popolo, ma non si udiva in mezzo all’onda sonora della gran voce di
Roma, che: viva Cesare, viva il divo Cesare, viva il semidio Giulio,
che procede da Venere. Per Marco Calpurnio Bibulo non fu battuta
una palma, non una voce echeggiò. Nè i dodici littori coi fasci
donde uscivano le minacciose scuri che seguivano Bibulo, nè la toga
_prætexta_, nè il _Scipio eburneus_, specie di bastone significante il
comando, che portava nella destra, ebbero forza di piegar l’attenzione
su di lui, e di sviarla da Cesare.
Quel Calpurnio Bibulo era assai noto in Roma, e doveva esserlo, se
fu votato console. Era stato questore in Macedonia, pretore in Roma,
edile; e, poco tempo prima del Consolato, eletto augure, ufficio
quasi joratico, e che consistendo tutto nell’esplorazione dei cieli,
per interrogare il volere degli Dei, veniva quasi ad esser superiore
a tutti i poteri, perchè il terrore dell’ignoto, non veduto che
misteriosamente da essi, era in taluni casi superiore alla minaccia
armata di chi volesse far passare una legge ch’essi avrebbero statuito
di respingere. Questa venerazione tremebonda per gli auguri, di secolo
in secolo venne scemando, tanto che Cicerone, quando fu augure, rideva
di sè stesso cogli amici, e ammiccava per ischerno i colleghi, quando
esploravano i cieli con ciglio grave e teatralmente inspirati; e
gli auguri ridevano anch’essi di celato, allorchè non eran credenti
inferociti; chè i credenti più o men falsi, in quelle cose che la
ragione rifiuta, son di tutti i tempi e di tutte le religioni.
Ora, Calpurnio Bibulo, quando adempiva all’ufficio d’augure, si
comportava di tal modo come se veramente mettesse fede in quel rito
bugiardo, chè un augure il quale non fosse impazzito, ben sapeva che
i cieli lucevano, ma non parlavano, che gli augelli volavano, ma pur
pispillando, non davan responsi, e che il mover l’ali piuttosto a
sinistra che a dritta, piuttosto nell’alto dell’aere che presso terra,
non poteva indurre timore o speranza che in un intelletto scemo.
Pompeo era augure insieme con Calpurnio. Il primo recavasi ad esplorare
i cieli sull’alto del colle Palatino; faceva l’augure senza ch’ei desse
importanza a quell’ufficio, però nessuno, per questo, occupavasi di
Pompeo. Calpurnio saliva alla sommità del monte Capitolino.
Ma la gioventù romana, che in quel tempo di pace, eccettuati gli
esercizj nel campo di Marte, tutta si dava all’ozio ed alla vita
gioconda, e non concedeva importanza a nulla, e rideva di tutto, quando
sapeva che Calpurnio doveva recarsi a quel colle, vi saliva anche essa,
e collocandosi, quantunque il rito nol concedesse, dietro ai sacerdoti,
che facevan cerchio intorno all’augure, tentava il possibile per vedere
di rompere la gravità di Bibulo. Ma non c’era mai riuscita; l’indole di
lui era tale che tutto ciò che la sua condizione gl’imponeva di fare,
con scrupolosa fermezza lo adempiva. E a taluno che metteva in celia
il suo contegno devoto e compunto: Allora si aboliscano gli auguri,
rispondeva gravemente; ma finchè le leggi e i riti non li interdicono,
sempre guarderò i cieli con solennità di religione. Ed era sì pertinace
Calpurnio che, allorchè fu ispettore alla moneta di Roma, essendone
quartumviro Cicerone, portò un tale rigore nell’adempimento del còmpito
suo, assediava di tali e tanti dubbj il quartumviro stesso, che amava
sollecitare le operazioni in servizio all’erario, che Cicerone, stanco
infine di quell’assidua noja, riuscì a disfarsene, e fe’ licenziar
Bibulo da quell’ufficio.
Come poteva un tale uomo essere nel Consolato compagno a Cesare?
Ma il Senato aveva creduto fare atto di grande sapienza politica a
conquistare i voti in favore di Bibulo, pensando che per la tenacità
de’ suoi propositi, e pel coraggio onde aveva dato prova in guerra,
ed anche per essere augure, sarebbe stato un tremendo contrappeso
alla, più che potenza, prepotenza di Cesare. Ma, se il Senato
conosceva Bibulo, pareva non conoscesse Cesare abbastanza. Questi era
indispettito che gli si fosse dato quell’odiosissimo collega patrizio,
aristocratico, avversatore di tutto che fosse vantaggioso alla plebe,
per di più, in odore di tanta onestà e virtù, che la plebe stessa, se
non lo amava, lo stimava.
Ma Cesare non era uomo da starsene in forse, e giacchè il Senato gli
aveva messo incontro quell’ostacolo, pensò di atterrarlo tosto.
Là, nelle aule consolari, entrò un giorno nelle stanze di Calpurnio, vi
entrò da padrone.
— Sappi, o Calpurnio, gli disse, ch’io ho preparato una legge utile e
pietosa alla classe povera, e deve passare in ogni modo, dovesse ardere
tutta Roma, s’altri l’avversasse.
— Di che legge tu parli, o Cesare?
— La miseria, quasi contagio, soggiungeva Cesare, contamina tutta
Italia. A questa si ha a porre un rimedio; è male antico che con
pietosa sapienza i Gracchi e Druso tentarono di estirpare; ma
l’avarizia e l’iniquità della fazione aristocratica, trovaron modo
di assassinare quei tre sublimi benefattori dei cittadini soffrenti.
Io, in parte, voglio continuar l’opera loro, e ho preparato una nuova
legge agraria, per la quale le terre della Campania dovranno essere
distribuite a ventimila cittadini poveri aventi tre o più figliuoli.
Tu mi comprendi, o Calpurnio, questa legge deve passare, e tu
l’appoggerai.
— Troppo ti comprendo, o Cesare, rispose Bibulo, alzando il suo testone
pesante, dalla fronte alta, eccezionalmente convessa e dall’occhio
profondo, troppo ti comprendo, o Cesare, ma la legge non passerà,
perchè io non l’appoggierò.
E continuò a legger tabelle.
Cesare non si scompose, e:
— Oggi salirò i rostri, e la legge sarà accettata. Ne faccio qui
solenne giuramento agli Dei immortali.
E si partì.
E tosto ingiunse ai trombettieri percorressero tutti i quartieri
di Roma, e gridassero tra l’uno e l’altro squillo al popolo, essere
convocato nel Foro per l’ora dell’inclinazione del meriggio, poichè
Cesare doveva parlare.
E a quell’ora il Foro già era gremito di popolo, e, come quella del
Tevere, si udiva il muggito della sua gran voce.
Cesare, accompagnato da Pompeo e da Crasso, seguito dai dodici littori,
da molti senatori, quelli che erano della sua parte, da moltissimi
clienti, entrò nel Foro, salì il rostro. Il popolo acclamò. La figura
di Cesare, palliata come una statua uscita da un artefice greco,
emineva dignitosa sulla moltitudine, che converse tosto le acclamazioni
nel più profondo silenzio. Era quello davvero uno spettacolo romano.
Le statue degli Dei sormontanti i templi e le basiliche, parevano
assistere a quella solenne adunanza del popolo.
Cesare parlò. La sua voce rotonda, metallica ed espansa, percorse di
tratto l’onda sonora dell’aere foraneo.
— Popolo romano! incominciò, ami tu te stesso?
Il silenzio continuò.
— Se ami te stesso, devi dunque amare anche tutte le parti del tuo
corpo glorioso. Se pertanto una di queste parti fosse afflitta da
un grave malore, saresti tu così improvvido da non porvi rimedio?
Ora, questa parte del tuo corpo, afflittissima e chiedente ajuto, è
quella classe caduta in sì deplorevole miseria, che non solo non può
accostarsi ai circensi, ma che sovente chiede pane indarno. O popolo
romano, rifiuteresti tu di medicare codesta parte cotanto ammalata del
corpo tuo?
Un lungo ululato contesto di no, no, no.... si alzò da tutte le parti
del Foro.
In questo punto, entrò il console Calpurnio Bibulo, coi littori
consueti, seguito da gran numero di senatori, e da tre tribuni.
— Popolo romano, continuò Cesare, io ti propongo la legge di dividere
le terre della Campania a ventimila di questi miserissimi cittadini.
Popolo romano! se tu hai pietà di te stesso, perchè devi aver pietà
d’una parte tua, propongo che questa legge passi per acclamazione.
Il popolo rumoreggiava.
Pure la voce rauca di Calpurnio si fe’ sentire abbastanza.
— Popolo romano! non passar questa legge; ella è di danno a Roma. Le
terre della Campania sono esse non poca parte delle ricchezze della
Repubblica. Bene compiango io i cittadini miserabili, ma la miseria è
una tremenda necessità della vita. Nè le terre della Campania varranno
a distruggerla; bensì, divise ai poveri, impoveriranno la Repubblica.
«Popolo romano! lo ripeto, non passar questa legge. Ella non gioverà
che a chi l’ha proposta. Ben ponderate, o Romani, queste mie parole,
giudicate, sentenziate; chè, se sarete per votarla, codesto sarà un
segno manifesto che gli Dei vi hanno tolto il senno.»
Calpurnio parlava dal basso. Cesare non discendeva dal rostro.
— Popolo romano! tuonò Cesare, se io ti ho proposto questa legge, è
perchè è utile, ancor lo ripeto, ed è pietosa. Sono i ricchi che hanno
sempre divelte le leggi agrarie, perchè più della Repubblica, sono
innamorati di sè stessi.
«Passa, o popolo, questa legge per acclamazione. Essa mostrerà che tu
sei erede della sapienza dei sapientissimi avi nostri, essa vendicherà
le ombre dei Gracchi e di Druso, essa ti farà amare e glorificare
sempre più dalla gratitudine di tutta Italia; chè questa legge benefica
deve destar rumore dalla Campania fino alle terre della Cisalpina.»
Il popolo ondeggiava.
Il console Calpurnio attraversava il Foro per salire anch’esso i
rostri. Cesare allora discese, e questo doveva essere, come fu, un
tremendo segnale, chè, in quel punto, capitanata da Votinio, una
masnada di gente, armata di bastoni e di ronche, invase il Foro,
circondò Calpurnio e i suoi littori. Bibulo, assalito all’impensata,
fu percosso da una tempesta di bastonate inclementi; nè ciò bastò,
chè alcuni di quella canaglia avendo portato seco dei vasi immondi, ne
versaron le fetide onde sulla testa calva di Calpurnio, quasi fossero
acque ploccie.
E i littori, in quel giorno, maledirono l’istante in cui vennero
a quella carica, chè, non solo lor si ruppero i fasci, ma ebbero
spietatamente fracassata la schiena; nè i senatori seguaci ebber sorte
migliore.
In tal modo, Cesare provvedeva a far passare le leggi.
A quella scena non aspettata, alla fuga del bastonato Calpurnio, dei
littori sfasciati, dei senatori celantisi nei pallii, fin sopra il
capo, quasi che su di loro si rovesciasse a dirotto un acquagine dal
negro cielo, nel popolo astante successe una muggente agitazione, e
pareva quella dell’onda marina, quando è prossima la tempesta. A tutti,
perfino ai molto innamorati di Cesare, parve iniquo quell’atto suo, e
forse ei ne avrebbe avuto insulti e danno, se l’ilarità non si fosse
sovrapposta al severo giudizio, chè, dopo tutto, il popolo romano s’era
assai dilettato a quella scena; epperò la pietà fu strozzata dagli
schianti delle risa generali, che, a conforto del console, dei littori
e dei senatori percossi, aveano echeggiato per tutto il Foro.
L’immondo liquore onde fu inaffiata la testa calva del console,
convertì di tratto la tragedia nella più buffa delle commedie. A questo
aveva provveduto Cesare stesso, pensando che col provocare nel popolo
un riso irresistibile, sarebbesi stornato qualunque tumulto a lui
pericoloso.
Nel popolo continuava l’agitazione, frammischiata tuttavia di
smascellate risa. Cesare, al piede dei rostri, stava immobile, grave,
e girava sul popolo il suo tremendo occhio d’aquila. Pompeo e Crasso
stavano presso a lui. Disse Cesare al primo:
— Ascendi tosto i rostri, e parla al popolo in favore della legge. La
voce tua gli giungerà grata.
Pompeo parlò breve, ma con forte eloquenza, a lui insolita. Ebbe
qualche frase efficacissima, e questa tra l’altre: — Se ci fosse
taluno, cotanto ardito da opporsi a questa legge colla spada, io la
difenderò col mio scudo.
Il popolo applaudì.
E Crasso salì pur esso i rostri, quando Pompeo ne discese, e, con
eloquenza incalzante, strinse fortemente il popolo ad accettar la
legge; la quale subito passò senz’altra opposizione.
Il giorno successivo il console Bibulo si recò in Senato, portando
nella fronte e nel volto i segni del fortunoso evento.
Lamentossi forte della violenza inaudita fatta alla sua persona, disse
che la dignità del Senato aveva obbligo di vendicarlo; declamò, senza
volerlo, tragicamente, chè il tema lo agitava tutto; protestò, gridò,
e la sua voce alle ultime cadenze del discorso inflettevasi quasi nel
pianto.
Ma un silenzio di tomba accolse il lamentoso discorso, chè il Senato
era atterrito, e, dei senatori, più della metà, se avessero mostrate
al popolo le schiene patrizie denudate, avrebber provocato un ilare
compianto collo spettacolo delle molteplici chiazze nerastre; però,
le superstiti doglie, costringendoli a consumare per sè, tutta quanta
la pietà onde i loro petti eran colmi, non ne ebber nemmeno un misero
residuo per il console sventurato.
E Calpurnio, disperato, si ritirò nella propria casa, fermo il
proposito di starvi chiuso tutto il tempo che doveva durare il
Consolato, soltanto facendosi vivo col popolo, per mezzo degli editti.
E frequentissimi ne fece affiggere alle cantonate di Roma e, insieme
con quelli, veementissime declamazioni contro Cesare, e contro il
triumvirato: svelava, profetando, i disegni dell’onnipotente collega.
L’ira compressa lo faceva eloquentissimo, talchè il popolo, che
leggevale avidamente, terminò per sviare ogni simpatia dal suo tanto
idolatrato Giulio. Questi se ne accorse, chè, uscendo in pubblico,
veniva accolto con bisbigli, che potevano assai bene tradursi in
minaccie e peggio. Ma Cesare, come avea conosciuto il Senato che
atterrì, come alle prime ripulse di Calpurnio, che avrebbero fatto
vacillare altri, egli si sentì più imperterrito ad atterrare ostacoli,
così giudicò passeggero quel dissapore del popolo, e sempre uscì in
pubblico, e spesso anche senza i littori.
E di quel tempo uscì una satira tremendamente scherzosa contro il
triumvirato. Quella satira corse per tutta Roma, ed era letta ad alta
voce nelle taverne e nei bagni pubblici. Aveva per titolo _Tripicina_,
o la bestia di tre teste. Era stata stesa da Varrone, sebbene fosse
amico di Cesare e ne governasse la biblioteca.
E qui si chiude la giovinezza di Giulio Cesare.
Col Tripicinio e coll’imperversare della sua virilità onnipotente, si
vedrà quanto fece questo uomo, che fu il più grande dell’universo.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
INDICE DEL SECONDO VOLUME
I. Gordiene Pag. 5
II. Cesare e Publio Sceva » 17
III. Marco Sceva, Cesare e Catilina nella casa
dell’eminente Sempronia » 27
IV. Cesare e Servilia » 39
V. La congiura di Catilina e il senatore Quinto
Curio » 43
VI. Fulvia e Quinto Curio » 49
VII. Fulvia e Cicerone » 61
VIII. Cicerone e il console Antonio » 67
IX. La battaglia di Perugia » 75
X. Cesare e la figlia di Pompeo Magno » 89
XI. Clodio e Pompea » 95
XII. La festa della Dea Bona » 105
XIII. Aurelia e Cesare » 119
XIV. I bagni al ponte Fabricio » 127
XV. Cicerone e Marc’Antonio » 141
XVI. Terenzia » 153
XVII. Cesare, Crasso e Cicerone » 161
XVIII. Clodio » 167
XIX. Le tre Grazie e i tre Fauni » 189
XX. Pompeo e Cesare » 199
XXI. L’Imperiosa » 207
XXII. Ritorno di Cesare dalla Lusitania » 225
XXIII. Cesare e Roma » 249
XXIV. Il Tripicinio » 275
XXV. Cesare console » 299
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.