Valparaiso val quanto dire Valle del Paradiso. Ciò basta a far
comprendere quanto debba essere attraente la regione cui venne dato un
tal nome. Ma quanto più doveva riuscire attraente ai naviganti che vi
avevano approdato col _Beagle_, venendo dalle spiagge desolate della
Patagonia.
Quella lunga striscia di terra che ha da tergo le Cordigliere e
davanti i flutti ora carezzevoli ora furiosi dell'Oceano Pacifico
rammenta, fatto il ragguaglio dal grande al piccolo, quella striscia
di terra tanto bella e cara fra noi, bagnata dal mare e sovrastata
dall'Appennino, che è la Liguria.
Come aveva fatto dalla parte dell'Atlantico, così pure il _Beagle_
doveva fare dalla parte del Pacifico, uno studio diligente delle
spiaggie dell'America meridionale. Perciò veleggiando per oltre un
anno andò su e giù lungo la costa del Chilì e anche a quella del
Perù esplorando arcipelaghi, isole, seni e porti. Come aveva fatto
dall'altra parte, il Darwin colse anche qui ogni opportunità che gli
si offerisse, sempre secondato dal degno comandante del _Beagle_,
per visitare le terre e farvi dentro lunghe, e talora lunghissime
escursioni.
Le fatiche di queste escursioni furono così grandi che alla fine di una
di esse, trascinandosi con molta pena gli ultimi giorni, arrivato a
Valparaiso il giorno 27 settembre 1834 dovette subito mettersi a letto
e vi rimase fino alla fine del mese di ottobre. Un inglese, il signor
Corfield, gli fu largo di una ospitalità della quale egli si ricordò
sempre poi con animo gratissimo.
Il Darwin trovò nel Chilì un qualche maggior grado di incivilimento e
nota la differenza fra i guasos e i gauchos.
«I guasos del Chilì, che corrispondono ai gauchos dei Pampas, ne sono
tuttavia ben diversi. Il Chilì è il più civile dei due paesi, e per
conseguenza gli abitanti hanno perduto gran parte del loro carattere
individuale. Le distinzioni di classi sono molto più fortemente
segnate; il guaso non considera per nulla ogni uomo come suo eguale,
ed io fui molto sorpreso trovando che ai miei compagni non piaceva di
mangiare con me nello stesso tempo. Questo sentimento di disuguaglianza
è una conseguenza necessaria dell'esistenza di un'aristocrazia del
danaro. Si dice che alcuni dei più grandi proprietari posseggono da
125,000 a 250,000 lire all'anno; questa disuguaglianza di ricchezze
non credo che si incontri in nessuno dei paesi di allevatori di
bestiame all'est delle Ande. Un viaggiatore non incontra qui quella
illimitata ospitalità che rifiuta ogni pagamento, ma che viene
accettata senza scrupoli. Quasi ogni casa del Chilì vi accoglierà per
una notte, ma l'indomani mattina sarà necessario dare una mancia; anche
un uomo ricco accetterà due o tre scellini. Il gaucho, quantunque possa
essere un assassino, è un gentiluomo; il guaso per alcuni rispetti ne è
migliore, ma nello stesso tempo è un uomo volgare e grossolano. Questi
due uomini, sebbene per molti riguardi abbiano le stesse occupazioni,
hanno costumi e aspetto differenti; e le particolarità di ognuno sono
universali ne' loro rispettivi paesi. Il gaucho sembra far parte del
suo cavallo e disdegna qualunque esercizio, tranne quello che fa
cavalcando; il guaso può esser preso a giornata per lavorare nei campi.
Il primo vive interamente di cibo animale, il secondo quasi tutto di
vegetale.»
Dall'una e dall'altra parte delle Ande la vita dell'uomo si lega a
quella del cavallo, dalle due parti v'ha tanta abbondanza di questi
animali che l'uomo li adopera senza pietà. Ciò mostra Darwin colle
seguenti parole:
«Un giorno mentre io cavalcava nei Pampas con un rispettabile
estanciero, il mio cavallo essendo stanco restava indietro. L'uomo
mi diceva spesso di spronarlo. Quando io gli diceva che io non aveva
cuore, perchè il cavallo era stanchissimo, egli esclamava:--Perchè no?
Non ci badate; spronatelo; il cavallo è mio.--Mi ci volle una certa
difficoltà a fargli capire che io non adoperava gli sproni per amore
del cavallo e non per amor suo. Egli con uno sguardo tutto meravigliato
esclamò:--Ah! Don Carlos, que cosa!--Evidentemente quell'idea non gli
era mai passata per la testa. I gauchos sono conosciutissimi per essere
eccellenti cavalieri. L'idea di cader da cavallo, qualunque cosa faccia
quest'ultimo, non passa mai loro per la mente. Secondo la loro opinione
un buon cavaliere è un uomo che sa domare un puledro selvaggio, o
che, quando il cavallo cade, scende di sella sui proprii piedi, o sa
compiere altre cosifatte gesta.
«Ho sentito parlare di un uomo che scommetteva di gettar giù il suo
cavallo venti volte ed egli rimaner ritto diciannove. Mi ricordo d'aver
veduto un gaucho che cavalcava un cavallo molto restìo, il quale per
tre volte di seguito si rizzò tanto alto da cadere violentemente
all'indietro. L'uomo cavalcava con meravigliosa freddezza e spiava il
momento acconcio per scender giù, non un momento prima nè uno dopo
del tempo giusto; ed appena il cavallo era di nuovo in piedi, l'uomo
gli balzava sul dorso, ed alla fine partirono di galoppo. Il gaucho
non sembra mai esercitare nessuna forza muscolare. Un giorno io stava
osservando un buon cavaliere, mentre galoppavamo rapidamente, e pensava
fra me:--Certo se il cavallo fa un salto, tu che sembri così noncurante
sulla tua sella, devi cadere.--In quel momento uno struzzo maschio
sbucò fuori proprio sotto il naso del cavallo, il giovane puledro
spiccò un salto da una parte come un cervo; ma tutto quello che si
sarebbe potuto dire dell'uomo era che egli si era scosso e spaventato
col suo cavallo.
«Nel Chilì e nel Perù si accudisce molto di più la bocca del cavallo
che non nella Plata, e questo evidentemente è una conseguenza della
natura più intricata del paese. Nel Chilì un cavallo non è tenuto per
veramente domato, finchè non si possa farlo fermare di botto, quando è
in piena carriera, sopra un punto particolare; per esempio, sopra un
mantello steso sul terreno; oppure slanciarlo contro un muro e farlo
alzare e graffiarne la superficie cogli zoccoli. Ho veduto un animale
pieno di spirito, il quale, guidato soltanto con due dita, prese
il galoppo attraverso un cortile, e fu fatto girare intorno ad uno
steccato di una veranda, con grande speditezza, ma conservando sempre
la stessa distanza, tantochè il cavaliere tenendo il braccio steso,
sfregò per tutto il tempo il suo dito contro lo steccato, poi facendo
un volteggio in aria, coll'altro braccio steso nello stesso modo, egli
ricominciò a correre con meravigliosa forza nella direzione opposta.
«Un cavallo cosiffatto è ben domato, e per quanto questo possa parere
a prima vista inutile, non lo è per nulla. Non si fa che quello che
ogni giorno vuol esser fatto, con perfezione. Quando un toro selvatico
è inseguito e preso col lazo, si mette talora a galoppare in giro, ed
il cavallo spaventato del grande sforzo, se non è ben domato, non
si metterà subito a girare come il perno d'una ruota. In conseguenza
di ciò molti uomini sono stati uccisi, perchè se il lazo si avvolge
per caso intorno al corpo di un uomo, esso viene all'istante, per la
forza dei due opposti animali, quasi tagliato in due. Per lo stesso
principio non si fanno grandi corse, e queste sono della lunghezza di
due o trecento metri, volendo avere cavalli che facciano uno slancio
veloce. I cavalli da corsa non sono ammaestrati soltanto per toccare
coi loro zoccoli una linea, ma per portare tutti quattro i piedi
insieme, onde al primo sbalzo mettere in giuoco la piena azione delle
parti posteriori. Mi fu raccontato al Chilì un aneddoto, che credo
vero; esso presenta un buon esempio dell'uso di un animale ben domato.
Un rispettabile signore incontrò, un giorno, mentre era a cavallo,
due uomini, uno dei quali montava un cavallo che quel signore sapeva
essergli stato rubato. Egli li accusò di questo; essi risposero
sguainando la sciabola ed inseguendolo. L'uomo, sul buono e veloce
cavallo, si tenne sempre a poca distanza da loro; mentre egli passava
accanto ad un fitto cespuglio, cominciò a correre attorno a questo e
mise il suo cavallo dietro a questo riparo. Gli inseguitori furono
obbligati a slanciarsi dall'una e dall'altra parte. Allora sbucando
fuori repentinamente, proprio dietro di essi, immerse il suo coltello
nel dorso di uno degli uomini, ferì l'altro, ricuperò il suo cavallo
dal ladro moribondo, e se ne andò a casa. Per queste gesta ippiche
sono necessarie due cose; un freno molto forte, come quello dei
mammalucchi, la forza del quale, sebbene adoperata di rado, è notissima
al cavallo; grandi sproni spuntati che possono essere adoperati talora
come un semplice tocco, talora come uno strumento dolorosissimo.
Comprendo che gli sproni inglesi, i quali pungono la pelle al menomo
tocco, sarebbero impossibili da adoperare con un cavallo domato al modo
del sud America.
«In un podere presso Las Vacas un gran numero di cavalle vengono
uccise ogni settimana per la loro pelle, sebbene questa non valga più
di cinque dollari di carta, o dodici franchi e mezzo l'una. Sembra
dapprima strano che valga la spesa di uccidere tante cavalle per un
prezzo così minimo; ma siccome in questo paese è tenuto come cosa
ridicola domare o cavalcare una cavalla, esse non hanno altro valore
tranne che da la loro riproduzione. L'unico caso in cui vidi adoperare
cavalle era per levare il grano dalla spiga; perciò erano fatte girare
in un recinto circolare ove i covoni erano distesi. L'uomo incaricato
di macellare le cavalle era celebre per la sua destrezza nel maneggiare
il lazo. Allogatosi alla distanza di dodici metri dall'ingresso del
recinto, egli aveva messo pegno che avrebbe preso le zampe di ogni
animale senza mancarne uno, mentre gli passava di corsa vicino. Vi
era un altro uomo il quale diceva, che egli sarebbe entrato nel
_corral_ a piedi, avrebbe preso una cavalla, le avrebbe legato le zampe
anteriori insieme, l'avrebbe tirata fuori, gettata a terra, uccisa,
scuoiata, e preparata la pelle per seccare (quest'ultima faccenda è
molto noiosa); ed egli si impegnava a compiere tutte queste operazioni
sopra ventidue animali in un solo giorno. Oppure ne avrebbe ucciso e
scuoiato cinquanta nello stesso tempo. Questo sarebbe stato un compito
prodigioso, perchè viene considerato come una buona giornata di lavoro
lo spelare e preparare le pelli di quindici o sedici animali.»
Il concetto dell'ufficio di un naturalista, secondochè il Darwin ebbe
campo a riconoscere, non era più preciso dalla parte occidentale delle
Ande di quello che egli lo avesse trovato ad Oriente.
«Un giorno, un raccoglitore tedesco di storia naturale chiamato
Renous venne a farci una visita, e quasi nello stesso tempo venne
pure un vecchio avvocato spagnuolo. Mi divertii molto al sentir la
conversazione che ebbe luogo fra loro. Renous parlava lo spagnuolo
tanto bene, che il vecchio avvocato lo prese per un Chiliano.
Renous volendo parlare di me, gli domandò che cosa pensava del
re d'Inghilterra che mandava un naturalista nel loro paese, per
raccogliere lucertole e scarafaggi e per spaccar pietre? Il vecchio
signore rimase meditabondo per qualche tempo e poi disse:--Non va
bene--_Hay un gato encerrado aqui_ (vi è un gatto chiuso qui). Nessuno
è tanto ricco per mandare in giro un uomo a raccogliere cosiffatte
porcherie. Non mi piace. Se uno di noi andasse in Inghilterra a fare
queste cose non credete che il re d'Inghilterra ci manderebbe via
subito da quel paese?--E questo vecchio signore, per la sua professione
apparteneva alla classe più istruita e più intelligente! Renous stesso,
due o tre anni prima, aveva lasciato in una casa a San Fernando alcuni
bruchi, sotto la sorveglianza di una fanciulla, perchè desse loro da
mangiare e divenissero farfalle.
«Questo venne saputo nella città e finalmente consultatisi insieme i
Padres ed il governatore, furono d'accordo per dire che doveva essere
qualche eresia. In conseguenza quando Renous tornò, venne arrestato.»
Non era molto più chiaro il concetto che si aveva là della differenza
fra un cattolico e un protestante. Presso Santiago.
«La sera si giunse ad un comodo podere, ove si trovavano varie belle
signorine. Esse furono molto scandalizzate sentendo dire che io
era entrato in una delle loro chiese per pura curiosità. Esse mi
domandarono:--Perchè non vi fate cristiano, mentre la nostra religione
è la buona?--Le assicurai che io ero una specie di cristiano, ma non mi
vollero credere, riferendosi alle mie parole:--Non è vero che i vostri
preti, i vostri vescovi prendon moglie?--L'assurdità di un vescovo
ammogliato era ciò che le colpiva maggiormente e non sapevano quasi se
ridere o inorridire d'una tale enormità.»
Al sud del Chilì è ancora numeroso l'elemento indiano puro, o misto,
e nell'isola di Chiloe il Darwin, parlando di una famiglia indiana
da lui veduta, e intorno alla quale dà, secondo il solito, con poche
parole importanti ragguagli, esclama:
«Fa piacere veder gli indigeni giunti allo stesso grado
d'incivilimento, per quanto basso esso sia, al quale sono giunti i loro
conquistatori bianchi.»
Questo grado d'incivilimento invero non è guari elevato.
«Gli abitanti, come quelli della Terra del Fuoco, girano principalmente
sulla spiaggia o nei loro battelli. Quantunque vi sia cibo in
abbondanza, gli abitanti sono poverissimi; non vi è richiesta di lavoro
ed in conseguenza le classi più basse non possono mettere insieme
danaro sufficiente anche per comprarsi le più piccole superfluità.
V'ha pure una grande deficienza di mezzo circolante. Ho veduto un uomo
che portava sul dorso un sacco di carbone, col quale voleva comprare
qualche piccola cosa, ed un altro portava una tavola per mutarla
contro una bottiglia di vino. Quindi ogni negoziante deve anche essere
bottegaio, e vendere di nuovo le merci che prende in cambio.»
A Castro, antica capitale di Chiloe, ora abbandonata e deserta,
«Si poteva ancora scorgere la disposizione quadrangolare delle città
spagnuole, ma le strade e la piazza erano ricoperte di una bella erba
verde sulla quale brucavano le pecore. La chiesa che sta nel mezzo è
al tutto fabbricata di legno, ed ha un aspetto piuttosto pittoresco
e venerabile. Si può immaginare la povertà di quel luogo da questo
fatto, che quantunque contenga alcune centinaia di abitanti, uno della
nostra brigata non riuscì in nessun luogo a trovar da comperare una
libbra di zucchero o un coltello comune. Nessun individuo possedeva un
oriuolo, ed un vecchio, il quale si supponeva avesse un'idea giusta del
tempo, era incaricato di suonare la campana della chiesa così a caso.»
Nell'isola di Lemuy gli abitanti furono meravigliatissimi di veder
arrivare gli inglesi, e compresero allora perchè poco prima avessero
veduto un gran numero di pappagalli e perchè il Cheucau, un uccellino
del petto rosso, mandasse con tanta insistenza un certo grido con cui
suole destare la loro attenzione nei casi più straordinarii. Quegli
abitanti
«Furono subito molto volonterosi di fare cambi. Il danaro non valeva
quasi nulla, ma la loro avidità pel tabacco aveva qualche cosa di
straordinario. Dopo il tabacco veniva subito l'indaco, poi il capsicum,
le vecchie vestimenta e la polvere da schioppo. Quest'ultimo articolo
era richiesto per uno scopo innocentissimo; ogni parrocchia ha un
moschetto pubblico, ed hanno bisogno della polvere per far rumore il
giorno della festa del santo o di altre feste.»