vita, in quali circostanze,
che si presentano solo a lunghi intervalli, si possa determinare lo
scarseggiare o lo estinguersi di una specie.»
Nell'isola di Sant'Elena:
«Sulle parti più alte dell'isola, un numero notevole di una specie
di conchiglia, lungamente creduta marina, si trova incorporata nel
terreno. È riconosciuta essere una Cochlogenas, o conchiglia terragnola
di una forma particolarissima; unita a quella trovai altre sei specie;
ed in un altro punto un'ottava specie. È notevole che non se ne trovi
una vivente. La loro estinzione è stata probabilmente cagionata
dall'intiera distruzione dei boschi, e dalla conseguente perdita di
cibo e di ricovero, che seguì durante la prima parte dello scorso
secolo.»
Parlando delle isole Galapagos, che gli porsero campo ad osservazioni
zoologiche di grande importanza su certe specie di rettili che vi trovò
e descrisse, egli dice:
«La storia naturale di queste isole è sommamente curiosa e merita bene
tutta la nostra attenzione. La maggior parte dei prodotti organici
sono creazioni aborigene che non s'incontrano in nessun'altra parte;
vi è anche una differenza fra gli abitanti delle varie isole; tuttavia
mostrano tutti una spiccata affinità con quelli dell'America, sebbene
siano separati da quel continente da un vasto spazio di mare, largo
circa 500 a 600 miglia. L'arcipelago è in sè stesso un piccolo mondo, o
meglio un satellite attaccato all'America, dal quale ha tratto alcuni
pochi coloni dispersi, ed ha ricevuto il carattere generale delle sue
produzioni indigene. Considerando la piccola mole di queste isole,
sentiamo maggior meraviglia pel numero dei loro esseri aborigeni, e per
la ristretta cerchia di questi. Vedendo ogni altura coronata dal suo
cratere, ed i limiti della maggior parte delle correnti di lava ancor
distinti, siamo indotti a credere che durante un periodo geologicamente
recente, lo sconfinato oceano coprisse qui ogni cosa. Quindi, tanto
nello spazio, quanto nel tempo, ci pare di esserci in certo modo
avvicinati a quel grande fatto--quel mistero dei misteri--la prima
comparsa di nuovi esseri su questa terra.»
Se è per Darwin il mistero dei misteri il comparire di nuovi esseri
sulla terra, egli ci vede assai più chiaro nello scomparire delle
specie e nel legame fra le specie fossili e le viventi.
«L'affinità, sebbene lontana, tra la macrauchenia ed il guanaco, tra
il toxodon ed il capibara,--l'affinità ancor più stretta fra i tanti
sdentati estinti ed i viventi tardigradi, formichieri ed armadilli,
ora così grandemente caratteristici della zoologia del sud America--e
l'affinità ancor più stretta fra le specie fossili e viventi di
Ctenomys ed Hydrochaerus, sono fatti interessantissimi. Questa affinità
è dimostrata meravigliosamente--tanto meravigliosamente quanto quella
fra gli animali marsupiali fossili ed estinti dell'Australia--dalla
grande collezione portata ultimamente in Europa dalle caverne del
Brasile dai signori Lund e Clausen. In questa collezione vi sono specie
estinte di tutti i trentadue generi, eccetto quattro dei quadrupedi
terrestri che abitano ora le provincie in cui si trovano queste
caverne, e le specie estinte sono molto più numerose che non quelle
viventi oggi; vi sono fossili formichieri, armadilli, tapiri, pecari,
guanachi, opossum, tutti fossili, ed un gran numero di rosicanti del
nord America, di scimmie e di altri animali. Questa meravigliosa
affinità nello stesso continente fra i morti ed i vivi, spargerà, senza
dubbio, in seguito maggior luce sull'aspetto degli esseri organici
del nostro globo e la loro scomparsa da esso, che non qualunque altra
classe di fatti.
«È impossibile pensare al mutamento seguìto nel continente americano
senza provare la più profonda meraviglia. Anticamente esso deve
aver brulicato di enormi mostri; ora non troviamo che pigmei, se si
comparano colle razze affini antecedenti. Se Buffon avesse conosciuto i
giganteschi animali simili al tardigrado ed all'armadillo, ed i perduti
pachidermi, egli avrebbe potuto dire con maggior verità che la forza
creatrice aveva perso in America il suo potere, piuttostochè dire che
essa non aveva mai avuto grande vigore. La maggior parte, se non tutti,
di questi quadrupedi estinti vivevano in un periodo recente, ed erano
contemporanei della maggior parte delle conchiglie marine viventi. Dal
tempo in cui vivevano non può essere seguìto nessun grande mutamento
nella forma del terreno. Che cosa adunque può avere distrutto tante
specie o interi generi? La mente dapprima è irresistibilmente indotta
a credere a qualche grande catastrofe, ma per distruggere in tal modo
animali tanto grandi che piccoli, nella Patagonia meridionale, nel
Brasile, nelle Cordigliere del Perù, nel nord America sino allo stretto
di Behring, noi dobbiamo scuotere tutta l'ossatura del globo. Inoltre,
l'esame della geologia del Plata e della Patagonia induce a credere che
tutti i profili del terreno risultano da mutamenti lenti e graduati.
Dal carattere dei fossili in Europa, in Asia, nell'Australia e
nell'America settentrionale e meridionale, sembra che le condizioni che
favoriscono la vita dei quadrupedi più grossi fossero estese per tutto
il mondo; quali fossero queste condizioni nessuno fin'ora ha saputo
trovare. Non può essere stato neppure un mutamento di temperatura
quello che abbia nello stesso tempo distrutti gli abitanti delle
latitudini tropicali temperate ed artiche nelle due parti del globo.
Sappiamo positivamente dal signor Lyell che nel nord America i grossi
quadrupedi vivevano dopo quel periodo in cui i massi erratici erano
portati in latitudini ove oggi non giungono mai i ghiacci; da varie
cagioni indirette ma concludenti possiamo esser certi che nell'emisfero
meridionale anche la macrauchenia viveva molto dopo il periodo in
cui i ghiacci trasportavano i massi erratici. Potrebbe l'uomo, dopo
la sua prima invasione nell'America del sud, aver distrutto, come è
stato supposto, i pesanti megaterii e gli altri sdentati? Dobbiamo
almeno cercare qualche altra causa per la distruzione del piccolo
tucutuco a Bahia Blanca, e di molti topi fossili ed altri piccoli
quadrupedi del Brasile. Nessuno supporrà che una siccità, anche più
terribile di quelle che sono causa di tante perdite nelle provincie
del Plata, avrebbe potuto distruggere ogni individuo ed ogni specie
dalla Patagonia meridionale allo stretto di Behring. Che cosa diremo
dell'estinzione del cavallo? Queste pianure, che sono state poi
percorse da migliaia e centinaia di migliaia di discendenti della razza
introdotta dagli spagnuoli, hanno forse mancato di pascoli? Le specie
introdotte dopo hanno esse consumato il cibo delle razze antecedenti?
Possiamo noi credere che il capibara abbia preso il cibo del toxodon,
il guanaco quello della macrauchenia, i piccoli sdentati viventi quello
dei numerosi loro giganteschi prototipi? Certo, nessun fatto nella
lunga storia del mondo è tanto notevole quanto le vaste e ripetute
distruzioni dei suoi abitanti.
«Nondimeno, se noi consideriamo questo argomento da un altro punto di
vista, ci sembrerà meno incerto. Noi non teniamo presente alla mente
la profonda ignoranza in cui siamo delle condizioni di vita di ogni
animale, nè ci ricordiamo sempre che un qualche ostacolo impedisce
costantemente il troppo rapido accrescimento di ogni essere organizzato
lasciato allo stato di natura. In media la provvista del cibo rimane
costante; tuttavia la tendenza di ogni animale a crescere colla
propagazione è geometrica; ed i suoi effetti sorprendenti non sono
stati in nessun luogo più meravigliosamente dimostrati, come nel caso
degli animali europei che si sono rinselvatichiti in America durante
gli ultimi secoli. Ogni animale allo stato di natura si riproduce
regolarmente; tuttavia, in una specie da lungo tempo stabilita ogni
grande accrescimento di numero è evidentemente impossibile e deve
essere arrestato in qualche modo. Tuttavia raramente possiamo dire
con certezza, di una data specie, a qual periodo di vita o a qual
periodo dell'anno segua questo ostacolo, se solo abbia luogo a lunghi
intervalli, o anche quale sia la vera natura di questo ostacolo. Da
ciò probabilmente segue che proviamo pochissima sorpresa, vedendo
due specie, strettamente affini nei costumi, essere una rara e
l'altra abbondante nello stesso distretto, ovvero anche, che una si
trovi numerosa in un distretto, ed un'altra, che compie lo stesso
ufficio nell'economia della natura, abbondi in una regione vicina che
differisce pochissimo nelle sue condizioni. Se ci viene domandato come
questo segua, si risponde immediatamente che deriva da qualche lieve
differenza nel clima, nel cibo, o nel numero dei nemici; tuttavia
quanto raramente, se pur mai, possiamo segnare la causa precisa e il
modo di azione dell'ostacolo! Perciò siamo indotti a concludere, che
certe cause, quasi sempre al tutto inapprezzabili da noi, determinano
se una data specie sarà in numero abbondante o scarsa.
«Nei casi in cui noi possiamo segnare l'estinzione prodotta dall'uomo
di una specie, sia entro una vasta od una limitata cerchia, sappiamo
che essa diviene sempre più rara finchè sia perduta; sarebbe difficile
segnare una qualche esatta distinzione fra una specie distrutta
dall'uomo o dall'accrescimento dei suoi naturali nemici. L'evidenza
della scarsità che precede l'estinzione è più notevole negli strati
terziari successivi, come è stato notato da parecchi insigni
osservatori; è stato sovente veduto che una conchiglia, molto comune in
uno strato terziario, sia ora rarissima, e sia stata per lungo tempo
anche creduta estinta. Se dunque, come appare probabile, le specie
cominciano a divenir rare e poi si estinguono; se il troppo rapido
accrescimento d'ogni specie, anche fra le più favorite, è certamente
arrestato, come dobbiamo riconoscere, sebbene sia difficile dire come
e quando, e se noi vediamo senza la più piccola sorpresa, sebbene non
possiamo conoscerne la vera ragione, una specie abbondante ed un'altra
strettamente affine rara nello stesso distretto, perchè proveremo noi
tanta meraviglia di ciò, che lo scarseggiare faccia ancora un passo e
giunga all'estinzione? Un'azione che procedesse intorno a noi, fosse
anche appena apprezzabile, potrebbe certamente essere spinta un po'
più avanti senza eccitare la nostra osservazione. Chi proverebbe molta
sorpresa udendo che il megalonyx era anticamente raro a petto di una
delle scimmie viventi? E tuttavia in questa comparativa scarsità noi
abbiamo la più chiara prova delle condizioni meno favorevoli alla loro
esistenza. Ammettere che le specie divengano generalmente rare prima
di estinguersi; non sentir sorpresa della comparativa scarsità di una
specie rispetto ad un'altra, e tuttavia attribuire a qualche agente
straordinario l'estinzione di una specie e maravigliarsene grandemente,
mi sembra quasi lo stesso come ammettere che la malattia nell'individuo
è il preludio della morte; non sorprendersi della malattia, ma quando
l'ammalato muore meravigliarsi, e credere che sia morto violentemente.»
Parlando poi dei viventi lungo i due pendii delle Ande, egli dice:
«Rimasi molto colpito dalla notevole differenza che esiste fra la
vegetazione di queste valli orientali e di quelle del versante
chiliano; tuttavia il clima come pure la natura del terreno è quasi la
stessa, e la differenza di longitudine non ha importanza. La stessa
osservazione vale pei quadrupedi ed in un grado minore per gli uccelli
e gli insetti. Posso citare il topo, di cui ne ottenni sedici sulle
spiaggie dell'Atlantico, e cinque su quelle del Pacifico, e nessuna
di esse era identica. Dobbiamo eccettuare tutte quelle specie che
consuetamente o per caso frequentano le alte montagne, e certi uccelli
che si estendono al sud fino allo stretto di Magellano. Questo fatto
concorda perfettamente colla storia geologica delle Ande; perchè quei
monti hanno esistito come una grande barriera, dacchè le presenti
razze di animali sono comparse, e perciò, a meno di supporre che le
stesse specie siano state create in luoghi differenti, non dobbiamo
aspettarci nessuna più intima somiglianza tra gli esseri organici dei
versanti opposti delle Ande, che non fra quelli delle sponde opposte
dell'oceano. Nei due casi, dobbiamo lasciare in disparte quelle specie
che hanno potuto varcare la barriera, sia di roccia solida come di
acqua salsa.»
A queste parole egli soggiunge in nota: «Questo è semplicemente un
esempio delle leggi meravigliose, dimostrate per la prima volta dal
signor Lyell, sulla distribuzione geografica degli animali, sottomessa
all'azione dei mutamenti geologici. Naturalmente, tutta la teoria è
fondata sulla credenza dell'immutabilità delle specie, altrimenti la
differenza nelle specie di due regioni potrebbe essere considerata come
seguita durante un lunghissimo tratto di tempo.»
* * * * *
Leggasi finalmente quanto segue:
«Il tucutuco (_Ctenomys brasiliensis_) è un curioso animaletto, che
si può descrivere in poche parole, dicendo che è come un rosicante
coi costumi di una talpa. È numerosissimo in alcune parti del paese,
ma è difficile da ottenere, e non viene mai, credo, alla superficie
del terreno. Ammucchia all'imboccatura della sua tana monticelli di
terra come quelli della talpa, ma più piccoli. Grandi tratti di paesi
sono scavati per modo da questi animali, che i cavalli nel passare
si affondano fin sopra al pasturale. Il tucutuco appare, fino ad un
certo grado, di costumi gregari; l'uomo che me ne procurò alcuni
esemplari ne aveva presi sei insieme, e diceva che questo era il
caso consueto. Fanno vita notturna; ed il loro cibo principale è la
radice delle piante, che sono lo scopo dei loro scavi tanto estesi e
superficiali. Si scuopre generalmente questo animale per un rumore
speciale che fa quando è sotto terra. Colui che lo sente per la prima
volta rimane molto sorpreso, perchè non può facilmente spiegarsi donde
venga, nè può comprendere quale sorta di creatura lo possa produrre.
Il rumore consiste in un grugnito breve, ma non nasale nè aspro;
e questo grugnito è ripetuto monotonamente circa quattro volte in
fretta; il nome di tucutuco gli è stato dato per imitazione di questo
suono. Dove questo animale abbonda si può sentire in tutte le ore del
giorno, e alle volte precisamente sotto i propri piedi. Quando si
tiene in una stanza, il tucutuco si muove lentamente e goffamente,
ciò che sembra doversi attribuire al movimento che fanno all'infuori
le zampe posteriori, le quali non possono affatto, per la mancanza di
un certo legamento nel cavo articolare della coscia, fare il benchè
minimo salto. Allorchè tentano fuggire sono stupidissimi; quando sono
in collera o spaventati mandano il loro grido di tucu-tuco. Di quelli
che tenni vivi, parecchi, anche dal primo giorno, divennero al tutto
fiduciosi, non tentando di mordere nè di fuggire, altri erano un po'
più selvatici.
«L'uomo che li aveva presi mi disse che se ne trovavano moltissimi
ciechi. Un esemplare ch'io osservai nell'alcool era in questo stato; il
signor Reid considerava ciò come un effetto dell'infiammazione della
membrana nittitante. Quando l'animale era vivo, gli accostai il dito
fino a due centimetri dal capo, e non se ne accorse affatto; tuttavia,
sapeva come gli altri girare per la stanza. Considerando i costumi al
tutto sotterranei del tucutuco, la cecità, sebbene tanto comune, non
può essere un male molto serio; tuttavia appare strano che un animale
qualunque abbia un organo il quale tanto sovente corre rischio di
venire ammalato. Lamarck sarebbe stato contentissimo di questo fatto,
se lo avesse conosciuto, quando meditava (probabilmente con maggior
verità di quello che non fosse solito) sulla cecità gradatamente
acquistata dello spalace, rosicante che vive sotterra, e del proteo
anguino, rettile che vive entro buie caverne piene d'acqua; entrambi
questi animali hanno l'occhio in uno stato quasi rudimentale, e coperto
da una membrana tendinosa e dalla pelle. Nella talpa comune l'occhio
è sommamente piccolo, ma perfetto, sebbene molti anatomici non siano
ben certi che abbia relazione col vero nervo ottico; la sua vista deve
essere certo imperfetta, sebbene probabilmente sia utile all'animale
quando esce dalla sua tana. Nel tucutuco, che io non credo venga
mai alla superficie del suolo, l'occhio è piuttosto più grande, ma
spesso diviene cieco ed inutile, sebbene ciò non rechi, a quanto pare,
grande disturbo all'animale; senza dubbio Lamarck avrebbe detto che il
tucutuco sta ora operando il suo passaggio allo stato dello spalace e
del proteo anguino.»