celeberrima al par di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava
nella commedia e nella tragedia. Valente nella prima, non superabile
nella seconda. Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo.
Nell’_Agamennone_, vestendo il personaggio di Clitennestra, atterriva
gli spettatori. Avea recitato, ed era già celebre infin d’allora, per
l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; doveva recitare per la
dedicazione del teatro di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare
decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse più d’un secolo, ad
onta dell’indole irrequieta e rabida, delle passioni ch’ella assumeva
recitando colla più completa espressione del vero, e delle passioni che
arsero lei stessa anche fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella
subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.
Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a liste d’oro, e pareva una
regina assira meglio che una commediante e, assisa in trono anzichè
in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo di schiavi. Essa non
era lunge dal drappello capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei
giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più belli fra i bellissimi,
e ripiegandolo poi sul suo, e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno,
in sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e tanto più che,
passando qualche ora prima davanti al pronao del circo, aveva veduta la
statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.
Il genio dell’arte che in essa era strapotente, per virtù di
quell’arcano istinto che, inconsapevole, opera prodigi, e può
operare tra le più deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone
inclemente, le facoltà dello spirito, quelle facoltà che sovente,
anche nelle persone più volgari, pur si trovano nel più tranquillo e
fortunato equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo Cromi, nel dì
ch’essa, adocchiandolo, arse d’insano amore per lui, fosse caduto morto
a battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe dovuto render
grazie alla benefattrice fortuna. L’amore geloso di Giovanna la Pazza
per Filippo il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato cadavere
di lui fosse veduto da occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore
di Emboliaria per Cromi.
Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. Veniangli d’appresso
Pompeo e Crasso e Lucullo e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo
colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore delle gesta
di Cesare nel suo _Commentarium rerum urbanarum_, che, già accennammo,
era la _Gazzetta_ di Roma antica, istruiva Roma quotidianamente di quel
che operavasi in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista e artista,
dipingeva, più che raccontasse, que’ fatti di guerra, di cui Cesare
mandavagli i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali appariva
l’intelletto maestro che voleva geometria rigida e non pompa di stile.
Ma, colla pompa dello stile e colla adulazione, il _progiornalista_
romano, preparò le ricchezze future e quei famosissimi giardini che
ancora oggi si chiamano di Sallustio.
Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei e quasi colleghi e,
in apparenza, amici, apparve tutto quanto militarmente vestito. Il
paludamento imperatorio, che era la clamide coccinea, non impediva che
fosse veduta l’argentea lorica, lavoro insigne di cesellatore greco; le
figure di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio di olimpiache
deità a basso rilievo, eminevano tratte dal metallo a tutto sbalzo.
E Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò coperto il capo
della galea vetusta. La calvizie, più che minacciosa in Roma, lo avea
debellato in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo a quella per lui
aborritissima deformità, si coprì la testa. Ancora giovine non voleva
che le romane sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, e quella
galea aveva un cimiero sul vertice, contesto d’oro e adorno di brevi
piume rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, mezz’alzata e mezzo
abbassata, volto indescrivibile, dove l’alunno di Marte, fortissimo e
tinto e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche e dalle notti
dormite _sub luna_, faceva la pace col pronipote di Venere celeste; ed
ei lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.
E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio e cocchio, dove più
sfolgoravan le patrizie, e stringendo la mano ai senatori, agli auguri,
ai sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, e sparpagliando
ovunque sorrisi ammaliatori, quali non vide mai Roma sul suo labbro
espressivo, diceva brevi ma succosissime parole intorno alla cosa
pubblica, e interrogava Sallustio e Cicerone su quanto era avvenuto in
Roma durante la sua assenza.
— E perchè non vedo Catone qui?
— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò Sallustio; tu ben sai
che l’austerità sua gli fa abborrire ogni tripudio festoso.
— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, a chi vende e compera le
mogli come se fossero giumente, e a chi presta danaro al venti per
cento.
— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e in Roma tu non avesti mai
più ostinato e implacabile avversatore di lui.
— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, soggiunse Crasso, non
isperare che, come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda l’onor
del trionfo, e insieme il diritto di ambire al Consolato.
— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò a chi la vuole la
purpurea borsa che lo contiene.
E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente le strinse
l’asiatica mano.
— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno sgomento, vestito di voluttà,
sempre mi invade quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o Mirra,
fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. Pensavo a te, o Galeria,
sulle rive dell’oceano, ma pensavo anche che il tuo Cromi divino mi
ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, e, mentre lo ammiro, mi dispiace.
Sovrumano egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è fido?
L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:
— A che tu vorresti accennare? disse.
— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, per te non cieco, ti tenga
nel suo inflessibile, soave governo.
Cesare era amabile e gentile colle artiste; coll’Emboliaria in modo
singolare; chè ammirava in essa il talento drammatico straordinario,
ma si rideva delle strane pretensioni di lei, epperò, nel suo accento
sentivasi la nota dell’ironia che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi
una regina assira. E Cesare venne all’atleta Cromi, e lo inaffiò di
lodi; ma, parlando con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava a un
cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, alla quale ei passò
tosto; e fu l’ultima visitata, mentre avrebbe dovuto essere la prima.
Cesare le parlò sommesso:
— Ho incise nella memoria le ultime tue parole; sotto a questa lorica
stanno le tue lettere di fuoco....
L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, e torse la biondissima
testa, e all’onniveggente Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e
di lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette Cesare, strinse la mano
sudante dell’Imperiosa, e ritornò alla tenda.
XXIII.
CESARE E ROMA.
Erasi ritirato nella tenda, intanto che il campo in aspettazione della
prima notte, attendeva all’esercizio delle armi, nelle quali persino i
centurioni più veterani andavano addestrandosi, quasi fossero gregarj
nuovi. Le trombe finalmente diedero il segnale del riposo. Ciascuna
centuria si ridusse al proprio quadrato. Dopo qualche tempo, squillò
un secondo segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo successe
al fracassìo del giorno, non interrotto che dai nitriti giocondi
dei cavalli, i quali pareva si rimandassero i saluti da un estremo
all’altro del campo.
Cesare stava aspettando il decreto del Senato, il quale certissimamente
gli sarebbe stato favorevole, se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone,
come grandine assidua, non avesse percosse e sgominate le menti dei
senatori; pure, non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva una
schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna volevano innestare la
propria; ond’esso tuttora sperava che gli venisse accordato e l’onor
del trionfo e il diritto di ricorrere al Consolato. Ma, dopo essersi
tormentato d’ira pensando all’inflessibile nimicizia di Catone,
cangiò quel tormento in un altro, rimeditando il fatto che per lui
non aveva più bisogno di prove, della superba fanciulla Imperiosa,
che aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi di un atleta. Egli,
Cesare, il discendente di Venere, il primo sacerdote in Roma alle are
pafiche, arbitro e donno delle più cospicue beltà romane, egli, il
vincitore della Lusitania, era stato posposto ad un atleta. Ben questi
aveva ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma Cesare considerava
quegli onori come volevano essere considerati; però un atleta, per
quanto applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi occhi nulla
più che pubblico ludio. Ma si sforzò a distorre da sè quel pensiero,
diventatogli, con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo, e
messosi a sedere, si diede a consultare le opere che teneva accumulate
sulla tavola. Erano i lavori di geografia più celebri a quel tempo. I
lavori di Eratostene, d’Ipparco, di Seragione, di Polibio.
Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare, quando venne cogli
altri a visitarlo, gli aveva portato a leggere gli abbozzi delle
ricerche intorno a Roma antichissima. Cesare, più ancora di Cicerone
e di Sallustio e d’altri, dava importanza a tali studj, e talora,
lasciata ogni altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello
scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà di chi idolatra la
terra nativa, e tutte le altre trova seconde ad essa, e ne esplora
le origini affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini futuri.
Colla scorta di Varrone, e col lume della dottrina propria, nel
silenzio del campo, risalì la corrente dei tempi. E si partì da
quel momento, momento di più secoli, allorchè intorno alle rovine
dell’impero etrusco, tumultuavano sanguinarie, nella gara disputata
della conquista, le varie genti dell’Italia primigenia; e, fermandosi
tra codeste genti a considerare gli atteggiamenti della storia, e
il carattere delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze
intorno alle divinità che riassumono i costumi dei popoli, sentìa quasi
rammarico che l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi proavi;
e pensava alle primavere di sangue, in cui si trucidavano quanti
eran nati in quella stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean
latitanti; e qui vedeva l’origine prima della sua Roma, e la valle dei
mistici sette colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove, secondo
gli scrittori greci, era sorta la primitiva Roma, la Roma anteriore a
quella di Romolo; e leggeva un passo di Varrone, il quale confutava
quegli scrittori che attribuivano l’origine di Roma ad un figlio di
Ulisse e di Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario, trasmutatosi
in poeta nel coprir di contumelie Crispo Sallustio, fatto seguace dei
Greci in quell’opinione.
Continuando sempre con Varrone, guardava se quell’amico suo avesse
rivelate cose ch’ei non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e il
pomerio, o _post murum_, e il primo solco, e il foro boario dall’eneo
toro, e l’ara di Ercole e le costruzioni di Tito Tazio.
Ma, dall’archeologia passando alla storia, e lo sguardo togliendo
dalle tavole di Varrone, Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e
considerò che in tre secoli la fama di essa non era ancora uscita dal
suo cerchio, sebbene crescesse e maturasse lentissimamente, pur fra
tradimenti e discordie e guerre e sconfitte; e s’intrattenne coi sette
re, e più assai coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia
come, sebbene quel re fosse stato astutissimo e fortissimo, e per più
anni onnipotente, pure non avesse potuto tener testa a chi non lo volle
più. Non aveva però, considerava Cesare, legioni a sè devote, e non era
possente nell’arte della guerra, e la fama non ci riferì ch’ei fosse
valorosissimo, e, comunque fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima di
accarezzare la plebe; se le avesse dato quel ch’ella chiese e ottenne
dopo, se le avesse concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il
diritto a tutti di salire ai primi gradi dello Stato, e l’eguaglianza
dei diritti, non sarebbe caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe
continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e di periodo in periodo,
quando venne al momento dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare
s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno della tenda con
passo celere; pareva che assistesse ad una scena presente, e vedesse le
sgominate legioni e i soldati sgozzati per la campagna, e i cittadini
in fuga, e Roma messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici latini
compianta, come se già fosse un mucchio di rovine; così accigliato,
pareva meditasse una vendetta lunga, sterminata, inesorabile, più
tremenda assai dell’antica offesa, e forse in quel punto gli entrò in
petto l’avida brama di essere inviato colle sue legioni a conquistar
le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo, Romolo secondo, padre della
patria, come il popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria e ai
Galli, scannati tutti.
Pur meditava che quel duello a morte tra invasi e invasori, era stato
utile, perchè i popoli italici s’erano stretti così intorno a Roma,
e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono dall’odio contro
di essa, come fecero gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie;
tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione a Roma di
spiegare tutta quanta la sua sapienza armata, e però con sessant’anni
di guerre, terribilmente e astutamente guidate, provocare il desiderio
nelle genti dell’Apennino, nei popoli del Sannio, del Lazio, della
Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini romani. A questo
punto, s’intrattenne con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle
disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era il primo popolo
del mondo, e pensò ad Alessandro, che, non ancora trentenne, aveva
sottomesso più che cinquanta milioni d’uomini, e ai Greci successori,
caduti in bassa viltà, e al re Pirro, e alle due sconfitte toccate
per l’inaspettata comparsa degli elefanti, e l’impeto, non mai prima
sopportato, della cavalleria tèssala; si confortò rimeditando il senno
del nonagenario Appio che negò a Pirro di venire a patti, se prima non
fosse uscito d’Italia, onde fu causa che il re, tornato alle armi,
dovesse ridursi, vinto, al suo regno cogli inutili elefanti e colla
non più invincibile cavalleria tèssala. E Cesare di nuovo si accigliò
e s’alzò di nuovo, pensando alle guerre puniche e alla morte di Regolo
e al genio di Amilcare cartaginese, che preparò il genio maggiore
del figlio Annibale, inizj della prima guerra punica, intercalata
dall’invasione dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani, e d’altri della
loro schiatta, che misero il Senato nella necessità di decretare la
patria in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del console Flaminio
e di Metello.
Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto, e prolungando il
soliloquio della memoria al cospetto della stragrande figura di
Annibale, si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico, della
guerra, della conquista, della gloria, dell’impero. Cesare solo poteva
comprendere Annibale, il solo nemico di Roma che aveva compreso
Roma; uomo di guerra, insuperabile, ma uomo eziandio di profonde e
profetiche vedute politiche, che, unico allora, e prima dello stesso
Scipione, avea pensato come, dopo il postremo cozzo tra Cartagine e
Roma, la fortuna avrebbe decretato ai popoli a quale delle due città
dovessero obbedire. Cesare, considerando quel guerriero straordinario,
e confrontando il sistema degli eserciti dei condottieri romani e
del cartaginese, stupiva come colui potesse governar le battaglie con
tanta disparata varietà d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico,
l’Asiatico, e con soldati barbari e persino antropofagi, non aventi
numi, nè riti, nè patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto
del plebeo Varrone, che, solo e senza un soldato, pure ottenne dalla
sapienza del Senato Romano il trionfo della sventura. Considerava come
lo sterminato genio d’Annibale, se mandava uno splendore perpetuo fra
i posteri, era stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non lo
avea compreso, per il che perdette poi sè stessa a Zama, dove Scipione,
rifacendo il disegno di Regolo, avea tratto il formidabile nemico.
E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale, giocando l’ultima
sanguinosa giocata, e quel pensiero comunicò ai legionarj, quando dal
cavallo tuonò loro, prima della battaglia, che, tramontato il sole
di quel dì, il mondo saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe stato
mancipio.
Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro il tergo, così
rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione sono i tre Numi terrestri che
generarono, nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza. Gli altri che
vennero dopo non furono che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono
ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione era già compiuta. Or che
dunque resta a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne tutto che volle.
In cinque lustri, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; la patria di
Alessandro cadde anch’essa, schiere di re comparvero incatenati dietro
ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo Emilio non fu mai superato da
nessun altro; che altro dunque rimane a fare?
Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente delle vicende
romane, per esaminare di nuovo tutta la compagine dei varj elementi
che concorsero a generarle; e questo, all’intento di vedere appunto
quel che ancora avrebbe potuto un uom forte e di alti pensamenti e di
instancabile volontà, il quale si proponesse di accrescere il numero
dei terrestri numi di Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine,
i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà romana, senza
però volerne essere assorbiti, e pretendendo che il diritto latino e
l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al diritto quiritario,
e le deità latine e i genj autonomi dell’Apennino, ignoti altrove,
non dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove; ma come poi,
allorchè i Romani si nominarono re cittadini, i Latini e i Tirreni
e gli altri Italici più non tenessero alla conservazione del loro
diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero degli arcani
genj vaganti lungo le falde e le creste della montagna sacra, e con
ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero a penetrare
nel vietato _post murum_, onde farsi annoverare fra quei re sulle
tabelle del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio patrizio, che
raggiunse il punto massimo, quando Scipione ascese al tempio di Giove
Capitolino, rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione, e
sprezzando l’ingratitudine di coloro, che non volevano dilungarsi da
quella consuetudine, pure al cospetto di chi aveva fatto Roma padrona
del mondo. Cesare, speculando le vicende di Roma e dell’umanità,
pensava come, dopo Scipione, lo splendore della gloria e della potenza
aveva dovuto rischiarare orrende piaghe, e generarne e inasprirle;
e la ricchezza, accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj
e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare i paesi,
abbandonare l’agricoltura agli schiavi. Qui, nel profondo della notte,
gli si affacciò l’insanguinata figura di Tiberio Gracco, il generoso
ch’erasi proposto di salvar Roma ridonando gli alimenti all’agricoltura
derelitta, impedendo che la ricchezza si condensasse in poche mani,
e l’Italia si condensasse in Roma, ma sibbene sforzando Roma, a
prolungarsi su tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti lungo
l’Apennino e i due mari, tuonassero le voci numerose di quella nuova
Roma, che, uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia a Genua.
Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve quella del fratello
Cajo, rifuggitosi nel bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro,
che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al petto, allorchè i suoi
nemici furono per raggiungerlo. Dopo questi due grandi sventurati,
Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio Druso, altra anima santa,
e mente indarno profetica, più profondo di Tiberio, più cauto di Cajo.
Ammirava Cesare quel suo sistema di universale conciliazione, e
il disegno di allontanare da Roma la sempre, ed a ragione, torbida
plebe, accontentandola colla possidenza e coi lavori dei campi, e,
radunando gl’italioti, con quelle rogazioni, che animarono le speranze
di tutta Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, rammentava,
raccapricciando, che Druso era stato trafitto nel Foro da una pugnalata
a tradimento, la quale impedì la salvezza di Roma, avvolgendola in tre
guerre consecutive e terribili: la servile, la barbarica, la sociale,
per la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila uomini. Ma
colui, pensava Cesare, non comandava a legione nessuna, e non è che
la forza armata capace di convertire, in fatti duraturi, i più ardui
concepimenti dell’intelletto.
Così protraendo la storica recensione, a guisa di un’artista di
gran genio, delirante per il nuovo e l’inaspettato, il quale, rianda
colla memoria le opere dei grandi, coll’intento di scoprire che nuovi
spiragli rimangano all’arte e quali vie, ancora inesplorate, restino
a percorrere, e nel tempo stesso quali errori debbansi fuggire,
attraverso all’ombra di Livio Druso, l’associazione delle idee mise
Cesare al cospetto di Mario, del suo parente Mario, del figliuolo del
banchiere Arpinate, il quale era stato assunto ad inclite nozze con
una figliuola dell’illustre famiglia Giulia; ed esultava nel pensiero
che il plebeo Mario aveva saputo vendicar Roma dalle viltà dei patrizj,
insensibili alle ingiurie di Giugurta, e all’epigramma fatale di quel
barbaro, onde aveva detto, essere la padrona del mondo, _repubblica da
affittare_, e compir la vittoria di Metello, il capitano dei patrizj;
e ammirava il suo modo di guerra all’antica, metodico, disciplinato,
austero, cauto all’uopo, e all’uopo fatto di sorprese veloci e d’impeti
tremendi, onde arrestò l’alluvione barbarica e dissuase i popoli
del Settentrione dal tentar nuove invasioni; esaminò poi attento il
rovescio di quell’uomo straordinario, inarrivabile in guerra, nullo,
e peggio che nullo, nel maneggio della cosa pubblica, e nel governo
delle fazioni, senza fermezza di carattere, senza costanza di principj.
Cesare ne traeva la conseguenza che un capitano di eserciti, per quanto
grandissimo, se non possiede anche la sapienza dell’uomo di Stato,
è un uomo a mezzo, incapace di condurre a maturanza le rivoluzioni,
dannoso a sè, fatale alla patria, devoto in ultimo al dispregio delle
moltitudini, e deplorava che Mario avesse tradita la plebe, e preparato
così il trionfo degli ottimati.
Il nobile Cesare odiava gli ottimati, amava la plebe. Pur, se questa
può sembrare una virtù d’apparenza, tutti i tiranni delle grandi e
delle piccole nazioni odiarono sempre i patrizj, accarezzarono ognora
la plebe. Da Tarquinio il Superbo, ai più perfidi dei Visconti e degli
Sforza, codesto fenomeno è invariabile. Però Tarquinio fu scacciato
dai patrizj, però gli uccisori di Gian Maria e di Gian Galeazzo,
erano nobili; e il popolo li insultò, lasciando, indifferente, che
venissero decapitati. Cesare covava già il futuro; lo aveva covato
fin da fanciullo, colla meravigliosa precocità della sua mente, che
gli metteva in petto il disdegno d’essere ancora eguale agli altri.
Imparziale e giustissimo estimatore d’uomini e cose nel soliloquio
della coscienza, negli atti esterni dimenticava i segreti giudizj,
e faceva quello che riputava poter giovare ai supremi suoi intenti.
Quando di notte, nel tempo della sua edilità, rialzò i trofei di Mario,
non fu già perchè avesse voluto onorare quell’eroe a due faccie, ma
perchè gli sembrò che quella prova di coraggio potesse, a tutto suo
favore, percuotere di meraviglia il popolo romano.