d’Arpino, pur dispregiandolo, e odiava Silla, ammirandolo. Comprendeva
la sapiente astuzia di colui, nello stare sempre lontano da Roma,
intanto che Mario, sebbene maledetto dai due partiti, era tuttavia
l’eroe massimo, e, anche dopo avere udita con gioja la morte del
rivale, nel tenersi per più anni ancor lungi dalla patria, per dar
tempo ai Romani di stancarsi dei sanguinarj proseliti di Mario.
Comprendeva tutta la gravità del concetto sillano. Siccome Temistocle
aveva detto trovarsi Atene sulle navi, in pari modo Silla aveva veduto
la _Roma vera_, la _Roma viva_, trovarsi tutta nel campo, marciante e
vagante e vittoriosa, in mezzo alle legioni. Riputò pertanto ch’egli,
in questo, doveva riprodurre, con imitazione rigorosa, la sagacia
sillana; chè le conseguenze di quella sagacia, dopo le vittorie
d’Oriente contro Mitridate, furono la vittoria in Roma, e il dominio
assoluto sull’Italia. Cesare, il nemico acerrimo di Silla, lo ricopiò
letteralmente. Se si fosse trattato di un’opera dell’arte, tutti lo
avrebbero redarguito di vergognoso plagio. Ma, sul campo dell’azione,
il plagio, quand’è usufruttato opportunamente, è un atto di sapienza.
E, sempre ammirando l’odiato Silla, comprendeva, senza che ne
provasse ribrezzo, come la tranquillità spietata onde aveva imposto
la sanguinaria proscrizione e lo sterminio di intere popolazioni,
di intere città, di tutto che gli parve contaminare la repubblica,
assomigliasse alla tranquillità del chirurgo, il quale amputa le membra
credute funeste all’intero corpo. Cesare pensava che, in questo, non
lo avrebbe mai imitato; ma pure non sentiva orrore di quelle stragi
operate con metodo, quasi diremmo scientifico. Un romano non poteva
aver le nostre viscere, e se Cesare fosse pietoso lo si vide quando,
giovinetto, fece impiccare i pirati dai quali erasi riscattato; lo si
vide nelle Gallie, e più in Roma, allorchè, alla ferocia, congiunse
la viltà, la viltà nata d’invidia, esercitata contro il generoso
e prode Vercingetorige, l’emulo suo formidabile, il quale, datosi
spontaneamente a lui, fu tratto a Roma, incatenato al carro trionfale,
tenuto in carcere decenne, e scelleratissimamente poi fatto scannare.
La clemenza di Cesare, onde son piene le pagine della storia
convenzionale, assomiglia alla così erroneamente decantata generosità
del leone che, pur allora che è satollo, si tien la preda in serbo per
divorarla poi. Eccettuata adunque la proscrizione, Cesare s’accorse
che di tutti i Romani, che nel passato s’eran tenuto in pugno il
massimo potere, da quel Silla che aveva tanto aborrito e che aborriva
ancora, doveva ripetere le prime linee del proprio disegno, e rifare,
quando fosse venuto il tempo, molti dei provvedimenti che segnalarono
la dittatura di colui. Silla spartì le terre dello Stato a centoventi
mila veterani, diede la libertà a migliaia di schiavi. In questo
Cesare pensava di imitarlo; ma non mai, se la fortuna fosse stata per
dargli la preponderanza sulle sorti romane, avrebbe voluto nè dare, nè
conservare al Senato la sovranità del governo, non mai avrebbe voluto
discendere dal sommo fastigio dello Stato, per ridursi a vivere ed a
morire da privato.
— È chiaro, diceva Cesare, che colui nell’estremo della vita era
impazzito; forse l’assidua pena onde i pedicoli voraci, penetrandogli
sempre più nelle carni, lo tormentavano, gli fecero aborrire e
disprezzare quell’ente che è più desiderabile dall’uomo il quale sa e
sente di essere superiore a tutti gli altri, il potere; in questo non
avrebbe mai voluto imitarlo.
A questo punto, al lume di una _lucerna polimixa_ che contava dodici
lucignoli, tornò a leggere Varrone, e a misurare i segni geografici
onde quell’archeologo aveva incise alquante tabelle a schiarimento di
Polibio, di Eratostene e di Ipparco. Cesare in quella notte misurò
tutte le terre che allora erano sottomesse a Roma. Verso l’ora del
_conticinio_ si adagiò sul cubicolo da campo, e dormì fino a sole alto.
Dopo il meriggio gli fu recato il decreto del Senato che gli vietava di
potere simultaneamente aver l’onore del trionfo e optare al Consolato.
Non stette in dubbio un istante. Recossi tra le legioni; le licenziò.
Un lungo ululato in cui l’entusiasmo suonava insieme col dolore,
accompagnò le sue parole.
A notte entrò in Roma segretissimamente.
XXIV.
IL TRIPICINIO.
Col ritorno di Cesare dalla Lusitania, e col suo ingresso in Roma per
optare al Consolato, si chiude la sua giovinezza, e una giovinezza
protratta. Esso allora aveva trentott’anni. Pure si vuol protrarla
ancora, perchè alcuni fatti che si compirono dopo, tengono la loro
prima radice in essa, e molti dei motivi già prodotti rimarrebbero in
tronco, senza seconda parte, con pericolo d’imitare la melodrammatica
gallo-germanica, e d’insultare al genio italico, sebbene questa non sia
palestra musicale.
Cesare, abbiamo detto, segretissimo, a notte, entrò in Roma, e
segretissimo entrò nel tempio là nella Suburra; gli ostiarj, i servi,
gli schiavi lo attendevano. Egli diede monete a tutti, e tutti gli
s’inchinarono, sorridendogli con riverente e grato viso. Egli era
idolatrato da coloro. Entrò nella biblioteca, e là, raccogliendo
i pensieri fatti lungo la via, coi nuovi che, nel silenzio ond’era
circondato, gli vennero abbondanti, li strinse in un vasto disegno. Era
un piano di battaglia. Ei pensava ch’era venuto il tempo di tentare
imprese romanamente grandi, di sospingersi nel fitto dell’azione, di
emulare Alessandro, del quale, con lagrime d’invidiosa ed impaziente
ambizione, aveva ammirata la statua nelle Spagne.
Non dubitava di venire eletto console. Aveva per sè il popolo, e
conosceva il Senato che, se non lo amava, lo temeva.
Però, la susseguente giornata fu per lui operosissima. Preparò tutti
i congegni per assicurar l’elezione, si mostrò al popolo, il quale
circondandolo e seguendolo gli applaudiva e acclamava il suo nome, ed
egli lungo la via, in più luoghi fermandosi, tenne ad esso opportuni
discorsi. Venne poscia al Senato nell’ora che era convenuto, e i
senatori al suo apparire si alzarono tutti, e gli applaudirono, perchè
gli amici di lui non pochi, alzandosi primi e applaudendo a furore,
costrinsero gli altri ad imitarli, chè non amavano rivelarsi. Cesare
disse brevi parole, pregando il Senato ad assegnargli un giorno per dar
conto della propria amministrazione in Lusitania. Il dì gli fu subito
statuito. Uscì allora dal Senato, e se ne venne alla casa di Pompeo.
Quando ne varcò il limitare, già cominciava a tradursi in atto il suo
vasto, profondo, astuto disegno.
Pompeo stava anch’esso nella sua, per lui inutile, biblioteca, e Cesare
passò in essa. Pompeo lo accolse con lieto volto. Sedettero entrambi.
Stettero muti alquanto; nè Pompeo era tale da rompere primo il
silenzio. Amava o non parlare o parlar poco, chè si smarriva facilmente
negli ambiti del discorso. Parlò dunque Cesare primo:
— Io non venni qui, o Pompeo, a farti una visita onoraria. Sì venni
per cose gravi. Grande sei tu chiamato, e grande sei, ma a che ciò ti
vale? Lucullo addensa nemici ai danni tuoi, e avendo pagato i debiti
di Clodio, questi, e per l’ira spontanea, antica che sente per te, e
per mostrarsi grato al suo benefattore, il quale mai non ti perdonerà
l’avergli strappata di pugno l’impresa de’ Pirati, e la conseguente
vittoria e la gloria, minacciò e minaccia d’incendiare tutti i tuoi
possedimenti. Queste cose io le seppi al campo, e tu le sai. Non basta
dunque essere grandi; conviene essere potenti.
— Ben parli, o Cesare, ma a che accenni?
— A questo; che se la potenza, anzi la prepotenza non può averla uno
solo, la si ottiene condensando le forze di più. I fasci dei littori
non vi è chi li sappia spezzare, pure le verghe, onde son contesti,
le infrange un fanciullo. Unisciti dunque a me, o Pompeo; io cercherò
altr’uomo, altro che a noi si confederi. — Quest’uomo è Crasso. Pensa,
Pompeo, che noi tre, di tutta Roma, possediamo, quale privilegio,
le virtù più bramate dai mortali, le quali, congiunte, producono
l’invincibile forza. Tu hai la grandezza. Crasso la ricchezza. Appena
un re dell’Asia può in questo competer seco. Io tengo qualche virtù a
me particolare, che nè tu hai, nè egli, e nessuno ha.
Pompeo sorrise, quasi dicesse: Lo so.
— Stringiamoci dunque insieme, continuava Cesare, e l’universo è nostro.
— Ben parli, ripeto. Ma quanto dici non sta nel possibile. Crasso è mio
nemico antico e implacabile.
— A Crasso provvedo io. Accetti dunque tu?
Pompeo stette pensoso un istante, poi:
— Se Crasso accetta, disse, io accetto.
E Cesare, strano a dirsi, alla risposta di Pompeo, si fece per poco
meditabondo anch’esso.
Davvero che quelle due grandi figure di Roma antica, che poi dovevano
disputarsi il dominio del mondo, in quel momento meritavano di essere
plasticamente ritratte. Come erano dissomiglianti l’uno dall’altro!
Pompeo aveva grossa testa, con capelli fittissimi che scendevano
fino al sopracciglio, occhio ampio e bello; ma tutta la sua bellezza
consisteva nelle linee della cassa, e svaniva alla pupilla, nera e
profonda, ma senza mobilità, nè espressione. Ampie spalle mostrava, ed
ampio petto. Era davvero il tipo completo della razza romana.
Cesare, già lo abbiamo descritto e con precisione quasi anatomica,
pure, esaminandolo in confronto di Pompeo, aggiungiamo che nulla
affatto c’era in lui di romano; anzi pareva si dilungasse da Roma e
dal suo tempo. L’eleganza della sua figura e della sua veste, pareva
arieggiasse la leggiadria dei costumi futuri. Era insomma un uomo
moderno. L’architettura ossea della sua testa era grande certo più
di quella di Pompeo, ma non appariva, perchè ancora in quell’età,
una indescrivibile grazia, in parte naturale, in parte voluta, ne
smorzava le linee, e lor toglieva tutto quello che ci poteva essere
di profondamente antico. Del resto, non è vero che interceda tanta
somiglianza tra Cesare e Napoleone. Il primo era alto di statura,
aveva bel collo, uscente libero dalle spalle, aveva occhi neri e
vivacissimi, che talora inutile rendevano la parola. Gli occhi di
Napoleone eran gialli e felini, che facevano abbassar quelli di chi
lo guardava, e non avevano altra espressione che la terribilità di una
volontà implacabile. Non si parli più dunque di somiglianza tra il più
grand’uomo di Roma antica e il più gran capitano dei tempi moderni.
Meditato alquanto, Cesare si alzò; si alzò Pompeo, e si strinsero la
mano. In quel momento parevano davvero amicissimi. Solo in fondo alla
mente di Cesare sorgeva già il germe di un obliquo disegno.
— Non è da indugiarsi, soggiunse poi. Io volo a Crasso.
Pompeo, zoppicando, chè da anni aveva una piaga nella gamba destra,
onde le fasciava ambedue con nastri bianchi, accompagnò Cesare fino al
cavedio.
Prima di recarsi alla casa di Crasso, Cesare tornò alla Suburra. Fece
attaccare i cavalli, e salì in cocchio insieme col suo fidato Taltibio,
recantesi in braccio i quattromila talenti che Crasso aveva prestati
a Cesare. Questi conosceva l’avarizia dell’amico, e come la ricomparsa
di quei quattromila talenti gli avrebbe messa una tale giocondità nel
sangue, da renderlo docile a qualunque volere e consiglio.
Crasso, invece di starsi coi clienti, passeggiava nel cavedio coi
mediatori di danaro e coi banchieri e feneratori d’ogni conio, tra
i quali v’erano alcuni perversi veramente, degni di capestro. Essi
tenevano stanza intorno al foro, e mercanteggiavano di danaro,
ma quanti cadevano nel loro laccio, e che: _se obruebant in aere
circumforaneo_, come allora correva il detto, il quale significava
ch’eran carichi di debiti, dovevano presentare garanzie impreteribili,
eran fonte di un ingente reddito a Crasso, il quale dava il danaro ai
feneratori di seconda e terza classe, e ne ritraeva usure così ladre
che oggi non potrebbero essere credute.
Crasso, visto Cesare, gli mosse incontro con grande cortesia, licenziò
quella canaglia, e:
— Entriamo, disse: che ti conduce a me?
— Entriamo.
Cesare fece segno a Taltibio di seguirli. E Taltibio, onusto dei
quattromila talenti, tenne dietro al padrone.
— È il primo giorno, o Crasso, che io sto in Roma. Ma il primo
pensiero fu di restituirti il danaro. Guarda, e conta, e accogli i miei
ringraziamenti.
— Sei stato ben sollecito, disse Crasso, ma bene hai fatto....
E guardò e contò, e rendeva la somiglianza di un ghiottone eccezionale,
quando, spensierato d’ogni altra cura, va cospargendo dei cari sapori
di un cibo desiderato tutte le papille gustatorie.
Crasso aveva allora quarantotto anni, sebbene ne dimostrasse più di
cinquanta. Era grosso e panciuto; bensì, per un contrasto strano,
aveva il volto scarno. E ciò che, a ben guardarlo, lo rendeva diverso
dagli altri, era il suo sguardo. Che possa dare idea dell’occhio di
Crasso, non è che quello dell’avoltoio; vibrava una luce vivissima, la
quale scompariva, sarebbesi detto, sotto a una pellicola opaca che la
smorzava, lasciandola ricomparire tosto, a saettare altri raggi acuti,
per spegnersi poi di nuovo.
— Pompeo ti saluta.
— Megabocco mi saluta? esclamò Crasso con meraviglia.
Megabocco era uno dei tanti soprannomi che aveva Pompeo, e che erano
stati inventati da Cicerone.
I dispregiatori di Pompeo in Roma ripetevano que’ soprannomi; però lo
si chiamava Epicrate, Alaborche, Sampiceramo. Erano parole enigmatiche
di cui Cicerone si valeva, parlando cogli amici, ogni qualvolta voleva
dir male di Pompeo, senza che gli astanti potessero intendere quel che
diceva, e riferirlo a Pompeo stesso. Ma le parole si sparpagliavano per
tutta Roma, e con esse probabilmente anche la spiegazione degli enigmi.
— E dunque, disse Crasso a Cesare, per che ragione grave sei tu venuto?
— Io t’ho visto ieri, e t’ho stretto la mano, e ho invocato gli Dei
quando ti espressi le parole augurali, affinchè la tua gloria presente
si accrescesse e si perpetuasse.
— Senza gravi ragioni non si salutano tutti i giorni che le donne
desiderate. Ma tu non sei tale, però se ti reco i saluti di Megabocco
vuol dire che la terza parte del dominio di Roma e del mondo io ti
metto nelle mani. Ti par essa cosa da dispregiare?
Crasso guardò Cesare con grande stupore, e:
— Se tu non fossi Cesare, davvero che sospetterei avere il sole ispano
riscaldata e alterata la tua mente.
— La mise invece al suo perfetto calore. Ed ora le mie facoltà sono
complete. Trattasi pertanto di confederarci noi tre; tu, Pompeo, ed
io, e di governare con mano di ferro e con inesorabile volontà questa
repubblica che va scardinandosi da tutte le parti, e di dominare
codesto Senato che contiene tutta la feccia patrizia, ben più funesta
alla repubblica della feccia romulea di Cicerone. Però accogli la
proposta; lascia ogni rancore, t’accosta a Pompeo; con esso parlerai
stanotte nella mia casa alla Suburra, io verrò a prenderti in cocchio.
Nessuno v’è in Roma, come già dissi a Pompeo, che al pari di noi
tre abbia le doti atte per governare e dominare e trarsi a sè tutto
il popolo romano e l’italico; tu, il più ricco, taccio della gloria
militare; Pompeo il più grande, almen tale è riputato dal Tevere al
Gange; io.... io tengo virtù che forse mi vi faranno eguale.
— Ebbene, disse Crasso, alzandosi e passeggiando, quando si ha a
diventar padroni della terza parte del mondo, che tu già palleggi,
(egli sorrise) ben si può ancora stringere la mano a Megabocco.
Cesare, sorridendo pur esso, disse a Crasso:
— I quattromila talenti, che troppo presto ti ho restituito, ora
dovresti ritornarli nelle mie mani, in compenso di quella parte di
mondo che ti concedo.
Così, amabilmente scherzando, que’ due Romani, innamorati della patria,
sotto colore che la repubblica si scardinava, preparavano le leve per
farla uscire di perno.
E Cesare si partì, dicendo a Crasso:
— Alla media notte verrò a prenderti in cocchio.
— Io aspetterò.
Venne la media notte. Cesare recossi da Crasso. Partirono insieme
per la Suburra. Pompeo li attendeva. Entrarono. Crasso e Pompeo
simultaneamente mossero incontro l’uno dell’altro, e si strinsero la
mano. Sedettero. Le cose che Cesare aveva dette la mattina all’uno e
all’altro furono ripetute, e nelle stanze più interne, nel silenzio
della notte, segretissimamente giurarono di stare ognora congiunti
a porgersi vicendevole aiuto, di fare tutto quello che fosse atto
a raggiungere i vasti intenti. La repubblica romana e il mondo già
perigliavano, messi in bilico sugli omeri poderosi, ma infidi, di quei
tre. Fu questo uno dei momenti storici più caratteristici e fatali
dell’antica Roma.
Pronunciato il giuramento, al quale Cesare diede una solennità quasi
rituale, egli soggiunse:
— Oggi tra me pensavo poter esser utile che Cicerone si accosti a
noi; l’elemento cittadino è da lui per eccellenza rappresentato. In
noi c’è senza dubbio la colleganza di tutte le varie doti necessarie
per dominare la repubblica; ma l’elemento cittadino, se non ci manca
adesso, ci verrà a mancare, non per altro che perchè dovremo lasciare
Roma per altre imprese di guerra. Se lo credete, domani io tenterei
Cicerone, per vedere di trarlo a noi.
— Dubito ch’egli ti annuisca, o Cesare.
— Annuirà. Necessariamente ei deve temerci. Il grand’uomo è ambizioso;
in tutto vuol essere il primo a trovare e condurre un disegno. Ma
è timidissimo anche, e, in mezzo a due contrarj venti, mal saprebbe
reggersi in piedi. Posto in mezzo tra noi e il Senato, che volete voi
che faccia o possa il grande oratore?
— Se ti riesce di trarlo a noi, disse Crasso, facciano gli Dei
immortali che ciò sia per il bene. Ma Cicerone è uomo ognora
tentennante, e, per quanto più forze congiunte sieno possenti, se una
sola vacilla, tutto può andare a rovina.
— S’ei sarà per vacillare, cadrà, e la sua timidezza, sebbene obliqua,
lo metterà nel nostro pieno dominio, e, di quel prezioso elemento che a
noi avrebbe dato gran forza, anche il Senato sarà destituito.
«Or, prima di lasciarci, dobbiamo parlar d’altra cosa importantissima
per me ed anche per voi. Se io ottengo il Consolato, il nostro potere
si consolida sempre più. Conviene adunque ajutarmi per conseguirlo. Io
rinunciai al trionfo per presentarmi candidato. Il popolo è per me,
e del Senato la più parte. Oggi non stetti in biblioteca, e, tra in
cocchio e tra pedestre, misurai Roma più volte, per parlare a quanti mi
era necessario; però col vostro appoggio non dubiterei di riuscire.»
— Impegno la mia fede, o Cesare, che il mio aiuto non ti mancherà,
disse Pompeo.
— Ed io impegno la mia, soggiunse Crasso.
E l’uno e l’altro lasciarono la casa di Cesare.
A questi, tornato appena dalle Spagne, era bastato un dì solo per
preparare e colorire un audace disegno, che doveva poi, per gradi,
cangiare i destini di Roma; era bastato un dì solo per abboccarsi con
tutti i proprj clienti, e farseli sempre più devoti; per trattare con
un tal Votinio, affinchè assoldasse pel dì delle elezioni da due a tre
migliaja d’uomini della più lurida e sanguinaria plebe romana.
Quando fu solo, Cesare si sentì pago dello scorso giorno, e, pensando
alla facilità onde aveva riconciliati Pompeo e Crasso, gioiva e rideva
nell’animo.
Rideva perchè così pensava:
— Colla facilità stessa onde si strinsero la mano dopo tanto odio,
questo ricomparirà. Non fu mai detto che il sangue, quando fu guasto,
possa essere stato completamente purificato. Ciò sta bene; il loro
disaccordo mi darà su di essi una supremazia invadente.
«Grande è Pompeo, come affermano quanti non sanno giudicar le menti
umane. Ma, se tolgasi alcuna pratica di guerra, cui la fortuna ajutò
a parere virtù stragrande, e quasi concessa a lui per privilegio
particolare agli Dei immortali, è uomo di angustissimo intelletto; lo
si governa con una briglia di canape. Meno abile uomo di guerra, e più
ampio intelletto, è Crasso, ma in guerra non pensa che alle ingenti
prede; però l’uno e l’altro son cavalli da aggiogare al mio cocchio.»
Così pensato e poi studiato e poi dormito, all’alba fu in piedi e per
tutto il giorno non si diede riposo.
Si recò alla casa di Cicerone; questi lo accolse con onore, e quasi
potea dirsi con amore. Cicerone temeva Cesare, e faceva mille sospetti
intorno ad esso; ma, come uomo di profondo e onesto intelletto,
e innamorato degli studj, ne ammirava il grande ingegno. Non v’è
scrittore che, per questa parte, lodi Cesare più di Cicerone.
_Sanos quidem homines_, scrive nel _Bruto, Cæsar scribendo deterruit_.
Parlando dei Commentarj, _nudi sunt_, sentenziò nel _Bruto_ stesso,
_recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracto_. —
E altrove: _quis sententiis aut acutior, aut crebior, quis verbis aut
ornatior, aut elegantior?_
Gli era caro pertanto, e conversava lietissimo con esso; ma lo
considerava come chi, amante della beltà, vorrebbe amoreggiare una
donna eccezionalmente decorosa di forme, ma, nel tempo stesso, fiuta
il tradimento nell’ammirare il giro attraente de’ suoi occhi, e le
ineffabili sue blandizie.
Ma Cesare venne tosto al suo tema, e gettò abilissimamente la rete,
cui Cicerone abilissimamente rispose, schermendosi, e, più volte
ghermito, più volte, quasi anguilla astutissima, gli guizzò di mano,
finchè Cesare, visto di non poterne far nulla, lasciò che libero
ricadesse nel suo elemento. E il discorso piegò ad altro. I due grandi
uomini toccaron più temi con acuta eleganza. Cicerone interrogò Cesare
intorno ai costumi delle Spagne. Quando parlava Cesare, Cicerone
stava attentissimo, come scolaro che ammiri le parole d’un maestro
rispettato, tanto le descrizioni di Cesare erano poesia dipinta.
A noi rincresce di non poter riferire qui quell’amabile e dotta
conversazione; ma ci sollecita il tempo, come ne era sollecitato
Cesare, il quale, pur descrivendo i costumi ispani, pensava al
Consolato.
Cesare si licenziò finalmente da Cicerone, e questi:
— Gli Dei t’abbino in custodia, o Cajo Giulio Cesare console.
— Domani mi presento candidato.
— Vivi certissimo del successo; se non fosse stata l’eloquenza ostinata
ed iraconda di Catone, avresti avuto anche il trionfo. —
XXV.
CESARE CONSOLE.
Cesare, all’indomani, si presentò candidato, ossia vestì la toga
candida, e s’inscrisse per essere eletto console.
Le tabelle dove erano scritti i nomi, si distribuivano a ciascun
cittadino dai _diribitores_. Siccome i cittadini erano distribuiti
nelle loro centurie, così s’instituiva la sorte tra le centurie
della prima classe. La centuria che riusciva prima si denominava
_prærogativa_. Questa centuria, chiamata dal magistrato, ossia dai
consoli che stavano per uscir di carica, entrava nel _Septo_, ovvero
ovile, situato nel campo di Marzio. Il suo voto era in singolar modo
apprezzato. Nei primi tempi di Roma davansi i voti a voce, ma per la
legge Gabinia si diedero poi segreti. La _prærogativa_ era la prima
a dare il voto, dopo di che veniva licenziata dal magistrato e, si
chiamavan, poscia, le altre, dette _jure vocatos_. Torna inutile
il dire che ogni sorta di pressione veniva esercitata sui votanti,
dal Senato, dai clienti, dagli amici, dai candidati. Erano promesse
di cariche lucrose, eran profferte di danaro, erano minaccie, e
le minaccie si traducevano in vendette. Molti del Senato erano
avversissimi a Cesare, e avrebbero adoperata qualunque arte, gettata
qualunque insidia, affinchè non riuscisse. Ma temevano il popolo
innamorato di Cesare, e si accorsero che i votanti, tentati in ogni
modo, non erano disposti ad appagarli. Però, ciò vedendo, condusser le
cose in modo che Cesare avesse per compagno, nel Consolato, un uomo che
fosse d’intendimenti assolutamente opposti ai suoi, e la scelta cadde
su Marco Calpurnio Bibulo.
Perchè i nuovi consoli entrassero effettivamente in carica, dovevansi
attendere le calende di gennajo, le quali, quando furon venute, i nuovi
consoli seguiti dal Senato, dai cavalieri, da gran folla di popolo,
salirono il Campidoglio, ed entrarono nel tempio di Giove Capitolino a
prendersi la toga _prætexta_, vale a dire che aveva il lembo intessuto
di porpora. Il vestir la toga significava che cominciava da quel
momento la loro carica, e da quel momento i littori coi fasci, ch’eran
dodici per ciascun console, aspettarono che uscissero dal tempio per
mettersi al loro seguito; comparvero i consoli, e il popolo applaudiva
dal basso della lunga scalea.
Vista da qualche punto lontano, allorchè tutti discesero, quella pareva
una cascata variopinta.