sagrificanti insieme colle matrone, era prostrata innanzi all’ara
quell’Elelia Imperiosa, che già fu nominata, dell’antichissima casa
romana di tal nome. Essa era nata nella Gallia Cisalpina, quando il
padre suo, Popilio, fu governatore di quella provincia, ed era nata da
madre gallica. Morto il padre, morta la madre, Elelia era rimasta unica
erede delle ricchezze avite. Ridottasi a Roma, dimorava nell’antico
palazzo degli Imperiosi, nella parte più alta del Palatino, custodita
dalla sua grand’ava. Essa era insigne di eccezionale bellezza; chè le
chiome biondissime e gli occhi azzurri, sebben cerchi dall’arte greca e
celebrati da Omero, non eran frequenti in Roma.
Cesare, qual pretore, aveva dovuto esser giudice e conciliatore nelle
contese iniziate da coloro che vantavano diritti su qualche parte dei
lati possedimenti della fanciulla, degli ampj giardini, degli orti
immensi, delle acque dell’Aniene che le irrigavano i campi, deviate
cogli idraulici congegni che prima la vetusta Babilonia avea trovati.
Per questo fatto, esso, oltre al vecchio liberto maggiordomo della
casa Imperiosa, che da anni ne teneva le ragioni, avea dovuto sentire
e il famoso Scevola e gli altri giureconsulti Publio, Rutinio, Rufo, e
quel Granio Fiacco, celebre per aver commentate le dodici tavole. Con
essi erasi trovato nella casa Imperiosa, quando fu necessario vedere
i palazzi e gli orti e i campi. Così ebbe occasione di avvicinar la
fanciulla.
Cesare, per l’abitudine del suo ingegno scrutatore, la guardò come un
fenomeno muliebre, che mai non gli era apparso innanzi prima d’allora.
Ognor concentrata in sè stessa e taciturna e altera, pareva ch’ella
tenesse in soggezione tutti quelli che la circondavano, comprese le
vegliarde che recavansi a trovar l’ava, compresa l’ava stessa. Ma,
se più spesso era taciturna, pur qualche volta diceva parole, ed eran
severe ed assennatissime, nè parevano uscire da labbro giovanile.
Oltre l’idioma gallico che aveva appreso dalla nutrice, e il natìo
latino, parlava il greco col soave accento eolio; onde Apollonio,
quando l’udì, chiese se la sua cuna era stata irrorata dalle aspergini
del mare Argolico. Laja, la celebre pittrice che avea ritratto Cesare,
le apprendeva il disegno, e Laja si gloriava di quella fanciulla
singolare. E le lodi non pareano toccarla. Sariasi detto che, quasi
tenesse da qualche divinità, di lei particolare custode, la notizia che
i numi avean decretato di costituirla nel privilegiato possesso di doni
intellettuali e corporei non concessi altrui, ella non facesse più caso
delle lodi dei mortali, e, sebbene non ne avesse orgoglio nessuno, si
riputasse come segregata da essi.
Cesare pertanto fu vivamente attratto da quella fanciulla,
considerandola come un arduo problema da sciogliere, e nel tempo
stesso, e più forse, perchè provocava in lui una sensazione acutissima
quella bellezza eccezionale, e quell’intelletto che era fuori affatto
dell’ordine femmineo. Onde, sotto colore delle consuete faccende
pretorie, e della necessità di abboccarsi con Scevola, il quale tenne
preghiera dalla giovinetta Imperiosa di condurre spesso da lei le sue
tre così belle coltissime figliuole, e di trovarsi a conversare con
Laja, la quale, anche dopo le ore del disegno, amava indugiarsi con
essa, Cesare era venuto moltiplicando le visite in quella casa, e a
tale che non passava giorno che non vedesse la _tiberina_ Imperiosa;
col qual predicato ei la distingueva, perchè le chiome di lei eran
bionde e profluenti come le onde del Tevere. E venivano in quella casa
anche Cicerone e Terenzia e Tulliola e l’adolescente Marc’Antonio,
e vi si recavan frequenti altri giovani e giovinetti patrizj, e i
padri e le madri di quelli, segnatamente allorchè aveano le fortune
dissestate; chè la fanciulla Elelia era desiderata sposa più che dai
giovani, tenuti pressochè in isgomento da quell’aura sacra onde ell’era
circonfusa, dagli stessi loro parenti, i quali ammiravano le nebbie
vespertine che si innalzavano sugli immensi poderi di lei, più di quel
che temessero la sacra aura.
In quei conversari diurni e notturni di Cicerone, ad onta e di Ortensio
e del rètore Diodato, Cesare brillava ognora di una luce tutta propria.
Di qualunque cosa ei discutesse, teneva sempre il campo. Bensì,
con arte squisita e piena di blandizie, pareva che nell’abbattere
il contradditore, lo innalzasse. Però Cicerone, che pur era
invidiosissimo, non sentiva invidia di lui; onde potè lasciar scritte
in lode di Cesare quelle celebrate parole a Cornelio Nepote: «_E chi
di lui è più acuto e più frequente di sentenze? chi nelle parole è
più ornato e più elegante? Nei sali attici poi e nelle facezie, Cesare
supera tutti quanti_. Molti bellissimi giovani romani facevan cerchio
intorno all’Imperiosa, parlante Giulio; ma Elelia non era attratta
da nessun volto, da sguardo nessuno, da nessuna chioma fittamente
ricciuta. Ascoltava attentamente il giovane trentottenne, il giovane
declinante, il già calvo Giulio, che indarno tentava dissimulare quello
da lui sì aborrito difetto, ritorcendo a coprir la fronte le ostinate
chiome, che soltanto gli crescevan folte presso l’occipite. Bensì ella
chinava gli occhi, quando la nera e vivacissima pupilla di lui saettava
gli astanti con ineffabili punte. E un dì, per brevi istanti, Cesare
ed Elelia si trovaron pressochè soli; vale a dire che, sebbene nella
camera medesima stesse l’ava seduta, la quasi cecità e sordità di lei
non era d’inciampo a che potessero parlar liberamente.
Cesare, appoggiato al parapetto di una finestra, or guardava Roma
sottoposta, e parea ch’ei ne pigliasse la misura, come faceva sempre
ogni qualvolta guardava la città dall’alto; or piegando la testa,
tenea dietro alla giovane Imperiosa che, meditante e ad ampi passi,
s’affrettava dall’un canto all’altro della camera.
Ci fu un momento nel quale i loro sguardi s’incontrarono. Allora
Cesare, staccatosi dal parapetto, s’accostò all’Imperiosa, e:
— Qual pensiero affretta così il tuo passo?
— Il tormento d’esser donna.
— Tutta Roma è ora a’ tuoi piedi.... Se invece tu fossi uomo....
— Tutto il mondo.
— Quanti anni hai tu?
— Diciotto; chi non lo sa?
— E trentott’anni a me conta la Parca, e il mondo non è ancor mio.
— Se più t’indugi, non lo sarà mai. Guarda Pompeo. Non è di molto
maggiore di te. E a ventiquattr’anni aveva già trionfato.... ed ora è
il dio di Roma.
— E questo a te dà tedio?
— Tedio ed ira; e mi punge, quasi doloroso, un desiderio che sorga
finalmente l’uomo che lo soggioghi.
— E credi che viva in Roma un tal uomo?
— Tu.
Cesare tacque.... e piegando poscia il discorso:
— Vuoi tu rimaner sempre fanciulla e consacrarti a Diana?
— No.
— Dunque perchè fra tanti patrizj cospicui di gioventù, di valore, di
ricchezza, non scegli colui che ti faccia sua sposa?
— Chi di loro meritò statue d’oro? Per chi di loro sorsero templi? Do
preferenza alla gioventù, ammiro la beltà; ma non mi vince davvero che
il fatto di una virtù straordinaria.
— E scegli dunque Pompeo. Una consorte ei cerca.
— Pompeo ha dieci anni più di te.
E l’Imperiosa si diede ancora a passeggiare, e Cesare ognor la seguiva
ammirato, e sempre più gli s’involavano gli inizj per isciogliere
quello strano problema. E, osservando la stupenda e quasi matronale
figura di lei, per la quale mostrava un’età maggiore, e guardando
la bianchezza della sua pelle, insolita in Roma, bianchezza tutta
soffusa di rose freschissime, e tali doni congiungendo alla precocità
dell’ingegno, e alla stranezza delle sue maniere, e alle aspirazioni
che parevano soverchiare età e sesso, si venne ricordando di talune
considerazioni (Cesare avea voluto intingersi anche di medicina)
del medico Antistio (colui che doveva poi alle fatali idi contare ed
esaminar le ferite) intorno a talune malattie che nella primissima
giovinezza sembrano accrescere i doni della natura mortale; a guisa
dell’arsenico che, amministrato con scientifiche dosi, tingeva del più
florido color del cinabro le guancie del re Mitridate. E si rammentò
che Antistio avea definita quella malattia: _pulcher et intellectualis
morbus_, il quale, di quel tempo, più che altrove, era frequente nella
Gallia Cisalpina; onde a Cesare sembrò possibile che nel sangue della
divina Elelia la gallica madre avesse deposto un germe lieve di stroma
formoso e roseo e geniale.
Ed ella si fermò di tratto, e disse:
— È vero, Cesare, che tu vai in Lusitania?
— Sì.
— T’affretta adunque.
— S’io vi morissi ne avresti dolore tu?
— Sì, gran dolore ne avrei. Ma se la gloria circonderà te spento,
adorerò l’ombra tua in perpetuo.
Cesare tacque.
Annunciate, entrarono in quel punto le tre figliuole di Scevola. Cesare
uscì; attraversò il cavedio; salì a cavallo; e, come se intorno gli
alitassero le aure dei beati elisi, pressochè trasmutato, si avviò alla
sua casa nella Suburra. Se non che, a mezza via, un liberto in cocchio
gli venne incontro affrettatissimo, e, allorchè fu presso a Cesare:
— Corri, gli gridò. La tua casa è assediata. Il cavedio è invaso.
— Da chi?
— Dai ladri.
— E che ladri?
— Gli usuraj, i giudei, i pirati dell’_acies asiatica_....
Cesare mise il cavallo al galoppo — fu tosto alla Suburra. — Un grido
nemico lo accolse. Cesare fermò di tratto il cavallo; e calmo guardò
dall’alto quella ciurma inferocita.
Gridò primo il famigerato Assio, l’ex centurione usurajo, già quasi
ricco come Crasso:
— Cesare, tu non partirai per le Spagne, se prima non mi avrai
restituito quel che ti ho sborsato. Di cento talenti mi sei debitore,
due milioni di sesterzj.
— E a me cinquanta ne devi, gridava un giudeo. Io ti ho pagato le
statue, i quadri, i cavalli, le donne, i vizj lutulentissimi tuoi.
Pagami, o Cesare, o indarno speri di andar governatore nelle Spagne.
— Bada, gridava un altro, ch’io narrerò a Catone i tuoi notturni
colloquj con Servilia; pagami, o io pagherò i vafri più feroci di Roma
perchè accompagnino con sibili quella donna tua, quando si mostrasse in
pubblico. Paga, o Cesare. Tu volevi partire e lasciarci tutti scornati.
Cesare discese da cavallo, e stato calmo un istante, e, come
raccogliendo le sue forze, perchè voleva esser certissimo dell’effetto,
si concentrò in sè, e d’improvviso lasciò andare un colpo di mano sulla
guancia di Assio, un così poderoso colpo, che colui cadde intronato su
quelli che gli stavan dietro; poi, preparandosi al peggio, trasse dal
cinto della tunica la consueta sua elegante balena, armata di plumbee
palle dorate, e a quegli che aveva dette parole ingiuriose a Servilia,
e accorreva in aiuto di Assio centurione, l’appoggiò sì risolutamente
tra il naso e il labbro, che il dolore acutissimo impedì a colui di
vedere e di sentire il sangue che gli scorreva sul sajo. E intanto la
plebaglia, che là s’era addensata da qualche tempo, applaudiva battendo
palma a palma, e gridava:
— Viva Cesare, viva il divino Cesare.
Sebbene alquanto placati, e dal risoluto contegno di Cesare, e
dagli evviva urlati dalla canaglia, pure i creditori non si mossero;
s’atteggiarono anzi come se risoluti di non lasciar più quel posto.
— Se questa canaglia, diceva un di loro, dovesse aver danaro da te,
udresti, o Cesare, se allora ti acclamerebbe.
— Divino ti chiamano, diceva un altro sghignazzando con disprezzo
ostentato, così fosse! che Venere almeno, la tua grand’ava, ti
pagherebbe i debiti.
— Silenzio v’intimo, gridò allora Cesare, entrate tutti e attendetemi
nel cavedio. Oggi sarete pagati.
Entrò anch’esso, e per alcuni istanti si sentì umiliato, percosso,
disfatto.
— Più nulla dunque io sono, egli dicea fra sè, un gruppo di
vilissimi creditori può abbattere un Dio: e venti carri pieni d’oro
accompagnarono Pompeo nel suo viaggio trionfale!
E stette pensando e ripensando al modo di poter avere, in quel giorno,
venti milioni, almeno, di sesterzj grossi. E statuì di raccomandarsi a
Crasso.
XXII.
RITORNO DI CESARE DALLA LUSITANIA.
Nel 693 _ab urbe condita_, Cesare era partito da Roma con venti coorti;
nel 694, già reduce dalla Lusitania, stava attendato fuori della città
in aspettazione del trionfo, salutato _Imperator_ dalle idolatranti
legioni, nel campo circuito dagli _impedimenta bellica_ che avevano
trasportato l’oro ispano a colmare il romano tesoro, lasciando a Cesare
quanto bastava per cangiare il truce sguardo dei creditori e le loro
contumelie amare nell’umile sorriso e nelle profferte di servigi nuovi.
Quindici milioni di lire italiche furon necessarie perchè si tirasse
intero il rigo ai minacciosi chirografi. Crasso, alla partenza di
Cesare, non aveva pagato che poco più del terzo dei debiti di lui. Nè
li aveva pagati per amore suo.
Un atto generoso, quando varca la misura comune, quasi sempre, non
è generoso che nell’apparenza. Se Crasso non avesse odiato Pompeo,
non avrebbe soccorso Cesare. Sentiva sè incapace di soverchiare il
Magno eroe, desiderava che altri sorgesse a metterlo finalmente in
ombra. E un anno solo aveva bastato perchè Pompeo non potesse più
dir, sogghignando, quando udiva le lodi di Giulio: « — Non basta una
_povera_ corona di quercia, nè due misere campagne col vecchio Termo,
e i servizj sotto l’_Isaurico_, perchè costui dai ginnasj e dalle
accademie e dall’ippodromo passi a soggiogar provincie e nazioni.»
Pompeo sentiva l’avvenire nelle ossa, come i brividi che annuncian
tempesta; onde la prepostera invidia. Tuttavia, Pompeo, nel punto
che Cesare partiva propretore per le Spagne, non era affatto fuori di
ragione. Precedenze di gloria militare, qual condottiero d’eserciti
in vaste imprese, Cesare allora non potea vantarne; ma in quel modo
che Cesare avea la più ampia fiducia in sè stesso, tutta Roma l’avea
in lui, quasi quel prediletto avesse riportato già dieci trionfi.
Pompeo soltanto sogghignava, di quello sprezzo però che vien respinto
dalla convinzione. E anche Cesare, lo vedemmo, disprezzava Pompeo,
il gloriosissimo, il presunto dittatore perpetuo. Ma Cesare era
convinto del proprio disprezzo; e diceva che se Lucullo e Crasso, e
Termo decrepito, avessero combattuto contro di lui, sempre sarebbe
stato vinto, e: — _Sì_, diceva, _costui, codesto semidio, non è
già figlio della virtù, ma solo della indulgente fortuna_. — Ma
la fortuna, se non indulgente, non fu avversa a Cesare, e permise
che il suo intelletto stragrande e gli ardimenti suoi e il valore
incomparabile, si mostrassero all’aperto e si rivelassero nella
loro più completa potenza. In lui tutto era maturo, come la sua età.
Esso contava trentanove anni. L’attraente gioventù dava luogo alla
poderosa virilità. E nelle Spagne, in un anno solo, potè far mostra
di tutte le sue molteplici doti; potè rivelarsi gran capitano, grande
amministratore, e più che conquistatore, scopritore di nuove terre.
Era l’annuncio di quel che avrebbe fatto poscia nelle Gallie e nella
Britannia. Fortunato, più che i posteri assalitori, nella guerra
delle montagne, spinge le popolazioni ad abbandonar _fuggendo_ quelle
altezze, fino allora credute inaccessibili a piede straniero, a
gettarsi al piano, a passar fiumi in uno coi limitrofi atterriti, e
rifuggirsi all’oceano; e getta zattere a trasportar le proprie truppe,
che in parte rimangono affogate dalla marea sorveniente, e vi ammira
quel Marco Sceva, da lui già patrocinato giovinetto nell’ardua lotta
giuridica per la patria potestà, e trovato semivivo nella battaglia
di Perugia fra l’inestricabile intreccio dei cadaveri, dove quel
dì Catilina potè fare spavento ai veterani del console vincitore;
lo ammira nel punto che, nelle acque dell’oceano, solo fra tutti,
riguadagna, nuotando, la riva; e non sapeva che quel prodigioso giovane
era destinato a morire a Farsaglia, trapassato nell’occhio destro, e a
dare a Lucano, torniamo a dire, il tema di strapotenti versi.
Pompeo e Lucullo e gli altri condottieri contemporanei di Cesare aveano
invase e conquistate regioni già note.
Cesare scoprì l’esistenza di popolazioni sconosciute. Brigantio,
regione tutta abitata da selvaggi, fu da lui rivelata per la prima
volta ai geografi romani.
Ma, già lo si disse, l’ardito capitano, lo scopritore di terre e
d’uomini, doveva mostrarsi profondo amministratore; onde i medesimi
ispani lo salutarono liberatore e benefattore.
Era colà, da gran tempo, feroce e continua la lotta tra creditori e
debitori.
La fittissima falange di questi volea far proclamare l’abolizione
totale dei debiti, e i creditori, armati, invadevan le terre state
offerte in cauzione.
I creditori domandavano a gran voce alle autorità, che il carcere
e il digiuno e altre pene corporali, perfino la fustigazione, si
decretassero inesorabilmente ai debitori insolventi; e questi se ne
ricattavano incendiando le case de’ creditori, mettendone a ruba e
a sacco i poderi, e assassinandoli all’aperto, senza timore della
forza armata, poca e impotente a frenar tanta ira, mantenuta negli uni
dall’avidità insaziabile, negli altri dal terrore della miseria, più
spaventosa della morte; epperò, ben più che una guerra civile, era una
guerra selvaggia, resa più funesta dall’indole indomita e fierissima
degli abitanti.
Cesare, che aveva studiato in Roma la voragine dei debiti e la piaga
dell’usura, e già avea pensato al modo agevole di porvi riparo, se
nelle sue mani fosse venuta la somma delle cose, provvide ad attuare
in Lusitania quel che aveva meditato in Roma. Decretò dunque (e la
presenza delle sue trenta coorti compresse ogni opposizione) che
i creditori non commettessero, pel loro diritto sebbene legittimo,
un atto di spogliazione ingiusta, e i debitori, serbando ogni anno
per sè un terzo delle loro rendite, ne concedessero i due terzi ai
creditori, fino alla totale estinzione del debito. Provvedendo con ciò
a conservare la proprietà, stornò l’azione degli usuraj di Roma, di
quell’_acies asiatica_ che si faceva sempre più invadente e pericolosa;
e salvò il capitale dei debitori, il quale sarebbe stato divorato nel
momento che avrebbero avuto a pagare le anticipazioni.
La guerra di Spagna fu per Cesare quel che fu pel primo Bonaparte la
guerra d’Italia. Notissimo il primo in Roma, ma, avanti la conquista
della Lusitania, ignoto al rimanente del mondo. Senza luminosi fatti
precedenti che fossero caparra di grandi fatti avvenire, fiducioso in
sè stesso sino alla temerità, e fiducioso in lui il popolo romano sino
alla cecità. La corona di quercia e i fatti di Cilicia equivalgono
l’episodio di Tolone e la scaglia di Parigi. Ma di tratto, arrivati
l’uno e l’altro sul campo delle grandi imprese, giganteggiano senza che
sieno manifestate al volgo le preparazioni del genio; ma consapevoli
essi soli di quel che prima avevano pensato e vagheggiato e sperato
e operato in più guise e per più vie. Però, compiuta l’impresa, sì
all’uno che all’altro applaudono il paese conquistato e la patria del
conquistatore. L’ammirazione comprime l’odio in petto ai vinti. Il
successo, superiore all’aspettazione, condanna l’invidia a mascherarsi
di entusiasmo. Quando Cesare venne a Roma, tutta Roma uscì di sè stessa
per muovergli incontro. Lucullo, Cicerone, Termo, Crasso si assisero
nella sua tenda; Pompeo venne solo, a tributargli onore con gran pompa
di aurato cocchio e di candidi cavalli. I senatori stettero curvi
innanzi a lui. Il pontefice massimo si atteggiò come se stesse all’ara.
La plebe intanto urlava innamorata ed ebriosa.
Numerose schiere di viniferi erano state distribuite nei varj quartieri
della città, dal bevitor d’acqua Giulio, perchè, in suo nome, Roma
bevesse alla salute di Roma.
E ad esso presentossi il re dei sagrifizj, che era l’espressione più
completa della forma repubblicana, essendo stato creato quando appunto
furono discacciati i re; e, in processione, apparvero il Flamine Diale,
ed il Marziale e i dodici Salj, portanti lo scudo sacro al dio Marte,
e i sacerdoti Luperci dalle sferze fecondatrici di donne, e vennero le
Vestali, non già quali custodi del perpetuo fuoco, ma sì dell’arcano
dell’impero, significando così ai conquistatori e trionfatori che non
dovevasi loro, la vittoria e la fortuna di Roma, ma ad una celeste
potenza inspiratrice e guidatrice dei duci, per necessità ineluttabile.
E a questi sacerdoti e sacerdotesse e semidj e semidee, s’aggiunsero
altri d’altre classi che non aveano incarico nessuno fra la terra
e l’Olimpo; e sfolgoravano le matrone e le giovani donne patrizie
nei loro cocchi dalle casse fatte a nave, ondulanti sulle elastiche
cigne; e i giovani cavalieri premean cavalli condotti dalle regioni
diverse della repubblica, onde ai bruni corsieri delle stalle di Roma,
dalle prolisse criniere, si mescolavan quelli della calda Arabia, dal
vellutato-cangiante mantello, e i cresciuti ai paschi del Simoi e del
placido Scamandro, e i palafreni mirabili di Lucullo, ch’ei proclamava
discesi da quelli che Giove avea concesso a Troe in premio di Ganimede.
E il prefetto della città, il quale copriva anche la carica d’ispettore
dei circensi, avea mandato al campo di Cesare due elette schiere di
atleti e gladiatori.
Capitanava i primi il famosissimo Cromi di Mitilene, lottatore e
pugillatore fin allora creduto invincibile, onorato di statue nei
circhi di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di Ercolano, siccome
allora voleva l’ingiusto costume; chè insieme colle statue degli dei
e degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e più spesso all’eroe
non era concesso il simulacro ond’era stato insignito il lottatore,
che poteva batter la polvere tra le fischiate della disprezzante
plebe. Cromi era allora il primo dei primi in tutto lo stato romano,
e di recente, nella stessa Roma, per la prima volta, da che nel
circo massimo combattevano atleti, gli era stata decretata una
statua di bronzo dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui era
elettissimamente formoso, ma più arieggiante l’Apollo che l’Ercole;
onde, nell’apparenza, non offriva caparra di prepotenza muscolare;
bensì, la proporzione mirabile del suo costrutto era quella che gli
comunicava il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una completa
idea del come ei fosse, più che ammirato, idolatrato in Roma, si pensi
ai tumulti e ai fremiti che provocavano i toreadori nei circhi di
Spagna. Al tempo del celebre _Montes_, l’ammaliatore, e dell’andaluso
_Ciclanero_, il bello, allorquando procumbeva il toro trapassato nel
collo dalla lama lieve, tra le grida sfogate onde il circo risuonava,
grida ed urli esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso delirio,
ai piedi di quei trionfatori cadean collane e catene d’oro, onde le non
più orgogliose dame si spogliavano, ammiranti un uomo che avea fatto
stramazzare una bestia.
Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando ei sorgeva solo fra
gli atterrati avversarj, e girava lo sguardo intorno, ascoltando con
accettante sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, gli edili, i
pretori, i senatori, gli gettavano anelli e stili aurei e gioje, e
parean grano lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e cinti e
zone, ove i rubini gareggiavano coi più preziosi piropi. Nella piccola
ma eletta cliptoteca della sua casa, chè egli affettava l’opulento
patrizio, e non si riputava inferiore a Pompeo, sorgeva, alto quasi un
palmo, sul pavimento lo strato di quei monili, come se fossero avena da
tramescolare a palate. Esso portava i capelli inanellati e prolissi e
cadenti sul collo, contro il costume degli atleti che li teneano rasi,
perchè non fossero mezzo di vittoria all’avversano. Ma egli teneva in
gran pregio quella chioma, onde gli si incorniciava voluttuosamente
il greco volto, e portava il berretto frigio, e pari ad Achille si
riputava, e al non minore Diomede, onde ricantava con atletica voce i
passi che loro si riferivano nel greco d’Omero.